#ScrittoDaMe: La casa verde, capitolo 1.

Miei cari lettori occasionali,

oggi vi propongo il primo capitoletto di un racconto da me scritto intitolato “La casa verde”. Nel paesino di San Fatuo di cose strane ne succedono parecchie, ma l’apparizione di una misteriosa casa verde è forse la più strana di tutte. A voi scoprire chi e cosa abita la misteriosa abitazione.


LA CASA VERDE

La casa verde compariva quando voleva. Si erano registrate sue apparizioni sporadiche nel corso dell’Otto e Novecento, con un significativo intensificarsi durante le due guerre e durante la grande faida che intercorse tra San Fatuo e il vicino Prafoletto a metà degli anni Cinquanta, ma ultimamente, vale a dirsi verso la fine del duemilaquindici, essa sembrava non avere alcuna intenzione di farsi viva. Viva, si fa per dire, perchè stiamo parlando di una casa, eppure c’era qualcuno che sosteneva proprio questo, ovvero che la casa fosse viva e possedesse una mente propria, ma non solo: le veniva attribuita anche una certa attitudine da gattamorta sfasciafamiglie.

Stando alle cronache, la casa verde era un palazzo di quattro piani dai muri bianchi e tetto, finestre e porte color verde bosco. Una rigogliosa siepe di edera le si arrampicava lungo un fianco. Anche l’edera era verde, di un verde splendente a quanto pareva, in qualunque mese dell’anno. Questi particolari erano tramandati come una leggenda. Tutti sapevano che la casa verde era fatta in quel modo; tutti, o quasi, erano concordi nel affermare che si trattava di una storiella messa in giro da qualcuno per spaventare i propri figli e scoraggiarli dall’uscire la notte. Lo scetticismo dei miei compaesani è leggendario e quantomai fuoriluogo, ma di questo parlerò in seguito.

Quale particolarità aveva questa casa oltre a quella, già piuttosto notevole, di apparire e scomparire a proprio piacimento? Si diceva che chi ci entrava non ne uscisse più. La maggiore sostenitrice di questa credenza era una vecchia di nome Adamantina (sì, Adamantina, che i suoi poveri genitori credevano fosse un nome composito: Ada più una versione masticata di Martina, che era il nome di una cugina della madre). Adamantina da giovane aveva avuto un ragazzo, un moroso, che lei aveva creduto di amare tantissimo anche se si erano parlati solo un paio di volte prima che lui fosse arruolato e spedito in guerra. Prima della sua partenza si erano scambiati un timido bacetto che, a dimostrazione di quanto la percezione degli eventi sia diversa a seconda di ognuno, si era impresso nel cuore della giovane Adamantina come un marchio rovente mentre aveva abbandonato la mente di lui nell’esatto istante in cui le loro labbra si erano allontanate (cosa per altro avvenuta nel giro di un istante a dir poco fugace). Palpitazioni romantiche a parte, le famiglie dei due si erano accordate per maritarli e rimaneva solo da attendere il ritorno del ragazzo dal fronte, fattore quantomai incerto, tanto che tre generazioni di donne provenienti da entambe le famiglie si consumarono le ginocchia sulle panche della chiesa a suon di pregare perchè ciò avvenisse.

Il giovane in questione, tale Mario, era il ragazzo più bello del paese dove anche io attualmente vivo e che risponde al nome alquanto singolare di San Fatuo. Come si possano accostare la parola santo alla parola fatuo mi risulta ancora inspiegabile. In ogni caso, Mario era un bellissimo ragazzo e questo spiega il focoso attaccamento di Adamantina a quello che per lei era niente più che uno sconosciuto. La ragazza aveva già fatto grandi progetti, si vedeva invidiata da tutte, con i figli più belli e corteggiati dell’intera valle. Quando il ragazzo aveva annunciato via lettera il proprio ritorno aveva pianto di gioia e il giorno stesso in cui il poveretto aveva rimesso piede in paese, sconvolto dalla guerra, smagrito e lacero, lei l’aveva mandato a chiamare dicendo che aveva aspettato anche troppo e che voleva incontrarlo in un certo posto (notamente, una stanzetta al primo piano di una viuzza periferica di San Fatuo, ex bottega e di proprietà della famiglia di Adamantina) ad una certa ora della notte per dargli quello che gli spettava dopo tanti mesi di assenza. Mario riconosceva in Adamantina una bella figliuola giovane e vigorosa, probabilmente vergine e sana, mica come le ragazze dei bordelli per i soldati, e l’occasione doveva essergli parsa piuttosto ghiotta, considerando pure il fatto che quella figliola l’avrebbe sposata presto e che se fosse capitato un qualche incidente nessuno se ne sarebbe avuto a male.

Adamantina era sgattaiolata fuori di casa e nella notte buia, popolata da una tetra nebbiolina, aveva raggiunto la piazza del villaggio. Lì la nebbia era più fitta e si faceva sempre più fitta mano a mano che lei si avvicinava al luogo prescelto per l’incontro. Quando aveva imboccato la stradina che portava all’ex bottega, la nebbia era fittissima ma d’un tratto si era completamente diradata, come fosse stata risucchiata via. In quell’istante, Adamantina aveva visto che una nuova casa era comparsa lungo la strada, una casa bianca a quattro piani, mai vista prima. Tutte le luci alle finestre erano accese e da dentro provenivano delle voci concitate e della musica, il tipico rumore di un’osteria affollata. Sulla soglia, c’era Mario. Parlava con una donna bellissima, dalla pelle scura e gli occhi di brace, almeno così diceva Adamantina. Lei aveva urlato il nome del ragazzo ma lui non l’aveva sentita (oppure, più probabile ancora, l’aveva ignorata) ed era entrato nella casa insieme alla donna. Adamantina allora si era precipitata dietro al suo amato. Aveva raggiunto la porta ma quando aveva picchiato contro di essa col pugno aveva sentito un dolore pungente e si era accorta di aver appena tirato un poderoso colpo contro il tronco di un grosso albero.

La casa era sparita con Mario dentro. Adamantina era rimasta sconvolta dall’avvenimento, certa di aver appena assistito ad un’apparizione demoniaca (opinione avvalorata dagli occhi di brace della donna dalla pelle scura, nonchè dalla pelle scura stessa. Adamantina credeva che esistessero solo esseri umani di stirpe caucasica) e il giorno seguente l’aveva raccontato a tutti, persino ai genitori di Mario, salvo ricevere in risposta solamente uno sguardo sprezzante: Mario non era mai tornato a casa. E non l’avrebbe fatto mai più.

Adamantina non si era data per vinta. Aveva mostrato la ferita sulla mano. Quella era vera. Picchiando il pugno contro la porta della malefica casa aveva urtato una delle placche di metallo che ne teneva insieme le assi. Tuttavia la strana forma composita del livido era riconducibile a una qualsiasi placca di una qualsiasi porta del paese. Nessuno le aveva mai creduto e Adamantina aveva deciso di risparmiare la propria reputazione fingendo di delirare per il dolore, ma non aveva mai dimenticato e appena poteva raccontava la sua storia. Vent’anni dopo aveva trovato un alleato: mio padre, il quale sosteneva di aver visto la casa verde quando aveva undici anni e che la donna scura si fosse presa nientemeno che il suo cane. Anche nel caso di Tobia, il labrador di mio padre, tutti avevano sostenuto che la sua scomparsa fosse avvenuta mesi prima, in circostanze piuttosto tragiche (notamente, un sanguinoso scontro tra l’animale e un autobus pieno di scout che era quasi finito fuori strada).

Per quanto mi riguarda, sono cresciuta con il mito della casa verde. Quando ero bambina, la notte io e i miei amici scrutavamo le strade con il binocolo nella speranza di sorprenderla mentre inghiottiva qualcuno. Cos’era quel posto? Un luogo magico? Un’astronave aliena? Un mostro che attirava e inghiottiva le sue vittime? Tutte queste cose insieme? Mi ci arrovellavo ma non trovavo risposta. Un po’ alla volta i miei amici avevano deciso che una casa verde fantasma non meritava la loro attenzione e avevano iniziato a pensare ad altro, a cose più pragmatiche, più concrete: cellulari, videogiochi, amori turbolenti come solo gli adolescenti possono credere che siano. Io invece, nonostante avessi seguito i miei compagni nelle loro nuove passioni, non avevo mai smesso di fantasticare sulla casa verde e forse proprio per questo la casa verde, ad un certo punto, aveva deciso di venire da me.

Ebbene sì, al momento attuale io sono l’unico essere vivente, da quanto mi è stato riferito da Nancy, la famigerata donna dalla pelle scura e gli occhi di brace, ad essere andata e venuta dalla casa verde.

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