#ScrittoDaMe: Il gabbiano

Che mi piace scrivere forse ve l’ho già detto (scritto) in articoli precedenti, ma ovviamente non vi ho mai fatto leggere nulla di mio. Così ho pensato: perché non provare? Le cose belle succedono quando esci dalla comfort zone, giusto? Preso un bel respiro ho quindi deciso che in questo penultimo giorno dell’anno voglio tentare la sorte e tentare pure voi, lettori occasionali, proponendovi questo racconto breve.

Buona lettura 🙂

P.s.: Se mi lascerete un commento alla fine, il vostro 2016 sarà più bello e fortunato. Sìsì. blinkblinkblink


 

«Confessami, confessami sant’uomo!»
Ed egli si segnò la fronte pia.
«Subito dimmi, te lo ingiungo, dimmi
Che razza d’uomo tu sia.»

Erano le undici e mezzo di una fredda serata di marzo. Il tempo prometteva di volgere presto in tempesta e solo sporadiche raffiche di vento rompevano la pesante quiete. La mole del castelletto dei conti Giusti, in cima ad una bassa collina, si stagliava contro il cielo plumbeo. Una sola delle decine di finestre era illuminata. Al terzo piano, nel salotto privato del conte, era in corso una riunione a lungo attesa tra vecchi amici d’infaniza. L’adolescenza e poi gli studi e i viaggi e i matrimoni e gli affari li avevano divisi, ma ora si erano ritrovati.
« Spade ! » esclamò Angelo, gettando le sue carte sul tavolo da gioco.
Un mormorio d’insoddisfazione percorse gli altri tre giocatori.
« Pare che io abbia vinto di nuovo » commentò l’uomo, spegnendo la propria sigaretta e accendendone un’altra. « Qualcuno vuole perdere per l’ennesima volta ? »
« Io getto la spugna » mormorò Riccardo. Teneva una mano premuta sulla fronte mentre l’altra stringeva il quarto bicchiere di whisky vuoto. Non era mai stato un gran bevitore e in quel momento la testa gli pulsava terribilmente.
« Spugna ? Mi fa venire in mente un modo di dire sul troppo bere » intervenne il conte, versando con naturalezza il liquore nel proprio bicchiere.
« Oh, finitela. Non ho mai bevuto molto e questo è il risultato » si schernì Riccardo. Ad ogni parola le sue meningi sembravano sul punto di scoppiare.
« Credo che tua moglie beva più di te » osservò Giacomo mentre riordinava le carte sparse sul tavolo.
« Non berrebbe così tanto se avesse appresso un marito invece che una seconda figlia » disse una voce proveniente da un’imponente poltrona sistemata davanti al camino.
« È tutta colpa del tuo whisky se sto così male. Risparmiami l’ironia, Sam » si lagnò Riccardo, alzandosi. Barcollando si avvicinò alla seconda poltrona, accanto a quella dov’era seduto Sam, e vi si sedette con attenzione, cercando di muovere la testa il meno possibile.
« Ora, vi prego, lasciatemi in pace » disse, poi appoggiò la testa sulla mano destra e chiuse gli occhi, deciso a farsi passare la sbronza.
« Sam, gioca tu con noi ! C’è bisogno del quarto » esclamò Angelo, ansioso di poter dimostrare la propria superiorità come giocatore e come baro.
Sam aveva giocato soltanto la prima mano, poi si era ritirato insieme ad un libro scovato tra l’enorme vastità di titoli in possesso del conte.
« Non credo lo farò » rispose Sam, con quel suo accento inglese che gli derivava dai primi anni di vita trascorsi in Inghilterra e che dopo trent’anni non lo aveva ancora abbandonato.
« Che noia. Tu e la tua ossessione per la lettura » sbottò il conte. « Cos’hai scelto, questa volta ? »

« E un buon vento del sud spirò da poppa;
E l’Albatro ci seguiva,
E ogni giorno per cibo o per diletto,
Al richiamo dei marinai veniva!

Tra la foschia sull’albero o le sartie,
Venne per nove sere, e si posava;
Tra le cortine candide di nebbia

 Il chiarore lunare rifulgeva. »

« Ah, quella cosa sul gabbiano » esclamò annoiato il conte.
« Un albatro » lo corresse Giacomo.
« È uguale. »
« Non esattamente. Un albatro è molto più grande e ha abitudini diverse. Per esempio, è monogamo. Ed è la femmina a scegliere il maschio. »
« Dimenticavo che sei naturalista » sbottò il conte appoggiandosi allo schienale della propria sedia con aria ancora più annoiata. « E anche prolisso. »
« E tu il solito caprone ignorante » sbottò Giacomo, offeso.
« Ma ricco e bello » rispose il conte servendosi l’ennesimo bicchiere di whisky. La bottiglia terminò.

« “Che Dio ti scampi vecchio marinaio
Dai demoni che tanto t’hanno afflitto!
Perché tal sguardo?” “Con mia la balestra
Quell’ albatro ho trafitto.”
»

La voce di Sam era pacata, ma qualcosa nel suo tono costrinse gli altri a zittirsi e ad ascoltarlo.
« Quante storie per un gabbiano » ridacchiò il conte. Le sue parole vennero sottolineate dalla luminosa apparizione di un lampo e dal rombo di tuono che ne seguì.
« Un albatro » lo corresse Giacomo.
« Quello che sia » sbottò il conte.
« È che il gabbiano era una sorta di ospite e i marinai pensavano che portasse bene, che con esso venisse il vento. Non è così ? » domandò Angelo.
« Sei un letterato ! » esclamò il conte.
« A volte io leggo » rispose Angelo, con una punta di acidità nella voce da basso.
« La storia di questo gabbiano ucciso me ne fa venire in mente una che ho sentito tempo fa… » iniziò il conte, ignorando la battuta dell’amico. Un secondo tuono riecheggiò nella notte. L’uomo sorrise, si accese un sigaro e iniziò a raccontare con studiata calma : « Dunque : ero in una qualche regione a nord della Francia, per lavoro. Mi trovo in un piccolo paese, sovrastato da un castello. Non come questo, molto più grande. Stava su una collina, svettante, a picco su una scarpata. Ne ero affascinato e chiesi chi vi abitasse un tempo e i paesani mi dissero che non era una bella storia, quella dei proprietari. Io la volli sapere comunque e così mi raccontarono che il maniero era stato abitato fino ad appena un decennio prima. Una sera, il proprietario aveva fatto riunire tutta la sua famiglia per una cena imponente. Erano arrivati cugini, zii, mogli e mariti di parenti morti, ragazzi e raggini. Gente che non si incontrava da anni. Avevano mangiato e bevuto tutti insieme e poi, uno dopo l’altro, erano caduti morti. Uccisi. »
« Tutta la famiglia…sterminata ? » domandò Giacomo. Angelo invece borbottò senza riuscire a mettere dello spirito nelle parole : « Ma guarda ! Anche noi siamo stati invitati a cena da te dopo tanti anni… »
« Fu eliminata anche la servitù » aggiunse il conte, quasi con soddisfazione.
« Ma per quale motivo ? »
« Nessuno lo sa » disse il conte. « Ma qualcuno sospetta che il proprietario del castello volesse distruggere un segreto. »

« Ed io avevo fatto qualcosa di non bello,
E che avrebbe portato molto male:
Dissero che trafissi quell’uccello
Che faceva soffiare il vento australe.
“Empio” dissero “uccidere l’uccello
Che faceva soffiare il vento australe.”
»

La voce di Sam serpeggiò tra loro portando con sé quelle parole di colpa.
« Smettila con quell’uccello ! » ruggì il conte.
« Si tratta solo della morte di un gabbiano » ridacchiò Sam. « Ti infastidisce ? »
« Sì » sbottò il conte. « Infastidisce tutti, anche te Riccardo, non è così ? »
Riccardo non rispose.
Il conte lo chiamò per un paio di volte, poi intimò a Sam di svegliarlo. « Si deve essere addormentato a causa dell’alcol » disse, ridacchiando sotto i folti baffi.
« Allora lasciamolo dormire » rispose Sam.
« No ! Lui non si può addormentare così. Ho aspettato quasi vent’anni per rivedervi, di tempo per dormire ne avrete in abbondanza quando sarete morti. »
« Hai una fissazione… » mormorò Angelo, ma nessuno lo udì.
Sam si sporse verso l’alta poltrona, dove Riccardo stava immobile. Gli toccò la mano che reggeva la testa e questa scivolò di lato. Riccardo non si svegliò.
Sam lo chiamò più volte, lo schiaffeggiò, lo scosse, ma non sortì alcun effetto.
« Maledizione. Cosa succede ? Sta male ? » esclamò il conte, dirigendosi verso la poltrona. Spinse via Sam e riprese a scuotere l’amico.
« Manda a chiamare un medico ! » disse Giacomo.
« Non si può, il telefono è rotto da questa mattina ! » rispose il conte.
« Credo sia morto » constatò Sam, la voce pacata.
« Vado a chiamare qualcuno » Angelo si diresse velocemente verso la porta del salotto, ma il conte lo fermò prima. Non c’era nessuno in casa. La servitù aveva il giorno libero e il maggiordomo, l’unico che quella sera avrebbe dovuto essere presente, era invece ricoverato in ospedale da un paio di giorni.
Angelo fu improvvisamente paralizzato da un sentimento oscuro, che lo assalì alle spalle come un nemico codardo. Qualcosa, nella sua mente, si svegliò. Un ricordo lontano, una macchia nera che aveva dimenticato, era tornato a farsi vivo.
Di colpo si voltò verso gli amici, lo sguardo mutato in una maschera di collera . « Che cosa pensavi di fare ? » esclamò alla volta del conte.
Questi alzò lo sguardo dal cadavere di Riccardo e lo fissò sull’amico.
« Che cosa stai dicendo, Angelo ? Ci sono stupefacenti dentro quelle tue sigarette ? »
« Non prenderti gioco di me ! » urlò Angelo. La collera lo faceva fremere dalla testa ai piedi. Si sentiva come cieco e sordo, mentre ogni fibra del suo corpo era in tensione. Non avrebbe fatto la fine di Riccardo. Non lo meritava. L’idea non era stata sua. Lui aveva solo partecipato.
« Cosa ti prende ? » intervenne Giacomo.
« Non hai capito ? » ruggì Angelo in risposta.
« Io…non… » Giacomo stava in piedi accanto al tavolo da gioco, spostando lo sguardo da Angelo al conte senza capire. Qualcosa, nella sua mente, trillava come impazzita, ma lui non la stava a sentire.
« Te ne sei forse dimenticato ? Pensavo di averlo fatto anche io, ma tutte le sue stupide storielle sulle cene e i sui segreti hanno fatto il loro dovere. »
A quel punto, Giacomo parve congelarsi. Voltò la testa verso il conte con un movimento meccanico, le iridi vacue come se dietro non ci fosse più nulla. Come se Giacomo si fosse perso in un lontano passato che lo aveva risucchiato nel suo vortice.
Il conte ridacchiò nervosamente. « State scherzando ? » esclamò.
« Tu vuoi ucciderci » mormorò Giacomo. La sua voce era lontana, come la sua mente.
« Come vi viene in mente ? »
« Vuoi farci fuori perché non possiamo mai parlarne con nessuno, non è vero ? » La voce di Angelo trasudava rabbia. Il volto era rosso, i tratti distorti. Stringeva le mani così forte da impiantarsi le unghie nella pelle.
Il conte guardava i due uomini con occhi smarriti.
« Era nel whisky ! Non è così ? Hai avvelenato tutti noi ! » Angelo gridava così che ad un tratto gli mancò la voce. La tempesta ormai scoppiata faceva da controcanto alle sue parole di collera. Un lampo fu seguito da un tono. La luce del lampadario tremolò.
« Ma non credere che ce ne andremo da soli! » esclamò l’uomo. Un attimo dopo, Angelo era saltato addosso al conte, il quale, preso alla sprovvista, cadde e sbatté la testa contro il bracciolo della poltrona dove Sam stava ancora seduto. Sangue prese a ruscellargli lungo la fronte, tra le folte sopracciglia. Angelo, che era alto e molto forte, lo afferrò l’uomo, lo sollevò e lo sbatté con forza verso il tavolo da gioco. Di nuovo il conte sbattè la testa. Il sangue gli impiastricciò i capelli scuri, scendendo sulle orecchie e sul collo. Angelo gli prese la testa tra le mani, ma quella, resa viscida, gli scivolò tra le dita. Così il conte riuscì a liberarsi dalla presa dell’amico e ad arrivare al caminetto prima che lui lo raggiungesse. Con un movimento fluido, da bravo schermidore, estrasse un ferro dalla rastrelliera accanto al caminetto, lo librò nell’aria e lo agitò davanti a sé.
« Ma cosa ti succede ? Sei impazzito ? » urlò. L’attizzatoio sfiorò l’orecchio di Angelo, il quale, con cieca determinazione, continuava ad attaccare l’uomo che aveva chiamato amico fino a qualche minuto prima. Il conte arretrò cercando di allontanarsi dall’uomo, fendendo l’aria davanti a sé come se volesse scacciare degli insetti; aveva la vista e la mente annebbiate per via dei colpi ricevuti alla testa. Angelo cercò di immobilizzargli il braccio, ma lui si sottrasse dalla presa e lo colpì con l’attizzatoio all’altezza dell’orecchio. Angelo urlò e barcollò. Il conte, alla vista di quella dimostrazione di vulnerabilità, parve rilassarsi per un attimo, ma in quell’attimo  Angelo si rialzò, più furioso che mai, e si gettò addosso all’amico cercando di stringergli le mani intorno al collo. I due uomini si scontrarono, lottarono per qualche eterno secondo, poi Angelo, che dei due era il più grande e forte, venne scosso da un singulto. Si bloccò, sembrò dire qualcosa, poi crollò addosso al conte e questi, oramai tristemente debole, perse l’equilibrio e cadde, battendo la nuca contro il piede intagliato dello scrittoio che stava accanto alla finestra. Rimase fermo, gli occhi sbarrati, la bocca aperta in una sorta di espressione sorpresa, come se non si aspettasse di poter finire in quel modo. Il corpo di Angelo, invece, scivolò di lato rivelando un coltellino a scatto impiantato dritto nel cuore. L’arma era appartenuta al fratello maggiore del conte, morto da tempo, e lui la portava sempre in tasca. Non era mai servito a nulla, fino a quella sera.
Altri fulmini, altri rombi di tuono. La luce saltò, come se la tempesta volesse fare dell’ironia.
Giacomo era ancora in piedi dove si trovava all’inizio della collutazione. Non aveva spostato lo sguardo di un solo centimetro. Prima fissava il conte, ora i suoi occhi fissavano nel buio il punto in cui si trovava Sam.
« Anche lui aveva bevuto il whisky » mormorò d’un tratto, la voce ridotta ad un monotono sussurro.
« Sì » rispose Sam.
« Lo hai portato tu il whisky » continuò Giacomo. La sua voce senza emozione si librava nell’aria piena dell’odore del sangue del tutto simile ad un alito di aria gelida insinuatosi tra i vetri istoriati della finestra.
« Sì. »
« Non c’era nessun veleno » constatò Giacomo.
« C’era solo per Riccardo » spiegò Sam.
« E per gli altri ? »
« La colpa è un veleno sufficientemente potente. Non lascia alcuna traccia e per farlo agire basta solo dire le parole giuste. Altre volte basta stare in silenzio al momento giusto » rispose Sam.
« E cosa dirai a me ? » chiese Giacomo. Un tremito si era impossessato della sua mano destra e non accennava ad acquietarsi.
« Tu sei un naturalista, quindi ti parlerò in termini che tu possa comprendere : la femmina aveva scelto il maschio, ma gli altri dello stormo non erano d’accordo. Così hanno deciso di prendersi quello che volevano. Poi hanno ucciso la femmina e mentito all’albatro che era stato scelto. »
« Ed io avevo fatto qualcosa di non bello, e che avrebbe portato molto male » mormorò Giacomo. « Però alla fine della ballata, Dio perdona il marinaio. »
« Io sono l’albatro, non Dio » disse Sam.
« Ma io non c’entro… » sibilò Giacomo. Si sentiva sul punto di piangere, ma le lacrime non venivano.
« Tu non c’entri ? » ripeté Sam, la cui voce usciva dal buio come da un incubo.
« Io non ho fatto niente » continuò Giacomo. « Io guardavo soltanto. »
« Capisco » rispose Sam. « Dopotutto, tu sei una persona curiosa, e studi gli animali. Avrai trovato sicuramente interessante il comportamento di quei tre giovani esemplari. Un evento raro, un colpo di fortuna, una manifestazione straordinaria in cui era impensabile interferire. »
Nel buio, Giacomo strinse tra le dita l’orlo della giacca cercando di placare il tremore che ora aveva colpito anche la sua mano sinistra. Brividi freddi gli scorrevano lungo la schiena, ma lui non riusciva nemmeno a percepirli. La sua mente era troppo lontana, immersa in un orrendo ricordo pieno di urla e richieste di pietà e sangue e risa. Urla umanissime e risa simili a latrati di cane.
Sam si mosse, ma Giacomo se ne accorse solo quando gli fu a pochi centimetri di distanza.
Qualcosa di duro spingeva contro il suo petto. Giacomo abbassò lo sguardo. Un lampo squarciò il cielo e i suoi occhi incontrarono il minaccioso profilo di una pistola.
« Ti prego » sussurrò, ma fu più una sorta di spasimo involontario che una vera invocazione di pietà. « Ho soltanto… »
« Lo so. Lo so molto bene. E ti perdono » lo interruppe Sam, afferrando la mano inerme di Giacomo. Poi la sollevò e la avvolse attorno al calcio della pistola. Infine, puntò l’arma contro di sé.
« Che situazione incresciosa » proseguì Sam. Giacomo non smetteva di tremare e la canna della pistola ballava contro il suo petto.
« Ti sto regalando la possibilità di uccidermi, e non mi dispiacerebbe che tu lo facessi. Mi avete privato della felicità molto tempo fa, coprendo la sua scomparsa con un’orrenda bugia. Da quel momento, la mia vita è stata intrisa di ombre. Ora però ho avuto la mia vendetta. Tu puoi liberarmi completamente, puoi darmi la felicità, la pace eterna. Puoi salvarmi ! » continuò Sam, afferrando la canna dell’arma con una mano per tenerla ben ferma e posando l’altra sulla spalla di Giacomo. « Quindi, cosa farai ora, mio pavido amico ? Mi salverai ? » domandò.
Il silenzio che cadde dopo quelle parole parve vibrare insieme al cuore di Giacomo, che fremeva come le ali di insetto intrappolato.
Il fiato caldo di Sam sfiorò il suo orecchio. Un altro lampo illuminò l’uomo piegato verso di lui.
« Oppure starai a guardare ? »
Quelle parole caddero dentro Giacomo come dentro un pozzo profondo. Scivolarono nell’oscurità per un tempo che parve infinito ; poi, quando toccarono il fondo, qualcosa si mosse. Giacomo si ricompose e la sua presa intorno al calcio della pistola si fece più salda. Alzò il mento, con fare deciso.
« No » esclamò. « Qui dentro è buio, non potrei vedere niente. »
In un attimo, sollevò la pistola, aprì la bocca e ci infilò dentro la canna e fece fuoco.
Una pioggia di sangue e materia cerebrale inondò il pavimento. Il corpo di Giacomo si accasciò a terra. Un lampo illuminò la macabra riunione.
In piedi in mezzo ai cadaveri dei suoi amici, Sam osservò il proprio operato con gelida amarezza, ma anche con una nuova sensazione di pace che sfiorava quasi la soddisfazione.
« Hai visto, Giacomo ? » disse rivolto all’uomo appena morto. « A volte basta solo dire le parole giuste. Altre volte basta stare in silenzio al momento giusto. »
Scavalcò i corpi e si accostò alla finestra. La pioggia sferzava i vetri a nido d’ape. I cieli oscuri lampeggiarono ancora, un tuono profondo rombò a breve distanza. E poi il silenzio.


Et voilà. The end.

Spero vi abbia intrattenuti! A presto,

G.

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BUON NATALE A TUTTI

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Vi faccio i miei auguri di buon Natale, o lettori occasionali! Spero che questa giornata passi in modo piacevole, qualsiasi sia la vostra concezione di “piacevole” 😊
Cos’avete ricevuto di bello? Vi va di scrivermelo? Se avete ricevuto libri potreste scrivermi i titoli! Io a breve farò un post con quelli che ho ricevuto io 😜

G.


#Inlibreria: Novità Fazi per il 2016

Gennaio:

SCORPION DANCE, DI SHIFRA HORN

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La storia di Orion, un ragazzo che ha perso il padre durante la Guerra dei
Sei Giorni e che viene cresciuto da due donne nel quartiere di Old Katamon, è un viaggio di straordinaria intensità tra i suoni, i colori, i profumi e le ferite di Gerusalemme che dall’Olocausto giunge ai giorni nostri. Orion porta sulle spalle il peso di un padre che non ha mai conosciuto, il dolore per l’abbandono della madre, che, rimasta vedova troppo giovane, vola in Australia per risposarsi, e soprattutto il ricordo di Johanna, la nonna tedesca che parla un pessimo ebraico e odia la Germania. Quando Orion incontrerà la sua Basherte, una cantante d’opera berlinese con cui vivrà un’appassionata storia d’amore, si troverà a fare i conti con la propria individualità, con il passato del popolo ebraico e con l’ultimo, essenziale, segreto di Johanna. E né Sarah, il pappagallo parlante dai sentimenti umani ereditato dalla nonna, né il glicine giapponese che avvolge con una forza soprannaturale la sua nuova casa, né Falada, il camioncino biblioteca dotato di volontà propria e senso dell’umorismo, basteranno a salvarlo da un vortice di incertezza, sradicamento e lutto. Come nella danza dello scorpione, questo romanzo, complici un sottile realismo e un lirismo sofisticato, si riavvolge in continui movimenti tra passato e presente, e ci accompagna attraverso la lotta per la sopravvivenza dei tre protagonisti, sempre in bilico tra il desiderio di ricordare e la necessità di dimenticare. Shifra Horn, con lo sguardo di chi è abituato a interrogarsi sulla propria storia, è abilissima nel mescolare l’amore e le relazioni umane a questioni difficili come il tema della memoria e dell’identità.

RUGGINE, DI ANNA LUISA PIGNATELLI

ruggine

«Una voce insolita nella letteratura italiana di oggi, lirica, tagliente e desolata», così Antonio Tabucchi definì l’autrice dopo aver letto questo romanzo, rimasto finora nel cassetto. Ruggine è un’anziana donna in un paese di poche anime, additata da tutti come il demonio, la strega da cui guardarsi, messa al bando per i suoi comportamenti ritenuti illeciti e punita per il suo fare schivo e fatalmente remissivo. Nonostante l’innocenza e la rassegnata accettazione di un destino avverso, la condanna del paese sarà senza appello fino allo straziante epilogo, che rovescerà ogni senso di pietà e giustizia.

ARMADALE, DI WILKIE COLLINS

armadale

Quando l’anziano Allan Armadale fa una confessione terribilein punto di morte, non immagina nemmeno lontanamente le ripercussioni che ne seguiranno: il segreto che rivela coinvolge la misteriosa Lydia Gwilt, tentatrice dai capelli rosso fuoco, bigama, dipendente dal laudano e avvelenatrice di mariti. I suoi maliziosi intrighi carburano la trama di questo dramma appassionante: una storia di identità confuse, maledizioni ereditate, rivalità amorose, spionaggio, denaro… e assassinio. Il personaggio di Lydia Gwilt orripilò i critici dell’epoca, al punto che un recensore la descrisse come «una delle donne maligne più recidive di sempre, i cui espedienti e le cui brame hanno infangato la narrativa». Un romanzo innovativo, con una protagonista incredibilmente maligna che resta fra le più enigmatiche e affascinanti donne del diciannovesimo secolo, e il cuore nero di questo sensazionale romanzo vittoriano.

Febbraio:

AL DI LA’ DEL NERO, DI HILARY MANTEL

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La corpulenta Alison si guadagna da vivere comemedium, contattando i morti durante affollate sedute nelle cittadine del Sudest. La sua assistente è Colette, donna scheletrica dal cuore di pietra, cinica quasi quanto lei. Le performance delle due signore sono architettate ad hoc per soddisfare i clienti: Alison sa bene come coniugare le sue doti di deduzione psicologica con la credulità del suo pubblico. Eppure non è una ciarlatana: crede sul serio nel contatto con il mondo degli spiriti, il luogo «al di là del nero». Lei stessa è perseguitata dai suoi demoni: inquietanti figure maschili del passato, che s’impadroniscono della sua casa, del suo corpo e della sua anima, e più cerca di liberarsene, più loro acquistano forza e cattiveria…

LE ACQUE TORBIDE DI JAVEL, DI LèO MALET

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L’aria di dicembre è piuttosto dolce, quest’anno, ma a Hortense
Demessy non importa. Incinta e senza un soldo, chiede l’aiuto di
Nestor Burma: dovrebbe ritrovare suo marito, un vecchio clochard che
è sparito senza lasciare tracce. Burma fa il giro del quartiere, consulta la
veggente Zorga Tinea, da lui soprannominata la Pizia rispettosa,
interroga Wanda di place de Breteuil e la raggiante Jeanne, che abita in
un orribile palazzone popolare. Continua a cercare e visita le fabbriche
della Citroën, il Bal Nègre di Rue Blomet, il caffè di Rue Payen.
Setaccia anche i dintorni di Pont Mirabeau. Non trova il disperso, ma
s’imbatte in una serie di cadaveri.

UNA FAMIGLIA DECADUTA, DI NIKOLAJ LESKOV

DFS

La nipote della principessa, Vera, raccogliendo le storie sullanonna che le sono state raccontate nel tempo da varie persone, ma principalmente dalla fedele e affezionata dama di compagnia Olga Fedotovna e da uno straordinario personaggio, Dorimedont “Don Chisciotte” Rogozin, nome che rivela subito la sua vicinanza con Parfen Rogozin da L’idiota di Dostoevskij, racconta l’ascesa della nonna, che dalla piccola nobiltà di provincia entra a far parte di una delle famiglie aristocratiche più in vista di San Pietroburgo. La cronaca inizia nell’anno 1812, in cui il consorte della principessa resta ucciso nella guerra contro Napoleone, e termina nel 1825 con la rivolta dei decabristi.Vedova a meno di trent’anni – ma ancora giovane e bella – la principessa non è interessata a risposarsi, perché lei ha amato e sempre amerà un unico uomo nella sua vita. Si occupa, invece, con grande impegno dell’educazione dei suoi figli, a cui vorrebbe dare un’educazione genuinamente cristiana, e del benessere dei suoi contadini (siamo ancora al tempo della servitù della gleba). Più che far uso di vuoti discorsi fintamente religiosi (come fa la maligna contessa Choteeva, una bigotta odiosa ed egocentrica, che farà di tutto per rovinarle la vita) la principessa agisce con una bontà fuori dal comune che non può però che procurarle un danno dopo l’altro, soprattutto quando si trasferisce dalla campagna a San Pietroburgo ed è costretta a frequentare i salotti delle dame intellettuali. La corruzione della capitale ci viene descritta con un realismo
“comico” impressionante. Alla fine la principessa, imbrogliata dal genero, il conte di origine tedesca Funckendorff, che dopo aver chiesto la sua mano, e avendo ricevuto un rifiuto, sposa in
alternativa la figlia diciottenne (resa sufficientemente frivola dall’educazione ricevuta nel collegio di
San Pietroburgo), perde quasi tutto. I suoi contadini cadono sotto la gestione disumana e crudele
dell’amministratore tedesco nominato da Funckendorff.

 


#Ticonsigliounfilm: speciale Studio Ghibli

studio_ghibli

Salve, lettori occasionali. Ho pensato che mancasse da un po’ un post a tema cinema e questa sera ho deciso di proporvi qualcosa di un po’ speciale, ovvero la mia Top 3 di titoli creati dal leggendario Studio Ghibli.

Siete pronti? Via!

TERZO CLASSIFICATO:

LA PRINCIPESSA MONONOKE

Guarda il trailer!

Questo meraviglioso film racconta la storia di Ashitaka, il principe di una remota tribù che per salvare sé stesso e il proprio popolo intraprende un viaggio che lo catapulterà nel mezzo del conflitto tra uomini e natura, tra la spietata civiltà e la forza di ciò che è selvaggio e incontrollabile, mistico.

Sarà proprio a causa di questo conflitto che farà la conoscenza di Mononoke, una giovane ragazza che vive nella foresta, allevata dai lupi, che combatte furiosamente contro gli uomini che vogliono distruggere la sua foresta per alimentare le fucine della loro città. Mononoke significa spirito vendicativo ed è proprio così che viene vista dagli uomini ma Ashitaka non accetterà questo punto di vista e…

Non vi dico altro. Le musiche, l’animazione, la trama, tutto è perfetto fino nei minimi dettagli. L’atmosfera del film è più cupa di quanto ci si aspetterebbe dallo Studio Ghibli ma questo no fa che accentuare il carattere epico e leggendario (e più adulto) della narrazione.

Ascoltami!

Ascoltatevi il meraviglioso tema musicale di Mononoke (con relativa canzone, che adoro).

Di seguito il testo:

haritsumeta yumi no   furueru tsuru yo
tsuki no hikari ni zawameku   omae no kokoro

togisumasareta yaiba no utsukushii
sono kissaki ni yoku nita   sonata no yokogao [1]
kanashimi to ikari ni hisomu
makoto no kokoro wo shiru wa mori no sei
mononoke-tachi dake   mononoke-tachi dake 

The trembling bowstring of a drawn bow
Pounding in the moonlight, your heart

The beauty of a sharpened blade
Thy profile looks very much like that sword point. [1]
Lurking in the sadness and anger
The only ones who know your true heart are the forest spirits
Only the spirits, only the spirits… [2]

SECONDO CLASSIFICATO:

LA CITTA’ INCANTATA

Guarda il trailer!

Chihiro si sta trasferendo con la famiglia e non ne è per niente felice. Ad un certo punto, lei e i genitori decidono di fare una pausa lungo la strada e si imbattono in un antico portale. Una volta attraversato, finiscono in uno strano luogo, pieno di bancarelle come un mercato ma totalmente disabitato. Tuttavia, il cibo esposto è invitante e pronto per essere mangiato. Così, mentre Cihiro esplora i dintorni i suoi genitori iniziano a ingozzarsi e quando la bambina torna indietro li ritroverà tramutati in… maiali! Proprio a quel punto cala la sera e la misteriosa località disabitata si popola di spiriti. Ma Chihiro deve salvare i suoi genitori da un’esistenza sotto forme suine e così è costretta a farsi assumere e lavorare nelle grandi terme per spiriti, che sono l’attrazione principale della misteriosa località turistica.

La città incantata è stato premiato con l’Oscar come Miglior film d’animazione e se lo merita. E’ perfettamente costruito, poetico e spiritoso, pieno di metafore e temi importanti come l’avidità, l’importanza del lavoro, di ricordare chi si è anche nelle avversità, il valore dell’amicizia e persino una condanna contro l’inquinamento e l’espansione edilizia senza freni.

PRIMO CLASSIFICATO:

IL CASTELLO ERRANTE DI HOWL

Guarda il trailer!

Con questo film mi sono innamorata dello Studio Ghibli e ho iniziato a divorare i loro capolavori uno dopo l’altro.

Sophie è una giovane cappellaia, discreta, non molto socievole, un po’ taciturna, dall’aspetto ordinario e che passa sempre inosservata e a cui va benissimo così. Tuttavia, un giorno incontra un giovane uomo affascinante che l’aiuta a fuggire da dei misteriosi inseguitori. Quello stesso giorno, riceve al negozio la visita di una strega che per punirla delle sue cattive maniere la trasforma… in una vecchietta! Pensando di essere ormai inutile per la sua famiglia e il negozio di cappelli, Sophie se ne va e lungo la strada si imbatte nel castello errante in cui si dica viva il mago Howl, che mangia il cuore delle giovani donne. Non essendo più una giovane donna, Sophie non si fa spaventare e entra nello strano castello. Dentro però trova solo molta confusione, un bambino pasticcione e un demone del fuoco di nome Calcifer che sembra essere il motore del castello stesso. Solo in seguito scoprirà l’identità di Howl e il segreto legato al suo cuore…

Impossibile non innamorarsi di questa meravigliosa favola moderna, con protagonisti che si fanno amare al primo sguardo (io, personalmente, ho una cotta per Howl, ma questo è un altro discorso). Come per tutti i film del Ghibli, la trama è avvincente e il ritmo incalzante, ma vengono trattati anche temi profondi e si trova lo persino per la comicità.

Vi consiglio anche la lettura del libro da cui è tratto, perché si tratta di un fantasy estremamente piacevole e ben scritto.

MENZIONE SPECIALE:

IL MIO VICINO TOTORO, LA COLLINA DEI PAPAVERI & PORCO ROSSO

Guarda trailer di Totoro!

Guarda trailer La collina dei papaveri!

Guarda trailer Porco rosso!

Totoro è forse il più famoso e certamente il più rappresentativo film dello Studio Ghibli. Totoro è un dolce, paffuto e gigantesco “kami” che due sorelline appena trasferitesi col padre in una casa di campagna troveranno per caso sotto il grande albero di canfora che si trova vicino al loro villaggio. Magico film con una meravigliosa colonna sonora (ascoltatevi, The path of the wind).

La collina dei papaveri è piuttosto recente e forse non famoso come gli altri, ma io l’ho adorato. Due ragazzini, lei tutta seria e studiosa lui un po’ più scapestrato, si mettono a collaborare per salvare il club di arte della loro scuola. Ambientato negli anni ’60, si sfiorano temi come la guerra, la morte, la solitudine e la malinconia, ma anche il tradimento e l’amarezza. Infatti, ad un certo punto i due ragazzi scopriranno un segreto riguardo alle loro nascite che farà sospettare loro di essere, in realtà, fratelli…

Porco rosso è un film particolare, interamente ambientato sull’Adriatico, tra le coste della dalmazia e quelle italiane! L’atmosfera e le ambientazioni sono ricostruite in modo ineccepibile, dimostrando in grande amore di Hayao Miyazaki per l’italia. Ma anche quello per gli aereoplani. Infatti, il protagonista, Marco, è un aviatore, il migliore in circolazione. Peccato che per alcune circostanze particolari la sua faccia sia stata trasformata in quella di un maiale…

Spero di avervi incuriositi, o lettori occasionali! I film dello studio Ghibli sono molti più di questi, ma vi ho menzionato quelli che hanno un particolare significato per me. Vi andrebbe di farmi sapere quali sono i vostri preferiti e perchè? 🙂



Big Magic, di Elizabeth Gilbert

9781594634710

Arrivo, eh. Piano, ma arrivo.

Iniziamo subito col botto: Big Magic è un manuale sulla creatività che si legge come un romanzo e infatti leggerlo mi ha prima di tutto divertita e intrattenuta molto.

La Gilbert (autrice del celeberrimo Mangia, prega, ama) ha uno stile frizzante, diretto, che parla al lettore come se lei in persona ci stesse chiacchierando durante un’uscita amichevole e ho trovato questo particolare molto piacevole. In secondo luogo, tutta la “narrazione” è infarcita di aneddoti buffi o meno, sempre intrattenenti e utili per fissare il concetto che la l’autrice vuole esprimere.

Ma qual è il concetto? Beh, non ce n’è uno e uno solo, tranne forse quello secondo cui la cosiddetta “vita creativa” vale la pena di essere vissuta a pieno. La Gilbert esplora le varie sfumature della creatività, o meglio del manifestarsi di essa all’interno di qualcuno, invitando il lettore, capitolo dopo capitolo, a seguire il proprio impulso artistico (di qualunque impulso si tratti) ma tenendo i piedi bene a terra.

Big Magic mi ha un punto di vista sulle cose molto interessante e alcune volte inedito, che mi hanno davvero dato una spinta verso una maggiore consapevolezza e un approccio più efficace alle cose. Molte altre cose che ho trovato scritte le avevo pensate io stessa e rileggendole nel libro di quest’autrice mi sono sentita piacevolmente “capita”, ma mi sono anche chiesta se tali idee non siano terribilmente autoreferenziali, quelle di una sedicente artista che se la canta a proposito della sua stessa vita, che se la giustifichi e incensi. Sono arrivata alla conclusione che non è così e che piuttosto possiamo parlare di una interpretazione molto positiva della vena creativa, forse facilmente fraintendibile (supericiale o infantile) ma in realtà piuttosto pragmatica.

Per concludere, la cosa più importante che ho tratto dalla lettura di Big Magic è stata tanta, sana positività. Per la prima volta, dopo aver letto un manuale che parla (soprattutto di) scrittura, mi sono ritrovata a pensare “ce la posso fare”. Giuro, provate e mi saprete dire. Credo che trovare qualcuno o qualcosa che ti faccia pensare che ce la puoi fare sia importantissimo, in ogni ambito, qualunque sia la cosa che tu voglia fare, ed è per questo che sono contenta di aver letto questo best seller.

Di solito non do loro molta fiducia, ma questa volta ho fatto bene.