La casa di Parigi, di Elizabeth Bowen

Finalmente, con antipatico ritardo, sono riuscita a terminare la lettura di “La casa di Parigi” di Elizabeth Bowen. Varie vicissitudini si sono frapposte tra me e la pagina 286 di questo classico moderno, ma oggi sono riuscita a portare a termine il mio compito e voglio subito scrivere la recensione, perché di tempo per pensare a questo libro ne ho avuto a sufficienza.

Partiamo dall’autrice. Elizabeth Bowen è stata un’esponente del gruppo di artisti e scrittori chiamato “Bloomsbury”, di cui faceva parte, tra gli altri, anche Virginia Woolf. Ammetto che prima di leggere questo libro non avevo mai sentito parlare di lei, ma credo di essere in buona compagnia: infatti, nella piccola postfazione al testo, Leonetta Bentivoglio ci informa che La casa di Parigi è un libro praticamente sconosciuto in Italia. Non conoscendo la Bowen sono quindi andata ad informarmi sulla sua vita e sulla sua produzione, apprendendo che buona parte di essa si fonda sullo “svelare” quello che si cela sotto la calma della vita borghese, o meglio della “vita con il coperchio”.

Niente di più vero.

La casa di Parigi è un romanzo in tre atti, che si apre con l’arrivo dall’Inghilterra a Parigi della giovane Henrietta, la quale deve fermarsi a casa di una conoscente nell’attesa di prendere un treno che la condurrà fino a Mentone dalla nonna. Lì, in una casa di cui noi esploreremo principalmente tre ambienti (il soggiorno piccolo e pretenzioso con la carta da parati a strisce che lo fa sembrare una gabbia; la stanza della vecchia Madame Fisher, satura d’incenso come una camera ardente; l’ingresso con lo scalone che porta ai piani alti) Henrietta conosce Leopold, un ragazzino pallido e bizzarro, orgoglioso e fragile, che si trova lì per incontrare sua madre, che non ha mai visto prima.

Poco alla volta, il focus si sposterà da Henrietta a Leopold e alla sua piccola tragedia personale, il cui apice viene raggiunto quando alla fine della prima parte la figlia di Madame Fisher, Naomi, gli rivelerà che la madre che tanto attendeva non potrà venire.

Da qui, parte la seconda parte della storia, che si tuffa nel passato di questa madre, raccontandoci le sue ragioni, debolezze e sbagli, mentre la terza parte del romanzo ritorna al presente e conclude la vicenda.

Il tempo è un concetto fondamentale che ritorna durante tutto il romanzo, in cui i fatti narrati si svolgono tutti in un giorno, anzi in poche ore, dalle dieci del mattino (ora in cui Henrietta incontra Leopold) alle sei del pomeriggio, quando la ragazzina prenderà il suo treno. Nel mezzo, si dipana una vicenda tutta interna ai personaggi, perché nella realtà non succede quasi nulla. Quello che sappiamo, ci deriva dalle riflessioni dei protagonisti, dai loro detti e soprattutto dai non detti. Nel complesso, si ha davvero la sensazione che ognuno di loro sia dotato di un coperchio che copre il borbottio del ribollire al loro interno e che se solo fosse sollevato, come accade in alcune infelici occasioni, potrebbe rivelare realtà spiacevoli e sconvenienti. Uno dei personaggi che suggeriscono maggiormente questa sensazione è, a mio parere, Naomi Fisher, una donna ormai sfiorita e fortemente legata al passato della madre e del padre di Leopold, che ha vissuto tutta la vita soggiogata dalla madre arguta e manipolatrice e che ora che la donna è vecchia e inferma, sembra volerla opprimere a sua volta con la propria costante presenza. In un certo senso, mi ricorda Charles Bovary. Charles infatti passa come il personaggio mansueto e ingenuo, premuroso e costantemente vessato dalla moglie, ma in realtà, suggerisce qualcuno, la sua è una vendetta diluita e sottile. Sarà lui infatti, con le sue premure e la sua accondiscendenza, a sospingere Emma verso la fine. E così Naomi.

A sua volta, la vecchia Fisher assume un ruolo quasi diabolico. Confinata in una camera al piano superiore, la sua presenza aleggia sulla casa come Dracula su Londra, come una malattia o come se la casa fosse una proiezione di lei stessa. A questo proposito, in un punto della seconda parte (il “passato”), la madre di Leopold sostiene che “al piano di sotto si è sempre al sicuro, al piano di sopra ci sono i tumulti dell’amore”; questa situazione, in un certo senso, si replica nella casa delle Fisher a Parigi. Al piano di sotto i due bambini giocano, le cose che accadono sono in qualche modo piacevoli e Naomi sembra più tranquilla. Il pericolo è di sopra, dove la vecchia signora inferma non ha smesso di voler esercitare il proprio potere per far sentire a disagio le persone.

La casa in sé, a mio parere, è a sua volta un personaggio, un po’ come in un racconto di fantasmi. Nelle classiche “haunted house”, infatti, i fantasmi non sono i soli antagonisti ma è la casa stessa, in qualche modo, a prendere vita. Anche in questo caso, sebbene i fantasmi siano solo dentro i personaggi e non veri spettri, la casa sembra ospitare due realtà diverse e incupirsi o restringersi a seconda delle percezioni soggettive. Infatti, come la Bowen stessa scrive, “lo spazio è legato agli stati emotivi”.

Certo, il romanzo non è privo di quelli che noi, ora, considereremmo difetti. Vi sono passaggi fin troppo modulati sulla mentalità dell’epoca in cui è stato scritto che a noi risulterebbero decisamente forzati o “sbagliati”, descrizioni allo stesso tempo ardite e vagamente pretenziose, un costante riferimento alla differenza tra le personalità della gente proveniente da diversi paesi (E’proprio inglese! È proprio francese!) che adesso ci sembrerebbero infondati, ma in tutto questo non sono riuscita a capire se l’autrice non facesse che scimmiottare una mentalità borghese che lei rifiutava oppure se in fondo quei meccanismi fossero anche dentro di lei. Mea culpa, non posso darvi un giudizio su questo.

Tuttavia, mi ha stupita la modernità di alcuni passaggi e della vicenda della madre di Leopold, raccontata quasi con crudezza, senza nasconderne gli aspetti ambigui come invece si tende a fare in quel genere di situazioni, che vengono spesso iper-romanticizzate.

Il mio voto a questo romanzo è 4 stelle su 5.

A tratti l’ho trovato involuto e di difficile comprensione, lo ammetto. Lo stile è senza dubbio particolare, moderno ma allo stesso tempo romantico, e ci vuole un po’ di concentrazione per adattarvisi. Per un po’ ho pensato che una volta terminato non mi avrebbe lasciato molto ma ora che l’ho terminato mi accorgo che è accaduto tutto il contrario. Per cui, se vi troverete in difficoltà durante il racconto, persistete e dategli una possibilità, perché l’atmosfera di cui è impregnato e la modernità e umanità a tratti inquietate a tratti disarmante dei personaggi, le trame sotterranee, quello che bolle sotto il coperchio e la casa dove tutto si svolge vi rimarranno impressi a fondo.

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