Spaghetti all'assassina, di Gabriella Genisi

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Autore: Gabriella Genisi
Edito da: Sonzogno
Genere: Giallo

Lolita Lobosco è il commissario capo della sezione Omicidi di Bari ed è bella, brava, intelligente e spassosa. In questo caso si trova a dover indagare sulla morte di un noto chef barese, inventore della celeberrima ricetta degli spaghetti all’Assassina (un nome semplicemente fantastico), un piatto che tutti tranne lei sembrano aver provato e ampiamente apprezzato. Il suddetto cuoco viene ritrovato ucciso in un modo tipico della mafia siciliana, ma gli elementi sono tanti e mano a mano che ci si addentra nella vicenda si scopre, come spesso accade, che le cose non sono come sembrano.

Facciamo la giusta premessa: il libro mi è stato inviato dalla casa editrice Sonzogno. Detto ciò, posso procedere con la recensione.

Leggendo questo romanzo i due accostamenti che mi sono subito saltati alla mente sono Montalbano e The closer.

Il primo, penso non abbia bisogno di presentazioni. Viene citato anche nel testo in quanto amico di Lolita (una trovata che mi è piaciuta molto) ma la sua influenza non si ferma qui, perché l’autrice prende spunto dallo stile di Camilleri ed ecco che i dialoghi tra i personaggi e i pensieri della stessa protagonista si infarciscono di espressioni colloquiali se non dialettali. Un espediente che rende molto umani i personaggi, molto tangibili e restituisce uno humor molto vivo e schietto (molto “del sud” e non mi si voglia male, è una constatazione amichevole e ammirata). Tuttavia, lo stesso espediente nel caso degli stranieri li rende vagamente macchiettistici e forse questo stona con una narrazione altrimenti tutt’altro che banale.

La seconda, invece, è una serie televisiva poliziesca americana piuttosto famosa. Anche in quel caso, il reparto di polizia (forse proprio la Omicidi, o la Crimini maggiori, non ricordo) è diretto da una donna “sfrontata, determinata, femminile e dotata di un sesto senso fuori dal comune” (come leggo riportato sul retro del volume, citazione da una recensione di Repubblica). La descrizione calza a pennello sia per la protagonista del romanzo sia per Brenda, la protagonista della serie. Sono due donne belle, forti, con sottoposti uomini, che affrontano il caso con professionalità e perspicacia, ma apportando comunque una nota femminile.

E a proposito di indagine, sarà che di gialli ne ho letti tanti e ormai mi diverto a fare a gara con il detective del libro o del film per vedere chi scopre prima il colpevole, ma anche in questo caso ci ero arrivata molto presto. In qualche modo, mi aspettavo che il libro finisse proprio come finisce. Dovrebbe essere un brutto segno, no? No. Perché il libro è piacevole, divertente, intelligente. La vicenda non ha niente del rocambolesco ritmo che avrebbe avuto un qualsiasi romanzo anglosassone che fosse partito dalle stesse premesse e invece che atmosfere cupe il sole di Bari in agosto pervade qualsiasi cosa, anche un fatto di cronaca nera. Non vi sono grandi capovolgimenti di trama, ma la vicenda scorre in una dimensione umana, tra interrogatori e appostamenti, errori e scaramucce, risultando piuttosto credibile, piuttosto… italiana.

Il fatto è che, a mio parere, l’indagine sull’omicidio gioca quasi come un pretesto per poter seguire i pensieri del personaggio di Lolita, che è ben cesellato, interessante, ironico; finalmente una donna che è donna e che è femminile e che piange, ama cucinare, pensa agli uomini e si fa le sue fantasie e tuttavia non è affatto di facili costumi e che è pure in carriera e non è un’acida bacchettona e neppure lontanamente antipatica. Finalmente. Perché c’è questa cosa, questa sub-idea che circola e che pervade le donne stesse, temo, che se sei bella e in carriera ci deve essere qualcosa che non va. Devi per forza essere acida, frigida, venduta, incompetente. Qualsiasi cosa, ma non una bella persona. Sarà che noi donne siamo geneticamente invidiose, ma mi aspetterei che almeno le scrittrici, che hanno il potere di divulgare un messaggio che verrà ascoltato -si suppone- da parecchie persone,  siano così sagge da superare lo stereotipo. Molte non lo fanno, purtroppo.

Veniamo ora ad un altro aspetto che mi è piaciuto: la cucina. Siccome la vittima è cuoco, era inevitabile che i rimandi alla cucina e alle ricette fossero molti. Non so quanto possa valere ai fini di questa recensione, ma leggendo mi veniva l’acquolina in bocca, perché oltre all’atmosfera della città (la scrittrice, vive a Bari e si intuisce) il libro ne  restituisce i sapori e gli odori e sembra tutto davvero squisito.

Quindi, il mio voto finale sono 4 stelline su 5. Sento che questa Lolita è un personaggio con cui potrei “fare amicizia”, come è successo con il commissario Adamsberg di Fred Vargas. Ve lo consiglio? Decisamente sì.

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