Paper magician, di Charlie N. Holmberg

Trama:

Ceony Twill si è appena diplomata all’accademia per aspiranti maghi Tagis Praff e vorrebbe diventare una Fonditrice, una maga dei metalli. Invece, la direzione della scuola ha deciso per lei e la ragazza finirà, riluttante, a fare l’apprendista di Emery Thane, un Piegatore, ovvero un mago della carta, il materiale più innocuo che ci sia. All’inizio scettica e disgustata, Ceony inizia presto a comprendere il fascino dietro l’elemento a cui si è vincolata e a provare stima e affetto verso il suo strambo ma gentile maestro. Così, quando un evento catastrofico irromperà nella loro quiete, Ceony partirà per salvare la vita dell’uomo, a costo di mettere in pericolo la propria e scoprire oscuri e scomodi segreti…

Il mio commento:

Halleluja! Sono troppo contenta di aver letto questo delizioso libro, perché mi ha fatto tornare la fiducia nella letteratura per ragazzi. Ma dopo questo slancio di entusiasmo, ripartiamo con calma.

Paper magician (o The paper magician, nella versione originale) è la prima parte della trilogia ideata da Charlie Holmeberg (in Italia è edito da Fanucci -che mi ha inviato una copia in lettura e per questo li ringrazio-) e secondo me è nettamente al di sopra della media delle pubblicazioni per ragazzi e giovani adulti degli ultimi anni.

I punti a suo favore sono molti, alcuni oggettivi altri forse un po’ più personali:

-I personaggi sono diversi dal solito. Emery Thane, il mago della carta, avrebbe un aspetto quasi ordinario se non fosse per lo sguardo, veste male ed una persona particolare con delle fisime tutte sue. In più ha la veneranda età di trent’anni e li ha davvero, nel senso che non si comporta come un ragazzino. Ceony invece è una ragazza di diciannove anni (anche qui, siamo sopra la media) che si è sempre impegnata alacremente, riuscendo brillantemente negli studi, pur proveniendo da una famiglia poco agiata; è risoluta ma anche gentile e dopo il primo momento di diffidenza, durante il quale si dimostra fredda nei confronti del suo nuovo maestro, metterà da parte l’acredine e si darà da fare, arrivando quasi a stringere amicizia con l’uomo. In poche parole, è una ragazza matura e non la solita ochetta etichettata come “ribelle” ma che è soltanto una ragazzetta impertinente senza idee né profondità.

-Lo stile è semplice, fluido ma non povero e spesso ci vengono fornite descrizioni che scendono addirittura nei dettagli: merce rarissima, al giorno d’oggi. In generale, mi ricorda un po’ lo stile di Zafon, non tanto ne L’ombra del vento quanto nei tre libri che compongono la Trilogia della nebbia. Come diceva Federica Frezza in un suo video (la conoscete? Se no, conoscetela! Cercate Prismatik310 in Youtube), “Zafon scrive i libri per ragazzi che io avrei voluto leggere da giovane”. In parole povere: Zafon scrive ottima letteratura per ragazzi, utilizzando un linguaggio semplice ma costruendo delle storie ottime, con la giusta dose di oscurità e luce, di superficialità e profondità. Così secondo me fa la Holmberg in questo primo libro.

-La narrazione è in terza persona, al passato remoto. Credo mi sia scesa una lacrimuccia quando ho cominciato a leggere e ho scoperto questo -per me- fondamentale elemento che sembra ormai essere retaggio di un’epoca antica e sorpassata, oppure riservato solo ai “libri noiosi”. E basta con queste narrazioni alla prima persona singolare, presente indicativo. Sono insopportabili e sottraggono alla narrazione molto più di quanto aggiungano. Ma cos’è questa moda? Qualcuno me lo sa spiegare? Perché tutto questo presente, questi “io faccio”, “io dico”, “io penso”, “io vado”, “io mangio”, “io corro”… Perché scrivere al presente se l’Io narrante sta ripercorrendo dei ricordi del passato? E’ un brutto tentativo di far immedesimare il lettore? Vi prego, qualcuno mi illumini. A me, comunque, questo tipo di narrazione disturba. Leggere la terza persona al passato remoto della Holmberg è stato un respiro d’aria fresca.

-La vicenda ha un ritmo più sostenuto nella seconda parte ma in generale tiene bene la tensione fino alla fine. Forse alcune parti avrebbero potuto essere più corte, altre più lunghe, ma nel complesso la successione delle vicissitudini che Ceony deve attraversare cattura l’attenzione e intrattiene fino alla fine. Il corpo centrale, ovvero la missione di salvataggio, è un susseguirsi di eventi serrato e sottile, che si conclude con una bella immagine simbolica, ed è la parte che mi è piaciuta di più del romanzo.

Veniamo ora ai difetti, o meglio alle debolezze:

-L’ispirazione per questo libro è molto evidentemente Il castello errante di Howl. Nel libro (più che nel film di Miyazaki, che è il mio preferito dello studio Ghibli) Howl è un affascinante e misterioso ma svagatissimo mago, al cui cuore e nel cui passato sono legati dei segreti. E così è Emery Thane. Allo stesso modo, Ceony e Sophie si somigliano molto: entrambe sono risolute, femminili (con tutte le debolezze e gli arrossimenti del caso), ottime cuoche e aiutano il loro maestro su un piano molto pratico -perché loro non sono in grado di badare a sé stessi- ad esempio assicurandosi che mangino. Dopo di che, in entrambi i casi il “male” irrompe brutalmente ed entrambe le ragazze partono al salvataggio del “prince in distess” (?). In più, c’è una consistente spruzzata di Harry Potter: l’accademia di magia, la scuola superiore Granger, il Consiglio dei maghi e via dicendo. Disturba tutto ciò? Dipende. Perché alla fine tutto è già stato scritto e l’abilità sta nel non rendere scontata e noiosa la propria non-totale-originalità. Questo libro ci riesce. Tuttavia, qualcuno potrebbe lamentarsi delle somiglianze.

-La cattiva è un po’ troppo macchiettistica e a differenza degli altri personaggi, che sono più costruiti, lei sembra solamente la classica pazza, gnocca manipolatrice. Spero che evolva prossimamente.

-Il contesto è vago e si estrapola principalmente attraverso i discorsi dei personaggi, le riflessioni di Ceony e qualche accenno geografico. Siamo a Londra, all’inizio del ‘900, ma non molto viene detto a riguardo e il lettore non riesce a capire se la storia è ambientata in un universo steampunk oppure realistico ma alternativo. Da migliorarsi.

Il mio voto è 4 stelline su 5.

Nel complesso si può dire che abbia molto apprezzato questo primo romanzo e sono certa che andrò a recuperare gli altri due appena saranno disponibili. Sia chiaro che non lo sto innalzando a capolavoro. Tuttavia bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare e nell’ambito degli Young Adults/New Adults, Paper Magician merita un posto di riguardo, perché è originale, maturo, diverso e piacevole. E se lo dico io, che con gli YA/NA ho un rapporto che definire di disgusto reciproco sarebbe un eufemismo, allora vuol dire che vale davvero la pena leggerlo.

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2 thoughts on “Paper magician, di Charlie N. Holmberg

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