La ragazza del treno, di Paula Hawkins

Autore: Paula Hawkins

Edito da: Piemme

Genere: Thriller/Crime/Giallo

Se c’è una cosa evidente, di questi tempi, è che l’espediente del “narratore inaffidabile” va di moda. Di cosa si tratta? Semplice: ci troviamo di fronte ad un narratore inaffidabile quando la storia ci viene raccontata da un punto di vista (che sia in prima o in terza persona è lo stesso) in qualche modo corrotto, deviato. Vi chiederete che cosa ci sia di diverso tra il narratore inaffidabile e una semplice narrazione in prima persona: dopotutto, ognuno di noi ha il proprio punto di vista sulle cose e per questo nessuno può essere creduto fino in fondo. Ma il narratore inaffidabile insiste proprio su questo fattore, lo porta ai massimi livelli. Si tratta spesso di personaggi a cui viene attribuito qualche trauma, che interpretano tutto ciò che avviene alla luce dei loro problemi, delle loro paranoie. Per farvi un’esempio, Cersei Lannister di Game of Thrones è una narratrice inaffidabile, perché interpreta quello che le accade in modo sbagliato a causa del ricordo della profezia che la perseguita da quando era bambina. Un altro esempio che mi viene in mente è il protagonista di Tu, di Caroline Kepnes. Il ragazzo è a tutti gli effetti uno stalker e un maniaco del controllo, e per tutto il tempo agisce secondo le proprie motivazioni che lui ritiene perfettamente plausibili. E mentre lui si crede nel giusto (sono tutti gli altri a sbagliare!), noi dobbiamo sorbirci la sua visione distorta della vicenda e rabbrividire.

In questo libro, un vero caso editoriale con milioni di copie vendute in tutto il mondo, ci troviamo di fronte non a uno, non a due, bensì a tre narratori inaffidabili: tre donne, tutte e tre in qualche modo provate dalla vita, tutte e tre profondamente imperfette e problematiche. Abbiamo Rachel, la depressa alcolista, che darà il là a tutta la vicenda; Anna, la nuova moglie dell’ex marito di Rachel, una madre protettiva ma anche una donna vanesia che godeva nel ricoprire il ruolo di amante; e infine Megan, la donna scomparsa, insoddisfatta, irrequieta, infelice, egoista e debole. Tre punti di vista che si alternano per tutto il libro, in una spirale discendente che subisce una brusca inversione di rotta solo alla fine, e che non ci forniscono mai una visione chiara della vicenda.

In realtà, la “ragionevolezza” è affidata ai personaggi secondari: l’agente di polizia, lo psicologo, la madre, l’amica. Il nucleo del libro, tuttavia, è un susseguirsi di opinioni discordanti, un continuo altalenare di depressione e euforia, lucidià e follia.

Sotto questo punto di vista, non ho niente da obiettare. Amo trovare tra le pagine dei libri personaggi che si discostano (poco o tanto) dagli stereotipi, che mettono in campo problemi, fragilità, che fanno del difetto la loro caratteristica principale. E’ interessante vedere (beh, non vedere, leggere) fino a che punto si possa ridurre una persona dipendente dall’alcol, oppure a quali conseguenze possano portare cose generalmente ritenute buone, come l’amore per i propri figli e il proprio coniuge, o il desiderio di indipendenza. Oppure di come il comportamento altrui possa segnarci profondamente in modi di cui né noi né gli altri siamo perfettamente coscienti.

Ma raccontiamo brevemente la vicenda: Rachel è una donna distrutta dopo il divorzio dall’amatissimo ex marito Tom, che si è risposato e vive nella loro casa mentre lei è stata sbattuta fuori. Tom ora ha tutto quello che Rachel aveva sempre desiderato ma che lei non aveva potuto avere: una casa e una famiglia con figli.

Rachel, che sale sul treno ogni mattina diretta a Londra, ha l’abitudine di osservare il paesaggio scorrere fuori dal finestrino. Il treno si ferma sempre nello stesso punto per via di un semaforo, un punto in corrispondenza del quale Rachel può vedere la casa  in cui abitava con Tom e quella dei loro vicini, una giovane e bella coppia che lei ribattezza Jess e Jason e per cui inventa una vita. Tuttavia, il loro nomi non sono Jess e Jason, ma Scott e Megan e quest’ultima sparirà misteriosamente da un momento all’altro, proprio la sera in cui Rachel, ubriaca fradicia, si sta recando dall’ex marito.

La vicenda, in sé, è un thriller psicologico piuttosto interessante, ma provo nei suoi confronti lo stesso sentimento che provo nei confronti de La verità sul caso Henry Quebert: credo che la vicenda sia piuttosto ben congegnata, ma che manchi comunque qualcosa. Perché d’accordo, le narratrici sono tre squilibrate -in modi e quantità differenti- però questo non basta a rendere un libro un buon libro. O meglio, non basta a fartelo rimanere nel cuore.

La scrittura della Hawkins tradisce le sue origini di giornalista: è asciutta, diretta, priva di involuzioni. Dice subito al lettore quello che vuole dire, arriva al punto, spiega i concetti. Non c’è tempo da perdere in riflessioni, non ha senso sbrodolarsi di parole, di sensazioni: show, don’t tell, less is more.

Sono un po’ stufa. Non ci vorrebbe molto, dico davvero. Non pretendo di leggere Victore Hugo, né Proust, né un romanzo vittoriano. Ma sono vagamente satura di frasi brevi ad effetto, ritmi concitati, riflessioni piene di “statement” (come tradurlo? Prese di posizione?) molto forti o presunte lezioni di vita servite su un piatto d’argento. Per favore, qualcuno dica agli autori che i concetti possono emanare dal libro, soffusi, oppure ammiccanti, e non devono per forza colpirti come una sprangata. Essere meno diretti, prendersi il tempo di divagare, non rende meno interessante o meno forte il messaggio che si vuole far arrivare.

Ma forse, come al solito, è colpa dei nostri tempi, così veloci, così iperconnessi. I pensieri vanno espressi in 140 caratteri, in commenti fulminei e magari nemmeno troppo ben scritti, in post da accumulare nei blog (come questo). Perdonate la mia divagazione, ma sarei davvero curiosa di sapere se la pensate come me su questo preponderare di “stile giornalistico” tra i nuovi romanzi. Giuro, non ho niente contro i giornalisti. Anzi, è una delle professioni dei miei sogni, dopo la scrittrice e il presidente del mondo. Ma giornalismo e letteratura sono cose diverse, no? No?

Ma torniamo a La ragazza del treno. Voglio finire la recensione con un accenno alla caratteristica del libro che forse mi ha colpita di più: ovvero, l’importanza che ricopre l’essere madre. E’ questa (e un’altra, che non posso svelarvi) la caratteristica che unisce le tre donne e in loro si concretizza e mostra diversi aspetti di sè: la madre apprensiva, la madre che si annulla, la non-madre che viene invece distrutta dalla società, la madre immaginata dalla società, la cattiva madre, quella che non vuole essere madre, la madre che si redime in quanto generatrice di nuova vita. Molti aspetti, un solo argomento che sembra essere sempre molto presente. Può qualcosa generalmente considerato positivo distruggere delle vite? Può, eccome se può.

Per terminare: un buon giallo si vede dalla fine. Se la fine è scialba, insipida, il giallo può essere di una bellezza sconvolgente, ma mancherà comunque qualcosa, non darà soddisfazione. Un po’ come un bel piatto invitante che però poi si rivela poco gustoso. Questo romanzo ha due finali: quello della vicenda vero e propria, la “scoperta del colpevole” e il finale “fisico” del romanzo, l’ultima pagina. Io preferisco la seconda, il colpevole lo avevo scoperto nei primi capitoli.

Il mio voto per La ragazza del treno è 3 stelle e ¾ su 5. Un ottimo piazzamento, ma vi ho spiegato le mie ragioni. Consigliato a chi vuole una lettura mediamente impegnativa, che combini uno stile snello e immediato con degli interessanti spunti di riflessione e una trama catturante. <

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A presto e ditemi la vostra, se vi va!

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