Lo chiamavano Jeeg Robot

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Sappiamo tutti che il cinema italiano è sprofondato in un baratro molto profondo. Da anni sembra che non siamo più in grado di sfornare qualcosa di diverso, a meno che non si parli di  inutili commedie così identiche tra loro da sembrare fatte in serie o drammoni (altrettanto simili tra loro) conditi di pianti e silenzi. E si sa che quando qualcosa viene reiterato abbastanza a lungo nel tempo, quel qualcosa diventa abitudine o, in termini cinematografici, uno standard. Quindi, possiamo dire che le commedie idiote e i drammoni sono il nostro standard.

Purtroppo, la situazione rispecchia più o meno quelli che sono i gusti dello spettatore medio italiano, gente che va al cinema per “staccare il cervello” e che non ha voglia di farsi intrattenere con qualcosa di inedito, particolare o anche semplicemente ben fatto. Gli basta sorbirsi due ore di scoregge.

Figuriamoci quando escono film che osano, come Lo chiamavano Jeeg Robot. “Un cinecomic italiano? Bleah, che schifo! Lasciamole fare agli americani queste cose, che noi non siamo capaci.” Questo è quello che molti hanno pensato. Invece di essere entusiasti all’idea che qualcuno (in questo caso Luca Mainetti) abbia deciso di dirigere un film sui supereroi ambientato in Italia (a Tor Bella Monaca, per la precisione), con bravissimi attori italiani, una sceneggiatura ottima e un comparto tecnico davvero buono (nonostante il budget non sensazionale), lo spettatore medio storce il naso. Finisce così per sottolineare, reiterare e dimostrare che in Italia siamo dei provincialotti senza orgoglio col complesso di inferiorità.

Perché non è affatto vero che “gli americani sono capaci e noi no”. Certo, negli USA il budget è così stratosferico che puoi permetterti di creare interi mondi in CGI, di assumere mezza Nuova Zelanda come comparsa e pagare attori super conosciuti perché portino un sacco di ragazzini al cinema. Ma se andiamo a togliere gli effetti speciali e le enormi battaglie, i film sui supereroi americani rimangono vuoti e pieni di retorica.

In Lo chiamavano Jeeg Robot abbiamo invece crudo realismo. Il protagonista Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un uomo che vive in un appartamento squallido, mangiando yogurt e guardando porno. Per vivere rubacchia. E’ solo, senza amici (“Io non so’ amico de nessuno”). La prima cosa che decide di fare dopo aver scoperto di avere dei poteri sovraumani è sradicare un bancomat e portarselo a casa. La sua controparte, lo Zingaro (interpretato da Luca Marinelli), è un minuscolo criminale di periferia ossessionato dall’immagine, dall’apparire e dalla sua voglia di rivalsa, di apparire, di essere riconosciuto. Ha partecipato a Buona Domenica e tiene il poster della stagione incorniciato. Ha una passione per la musica italiana anni ’80. Sa di essere un signor nessuno ma non si fermerebbe davanti a niente per arrivare dove vuole. Viscido, arrogante, psicopatico. E poi c’è Alessia (Ilenia Pastorelli, pescata da Il grande fratello). E’ lei la grande appassionata di Jeeg Robot. Alessia ha un passato difficile, segnato dagli abusi, e per proteggersi ha creato il proprio mondo immaginario che ruota attorno al celebre cartone animato che guarda continuamente e di cui deve ascoltare la sigla per addormentarsi. Alessia è dolce, ingenua, buona. Sarà lei a identificare Enzo con Hiroshi Shiba, il protagonista di Jeeg Robot, e a instillare in lui l’idea che forse può veramente aiutare la gente.

Ma lì dove negli USA ci sarebbero state palate di retorica sulla responsabilità, i poteri e via dicendo, qui c’è solo uomo chiuso, disilluso, provato che evolve un poco alla volta, in modo inaspettato e intelligente.

Vale la pena di vedere questo film. Anche solo per la scena finale che non vi spoilero. I personaggi vi rimarranno impressi e sono certa che nessuno di loro avrebbe sfigurato in un film americano, salvo che i suddetti personaggi hanno senso solo in quanto frutto di un degrado urbano e morale tutto italiano.

Buttate via i pregiudizi, lettori occasionali, e andate a vedere Lo chiamavano Jeeg Robot. Tra i tanti film italiani che escono ogni anno, vale la pena premiarne uno che osa e riesce nel suo obiettivo.

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2 thoughts on “Lo chiamavano Jeeg Robot

  1. therealsadness

    Avevo già intenzione di vederlo, perché ne ho sentito parlare molto bene fin da quando era in produzione (sono fanatica di cinema e di riviste di cinema).

    Spero solo di non doverci andare da sola e che lo facciano nella mia città.

    Mi piace

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