Kabukicho, di Dominique Sylvain

9788832970036_0_0_300_75Dominique Sylvaine

Kabukicho

Pagine: 213

Prezzo: 16 euro

Link: http://amzn.to/2CMxsC8

Giappone. Kabukicho, il quartiere a luci rosse di Tokyo. Una giovane di nome Kate scompare misteriosamente. La scomparsa di un gaijin, uno straniero, è una vera grana per la polizia giapponese e in particolare per il detective Yamada, che pur avendo perso parte dei propri ricordi a causa di un incidente non ha perso il proprio intuito. Niente può essere lasciato al caso. Tra gli indiziati, dunque, compaiono Yudai, famosissimo host e caro amico di Kate, e la sua coinquilina Marie, una sfuggente ragazza francese e promettente scrittrice. Ma nella città delle menzogne niente è come sembra realmente…

Con Kabukicho (che in originale ha un sottotitolo: la cité des mensonges, la città delle menzogne), Dominique Sylvaine, pluripremiata autrice francese di stanza a Tokyo, gioca con il lettore come un gatto con il topo, attirandolo nella trappola un po’ come nella trappola cadono tutti i protagonisti del romanzo.

In effetti anche io, navigata consumatrice di gialli, thriller e noir, a inizio lettura ero convinta di trovarmi di fronte a qualcosa di completamente diverso e quando poi mi sono trovata di fronte alla verità ne sono rimasta affascinata.

Il romanzo inizia in minore. Kate, una brillante ragazza inglese che lavora in un maid café di Kabukicho, scompare. In Inghilterra, suo padre riceve un inquietante messaggio: una foto della figlia riversa a terra e un messaggio in giapponese la cui traduzione è “la ragazza dorme qui”.

Partono le indagini ma la situazione non è semplice. Ci sono troppi fattori a frapporsi tra la verità e la polizia: la ragazza era una straniera, ci sono di mezzo un diverso modo di concepire il mondo, e poi la barriera linguistica e la pressione internazionale e i segreti e l’onore e i ricordi di Yamada che non ci sono più e anche il fatto che la ragazza lavorava a Kabukicho, il quartiere a luci rosse di Tokyo, in mano agli Yakuza, ed è probabile che intrattenesse qualche tipo di relazione con un cliente.

Forse con Yudai, l’host più famoso del quartiere, quello per cui le donne spendono cifre da capogiro, solo per poterlo avere seduto al proprio fianco durante la serata. Ma Yudai nega decisamente: lui voleva bene a Kate, non avrebbe mai potuto farle del male.

Allora bisogna sentire cos’ha da dire l’anonima Marie, la coinquilina della ragazza. Marie è approdata a Tokyo per onorare il sogno della sua più cara amica, scomparsa misteriosamente qualche anno prima, e Kate l’ha aiutata a trovare un lavoro e a sistemarsi. Anche lei voleva bene a Kate e anche lei non avrebbe mai potuto farle del male.

E così il romanzo procede, alternando i punti di vista di Yudai, Marie e Yamada, focalizzando l’attenzione su questo o quel dettaglio, su questo o quell’avvenimento, scavando un po’ alla volta nella vita di questi tre personaggi e in quella di Kate, sparpagliando le tessere del puzzle, apparentemente scollegate tra loro. Fino a che non compare un dettaglio. È piccolo, inserito in modo innocente tra le pagine proprio per fare in modo che sfugga allo sguardo ma una volta individuato si rivela la chiave di volta per decifrare l’intera vicenda. I pezzi si incastrano, l’immagine appare più chiara, il senso di pericolo sale e appare più chiaro il motivo di quel sottotitolo: la città delle menzogne.

Perché Kabukicho sfrutta il Giappone, Tokyo, il suo quartiere a luci rosse e il suo modo tutto particolare di intendere l’intera esistenza per parlare di identità e bugie.

Ognuno dei personaggi deve fare i conti con la propria identità. Essa è falsa, una maschera opprimente come una prigione, oppure fluida. Può mutare o essere perduta per sempre, può essere oggetto di studio o qualcosa da nascondere gelosamente. Un’arma o una colpa ma in ogni caso è plasmata dalle bugie, quelle che raccontiamo a noi stessi e agli altri. La nostra maschera è costruita per aderire a quello che facciamo finta di essere e a volte si è così fusa con noi da non permetterci più di distinguere dove inizia uno e finisce l’altro e non riusciamo più a liberarcene. Altre volte, invece, siamo in grado di cambiare a piacimento, salvo che proprio cambiando continuamente non troviamo più noi stessi.

E cosa fare quando questo apparato di bugie si sgretola? Come evitare di venire travolti dall’ondata delle nostre azioni e delle nostre responsabilità? È quello che si trovano ad affrontare i protagonisti del romanzo. La sparizione di Kate mette in pericolo quelle maschere, lascia per un attimo intravvedere quello che coprono.

Oltre al discorso sull’identità, che mi è sempre molto caro, un altro aspetto che ho amato moltissimo di questo romanzo è il fatto che racconti il Giappone dei gaijin, degli stranieri. E per gaijin non intendo i semplici turisti ma quello che il Giappone lo conoscono, lo vivono o l’hanno vissuto. È tutta un’altra cosa. Un turista si fa abbagliare dai neon colorati, dalla massa brulicante di persone, dagli strani negozi; chi ha vissuto il Giappone, invece, riesce a vedere un po’ sotto la superficie di patinata efficienza e cordialità, riesce a vivere e percepire la quotidianità di una città enorme e tentacolare come Tokyo. Una città che molti autori giapponesi hanno definito “spersonalizzante”, un luogo dove gli abitanti non hanno peso se non in quanto “massa”.

E in questo accumulo di nulla c’è il quartiere a luci rosse, il luogo dove la gente spende per essere qualcuno, per essere valorizzato in quanto individuo. Per questo motivo credo appunto che sia il luogo perfetto per mettere in scena il contrasto tra identità e menzogna al centro di questo romanzo.

Parliamo per un attimo della vicenda criminosa in sé. A tratti ho trovato le soluzioni dell’autrice leggermente forzate ma non totalmente incomprensibili. La tensione sale sempre di più mentre la spirale degli eventi precipita e la seconda metà del romanzo tiene il lettore incollato alle pagine.

Questo grazie anche a uno stile preciso e asciutto, in grado tuttavia di dare una voce particolare ad ognuno dei personaggi. Il problema in cui spesso incappano gli scrittori occidentali che scrivono di un paese straniero, e del Giappone in modo particolare, è quello di non saper riprodurre neanche lontanamente il loro modo di pensare in modo realistico. Dominique Sylvaine ce la fa. Entro certi limiti, chiaramente, ma dalla scrittura appare chiara la sua conoscenza della materia. Ho apprezzato moltissimo.

In generale, nonostante si tratti di una storia dai risvolti di thriller psicologico, durante la lettura ho provato molta nostalgia. Nostalgia proprio per quel lato quotidiano di Tokyo, per conbini aperti ventiquatt’ore, per i caffè nascosti nelle viuzze laterali, per i jinja (santuari) e i templi e i treni e il brulicare di persone e in generale per quell’atmosfera incredibile che si respira solo in Giappone.


Il mio voto:

4 su 5

すばらしい


A chi lo consiglio:

 

  • A chi ama il Giappone;
  • A chi ama i noir con forti elementi psicologici;
  • A chi sente di non essere totalmente sé stesso.

 

 

 

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18 thoughts on “Kabukicho, di Dominique Sylvain

  1. michy px

    Molto interessante la trama di questo libro, sono i tipi di libri che adoro ! Devo assolutamente leggerlo presto, grazie della review

    Mi piace

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