Lo chiamavano Jeeg Robot

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Sappiamo tutti che il cinema italiano è sprofondato in un baratro molto profondo. Da anni sembra che non siamo più in grado di sfornare qualcosa di diverso, a meno che non si parli di  inutili commedie così identiche tra loro da sembrare fatte in serie o drammoni (altrettanto simili tra loro) conditi di pianti e silenzi. E si sa che quando qualcosa viene reiterato abbastanza a lungo nel tempo, quel qualcosa diventa abitudine o, in termini cinematografici, uno standard. Quindi, possiamo dire che le commedie idiote e i drammoni sono il nostro standard.

Purtroppo, la situazione rispecchia più o meno quelli che sono i gusti dello spettatore medio italiano, gente che va al cinema per “staccare il cervello” e che non ha voglia di farsi intrattenere con qualcosa di inedito, particolare o anche semplicemente ben fatto. Gli basta sorbirsi due ore di scoregge.

Figuriamoci quando escono film che osano, come Lo chiamavano Jeeg Robot. “Un cinecomic italiano? Bleah, che schifo! Lasciamole fare agli americani queste cose, che noi non siamo capaci.” Questo è quello che molti hanno pensato. Invece di essere entusiasti all’idea che qualcuno (in questo caso Luca Mainetti) abbia deciso di dirigere un film sui supereroi ambientato in Italia (a Tor Bella Monaca, per la precisione), con bravissimi attori italiani, una sceneggiatura ottima e un comparto tecnico davvero buono (nonostante il budget non sensazionale), lo spettatore medio storce il naso. Finisce così per sottolineare, reiterare e dimostrare che in Italia siamo dei provincialotti senza orgoglio col complesso di inferiorità.

Perché non è affatto vero che “gli americani sono capaci e noi no”. Certo, negli USA il budget è così stratosferico che puoi permetterti di creare interi mondi in CGI, di assumere mezza Nuova Zelanda come comparsa e pagare attori super conosciuti perché portino un sacco di ragazzini al cinema. Ma se andiamo a togliere gli effetti speciali e le enormi battaglie, i film sui supereroi americani rimangono vuoti e pieni di retorica.

In Lo chiamavano Jeeg Robot abbiamo invece crudo realismo. Il protagonista Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un uomo che vive in un appartamento squallido, mangiando yogurt e guardando porno. Per vivere rubacchia. E’ solo, senza amici (“Io non so’ amico de nessuno”). La prima cosa che decide di fare dopo aver scoperto di avere dei poteri sovraumani è sradicare un bancomat e portarselo a casa. La sua controparte, lo Zingaro (interpretato da Luca Marinelli), è un minuscolo criminale di periferia ossessionato dall’immagine, dall’apparire e dalla sua voglia di rivalsa, di apparire, di essere riconosciuto. Ha partecipato a Buona Domenica e tiene il poster della stagione incorniciato. Ha una passione per la musica italiana anni ’80. Sa di essere un signor nessuno ma non si fermerebbe davanti a niente per arrivare dove vuole. Viscido, arrogante, psicopatico. E poi c’è Alessia (Ilenia Pastorelli, pescata da Il grande fratello). E’ lei la grande appassionata di Jeeg Robot. Alessia ha un passato difficile, segnato dagli abusi, e per proteggersi ha creato il proprio mondo immaginario che ruota attorno al celebre cartone animato che guarda continuamente e di cui deve ascoltare la sigla per addormentarsi. Alessia è dolce, ingenua, buona. Sarà lei a identificare Enzo con Hiroshi Shiba, il protagonista di Jeeg Robot, e a instillare in lui l’idea che forse può veramente aiutare la gente.

Ma lì dove negli USA ci sarebbero state palate di retorica sulla responsabilità, i poteri e via dicendo, qui c’è solo uomo chiuso, disilluso, provato che evolve un poco alla volta, in modo inaspettato e intelligente.

Vale la pena di vedere questo film. Anche solo per la scena finale che non vi spoilero. I personaggi vi rimarranno impressi e sono certa che nessuno di loro avrebbe sfigurato in un film americano, salvo che i suddetti personaggi hanno senso solo in quanto frutto di un degrado urbano e morale tutto italiano.

Buttate via i pregiudizi, lettori occasionali, e andate a vedere Lo chiamavano Jeeg Robot. Tra i tanti film italiani che escono ogni anno, vale la pena premiarne uno che osa e riesce nel suo obiettivo.

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#Inlibreria!

Segreto di famiglia

Mikaela Bley

Dal 3 marzo

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A Stoccolma è un freddo e piovoso venerdì di maggio, quando la piccola Lycke, di

soli ot t o anni, scompare improvvisament e nel cent ro della cit t à.

La rete televisiva nazionale si lancia subito sulla notizia e manda sul campo un’inviata

specializzata in cronaca nera, Ellen Tamm. Chi ha visto Lycke per l’ultima volta? Chi sono i

suoi genitori? Il padre e la madre di Lycke sono separati ed è stata la nuova moglie del

padre ad accompagnare la bambina al centro sportivo, dove se ne sono perse le tracce. La

donna, madre a sua volta da poco, racconta la sua versione dei fatti, ma ci sono delle zone

d’ombra nella testimonianza. La tata che ha cresciuto la bambina è chiusa nel dolore. La

madre di Lycke invece è imperscrutabile, soffre ancora il peso del divorzio e di una

depressione post partum mai affrontata. Il padre, dal canto suo, non si dà pace. Nel

frattempo Ellen si impegna in una ricerca spasmodica, nonostante la corruzione della

polizia, i sempre più strani comportamenti dei genitori di Lycke e le frecciate velenose dei

colleghi. Ma ha deciso di fare il possibile per fronteggiare la situazione da vera

professionista, perché questo caso le ricorda da vicino ciò che conosce sin troppo bene:

segreti di famiglia, bugie, inganni che la obbligheranno a confrontarsi con il proprio doloroso

passato, mentre le speranze di ritrovare la bambina scomparsa si assottigliano…

Daniela Alibrandi

Una morte sola non basta

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L’affresco di vent’anni di storia sociale e culturale d’Italia, raccontato attraverso la lente di un grande e coinvolgente romanzo (neo)realistico

Nelle librerie dal 17 marzo 2016

Esce per Del Vecchio Editore,Una morte sola non basta di Daniela Alibrandi. E’ la storia commovente e avvincente di una relazione profonda e complessa che porta i segni della violenza e delle fragilità di un’epoca. E’ 
il racconto del passaggio all’età adulta di due giovani – prima bambine e poi adolescenti – le cui storie nascono 
si sviluppano e si concludono intrecciandosi con le vicende di un’intera generazione e la Storia di una nazione in fermento, colta nella transizione dalla semplicità degli anni Cinquanta al folgorante e ottimistico sviluppo del boom economico degli anni Sessanta, fino alle contraddizioni, ai contrasti e alle ipocrisie degli anni Settanta.

Ilaria e Michela condividono molte cose. Sono nate nella Roma degli anni Cinquanta e hanno affrontato entrambe la violenza di genere e non di chi avrebbe invece dovuto proteggere la loro infanzia. Si incontrano già adolescenti: hanno ormai lasciato alle spalle i sogni del “miracolo italiano” e, anche in conseguenza di ciò che hanno subìto, cominciano a collezionare errori e profonde delusioni. Nel coinvolgente rapporto che si instaura, nascerà il tentativo di un reciproco riscatto che le porterà a un epilogo totalmente imprevedibile.

Shumona Sinha – Calcutta

euro 15.00

Collana Gare Du Nord – in libreria dal 25 febbraio

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 «Accompagnandoci nel suo viaggio verso le proprie radici, Shumona Sinha ci racconta l’India al di fuori di ogni retorica» Libération

 «La scrittura di Shumona Sinha, indiana che scrive in francese, non è meno raffinata di quella dei più grandi autori nati a Parigi» Le Monde

 Una città, Calcutta, nella quale una giovane donna ormai parigina torna per assistere alla cremazione di suo padre. E lì ritrova il quartiere, la casa, gli oggetti della sua infanzia. Tutto la sconvolge. E i ricordi, l’olio di ibisco per ammorbidire la follia di sua madre, la coperta rossa che nel granaio nascondeva le armi di suo padre comunista. Un libro forte e dolce insieme, una scrittura straordinariamente ricca ed evocativa, un’autrice che dopo aver conquistato la Francia si propone adesso con forza anche in Italia.

Joseph Conrad – Racconti dell’inquietudine

 euro 10.00

Collana Pére Lachaise – in libreria dal 25 febbraio

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La vita di Joseph Conrad fu un lungo viaggio intorno al mondo durato ventiquattro anni e poi un viaggio ancor più lungo nella memoria di quel primo viaggio, durato altri trenta. Fino alla sua morte Conrad scrisse e pubblicò più di trenta romanzi e numerose raccolte di racconti, tra cui quella riportata in questo volume, creando alcuni dei più grandi capolavori della letteratura di lingua inglese. Il mare, il viaggio, la sofferenza e gli uomini più strani diventano materia viva nella sua narrazione e la sconvolgente forza dei suoi racconti nasce direttamente dalla vita vissuta, dalle esperienze, dal passato, che tornano con la violenza di ciò che è stato e non soltanto immaginato.

Dino Campana. L’alchimia della parole

euro 7.90

Collana Sorbonne – in libreria dal 25 febbraio

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«Io sono indifferente, io che vivo al piede di innumerevoli calvari. Tutti mi hanno sputato addosso dall’età di 14 anni, spero che qualcheduno vorrà al fine infilarmi. Ma sappiate che non infilerete un sacco di pus, ma l’alchimista supremo che del dolore ha fatto sangue»

Dino Campana è stato un’anomalia nella storia della letteratura italiana: «Il poeta di una breve stagione» scrisse Eugenio Montale che definì la sua poesia in prosa come «europea musicale colorita». È per questo che a distanza di un secolo la sua poesia, legata indissolubilmente alla sua odissea biografica, continua ad affascinare molti lettori. Dopo la morte in manicomio nel 1932, i più importanti intellettuali italiani, da Alfonso Gatto a Carmelo Bene a Sebastiano Vassalli, hanno rivalutato la figura del poeta di Marradi definendolo in tanti modi: «poeta notturno», «poeta visivo» e persino «poeta maledetto». Perseguitato dal seme della follia fin dall’infanzia, in conflitto con gli intellettuali sostenitori del Futurismo, vittima di un amore impossibile con la scrittrice Sibilla Aleramo, Campana è riconosciuto oggi come uno dei più grandi poeti del ‘ 900, vissuto unicamente al servizio della «parola», ostile fino all’ultimo a un sistema di valori e a una società che stavano andando rapidamente in pezzi.

Ernst Haffner
FRATELLI DI SANGUE
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Un caso letterario da un autore di cui si è persa ogni traccia: «il libro più misterioso dell’anno» secondo Bild-Zeitung. Il volume fu pubblicato per la prima volta a Berlino nel 1932 dall’editore Bruno Cassirer con un altro titolo: Jugend auf der Landstrasse Berlin. Il libro fu vietato l’anno dopo con l’avvento del Nazismo e finì nei famigerati roghi di libri. Da quell’anno libro e autore finirono nel dimenticatoio, soprattutto dopo i bombardamenti del ’43 che incendiarono gli archivi dell’editore e la loro corrispondenza. Da allora si era persa ogni traccia, fino a qualche tempo fa, quando è stata ritrovata una copia e il libro è stato ripubblicato in Germania, quindi negli Stati Uniti, con un’accoglienza sorprendente di critica e pubblico. Finalmente a marzo arriva anche in Italia, dove ovviamente non è mai stato pubblicato. Questa in estrema sintesi la storia intorno al libro. Poi c’è naturalmente la trama, altrettanto avvincente e affascinante.
Berlino, anni Trenta. La città pullula di adolescenti senzatetto. Fratelli di sangue è una delle tante gang di strada, formata da otto minorenni che si aggirano tra i vicoli nei dintorni di Alexanderplatz vivendo di piccoli furti e prostituzione, costantemente in fuga dalle forze dell’ordine. Haffner ci conduce nelle viscere di una Berlino sottorranea e gelida, fatta di ospizi di fortuna, mense popolari, fabbricati abbandonati e bettole. Un universo popolato da vagabondi e vecchi mendicanti, da artisti di strada e suonatori invalidi, da gigolò, borsaioli e spazzaneve, raccontato con il realismo più crudo, senza lasciare spazio a pietismi. Una storia vera e necessaria di amicizia e disperazione, ma soprattutto un profetico documento storico, una testimonianza dell’atmosfera di apocalittica decadenza che dominava la Germania alla vigilia dell’ascesa del nazionalsocialismo.
Una vera scoperta.

Nikolaj Leskov
UNA FAMIGLIA DECADUTA
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Una nuova edizione per il capolavoro di Leskov, considerato dalla critica uno dei più grandi scrittori russi dell’Ottocento, insieme a Tolstoj, Dostoevskij e Turgenev.
Scritto nel 1874, è forse il romanzo in cui Leskov riconosce più chiaramente l’attimo tremendo che lega la gioia allo sconforto, quando la felicità si comincia a fare desiderio e timore. È l’esistenza nella sua pienezza, la semplicità assoluta degli uomini a raccontare come la vita, quanto più ricolma, già decada e dia conto di una fatica ineluttabile, dello sconforto per ciò che deve fallire. È proprio questa verità, ripetuta in filigrana, pagina dopo pagina, a commuovere da sempre i lettori.
Parte di una grande trilogia che comprende anche Gli ecclesiastici e Tempi antichi nel villaggio di Plodomasovo, Una famiglia decaduta è uno dei capolavori della letteratura russa dell’Ottocento. Lo stesso Leskov lo riteneva il suo romanzo più maturo e senz’altro il più vicino al suo cuore.

 


#Ticonsigliounfilm: Deadpool

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Sfacciato, spassoso, scorretto. Infarcito di Easter Egg come se non ci fosse un domani.

Deadpool è principalmente questo. Ma è anche un bel tentativo di innovazione nei confronti di quello che oramai è lo standard del cinecominc.

Siamo passati dai film leggerini e super divertenti dei primi anni 2000 (oramai leggendari, come il primo X-men e Spiderman di Raimi, con Tobey McGuire), alla fase più scura e cerebrale forse iniziata da Batman Begin di Nolan, dove i supereroi si fanno anche delle domande e la loro morale, da bianca, diventa grigiolina. Ora invece siamo entrati nel mood “mettiamo in discussione tutto quanto abbiamo imparato fino ad ora”; e infatti ci aspettano la Civil War tra Cap e Tony Stark (io sono #teamcap, non c’è dubbio. E voi?), lo scontro tra Batman e Superman e, apice, una squadra di cattivi (l’attesissima Suicide Squad) che fa il lavoro sporco per degli ipocriti “buoni” solo di nome. E poi c’è Deadpool, che prende questo e quello e spara a zero su tutto.

Sono estremamente contenta che abbiano prodotto questo film. Bravo Ryan Reynolds che hai insistito tanto e bravo anche per come ha dato vita al personaggio. Ma senza rivolgersi direttamente al buon Ryan, vediamo prima di tutto chi è questo Deadpool:

Deadpool, il cui vero nome è Wade Winston Wilson, è un personaggio dei fumetti creato da Fabian Nicieza (testi) e Rob Liefeld (disegni), pubblicato dalla Marvel Comics, apparso per la prima volta in New Mutants (vol.1) n.98 (febbraio 1991). A causa della sua parlantina inarrestabile viene soprannominato il Mercenario Chiacchierone (The Merc with a Mouth).

Wade Wilson ha un passato da teppista ed è stato congedato dall’esercito per insubordinazione. Dopo aver scoperto di essere afflitto da un cancro in fase terminale, Wade decide di entrare in un progetto segreto chiamato Arma X, dove viene sottoposto a una sperimentazione che mira a riprodurre il fattore rigenerante del mutante Wolverine in altri soggetti. Apparentemente la procedura fallisce e Wade viene trasferito nella struttura di accoglienza destinata ai reietti del progetto, l’Ospizio, che è guidato da un certo dottor Killebrew e da un Sorvegliante (che Wade chiama col proprio nome: Francis). Nell’Ospizio, il dottore conduce esperimenti non autorizzati e presto Wade, per via del suo carattere irriverente e irritante, diventa la sua cavia preferita. Nel frattempo, i pazienti che tengono una lotteria su chi sarà il prossimo a morire sotto i ferri, la dead pool (da qui il nome). Ad un certo punto, dopo innumerevoli esperimenti e torture, il fattore di rigenerazione si attiva in lui legandosi però indissolubilmente col tumore. Questo lascia la sua pelle solcata da una miriade di rughe e cicatrici che gli danno un aspetto mostruoso impossibile da guarire, in quanto le cellule tumorali si rigenerano e guariscono ciclicamente e così la sua pelle non può in alcun modo essere guarita. La mutazione però lo affligge anche a livello cerebrale. Infatti, poiché i suoi neuroni si rigenerano a un ritmo folle, Deadpool è estremamente brillante ma altrettanto soggetto a repentini sbalzi d’umore e può passare dalla perfetta lucidità alla più violenta follia.

Ma vediamo alcuni dei motivi per cui dovreste vedere questo film:

-L’umorismo: volgare, a volte eccessivo ma il più delle volte azzeccato. In questo senso, Wade Wilson si mangia tutti gli altri in un boccone, anche se ci sono dei comic relief al comic relief, come il barista o Colosso, e la cosa è geniale.

-La violenza: vi chiederete se sono matta ma sì, la violenza. È esagerata, tarantiniana (anche se in realtà tarantino ha pescato questo elemento dai film asiatici, #sappiatelo), ma c’è e questo è importante. Insomma, quando i supereori fanno crollare palazzi ed esplodere cose, credete che nessuno si faccia male? Che fine pensate che facciano tutti quei poliziotti che fanno loro da spalla? E credete davvero che nessuno sanguini mai? Che se a uno sparano in testa tutto ciò che esce sia un discreto schizzo di sangue? Ecco, almeno Deadpool non vuole farvi credere questo.

-La quarta parete: come saprete (o come avrete sentito in giro, non so), una delle peculiarità del Deadpool fumettistico è di infrangere la quarta parete, ovvero parlare direttamente al lettore. Qui Deadpool parla allo spettatore ed è figo. Potevano esagerare e rendere la cosa ridicola o ridondante, ma non è successo. In più, funny fact, Deadpool infrange la quarta parete perché è cosciente di essere in un fumetto mentre gli altri personaggi no, di conseguenza credono che questo suo parlare con qualcuno di invisibile sia solo una dimostrazione della sua follia.

-Il cast: Ryan Reynolds ha finalmente la sua rivincita e si dimostra praticamente l’impersonificazione del personaggio stesso. I comprimari fanno il loro lavoro. Morena Baccarin è bella e brava e non da l’idea di essere una damsel in distress, nemmeno quando la rapiscono. Ed Skrein, il nostro Daario Naaris 1.0 che interpreta Francis (Ajax), è senza capelli, doppiato da un vero inglese e viscido al punto giusto. Colosso è riprodotto esattamente come nei fumetti ed è un gigante dal cuore gentile mentre Testata Mutante Negasonica è la perfetta adolescente composta da “cupi silenzi seguiti da commenti acidi”. Non parla molto, ma è una bella presenza.

-Gli Easter Egg: ce n’è di tutti i colori, per tutti i gusti.

-La colonna sonora: è perfetta e spacca di brutto, per dirla come i ‘cciovani.

Ascolta queste due!

Shoop

X don’t give to ya

Il motivo principale, comunque, resta sempre e solo lui, Deadpool. Uno dei personaggi più amati di sempre.

Penso sia positivo che abbiano scommesso su un film rivolto principalmente ad un pubblico adulto. Sappiamo tutti che Marvel punta principalmente sui rEgazzini, ma a lungo andare le limitazioni imposte dal target di riferimento si fanno sentire e sviliscono delle storie che potrebbero salire di svariati gradini in qualità.

Quindi ecco. Non aspettatevi di vedere un capolavoro di film, qualcosa di assolutamente innovativo dal punto di vista registico oppure con una trama mozzafiato. Niente di tutto questo. Ma l’esperimento è perfettamente riuscito, il film è stat un successo e forse ci troviamo di fronte all’iniziatore di un nuovo standard per i cinecomic.

E voi, che ne pensate? Avete visto Deadpool? Scrivetemelo!

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#Inlibreria!

Per chi ama i dibattiti:

Ponte alle Grazie in libreria e il Corriere della Sera in edicola pubblicheranno in contemporanea con il nuovo libro di

Michel Onfray

Pensare l’Islam

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Si tratta di una prima mondiale del libro che l’autore ha deciso, con gesto polemico e provocatorio, di non pubblicare in Francia. Il libro contiene una postfazione corposa in cui l’autore argomenta questa scelta. L’argomento, il nostro rapporto con l’Islam dopo i fatti di Parigi, è naturalmente attualissimo, e il libro contiene materia incandescente di dibattito e numerosi spunti di riflessione. Onfray è il personaggio intellettuale del momento in Francia (vedi attenzione della stampa francese qui sotto, e grande eco su quella italiana) e uno dei pensatori contemporanei più influenti.

Dopo i fatti di Charlie Hebdo, una nuova e più sanguinosa strage jihadista fa vacillare i valori fondamentali della repubblica francese rischiando di innescare una deriva autoritaria in tutta l’Europa; questo mentre la coalizione contro l’ISIS si allarga pericolosamente facendo emergere complicità per troppo tempo ignorate e acuendo le tensioni tra gli Stati convolti nella crisi siriana.

Nel Corano si predica la pace o al contrario si inneggia alla guerra? Ha senso ritenere che l’Islam, in quanto tale, sia incompatibile con la cosiddetta civiltà occidentale? Ciò a cui stiamo assistendo non è forse il prodotto di un conflitto planetario scatenato più di un decennio fa in nome del profitto, un conflitto che ha armato la mano di coloro che oggi minacciano la nostra incolumità e che quasi ogni giorno seminano terrore e morte in tutto il mondo arabo? Michel Onfray, partigiano del libero pensiero che non ammette compromessi, cerca di rispondere a queste domande cruciali affidandosi alle armi della critica e all’analisi delle fonti, in un libro «vietato» in Francia, dove il dibattito pubblico si sta progressivamente omologando alla narrazione imposta dalle autorità e alle semplificazioni dei media. Per questo, il libro che qui presentiamo costituisce la prima edizione mondiale.

Mantenere la lucidità, avere il coraggio di analizzare i fatti per quello che sono, senza infingimenti e ipocrisie, permette di tracciare una via di uscita da una catastrofe annunciata che nessuno sembra avere intenzione di scongiurare. Pensare l’Islam vuole contribuire al risveglio della razionalità in un mondo sempre più assediato dai demoni della follia, prima che sia troppo tardi.

Per chi ma i gialli:

Andrew Nicoll

La vita segreta e la strana morte della signorina Milne

In libreria dal 25 febbraio

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Nulla è come sembra a Broughty Ferry, tranquillo paesino sulla costa scozzese. Jean Milne, ad esempio, è una matura zitella che vive sola in una lussuosa villa di ventitré stanze (quasi tutte chiuse) ed è, per i suoi concittadini, un modello di rispettabilità. Eppure, quando viene trovata brutalmente assassinata nella sua abitazione con i piedi legati e il cranio fracassato, l’immagine pubblica, che così a lungo ha resistito, comincia a incrinarsi. Chi può avere ucciso in maniera tanto feroce una signora così riservata? E perché, di colpo, conoscenti e testimoni diventano elusivi e reticenti? E chi è l’uomo che, su carta violetta, le ha scritto, alla vigilia dell’assassinio, una lettera a dir poco personale? La notizia del crimine si diffonde rapidamente per tutta la Gran Bretagna, suscitando nei lettori delle gazzette una curiosità così morbosa che la polizia si sente subito sotto pressione: bisogna trovare un colpevole e bisogna trovarlo in fretta, anche a costo di qualche procedura non proprio scrupolosa. A indagare, con i più moderni ritrovati della scienza investigativa (siamo nel 1912), viene chiamato da Glasgow l’ispettore Trench, un esperto per i casi più difficili, affiancato dall’attento sergente Frazer, agente della polizia locale. Man mano che i due scavano nella vita della signorina Milne, i segreti della sua esistenza vengono a galla. E alla fine sarà uno shock per tutti. Basato su una storia vera, e ricostruito grazie a una meticolosa ricerca negli archivi della polizia e nei giornali dell’epoca, questo caso viene riaperto con sapiente talento narrativo e tocchi di britannico humour.

Per i single (ma non troppo):

Liz Tuccillo

SINGLE

ma non troppo

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Essere single, o forse meglio zitelle: una maledizione o una scelta di vita? Possibile che tante donne belle, intelligenti, in carriera, non riescano a trovare un uomo che sappia amarle e proteggerle come meritano, e continuino a collezionare solo rapporti sbagliati? Se lo chiede Julie, brillante scrittrice di Manhattan, dopo una serata disastrosa con le sue quattro migliori amiche, una serata iniziata a ballare scatenate sul bancone di un bar e conclusasi al pronto soccorso. La domanda «Perché non riesco a trovare un uomo?» non se la pongono solo Julie e le sue amiche di New York, ma anche centinaia di donne in ogni parte del mondo, così Julie decide di affrontare il problema da scrittrice. Partirà per un viaggio ai quattro angoli del pianeta, dalla Francia all’Australia, passando per Roma, Rio de Janeiro, Pechino e Nuova Dehli, in un’avventurosa indagine sulla ricerca dell’amore, sul sesso, sulla passione ma anche sull’amicizia, la solidarietà, la complicità femminile. Mentre Julie viaggia e incontra donne diverse con gli stessi problemi, a New York le sue amiche continuano la loro difficile esistenza, fra tradimenti, tragici appuntamenti al buio, ricerca di donatori di sperma e battaglie per l’affidamento dei figli… Esiste una regola dell’amore? O forse il bello dell’amore è proprio non avere regole? Dall’autrice della serie cult Sex and the City, una nuova, esilarante commedia sull’amore e sul sesso, una storia in cui ogni donna, single o no, saprà riconoscersi con una risata liberatoria.

Per i giovani adulti:

Everneath

Brodi Ashton

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A    volte    l’Inferno    è    più    vicino    di    quanto    immagini.        Per    molte,    moltissime    settimane    Nikki    Bennett    è    scomparsa,    svanita    nel    nulla.    Senza    nemmeno    una    parola    o    una    spiegazione.    Perché    una    spiegazione    razionale    per    quello    che    le    è    successo    non    c’è.    Nikki    è    stata    risucchiata    all’Inferno,    imprigionata    in    un    mondo    disperato    e    privata    di    tutte    le    emozioni.    Adesso,    però,    le    è    stata    data    una    possibilità:    quella    di    tornare    a    casa    per    sei    mesi,    sei    mesi    soltanto.            Nikki    è    decisa    a    riprendersi    la    propria    vita.    Vuole    trascorrere    ogni    singolo    minuto    con    la    famiglia    e    con    Jack,    il    ragazzo    che    ama    più    di    se    stessa.    Ma    c’è    un    problema:    Cole,    l’Eterno    dal    fascino    oscuro    che    l’ha    seguita    dall’Oltretomba    e    che    è    pronto    a    tutto    pur    di    riaverla.    Nikki    sa    di    avere    pochissimo    tempo    per    cambiare    il    proprio    destino.    Prima    che    l’Inferno    la    reclami…    questa    volta    per    sempre.            L’indimenticabile    storia    di    un    amore    maledetto    e    immortale.    Il    mito    classico    di    Persefone    torna    a    vivere    nelle    pagine    del    primo di una nuova, bellissima serie dalla suggestiva cornice paranormale.

Per i fantascientifici:

La trilogia di Marte

Kim Stanley Robinson

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A partire da luglio 2016, Fanucci porterà in libreria e sui vostri e-reader la Trilogia di Marte di Kim Stanley Robinson.

I romanzi Red Mars (unico volume già pubblicato in Italia, nel 1995, con il titolo Il rosso di Marte), Green Mars Blue Mars raccontano la colonizzazione del pianeta Marte e il conseguente processo orientato a renderlo abitabile per gli esseri umani. Lo spazio come nuova frontiera, la colonizzazione di pianeti lontani e l’ingegneria genetica sono alcuni dei temi trattati in questa saga fantascientifica, tra le più importanti degli ultimi decenni.


Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, di Dale Furutani

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Se siete amanti di Sherlock Holmes (e perché no, anche del Giappone) allora vi consiglio caldamente di leggere “Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone”, edito da MarcosYMarcos. Il titolo di questa raccolta di racconti è certamente accattivante. Adoro Sherlock Holmes e studio giapponese, quindi i due elementi collegati hanno un certo appeal. Mi domandavo cosa sarebbe potuto uscire da questo mix ma il mio (vaghissimo) scetticismo è scomparso dopo le primissime pagine. Ma procediamo con la recensione:

            Nel prologo, l’autore utilizza il classio espediente del manoscritto ritrovato: ci informa infatti di aver ricevuto in regalo alcuni vecchi taccuini scritti in giapponese e in inglese e di aver scoperto, dopo averli fatti tradurre, che il contenuto riguarda le avventure vissute da un medico dell’epoca Meiji e di un certo signor Sigerson. Sigerson altri non è che Sherlock Holmes in incognito fermatosi in Giappone per un breve periodo durante quei tre anni di peregrinazioni che intercorrono tra la sua presunta morte e il suo ritorno in scena. Gli appunti ritrovati dall’autore sarebbero stati scritti proprio dal dottore di cui sopra, di nome Junichi Watanabe (J.W., John Watson anyone?), che riporta i casi risolti dal suo strano ospite (spesso definito henna gaijin ovvero “strambo straniero”). Il luogo in cui il tutto si svolge è una piccola località giapponese in cui è sorta una nutrita comunità di stranieri di cui il dottor Watanabe è appunto il medico.

         Nel prologo ci viene subito chiarito che Sigerson-san (come viene chiamato da Watanabe) è Sherlock Holmes e questo crea l’effetto tipicamente filmico per cui lo spettatore conosce già l’identità di un certo personaggio ma i protagonisti della vicenda no. Fanno sorridere le perplessità del dottor Watanabe di fronte alle strabilianti capacità deduttive dell’uomo che lui crede a tutti gli effetti un esploratore e per di più norvegese.

“Anzi, credo che Sigerson-san abbia sbagliato mestiere: avrebbe dovuto fare l’investigatore o il poliziotto anziché l’esploratore.”

            Mi sembra chiaro che non posso raccontarvi cosa accade caso per caso ma posso dire che l’autore ha rispettato il canone ricostruendo l’atmosfera tipica dei racconti di Doyle. Sigerson-san, avvalendosi del dottor Watanabe come interprete e come guida alla cultura nipponica, riesce sempre ad avere la meglio sul mistero, conquistando con le sue doti e la sua peculiarità prima lo stesso Watanabe e poi la stima dei vari personaggi che si avvicendano di caso in caso. Il metodo deduttivo di Sherlock, i suoi modi asciutti, la sua attenzione quasi morbosa per i dettagli, il repentino risveglio della sua curiosità ogni qual volta gli si presenti un caso interessante, le indagini solitarie e all’apparenza insignificanti, tutto rimanda ai racconti di Doyle, tutto quadra, intrattiene e soddisfa. Sherlock è decisamente Sherlock. Credo che sia impossibile per chiunque riprodurre fedelmente il personaggio originale ma Dale Furutani ci va piuttosto vicino e per questo non mi sono sentita tradita.

            Ogni caso risolto da Sigerson-san è anche un espediente per soffermarsi su qualche particolare della cultura giapponese, che sia la proverbiale diffidenza dei nihonjin (i giapponesi) verso qualsiasi tipo di straniero, il modo in cui vengono progettati i giardini tradizionali o la storia dei maneki neko (quei buffi gatti bianchi con la zampa alzata che vedete spesso nei negozi e nei ristoranti orientali). Oltre a questo, Furutani dipinge piccoli affreschi (relativamente brevi, un po’ come gli Haiku che aprono i capitoli) di un’epoca fondamentale per il Giappone. Siamo nell’era Meiji e questo ha appena subito una forzata modernizzazione e con esso si è venuta a creare una nuova società al cui interno convivono (e lo fanno ancora oggi) elementi tradizionali e innovazione importata dall’estero, da cui deriva un peculiare, silenzioso, tenace ma talvolta buffo scontro di civiltà: il dottor Watanabe è esperto in “medicina olandese”, ovvero medicina occidentale, che è ben diversa da quella tradizionale; i missionari occidentali stanno cercando di evangelizzare il Paese per liberarlo dalla barbarie della loro cultura tradizionale ma a quanto pare, con un certo disprezzo da parte degli ecclesiastici, i giapponesi fanno una certa fatica a distinguere tra le varie confessioni (e i gaijin a distinguere tra shintoismo e buddismo); gli stranieri si lavano poco o niente e non sono in grado di entrare nella vasca nel modo corretto oppure di inchinarsi nel modo giusto a seconda della situazione, e via dicendo.

            In tutto questo, il dottor Watanabe è una voce fuori dal coro. Ha studiato per un certo periodo a Londra, parla l’inglese e ha una mente molto più aperta della maggior parte dei suoi connazionali pur rimanendo comunque fiero del proprio paese e della propria cultura. Il suo punto di vista si pone ad un livello intermedio: non si astiene dal criticare (sempre internamente, senza mai essere sgarbato!) le abitudini bizzarre di Sigerson-san o di altri stranieri ma allo stesso tempo non approva l’atteggiamento diffidente o addirittura di disprezzo che nota in alcuni suoi compaesani.

           Concludendo, ho trovato questo romanzo-a-racconti (perché in fondo i casi sono tutti collegati, uno influenza l’altro e i personaggi evolvono di conseguenza dando continuità alla narrazione) estremamente piacevole, divertente, delicato e interessante. Ve lo consiglio, assolutamente.

 Il mio voto:

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