#AppuntiDalGiappone: La biblioteca

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Che c’è di speciale, vi chiederete? Le biblioteche le abbiamo anche noi, cosa ci sarà mai di diverso in quelle giapponesi. Ho la risposta:

-ordine

-spazio

-silenzio

Per l’ordine non c’è da stupirsi. Qui non c’è modo che i luoghi pubblici versino in cattive condizioni, che siano, sporchi e via dicendo. Poi nella propria casa si può vivere sommersi da immondizia e scarafaggi, ma fuori dev’essere tutto perfetto. Ipocrisia? Non credo. Più che altro senso della “res publica”, una cosa che avevano anche i romani all’epoca dell’impero e che ora non hanno più così come gli italiani in generale. Forse un posto che compete con questo è la Germania. Per quanto possa sembrare strano, Giappone e Germania hanno un collegamento intrinseco, spirituale, un’affinità elettiva. Sono anime gemelle (ovvi fatti storici a parte, parlo proprio di impostazione mentale).

Per quanto riguarda lo spazio, non so come sia la situazione nella vostra biblioteca di fiducia ma in quelle dove usavo bazzicare io non c’era modo nemmeno di distendere i gomiti. Banchi piccoli, senza luce, senza una presa della corrente nelle vicinanze (o proprio senza prese della corrente in generale), senza il collegamento wifi. Andava bene nel 1996, ma siamo nel 2016 e l’assenza di uno straccio di presa della corrente nelle immediate vicinanze dei banchi dovrebbe essere tacciabile di crimine contro i diritti umani. Anche perché il risultato di tale mancanza è una ragnatela di cavi elettrici sparsi a terra con conseguente pericolo di inciampo e caduta, o peggio ancora di vedersi trascinare via il computer da sotto le dita e osservarlo impotenti mentre si infrange a terra, tutto perché qualcuno non ha visto il cavo di alimentazione. A differenza di ciò, qui ci sono tavoli ovunque, ampi, illuminati, ognuno dotato di ben due prese elettriche (due!). Ci sono persino dei cubicoli, delle piccole stanze singole in cui è possibile chiudersi per studiare senza venire disturbati da nessuno (che tanto comunque qui non ti disturba nessuno). Ci sono ovunque divanetti e poltroncine, sale adibite ai meeting e ai lavori di gruppo, ci sono decine di computer per la consultazione e fotocopiatrici. Già. Un altro mondo.

Veniamo infine al silenzio. Di nuovo, forse sono stata sfortunata io, ma in qualunque biblioteca mi sia recata, sembrava che la regola del fare silenzio non fosse mai neppure esistita. Persone che parlano, che ridono, che ascoltano musica ad un volume così alto che anche se indossano le cuffie si possono seguire agilmente le parole del testo da due o tre metri di distanza. Persone che si agitano sulla sedia, che borbottano mentre leggono dal proprio libro o parlano tra sé o ripetono a mezza voce ciò che stanno leggendo. Gruppetti di ragazzi che studiano insieme, che parlano di tutt’altro o che fanno queste due cose insieme, ovvero tirano fuori i libri ma poi parlano di tutt’altro. La fauna bibliotecaria italiana è nutrita e variegata. Qui invece la sola cosa bizzarra che si può trovare è un ragazzo che dorme disteso sul banco. Per il resto, sempre per il suddetto senso della res publica e perché disturbare gli altri, in generale, è ritenuto  davvero molto maleducato, ma soprattutto perché se il cartello dice “non parlate ad alta voce” allora non si parla ad alta voce, in biblioteca non vola una mosca e ascoltando bene potresti sentire i tuoi pensieri ronzare. Se proprio si vuole parlare, al piano terra, vicino all’entrata, c’è il “chat corner”. Ebbene, anche al piano terra, il più rumoroso, non si raggiungono mai i livelli di chiasso nostrani.

Ecco, questo era un altro piccolo appunto dal Giappone.

Alla prossima!

じゃね~

 

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