Ninfee nere, di Michel Bussi

Avete presente quelle volte in cui inizi un libro credendo di trovarci dentro una certa cosa e invece arrivi alla fine che hai letto tutt’altro e questo altro ti ha conquistato, molto più di quanto avrebbe potuto fare il contenuto che ti eri aspettato? Ecco. A me è successo esattamente questo. Ma andiamo con ordine.


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La trama:

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo.
L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.


Cosa ne penso:

Come dicevo, questo libro mi ha stregata.

Stregata. Termine usato non a caso perché una delle narratrici, forse la più importante, è la vecchia e acida signora che vive nel mulino della strega, una costruzione ormai cadente che si affaccia sui famigerati giardini di Monet, quelli dello stagno delle Ninfee.

La vecchia donna osserva dall’alto della sua torre, guarda agitarsi sotto di lei, davanti a lei, i cittadini del piccolo borgo invaso dai turisti. Distaccata, invisibile, la donna si muove lungo le strade del paese e osserva e commenta acida i goffi tentativi della polizia di risolvere il crimine che da il via alla narrazione: Jérôme Morval, ricco e fedifrago, viene trovato morto sulle rive del fiumiciattolo Epte, che costeggia Giverny e alimenta il celeberrimo laghetto di ninfee. Il quadro ricorda incredibilmente un altro fatto di cronaca, accaduto nel 1937, e che aveva avuto come protagonista un ragazzino.

La polizia procede nelle indagini, scava nelle vite, solleva la sabbia sedimentata sul fondo e con essa speranze, ricordi, paure. Insieme alla vecchia del mulino incontriamo Stéphanie, la bella maestra del paese, con gli occhi color malva e il sogno di trovare l’amore vero e scappare da quel piccolo paese, quella prigione dorata e insopportabile. E poi c’è Fanette, la bambina dallo spiccato talento di pittrice che non ha mai conosciuto suo padre e che vorrebbe tanto mettere a frutto il suo talento.

Ninfee nere è un giallo, sì, ma la componente “gialla” della narrazione fa quasi da semplice contorno, o forse da supporto, alle storie intrecciate di queste tre donne insieme a tutti i personaggi che ruotano loro intorno: i piccoli compagni di classe di Fanette, l’affascinante ispettore Sérénac, l’integerrimo Sylvio Bénavides, il placido Jacques Dupain, e il cane Neptune che scorazza per il paese cucendo insieme le tre trame come un ago che entra ed esce dal tessuto. Quello che ci viene offerto è un affresco di sogni infranti. Sono le Ninfee nere, leggendario quadro di Monet che si dice lui abbia dipinto poco prima della sua morte utilizzando toni cupi e tormentati.

C’è del Bovarismo, in questo libro, e c’è dello psico-thriller. Ci sono ipocrisia e desiderio di mantere la facciata intatta e c’è una specie di maledizione, una sorta di determinismo geografico, una cronica incapacità di andarsene. Il vero criminale, in tutta la storia, è il paese, Giverny; è il suo microcosmo appiccocoso, infido come una palude, come sabbie mobili. Nessuno ne può uscire senza perdere qualcosa.

C’è anche una disamina impietosa dei sentimenti. L’amore vince su tutto, si dice. Quello onesto, buono, che permette a entrambi gli innamorati di dare il meglio di sé. Quell’amore che lascia liberi, di viaggiare, di seguire le proprie inclinazioni, di essere e dare il meglio. Ma forse non è così. Forse l’amore egoista è quello più tenace e forte, quello che mette l’oggetto d’amore in una gabbia e lo soffoca, lo trattiene, finché non ha più la forza di ribellarsi, di chiedere di essere liberato, e così si lascia andare, diventa docile.

Ci sono le occasioni mancate e il dolore che lasciano dietro di sé. Ma non le occasioni futili, quelle che nella vita trovi a manciate. No. Le occasioni vere, quelle che potrebbero cambiare tutto.

Ci sono tante cose in questo libro. Tante cose oltre alla semplice vicenda criminosa. Tanti personaggi cesellati e profondi. Tante riflessioni da fare. E c’è un artificio narrativo impeccabile, una macchina inesorabile e perfetta di cui avevo soltanto subodorato l’esistenza. La bellezza dell’intreccio non sta nello scoprire chi sia l’assassino ma nella rivelazione della realtà.


A chi lo consiglio:

A chiunque. Sul serio. A chiunque. Perché è un romanzo bellissimo, che può appassionare anche chi di solito non legge gialli. E in particolar modo, lo suggerirei alle ragazze e alle signore che pensano di desiderare un uomo che sia geloso di loro.


Voto alla risolvibilità del caso:

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Difficile.

Voto in generale:

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2 pensieri su “Ninfee nere, di Michel Bussi

  1. Pingback: #ICinque: Gialli gustosi | The bookcase of my mind

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