Lion, la strada verso casa | Recensione con spoiler

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The Millionaire (o Slumdog Millionaire, come da titolo originale) ce l’aveva già mostrata: caotica, crudele, povera ma anche misteriosa, spirituale. Sto parlando dell’India.

Se in The Millionaire il piccolo protagonista viveva negli slums di Mumbai, quello di Lion viene da Ganesh Talay, un piccolo villaggio sperduto in una pietraia, a 1600 kilometri da Calcutta.

fffLa prima volta che Saroo ci viene mostrato è immerso in uno sciame di farfalle gialle. Ha cinque anni e di lì a poco, per una serie di sfortunati eventi salirà su un treno che lo porterà a Calcutta.

Ma a Calcutta non parlano la sua lingua (in India si parlano decine di dialetti diversi che sono a tutti gli effetti lingue, quindi un Tamil non capirà il Punjabi e via dicendo) e nessuno ha intenzione di aiutarlo. Dopotutto, non è nient’altro che uno dei moltissimi bambini che vivono soli per la strada (a questo tema, i bambini di strada, sono riservate due delle scene più terribili dell’intero film. Nodo in gola e rabbia nei confronti dell’umanità assicurati).

Dopo essere scampato ad un destino terribile per almeno un paio di volte, Saroo rientra nel imagessistema. Viene portato all’orfanotrofio e per sua fortuna viene adottato da una coppia australiana (composta da Nicole Kidman, meravigliosa come sempre, e David Wenham, cioè Faramir).

La seconda parte del film vede quindi Saroo cresciuto, realizzato, felice. Tuttavia il passato riaffiora e sgomita per riconquistare ciò che gli spetta. Ecco allora che Saroo inizia a cercare quel paesino di cui conserva ancora pochi sbiaditi ricordi, ma l’India è grande e lui sa solo che il treno l’ha portato da casa a Calcutta.

Che lui troverà il villaggio è cosa certa, lo dice anche il titolo originale dell’opera: A long way home. La cosa importante è solo in parte il risultato, ovvero la casa ritrovata; come sempre, infatti, conta più la ricerca. Saroo è costretto a fare i conti con una parte di sé che è rimasta sopita per vent’anni ma che è ancora in lui e che in qualche modo lo definisce. Ha delle questioni in sospeso, deve sapere chi era, deve vedere.

Molto belle le riprese aeree che scorrono veloci, seguendo il cursore del computer, fondendosi con la terra virtuale di Google Earth e con i ricordi del protagonista che scorrono allo stesso ritmo. Da allo spettatore l’idea di essere qualcosa di simile a un essere superiore, un dio tecnologico che vede tutto e viaggia ovunque.

Al tema della ricerca, geografica e interiore, si intreccia il tema della genitorialità e dell’adozione. La coppia che ha adottato Saroo e poi suo fratello Mantosh (che però a differenza del protagonista ha subito traumi così profondi da segnarlo per sempre, nonostante la vita sicura che gli è stata consegnata) poteva avere figli propri ma ha deciso di adottare due bambini che avevano bisogno di una famiglia. Sentire queste parole mi ha scaldato il cuore, perché mi trovano indubbiamente d’accordo.

In un mondo che ancora considera la genitorialità “biologica” come quella vera e legittima, e tutte le altre come surrogati, come scelte secondarie, ruote di scorta da utilizzare solo in caso non si possa intraprendere la via principale, mostrare come invece l’adozione possa essere una scelta non solo legittima ma anche un atto di ammirevole coraggio può contribuire, anche solo un pochino, a cambiare le cose.

Molti bambini là fuori hanno bisogno di una casa, di qualcuno che dia loro una famiglia e io sono dell’idea che un genitore sia più che altro la persona che ti cresce. Che un bambino abbia il nostro patrimonio genetico o meno, poco importa. Una persona è fatta solo in parte dei geni ereditati dai genitori, la maggior parte del lavoro lo fa l’ambiente in cui un individuo cresce e l’educazione che riceve.

Difficile credere che il legame di sangue sia davvero più forte degli altri, che possegga un potere mistico, spirituale. Pensiamo al figlio di genitori violenti o negligenti. Davvero siamo disposti a credere che quel bambino, una volta cresciuto, considererà più valevole il legame di sangue che lo lega alla madre tossica che non si curava della sua sopravvivenza o a al padre che abusava di lui piuttosto che quello con la famiglia che gli ha dato una casa e delle cure e una vita normale? Se la risposta è sì, avete dei seri problemi.

Ma torniamo al film.

Non posso dire che sia un film perfetto, questo no. Ha le sue pecche, debolezze varie sparse qui e lì, ma il cast è molto, molto bravo e la storia è una di quelle che vale la pena raccontare e vedere.

14affa3b00000514-4151160-homeward_bound_the_book_saroo_wrote_about_his_extraordinary_jour-a-125_1485287440160Quindi in ultima analisi “Lion” è un film che merita il vostro tempo. Un film su cosa fa di noi quello che siamo, su cosa sia la famiglia e un po’, diciamo, sul destino. Saroo infatti ha vissuto sulla sua pelle quello che in letteratura viene chiamato “il viaggio dell’eroe”. Come Ulisse, ci ha messo molto tempo per tornare a casa, ma alla fine lo ha fatto da vincitore.

Quante possibilità ha questa pellicola agli Oscar di quest’anno? Non lo so. È stato candidato per un sacco di cose a un sacco di premi, ma nello specifico gareggerà per:

  • Miglior film: potenziale scheggia impazzita che scombina le carte in tavola.
  • Miglior attore non protagonista a Dev Patel: questa non l’ho proprio capita, ma forse l’hanno candidato in questo modo per dargli più possibilità di vittoria, come Alicia Vikander l’anno scorso. È stato molto bravo, ha qualche possibilità.
  • Miglior attrice non protagonista a Nicole Kidman: divina as always, ma le concorrenti sono agguerritissssssime.
  • Miglior sceneggiatura non originale a Luke Davies: altra categoria super agguerrita, ma secondo me qualche possibilità ce l’ha.
  • Miglior fotografia a Greig Fraser: no, mi spiace, ma questo se lo porta a casa quasi di sicuro La La Land.
  • Miglior colonna sonora a Dustin O’Halloran e Hauschka: vedi sopra.

Lettori occasionali, voi l’avete visto questo film? Se sì, vi è piaciuto? Ha qualche possibilità di vincere un Oscar?

Raccontatemi, sono curiosa.

Alla prossima,

G.

Nel dubbio, vi linko anche una bella review di Federica Frezza: https://www.youtube.com/watch?v=jUi9ylRkelM&t=325s

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