Un gioco da bambini, di James Graham Ballard

41-zjkpevjl-_ac_ul320_sr198320_Trama:

Nel moderno villaggio residenziale a Pangbourne a pochi chilometri da Londra, la vita si svolge in modo idilliaco: nessun segreto inconfessabile né comportamenti devianti turbano la tranquillità degli abitanti. Le famiglie si comportano in modo ineccepibile e i figli sono curati con solerzia e attenzione assoluta. Tuttavia, nell’agosto del 1988, tutta la popolazione adulta viene massacrata nell’arco di mezz’ora da un ignoto gruppo di assassini. I cadaveri di trentadue tra abitanti, agenti di sorveglianza e domestici, vengono ritrovati dalla polizia, uccisi nei modi più disparati ma con inquietante efficienza. Non vengono però ritrovate tracce dei ragazzi e dei bambini residenti e sui motivi del massacro vengono ipotizzate le tesi più fantasiose.

Lo psicologo forense Richard Greville viene mandando a indagare sull’accaduto e sarà forse l’unico a prendere atto di quanto realmente è accaduto a Pangbourne.


Recensione:

Dal bene può scaturire il male?

Secondo “Un gioco da bambini”, la risposta è sì. Perché il bene, quando è troppo, smette di avere un effetto benefico e diventa una gabbia strettissima, fatta di aspettative, di immobilità, di pulsioni represse per il bene superiore che rimangono in disparte fino al momento in cui esplodono fragorosamente.

Pangbourne è un villaggio residenziale perfetto. Tutti gli abitanti sono ricchi e in vista e per di più sembrano essere anche felici. I coniugi sono in forma, soddisfatti, entrambi lavorano e non si tradiscono a vicenda. I figli sono tutti in salute, sportivi, bravi a scuola. Il loro è un microcosmo quasi autosufficiente e chi lo abita potrebbe anche non allontanarsene mai se non per lavorare. Chi vive a Pangbourne è un’élite, è diversa, è migliore. I genitori crescono i loro figli, un gruppetto di tredici ragazzi ormai per la maggior parte adolescenti, secondo regole rigide ma amorevoli. Distrazioni di poco conto non sono permesse. Fumetti, giochi sciocchi, programmi per la televisione non abbastanza edificanti non sono ammessi. Così come non è ammesso poltrire o rintanarsi nel silenzio e nella solitudine o litigare. Bisogna discutere delle cose viste e fatte, perché questo è il modo migliore per aprire la mente. Discutere è così importante che c’è un orario preciso della giornata in cui tutta la famiglia si riunisce in salotto e dedica mezz’ora propri a questa attività.

Sembra tutto idilliaco. E allora perché tutti e trentadue gli adulti presenti a Pangbourne un sabato mattina di fine giugno sono stati uccisi con inarrestabile perizia? E dove sono finiti quei tredici adolescenti che erano stati così amorevolmente cresciuti e curati? Se lo domanda spesso, il narratore. Ma allo stesso tempo premette una cosa: ora, a distanza di anni, i fatti gli sembrano chiarissimi, ma all’epoca, nel bel mezzo delle indagini, non lo erano affatto.

Questo commento iniziale serve a impostare il nostro punto di vista. Il lettore intuisce immediatamente quello che è successo. E’ impossibile non capirlo, in effetti. E tuttavia, sia il narratore che l’intera società si ostinano a non voler nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi. Questo è infatti uno degli intenti di questo spettacolare romanzo breve: dimostrare come la società sia ipocrita e prona a voltarsi dall’altra parte quando la spiegazione di un fatto sanguinoso o terribile sia troppo strana, troppo inaccettabile, proprio perché radicata se non scaturita da quella patina di perfezione che si vuole mantenere intatta.

E’ un po’ la solita questione della nazionalità del criminale: quando è straniero va tutto bene, si può invocare il linciaggio, si possono usare argomenti populisti, banali, di facile condivisione e di molta sensazione. Quando invece il criminale in questione è ricco o della nostra stessa nazionalità o donna o “una brava persona” o “un ragazzo normale”, allora forse è meglio voltarsi dall’altra parte, scuotendo la testa. Perché non è possibile che da qualcosa di buono possa nascere qualcosa di cattivo.

Anche il narratore rimane interdetto di fronte alla realtà ma alla fine, scavando appena sotto la superficie, scopre con immenso stupore la realtà vera, quella che sobbolle, che agita il coperchio. Scopre che Pangbourne, con tutta la sua bontà, era una prigione dorata e insostenibile.

Io non sono una critica letteraria, non ho studiato letteratura e non ho letto abbastanza per azzardare rimandi e connessioni, così faccio una semplice considerazione personale. Nella vicenda narrata in questo romanzo io ho visto anche una metafora della natura umana. In tutti noi convivono la razionalità e l’emozione, per definizione irrazionale e a volte violenta. Per quanto mi riguarda, la cornice idilliaca di Pangbourne, gli adulti e il loro rigido schema di vita, può benissimo essere inteso come un tentativo di autocontrollo eccessivo da parte di un individuo. La reazione dei ragazzi sta a simboleggiare la conseguenza rovinosa che questo comporta.

In fondo, la virtù sta sempre nel mezzo e c’è bisogno di contrasti per capire il mondo, di ombre. Se non fossimo mai tristi non capiremmo la gioia. Se non fossimo mai stanchi o demotivati non capiremmo l’importanza di essere in forza, energici, positivi. Non capiremmo la soddisfazione. Il nostro mondo sarebbe piatto e finto. E l’unica soluzione per uscirne, come suggerisce il narratore, sarebbe la follia.

Da notare anche come l’intero romanzo sia una velata critica alla psicologia infantile, dove eminenti esperti, psicologi adulti e spesso vecchi, pretendono di decidere cosa sia meglio per un bambino o un adolescente in piena crescita, forse dimenticandosi di esserlo stato a sua volta, forse dimenticandosi di stare parlando di esseri umani e non di concetti astratti.


Lo consiglio a:

Chiunque.

Questo racconto è una delle cose più belle che mi sia capitato di leggere ultimamente. Da molto tempo non mi capitava di immergermi così tanto nella lettura da sobbalzare impaurita nel momento in cui sono stata interrotta. Quando un racconto fa questo effetto si può stare certi che sia ottimo.

La struttura del giallo deduttivo in cui però si conosce fin da subito il colpevole (anche se non con assoluta certezza) contribuisce a creare un coinvolgimento emotivo fortissimo, al punto che si vorrebbe quasi entrare nelle pagine per mettere il narratore di fronte alla dura e cruda realtà. Per fortuna c’è il maggiore Peyne, uno dei pochi sopravvissuti al massacro, che riesce a indirizzare lo psicologo sulla giusta strada. Una figura misteriosa che non ama specchiarsi e che sembra avere capito tutto fin troppo bene…


Il mio voto:

Star-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-icon

Il massimo.

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4 pensieri su “Un gioco da bambini, di James Graham Ballard

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