Storie ciniche, di W. Somerset Maugham

Esistono persone che mettono così tanta convinzione nel mentire, da finire per credere loro stessi ai propri inganni. Ci sono persone che non sopportano la sincerità, etichettandola come mancanza di gusto o cattiveria. Ci sono persone tristemente prone al pregiudizio, oppure ostinatamente cieche di fronte alla realtà. Alcuni non accettano il tempo che passa, oppure proprio non credono di poter avere torto su qualche questione. Altri ancora, sono afflitti da un’opinione di sé stesso sproporzionatamente alta. E poi, oltre a costoro, ci sono quelli che hanno capito il meccanismo e lo sfruttano a proprio piacimento per arrivare ai propri scopi, sfoggiando una gelida caparbietà, disillusione e consapevolezza. Spesso, questi ultimi sono le persone più mansuete e insospettabili.

E’ di questi individui, ritratto dell’ipocrisia e del vizio, ciò di cui parlano i racconti contenuti in “Storie ciniche” di W. Somerset Maugham (Il velo dipinto, La diva Julia, La luna e sei soldi).

L’autore, famoso per i propri ritratti impietosi (specialmente di donne) mette in fila una serie di racconti al limite tra l’ironico e il grottesco, affascinanti nel loro essere cattivi. E’ proprio lo sguardo disincantato ma mai giudicante del narratore a far risaltare tutte le contraddizioni e le falsità in cui i protagonisti annegano, rendendosene conto o meno.

La sensazione è quella che si prova quando, ospite a casa di un amico, assistiamo a dinamiche familiari ormai consolidate ma fondamentalmente sbagliate: litigi (sempre scatenati dalle stesse motivazioni), battute (sempre uguali), frasi ricorrenti, idee condivise ma mai realmente indagate, pregiudizi, maldicenze. Noi, ospiti esterni ed estranei, siamo in grado di accorgercene proprio perché non viviamo in quell’ambiente, mentre chi ne fa parte a stento riesce a credere di meritare una critica o anche soltanto di fare parte di un meccanismo così malandato.

Lo stesso accade per i personaggi dei racconti, tutti presi da apparenze e luoghi comuni, da passioni sregolate, da segreti scottanti da mantenere per non infrangere la facciata della rispettabilità (a tal proposito Prima della festa è un racconto splendido che mi ha lasciata sbigottita).

Lo stile di Maugham fu criticato all’epoca della pubblicazione (tra le due guerre mondiali) poiché ritenuto semplice e poco originale. A leggerlo ora, tuttavia, non gli si può trovare un difetto. Le parole scorrono con una fluidità limpida e precisa, attraversando il giusto equilibrio di forma e contenuto. Inoltre, uno stile più complesso non avrebbe giovato alla narrazione di questi veri e propri “casi umani”, queste storie di distruzione e corruzione, di polvere spazzata sotto il tappeto della borghesia, narrate in modo diretto, divertito e ironico, mai in nessun modo giudicante il vizio o la debolezza ma esclusivamente la stupidità.

Non posso non citare i dialoghi, vere e proprie perle che mi sono trovata spesso a sottolineare (cosa che non faccio quasi mai) e le chiusure dei racconti stessi, perfette e spesso amare, ma mai nel modo in cui ci si era aspettati nel corso del racconto.

Il mio voto è 5/5 e il mio commento a caldo è che mi piacerebbe saper mettere in mostra le debolezze e le contraddizioni umane come Maugham. Perché è un dono, saper dire tanto impiegando poco spazio e poche parole. Inoltre, in un qualche modo i suoi racconti amari, che sbeffeggiano l’ipocrisia senza però condannarla, riescono a infondere uno strano sentimento di serenità. Come a dire che la razza umana è imperfetta, quindi anche noi stessi lettori, ma nessuna di quelle imperfezioni merita un dito puntato contro. Piuttosto, una grassa risata.

O almeno, questo è quello che ha dato da pensare a me.

A chi lo consiglio? A tutti, ma soprattutto a chi si sente perfettamente a posto con la propria coscienza. Se avete conoscenti del genere, questo libro potrebbe essere un perfetto regalo di Natale. A molti farà ridere o storcere il naso, ma sai mai che a qualcuno possa scostare di un po’ la trave che hanno nell’occhio.

A presto!

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