#Serialmente: L’altra Grace

Nel Canada del 1843 una giovane domestica di origine irlandese di nome Grace Marks viene accusata insieme allo stalliere James McDarmott dell’omicidio del loro padrone, Mr. Kinnear, e della governante Nancy Montgomery. Entrambi sono giudicati colpevoli ma mentre McDarmott viene impiccato di lì a breve tempo, Grace è prima internata in manicomio e poi trasferita in un penitenziario. Dopo trent’anni di prigionia, Grace viene perdonata e rilasciata. Da lì in poi, si perdono le sue tracce.

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Di anni in carcere la Grace del libro di Margaret Atwood e della serie tv Netflix ne passa solo quindici ma i punti salienti della sua misteriosa vicenda rimangono gli stessi. C’è un caso di omicidio, una coppia di colpevoli di cui lei, si dice, è molto bella e forse mentalmente instabile. Questo attrae molta attenzione, i giornali ne scrivono, la gente ne parla. Grace è sicuramente un’istigatrice. No, Grace è una vittima. No, è stupida, non avrebbe mai potuto fare una cosa simile. Ma no, è una manipolatrice.

Il primo minuto della prima puntata stabilisce già il mood di ciò che andremo a vedere. Grace è di fronte allo specchio e il suo volto cambia espressione seguendo la propria voce che racconta del processo e dei giudizi espressi dalla gente su di lei.

“Come posso essere tutte queste cose insieme?”, si domanda. Ed è questo il punto, il gioco a cui ci invita Margaret Atwood. Grace è davvero solo Grace? Oppure c’è qualcos’altro in lei? E se qualcosa c’è, oltre quell’apparenza angelica, si tratta di fredda e calcolata crudeltà o di follia? Qualunque sia la verità, Grace sostiene di non ricordarla. Non ha memoria degli eventi terribili che l’hanno portata in carcere.

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Difficile crederlo. Per appurare la sua innocenza e poterla scarcerare e reintegrare in società, la chiesa metodista locale chiama il giovane dottor Simon Jordan. Laureato di fresco in medicina, aspirante psicologo nell’epoca in cui la scienza era ancora in erba, il dottor Jordan non si fa sfuggire l’occasione di studiare un caso celebre come quello di Grace. Tuttavia, le cose non vanno come lui credeva. Pensava di trovarsi di fronte a una detenuta abbruttita dalla reclusione, invece si trova a colloquio con un’affascinante, eterea e criptica fanciulla.

Tuttavia, come Nietzche insegna, se si scruta troppo nell’abisso, l’abisso inizierà a scrutare dentro di noi. Così accade. Il dottor Jordan, pensato per incarnare lo studio della malattia mentale prima di Freud, sarà gli occhi e le orecchie dello spettatore e si lascierà catturare dal mistero racchiuso nei ricordi della donna. Grace diventerà la sua ossessione, sia dal punto di vista medico sia da quello sentimentale.

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Nel corso delle sei puntate, colloquio dopo colloquio, la storia della ragazza si snoda davanti allo spettatore sempre più oscura. Partendo dal terribile viaggio che appena dodicenne l’ha condotta in Canada insieme ai suoi numerosi fratelli e al disgustoso e violento padre, per poi passare al primo impiego presso la magione dei Parkinson. Lì Grace conosce Mary Withney, una giovane cameriera dal carattere allegro e volitivo, idealista ma sfortunata. Mary muore a causa di un aborto praticato clandestinamente e subito dopo Grace inizia ad avere degli attacchi di amnesia. Gli stessi che le impediscono di ricordare, a quanto sembra, ciò che è successo il giorno degli omicidi. Dopo la morte di Mary, Grace si trasferisce presso Thomas Kinnear, dove conosce il suo presunto complice McDermott.

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Forse il termine “snodare” non è quello giusto per descrivere lo svolgersi della storia di Grace, perché denota qualcosa che da complicato diventa sempre più semplice. Invece, qui accade il contrario. Quella di Grace è una discesa costante compiuta camminando su un argine scivoloso e chi guarda è intrigato e perplesso da ciò che accade nell’isolata casa dei Kinnear, dove l’atteggiamento degli abitanti della casa nei confronti di Grace muta rapido come un cielo primaverile e si ha l’impressione di essere sempre sul punto di assistere a qualcosa di terribile o di vedersi rivelare un segreto sconcertante.

Molte speculazioni furono fatte su cosa avesse spinto Grace Marks, generalmente ritenuta colpevole, a compiere il crimine. Molti la ritenevano affetta da un grave disturbo della personalità (motivo per cui avrebbe passato parte della propria detenzione in manicomio). Una di esse sarebbe stata proprio Mary Withney.

Altri invece sostennero che Mary fosse lo spirito di una donna che aveva preso possesso del corpo di Grace e l’aveva spinta a commettere gli omicidi. In effetti, come la serie suggerisce, era Mary ad avere un vero motivo per volersi sbarazzare di Kinnear e Nancy. Il primo perché era un ricco possidente che aveva aiutato a reprimere la rivolta dei contadini, movimento in cui al contrario Mary credeva ciecamente, mentre Nancy era rimasta incinta del proprio padrone, esattamente come era accaduto alla ragazza che aveva pagato le conseguenze del “peccato” con la vita. Una cosa a cui Nancy probabilmente non sarebbe andata incontro.

Altri ancora sostenevano che fosse stata Grace a morire nella casa dei Pearkinson e Mary avesse rubato la sua identità, rivelando il proprio nome solo al momento della fuga.

Una quarta versione sosteneva che Grace Marks avesse studiato tutto e che il suo atteggiamento, le sue amnesie, la sua versione dei fatti, la sua storia, tutto fosse stato inventato, architettato con calibrata e lucida furbizia, in modo da essere rilasciata.

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La serie non da rispose in proposito. Al contrario, gioca con lo spettatore fornendo elementi che avvalorano tutte e quattro le teorie, confondendo le acque in puro stile nolaniano. Non da ultima, la scena dell’ipnosi compiuta dal dottor Jerome DuPont, precedentemente conosciuto come Jeremia l’ambulante, un ciarlatano amico di Grace che in tempi non sospetti le aveva proposto di viaggiare con lui e fingere di essere una medium in grado di parlare con i fantasmi. Sotto il velo nero, di fronte a un pubblico di convinti spiritisti, Grace cade addormentata e subito dopo si risveglia come qualcos’altro. La voce acuta, un sorriso di scherno, Grace dice di essere Mary, di essere la responsabile di tutto, e parla, parla, dice ciò che pensa di tutti i presenti, di tutto il processo, di Kinnear e di Nancy e di McDarmott.

Forse la voce gracchiante è davvero quella di Mary o forse si tratta solo di uno sfogo della vera Grace che, protetta dalla finzione, riesce a esprimere quello che ha sempre tenuto nascosto. Una violenza e una rabbia oscure, talmente in contrasto con il docile comportamento di Grace che risulta difficile credere sia davvero lei, che simili sentimenti possano appartenerle.

Il risultato è il tracollo nervoso dello scettico ma benintenzionato dottor Jordan. Ha davvero ascoltato la voce di uno spirito o si trattava della semplice confessione di una donna che sin da bambina aveva subito soprusi e violenze di ogni tipo? E in tal caso, è giusto considerare Grace colpevole delle proprie azioni? Simon Jordan torna a casa sconfitto ma non meno ossessionato dal pensiero di Grace e dal fatto di non essere stato in grado di individuare lo scarto, il labile confine tra realtà e menzogna. Lo spettatore, invece, è lasciato a speculare liberamente, un po’ come il pubblico che assistette al processo nel 1843. Quale sia la verità sul caso della giovane cameriera non è dato di sapere, ma come dice la stessa Grace, riprendendo il monologo iniziale, è lì dove la gente vuole e crede che stia. Quindi che ognuno la pensi come vuole.

Ciò che Margaret Atwood vuole fare è dunque, oltre a ricostruire la storia di questa giovane e celebre criminale e colmare i vuoti a noi non pervenuti, suggerire quanto sia profondo e insondabile l’animo umano e quanto le parole siano un mezzo imperfetto e inaffidabile per esplorarlo. Ma non solo. Come si domanda il dottor Jordan, fosse anche stata Grace la colpevole degli omicidi, sarebbe stata davvero lei da incolpare, per una supposta malvagità e corruzione dell’anima, oppure la colpa sarebbe dovuta ricadere sulla società, su chi spinge le persone a covare una rabbia tale da trasformarsi in intento omicida?

Come dice Grace stessa parlando di Mary: “Non è stato il dottore a ucciderla, è stato il signore che l’ha messa nei guai e poi non si è preso le proprie responsabilità. Non sempre chi vibra il colpo è il vero colpevole.”

Quindi, vi consiglio di vedere questa superba serie tv? Assolutamente sì. La sceneggiatura di Sarah Polley (Stories We Tell), la regia di Mary Harron (American Psycho) e l’interpretazione di Sarah Gadon, rendono l’esperienza di visione ipnotica e impossibile da lasciare fino alla fine.

Hi-0

E ora ditemi, miei diletti, avete visto questa serie? Se sì, cosa ne pensate? Io sono sicura di non essere riuscita a scalfirne neppure la superficie.

Ossequi,

G.

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14 thoughts on “#Serialmente: L’altra Grace

  1. Francesca

    Sono convinta che Grace sia affetta da un disturbo dissociativo dell’identità, che è una patologia psichiatrica. Insorge in seguito ad un trauma, appunto la morte di Mary.

    Mi piace

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