Primo comando, di Patrick O'Brian

Edito da: Tea

Jack Aubrey riceve il comando della corvetta Sophie (finalmente!, oserà dire il lettore dopo poche pagine). Con lui si imbarcherà anche Stephen Maturin, un chirurgo irlandese-spagnolo, naturalista, poliglotta e per niente abituato alla vita in mare. Completano l’equipaggio il primo ufficiale James Dillon, anche lui irlandese e con un segreto da nascondere, il nocchiere Marshall, a cui piacciono gli uomini e in particolare il capitano Jack, una serie di giovani allievi e una ciurmaglia di marinai, scelti e non, da ammaestrare un po’ (soprattutto a sparare una bordata come si deve).

Detta così, sembra di parlare dell’armata Brancaleone in versione marina britannica di inizio Ottocento. E non è del tutto falso. L’equipaggio della corvetta Sophie è variegato, ma sotto la guida del giovane capitano “Lucky” Jack Aubrey riuscirà a catturare e portare come prede più navi di chiunque altro, compresa una fregata spagnola, la Cacafuego, decisamente più grossa ed equipaggiata della piccola corvetta.

Primo comando è il primo della lunga serie di volumi scritti da Patrick O’Brian e aventi come protagonisti Jack Aubrey e Stephen Maturin, un duo di personaggi di rara alchimia. Tratto distintivo di queste opere è l’ambientazione marinaresca precisa al dettaglio. Scordatevi termini vaghi: scafo, vele, cordame, timone, rotta, poppa, prua, albero maestro sono parole che conoscono tutti e che qualunque scrittore che voglia darvi un’impressione, un vaghissimo assaggio, di mare può usare. In Primo comando, preparatevi invece al gergo tecnico e preciso che sulle navi dell’epoca andava imparato a memoria, pena la punizione corporale o la perdita del lavoro: scotte, velacci, contro velacci, velaccini, giardinetto, cassero, bompresso, fiocco, albero di gabbia, quarte, pennone, terzarolare, arrembatoli, strallo e via dicendo. Vi ritroverete catapultati nella routine a bordo di un veliero, con tutte le scomodità, le abitudini, i rituali, le usanze, le superstizioni; con la fatica e il senso di avventura e libertà.

O’Brian riesce a restituire con precisione persino la consistenza dell’aria o il moto di fermento che precede una bordata o il malumore che serpeggia tra i marinai quando pensano di stare facendo fatica per nulla o il nervosismo che aleggia tra loro quando il comandante e il primo ufficiale sono in aperta discordia. In parole povere, riesce a restituire uno scorcio preciso al dettaglio della vita di mare di un’epoca ormai passata, senza abbellirla o poeticizzarla, e questo forse rende la narrazione ancora più epica.

Per quanto sia difficile, nei primi tempi, seguire le dinamiche degli arrembaggi e delle battaglie navali, si acquisisce sempre più dimestichezza, si imparano i termini e si finisce con l’abituarsi al loro uso fino a riuscire ad immaginare con discreta precisione i meccanismi descritti.

Ritengo che leggere questo libro abbia cambiato la mia personale visione non solo della vita su una nave, ma di tutti quei film e libri ambientati in mare, dove le navi sembra si governino da sole, i marinai rispondono a comandi vaghi e le battaglie sono decisamente inverosimili.

In tutto questo, l’unica cosa che rimane sempre uguale è la passione dei marinai per il rum.

P.s: Da questo libro è stato tratto il celebre film “Master & Commander”, con Russel Crowe.

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