Lo strano caso dell'orso ucciso nel bosco, di Franco Matteucci

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Avvincente, divertente, originale. Questi sono i tre aggettivi con cui definirei “Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco”, di Franco Matteucci, già autore di altri tre episodi dedicati alle indagini dell’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco (Tre cadaveri sotto la neve, La mossa del cartomante, Il suicidio perfetto).

Ma ecco la trama come viene riportata sulla quarta di copertina:

Un corpo senza vita giace sulla neve nell’apparente tranquillità del bosco. Accanto al cadavere, sul tronco di un albero, è stato inciso un cuore con all’interno il nome della vittima e una lettera greca. L’assassino ha lasciato la sua firma, un segno destinato a ripetersi e a seminare il panico tra i vicoli del paesino di montagna. L’ispettore Santoni, però, non riesce a indagare con la sua solita lucidità. Qualcosa – qualcuno – offusca la sua mente investigativa. E intanto il crimine continua a spandersi come una macchia di sangue, lentamente ma inesorabilmente. Gli abitanti di Valdiluce hanno paura: la loro cittadina, che una volta era un posto tranquillo e rilassante, rischia di trasformarsi nella tana di un pericoloso serial killer. Il tempo stringe per Marzio Santoni: stavolta in gioco c’è la vita di tutta la valle…

 

Non voglio scendere nei particolari con il rischio di spoilerare qualche gustoso colpo di scena a chi fosse incuriosito dal romanzo e volesse leggerlo. Tuttavia, bisogna pur dire qualcosa. Io giustificherò i tre aggettivi che ho utilizzato all’inizio di questa recensione. Pronti? Via.

Avvincente:

La successione di eventi sanguinosi che oscurano il paese montano i Valdiluce (un nome che è tutto un programma) è serrata, un crescendo di subdola violenza, e questo tiene sulle spine il detective ma anche il lettore. La narrazione non perde mai di ritmo, scorre e allo stesso tempo si involve, portando l’attenzione del lettore a posarsi prima su un particolare, poi su un altro, poi su un altro ancora. Sarà lui il colpevole? Un momento, è certamente quest’altro! Nooo, vuoi vedere che è quest’altro ancora? L’autore gioca con il lettore e lo ammetto, questa volta sono stata fregata. Non sono riuscita a scoprire il colpevole fino alla fine, cosa che accade di rado. Quindi suppongo che nemmeno voi, lettori occasionali, ci riuscirete (vi sfido 😉 ). Tuttavia, bisogna pur dire che l’autore sceglie per la conclusione un metodo spesso utilizzato da Agatha Christie o Conan Doyle. E questo è l’unico indizio che posso dare.

L’indagine è dunque un pretesto per sondare i personaggi, uno per uno, portando a galla le loro debolezze e le dinamiche a volte spiegate e crudeli che regolano una comunità tanto pacifica e lontana dai tumulti della città come quella di un luogo di villeggiatura adagiato tra i monti.

Divertente:

Se una cosa è avvincente dev’essere per forza anche divertente, no? No. Una commedia diverte, ma non avvince. Un film d’azione avvince ma non diverte. Per divertente si intende dunque qualcosa che ti solleva da pensieri “molesti”. In questo caso, alla trama avvincente si uniscono la sottile vena caricaturale dei personaggi, l’ironia di alcuni passaggi e lo stile dell’autore, asciutto, vivace, in alcuni tratti tendente al colloquiale. Tutto ciò rende il romanzo piacevolmente divertente e vi intratterrà con leggerezza, ma senza rinunciare al giusto apporto di introspezione.

Originale:

Montalbano è il padre spiritule dei detective italiani e sarà forse per questo che lo rivedo in tutti i suoi colleghi letterari, soprattutto in quelli che operano in contesti spaziali a forte caratterizzazione regionale, in questo caso un paesino di montagna alpino. Ma nella costruzione della trama così come nel motre che la avvia ho rivisto qualcosa di Fred Vargas, che tra tutti i giallisti contemporanei è la mia preferita. Il suo commissario Adamsberg, montanaro d’origine, un po’ rude e solitario, insondabile ma geniale, e Lupo Bianco, il detective dall’olfatto sopraffino protagonista della vicenda sono entrambi ascrivibili a quel tipo di essere umano “orso” ma in fondo gentile. In più, collegamento con la Vargas si ritrova nell’attenzione posta al legame tra la vicenda, i personaggi e l’anima del luogo in cui tutto si svolge. In fondo, la gente è figlia del luogo da cui proviene e quel luogo ha una storia, un’anima capace di influenzare vite e azioni. In montagna non ci sono solo case di legno, liquori alle erbe, boschi e neve, ma anche leggende popolari, rancori e pettegolezzi da piccola comunità, un connubio tra uomo e natura che noi abbarbicati nelle città abbiamo un po’ dimenticato e anche una buona dose di distacco e solitudine.

In conclusione, questo romanzo è stato una piacevole scoperta e certamente andrò a recuperare gli altri casi del detective Lupo Bianco. Le ambientazioni mi sono care, perché amo la montagna e ne sono un’assidua frequentatrice, e ho trovato l’indagine gestita in modo concreto e realistico, i personaggi piacevoli e la vicenda appassionante.

Il mio voto è:

                                                                                Star-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-icon

 

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