Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, di Dale Furutani

macondo-giappone

Se siete amanti di Sherlock Holmes (e perché no, anche del Giappone) allora vi consiglio caldamente di leggere “Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone”, edito da MarcosYMarcos. Il titolo di questa raccolta di racconti è certamente accattivante. Adoro Sherlock Holmes e studio giapponese, quindi i due elementi collegati hanno un certo appeal. Mi domandavo cosa sarebbe potuto uscire da questo mix ma il mio (vaghissimo) scetticismo è scomparso dopo le primissime pagine. Ma procediamo con la recensione:

            Nel prologo, l’autore utilizza il classio espediente del manoscritto ritrovato: ci informa infatti di aver ricevuto in regalo alcuni vecchi taccuini scritti in giapponese e in inglese e di aver scoperto, dopo averli fatti tradurre, che il contenuto riguarda le avventure vissute da un medico dell’epoca Meiji e di un certo signor Sigerson. Sigerson altri non è che Sherlock Holmes in incognito fermatosi in Giappone per un breve periodo durante quei tre anni di peregrinazioni che intercorrono tra la sua presunta morte e il suo ritorno in scena. Gli appunti ritrovati dall’autore sarebbero stati scritti proprio dal dottore di cui sopra, di nome Junichi Watanabe (J.W., John Watson anyone?), che riporta i casi risolti dal suo strano ospite (spesso definito henna gaijin ovvero “strambo straniero”). Il luogo in cui il tutto si svolge è una piccola località giapponese in cui è sorta una nutrita comunità di stranieri di cui il dottor Watanabe è appunto il medico.

         Nel prologo ci viene subito chiarito che Sigerson-san (come viene chiamato da Watanabe) è Sherlock Holmes e questo crea l’effetto tipicamente filmico per cui lo spettatore conosce già l’identità di un certo personaggio ma i protagonisti della vicenda no. Fanno sorridere le perplessità del dottor Watanabe di fronte alle strabilianti capacità deduttive dell’uomo che lui crede a tutti gli effetti un esploratore e per di più norvegese.

“Anzi, credo che Sigerson-san abbia sbagliato mestiere: avrebbe dovuto fare l’investigatore o il poliziotto anziché l’esploratore.”

            Mi sembra chiaro che non posso raccontarvi cosa accade caso per caso ma posso dire che l’autore ha rispettato il canone ricostruendo l’atmosfera tipica dei racconti di Doyle. Sigerson-san, avvalendosi del dottor Watanabe come interprete e come guida alla cultura nipponica, riesce sempre ad avere la meglio sul mistero, conquistando con le sue doti e la sua peculiarità prima lo stesso Watanabe e poi la stima dei vari personaggi che si avvicendano di caso in caso. Il metodo deduttivo di Sherlock, i suoi modi asciutti, la sua attenzione quasi morbosa per i dettagli, il repentino risveglio della sua curiosità ogni qual volta gli si presenti un caso interessante, le indagini solitarie e all’apparenza insignificanti, tutto rimanda ai racconti di Doyle, tutto quadra, intrattiene e soddisfa. Sherlock è decisamente Sherlock. Credo che sia impossibile per chiunque riprodurre fedelmente il personaggio originale ma Dale Furutani ci va piuttosto vicino e per questo non mi sono sentita tradita.

            Ogni caso risolto da Sigerson-san è anche un espediente per soffermarsi su qualche particolare della cultura giapponese, che sia la proverbiale diffidenza dei nihonjin (i giapponesi) verso qualsiasi tipo di straniero, il modo in cui vengono progettati i giardini tradizionali o la storia dei maneki neko (quei buffi gatti bianchi con la zampa alzata che vedete spesso nei negozi e nei ristoranti orientali). Oltre a questo, Furutani dipinge piccoli affreschi (relativamente brevi, un po’ come gli Haiku che aprono i capitoli) di un’epoca fondamentale per il Giappone. Siamo nell’era Meiji e questo ha appena subito una forzata modernizzazione e con esso si è venuta a creare una nuova società al cui interno convivono (e lo fanno ancora oggi) elementi tradizionali e innovazione importata dall’estero, da cui deriva un peculiare, silenzioso, tenace ma talvolta buffo scontro di civiltà: il dottor Watanabe è esperto in “medicina olandese”, ovvero medicina occidentale, che è ben diversa da quella tradizionale; i missionari occidentali stanno cercando di evangelizzare il Paese per liberarlo dalla barbarie della loro cultura tradizionale ma a quanto pare, con un certo disprezzo da parte degli ecclesiastici, i giapponesi fanno una certa fatica a distinguere tra le varie confessioni (e i gaijin a distinguere tra shintoismo e buddismo); gli stranieri si lavano poco o niente e non sono in grado di entrare nella vasca nel modo corretto oppure di inchinarsi nel modo giusto a seconda della situazione, e via dicendo.

            In tutto questo, il dottor Watanabe è una voce fuori dal coro. Ha studiato per un certo periodo a Londra, parla l’inglese e ha una mente molto più aperta della maggior parte dei suoi connazionali pur rimanendo comunque fiero del proprio paese e della propria cultura. Il suo punto di vista si pone ad un livello intermedio: non si astiene dal criticare (sempre internamente, senza mai essere sgarbato!) le abitudini bizzarre di Sigerson-san o di altri stranieri ma allo stesso tempo non approva l’atteggiamento diffidente o addirittura di disprezzo che nota in alcuni suoi compaesani.

           Concludendo, ho trovato questo romanzo-a-racconti (perché in fondo i casi sono tutti collegati, uno influenza l’altro e i personaggi evolvono di conseguenza dando continuità alla narrazione) estremamente piacevole, divertente, delicato e interessante. Ve lo consiglio, assolutamente.

 Il mio voto:

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