#LibriNo: Le bambine dimenticate, di Sara Blaedel

Sara Blaedel

Le bambine dimenticate

Pagine: 286

Prezzo: 15 euro

Il cadavere di una donna viene ritrovato nel bosco. A indagare è chiamata Louise Rick, capo del Servizio Investigativo Speciale. Mentre una scia di altri omicidi insanguina quello stesso bosco qualcuno riconosce il volto della donna: si tratta di Lisemette, una paziente del manicomio di Eliselund, ufficialmente dichiarata morta trent’anni prima…

Le premesse erano delle migliori: un misterioso cadavere sfregiato ritrovato nel bosco, una detective dal passato oscuro, un manicomio misterioso, un assassino brutale e inafferrabile. Tutto benissimo. Peccato che benissimo non lo è per niente.

“Le bambine dimenticate” aveva gli elementi giusti per essere un racconto appassionante ma questi sono stati gestiti in modo così superficiale e approssimativo che alla fine, quando ho chiuso il libro, la mia mente si è automaticamente chiesta dove fosse il resto della storia, il secondo episodio.

Ma non c’era. Il libro è autoconclusivo.

Parte tutto con il ritrovamento del cadavere. La donna ha una vistosa cicatrice ma non si sa chi sia, perché non è inserita in nessun database. Poi Louise fa la conoscenza del suo nuovo collega, Eik, un tipo tosto, di poche parole, che si ubriaca di brutto e veste sempre di nero ma che è anche in posseddo di un lato dolce e sensibile.

Questo viene messo in mostra quando i due si recano una seconda volta nel bosco del ritrovamento, guardacaso luogo d’infanzia di Louise, e si imbattono in tre bambini lasciati allo stato brado. Eik si getta su di loro e mentre Louise trova il cadavere della loro babysitter, lui calma i tre pargoli che si addormentano all’istante. Abbiamo già capito che lui e Louise finiranno a letto insieme, cosa che avviene nel più tipico dei modi possibili. In ogni caso, per tutto il resto del libro Eik avrà il ruolo di “quello che si defila per lasciare spazio alla protagonista”, forse perché è un personaggio più interessante di Louise anche nella sua piattezza.

Da questo momento partono delle indagini inconcludenti e annacquate, con Louise che si barcamena tra una cena con l’amica e una col vecchio vicino di casa, un tragitto in auto e una capatina a questo o quell’ufficio, ed io che nella mia testa mi chiedo perché non vada a parlare con Tizio o non dia l’ordine a Caio di fare quest’altra cosa utile. E Louise lo fa, alla fine ci arriva, ma avrebbe potuto arrivarci molto prima e lo sapevamo tutti, anche l’autrice, che ha volutamente allungato il brodo.

E questo non mi piace. Allungare il brodo è segno di una mancanza di presa salda sulla propria storia. Anche i tentativi di riempire questi vuoti tra una rivelazione (chiamiamola così) e l’altra, sono assolutamente privi di spessore e non vanno da nessuna parte. Assistiamo a “Louise che fa cose”, per lo più inutili e che ci svelano poco o niente di lei, e “Louise che pensa al passato”, ovvero al suo ex ragazzo Klaus, che io ho capito com’è che era morto nell’esatto istante in cui lei lo nomina ma Louise, ispettore di polizia, dopo più di un decennio ancora non c’è arrivata. Complimenti.

Insomma, dopo tutto questo rimandare arriviamo alla conclusione del caso. Definirei la sequenza finale come affrettata, incompleta e superficiale. Non capisco se l’autrice non sapesse più come concludere la vicenda o forse se non volesse spingersi troppo oltre e rendere la storia più truculenta. Forse entrambe queste ipotesi sono corrette. Il libro quindi termina in un turbinio di personaggi che convergono tutti in uno stesso punto, come nella coreografia finale di un musical, e in una serie di coincidenze improbabili.

In tutto questo, manca l’elemento che rende un giallo davvero interessante, ovvero l’introspezione. Senza l’introspezione, i gialli sono solo una sequela di azioni volte a scoprire chi è l’assassino. A nessuno interessa chi è l’assassino. A tutti interessa perché l’assassino ha fatto quello che ha fatto. E qui questo manca. O meglio, c’è ma è abbozzato e non all’altezza.

E per aggiungere benzina al fuoco, il personaggio che più di tutti dovrebbe essere esplorato viene lasciato cadere nel nulla e scompare, senza che il lettore sappia che fine gli è stata imposta. Ovviamente sto parlando del colpevole, che a pensarci con un attimo di attenzione si capisce chi è appena compare.

Ah, i personaggi. Oltre a Louise e Eik abbiamo Camilla, la migliore amica della protagonista. Giornalista che ha abbandonato il lavoro, in procinto di sposarsi, testarda capricciosa e insopportabile. In un guizzo di follia decide di andare a indagare personalmente nel manicomio di Eliselund. Si avvicina di molti passi alla risoluzione del caso ma si dimentica di dire tutto a Louise, anche quando la incontra di persona qualche ora dopo.

Come ho detto prima: espedienti per allungare il brodo.

Inoltre, l’elemento che davvero doveva essere esplorato, così da lanciare un chiaro messaggio, viene trattato alla stregua di un mero espediente narrativo e non comunica altro che un fisiologico disgusto (ma anche un po’ di morbosa curiosità).

Quindi, per concludere, dico a malincuore che questo libro non mi è piaciuto e non ve lo consiglio.

Il mio voto è 2 2000px-White_Stars_1 su 5. E questo solo perché l’ambientazione del manicomio fa sempre un certo effetto e a quanto pare l’autrice si è basata su fatti realmente accaduti in Danimarca.

E voi che ne pensate, lettori occasionali? Avete letto questo libro? Siete d’accordo o meno? Fatemi sapere.

Alla prossima,

G.

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One thought on “#LibriNo: Le bambine dimenticate, di Sara Blaedel

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