Segreto di famiglia, di Mikaela Bley

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Trama:

A Stoccolma è un freddo e piovoso venerdì di maggio, quando la piccola Lycke, di soli otto anni, scompare improvvisamente nel centro della città.
La rete televisiva nazionale si lancia subito sulla notizia e manda sul campo un’inviata specializzata in cronaca nera, Ellen Tamm. Chi ha visto Lycke per l’ultima volta? Chi sono i suoi genitori? Il padre e la madre di Lycke sono separati ed è stata la nuova moglie del padre ad accompagnare la bambina al centro sportivo, dove se ne sono perse le tracce. La donna, madre a sua volta da poco, racconta la sua versione dei fatti, ma ci sono delle zone d’ombra nella testimonianza. La tata che ha cresciuto la bambina è chiusa nel dolore. La madre di Lycke invece è imperscrutabile, soffre ancora il peso del divorzio e di una depressione post partum mai affrontata. Il padre, dal canto suo, non si dà pace. Nel frattempo Ellen si impegna in una ricerca spasmodica, nonostante la corruzione della polizia, i sempre più strani comportamenti dei genitori di Lycke e le frecciate velenose dei colleghi. Ma ha deciso di fare il possibile per fronteggiare la situazione da vera professionista, perché questo caso le ricorda da vicino ciò che conosce sin troppo bene: segreti di famiglia, bugie, inganni che la obbligheranno a confrontarsi con il proprio doloroso passato, mentre le speranze di ritrovare la bambina scomparsa si assottigliano…

“Segreto di famiglia” è un libro che segue a pieno la recente tendenza a demistificare le donne, evitando di cadere in quell’assurdo pregiudizio che le vuole naturalmente inclini ad essere materne, protettive e incapaci di fare del male (specialmente alla prole). Un preconcetto fuorviante che una lunga serie di scrittori, sia donne che uomini, sta sistematicamente sfatando, mettendo in scena omicidi tutti al femminile.

In fondo, chi ha stabilito che diventare madre sia il sogno di ogni donna? Nessuno anche se la società cieca e conformista si aspetta che sia così. In realtà la funzione biologica del sesso a cui si appartiene non ha relazione con i propri desideri. E a volte l’arrivo di un figlio può distruggere quei desideri, svilirli. Magari non si è pronte a metterli da parte. Allo stesso modo, magari si desidera con tutto il proprio cuore qualcosa che non si può avere. Oppure ci si sente così inadatti al compito da diventare morbosi e si riversano sulla prole tutte le proprie speranze infrante.

Di questa categoria fanno parte Hellen, Chloé e Mona. Tre donne diverse, tre punti di vista diversi (il libro è diviso proprio così, seguendo un ordine temporale e alternando i punti di vista delle principali indiziate del caso). Tre modi diversi di essere donna e madre.

L’altro lato della medaglia sono dunque i figli. Amati, odiati (perché sì, si possono odiare anche loro), non voluti, propri o degli altri, esemplari o deludenti, complessi o malleabili. Conosciuti, riempiti di attenzioni oppure ignorati e incompresi.

Di questa categoria fa parte invece la nostra protagonista, Ellen, una giornalista dal passato tormentato e perseguitata dall’ombra di Elsa, una figura molto importante la cui scomparsa ha lasciato un segno indelebile su di lei. Ellen non è madre ma è figlia. Quando la piccola Lycke scompare, dopo essere stata lasciata alla lezione di Tennis che non si sarebbe tenuta, abbandonata a sé stessa da due genitori troppo presi dal proprio egoismo per ricordarsi di lei, Ellen è l’unica che combatte per attirare attenzione sulla vicenda. Riesce a farne un caso nazionale e ad arrivare all’amara soluzione. Ma il percorso per arrivare a quella soluzione non è semplice e Ellen deve combattere prima di tutto con le ombre che la tormentano e poi con la meschinità della gente, che siano i genitori di Lycke o gli anonimi “leoni da tastiera” che minacciano di stuprarla sulla sua pagina Facebook.

Questi sono gli aspetti che ho apprezzato di più del libro. Mi piace il fatto che si tenti di dipingere versioni di donne diverse e versioni della femminilità più oscure e sfacettate. L’indagine, tuttavia, non è particolarmente complicata. Il caso si articola in una lunga serie di rimandi e omissioni. Forse un po’ troppo spesso viene usato l’espediente del “te lo dico dopo”, dell’interruzione. Il colpevole è facilmente intuibile dal lettore una volta arrivati al punto di svolta nella storia. Sembra davvero strano che Ellen, che è abbastanza sveglia, non ci arrivi a sua volta in pochi istanti.

Il libro è comunque una lettura piacevole e scorrevole. Le atmosfere sono uggiose, buie e a volte quasi asfittiche. La protagonista mi è piaciuta abbastanza. Non è una donna stucchevole e nonostante sia attratta da un uomo non lancia addosso al lettore una lunga serie di fantasie zuccherose nei momenti meno indicati, cosa che apprezzo. Tuttavia, è una donna chiusa in e su sé stessa. TROPPO chiusa. Sarà forse la nota reticenza alla parola tipica dei popoli nordici, ma Ellen fatica a sbottonarsi anche solo un pochino. E non dico per esternare sentimenti brucianti o segreti inconfessabili, ma per esprimere la propria onesta opinione durante una semplice conversazione (fattore che rientra nell’espediente del “rimando” di cui ho accennato sopra).

In conclusione, consiglio questo libro a chi desidera un intrattenimento piacevole e relativamente leggero, ma che possa anche dare uno spunto di riflessione su alcuni aspetti della vita, come la genitorialità.

G.

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