Tunuè: La memoria dell’acqua, di Mathièu Reynes e Valérie Vernay

Salve a tutti, miei adorati lettori occasionali,

Tunué mi ha inviato due sue uscite: L’uomo montagna e La memoria dell’acqua. Io voglio iniziare da quest’ultimo.

La storia è quella di Marion, una ragazzina che si trasferisce con la madre nel paesino e nella casa dove quest’ultima ha trascorso l’infanzia fino al momento in cui suo padre, un pescatore della zona, ha perso la vita in modo misterioso. Durante le sue esplorazioni dei dintorni, Marion si imbatte in strane figure scolpite nella roccia e fa la conoscenza del solitario guardiano del faro, figura legata a filo doppio col villaggio e le leggende che lo circondano.

All’inizio della sua permanenza la ragazzina esplora i dintorni, passeggia da sola per il paese, un agglomerato di case affacciato sulla costa della Bretagna. La natura è selvaggia e evocativa, mistica, intrisa di leggenda. Un luogo simile non può che essere abitato da creature sovrannaturali, che si manifestano nei volti scolpiti nella pietra, rivolti verso il mare.

Presto Marion scopre che ci sono due modi per affrontare la leggenda: accettarla placidamente, come gli abitanti del villaggio, o combatterla, analizzarla e qualora fosse necessario soccombere nel tentativo. È questa la via che ha scelto la famiglia Normann, che per la propria arroganza è stata sconfitta e punita.

Tra i colori e i tratti evocativi di questa novel guizzano messaggi rivolti al lettore. Il primo, di frankenstainiana memoria, è il pericolo intriso nel cercare di superare limiti che non dovrebbero essere intaccati, in questo caso l’impossibilità di opporsi alle forze della natura o addirittura di controllarle.

Si parla poi di affetto e di pregiudizi. Marion conosce lo scorbutico guardiano del faro e non si fa scoraggiare dalle malelingue che circolano sul suo conto. È così che viene a conoscenza del segreto che grava sul villaggio e sulla sua famiglia. La curiosità buona di Marion viene contrapposta, in un certo senso, alla curiosità ossessiva del capostipite della famiglia Normann. Le colpe dei padri ricadono sui figli e non c’è modo di sfuggire al circolo vizioso che è stato creato. La redenzione può arrivare dall’amore, ma che accade se l’amore è anche il motore stesso che alimenta il circolo vizioso di una maledizione?

Il funesto destino destinato alla famiglia Normann può anche essere interpretata come frutto di una sorta di determinismo geografico, un destino scritto nei luoghi che si imprime nella vita delle persone che li abitano. Il villaggio è un ecosistema chiuso, a sé stante. Caroline e Marion ne fanno inconsapevolmente parte e vi ritornano senza sapere a cosa vanno incontro. I Normann sono dunque legati al villaggio tanto quanto le creature marine e questo fa di loro delle creature magiche a loro volta, dei guardiani, coloro che compiono il male necessario alla sopravvivenza di un piccolo mondo.

La crescita di Marion avviene quando si rende conto di questo meccanismo di causa-effetto e prende atto del proprio destino.

La prima considerazione che ho fatto appena terminata la lettura è stata: questa è la storia che avrei voluto scrivere io. Seguita da: questa è la storia che avrei voluto VIVERE io. Da ragazzina. O anche ora. Leggendo “La memoria dell’acqua” ho avuto l’esatta sensazione di stare camminando lungo una spiaggia ventosa con la sola compagnia di qualche gabbiano e di un vecchio faro in lontananza, persa nei miei pensieri come Marion. Ed è stato bellissimo.


Voto:

5/5

ADORO.


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