Il Marchese di Bolibar, di Leo Perutz (o delle profezie che si auto avverano)

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Leo Perutz
IL MARCHESE DI BOLIBAR
Pagine: 238
Prezzo: 20 euro
Link: http://amzn.to/2EFEOfY

«Se le descrizioni del sottotenente Jochberg corrispondono a verità, allora la distruzione del reggimento Nassau – caso più unico che raro nella storia militare di tutti i tempi – è stata consapevolmente provocata,  se non addirittura pianificata a mente fredda, dai suoi stessi ufficiali.»

“Il marchese di Bolibar”, romanzo del 1920 uscito per la prima volta in Italia nel 1987, inizia così, con l’annuncio di una sconfitta. A metterci in guardia è un anonimo studioso che dichiara di essersi trovato in possesso delle memorie di Eduard von Jochberg, importante feudatario e, all’insaputa di tutti, unico sopravvissuto della rovinosa e oscura disfatta di La Bisbal, un avvenimento apparentemente decisivo per la Storia ma di cui a stento si trova traccia nei libri.

Siamo nel 1810, durante la campagna napoleonica in Spagna. Due reggimenti della Confederazione Renana hanno preso il controllo di La Bisbal, una cittadina montuosa dell’Andorra. Nonostante il territorio sia insidiato dai guerriglieri spagnoli indipendentisti appoggiati dagli inglesi, gli ufficiali tedeschi sono in una posizione di vantaggio, asserragliati nella cittadina, ben protetti, e non si preoccuperebbero della situazione se non fosse per il piano ordito dal Marchese di Bolibar.

Figura spettrale, trasformista tanto abile da suggerire poteri (o natura?) diabolici, il Marchese orchestra un piano con i guerriglieri: farà in modo di lanciare loro tre segnali ai quali dovranno seguire tre azioni ben precise. Una volta compiute queste tre azioni, assicura, il popolo si rivolterà contro l’invasore e loro avranno in mano La Bisbal.

In qualche modo, però, il piano trapela, i tedeschi ne vengono a conoscenza e si mettono in allerta. Tutti cercano il Marchese, tutti attendono il suo arrivo, lo rincorrono, lo vedono e lo sentono ovunque, ma questo svanisce ogni volta come il più inafferrabile dei criminali. Come uno spettro. Solo il giovane Jochberg conosce (o comprende) la verità: il Marchese è, in effetti, già morto. Lo hanno fatto giustiziare proprio lui e i suoi colleghi ufficiali perché, travestito da mulattiere, aveva origliato e appreso il vergognoso segreto che i cinque condividono.

A differenza dei suoi scettici colleghi, personaggi che incarnano ognuno un “tipo” umano (l’intellettuale, il grezzo, l’aristocratico, lo sbruffone), Jochberg è sospettoso. Tutte le sfortunate coincidenze che dopo la morte del mulattiere hanno colpito lui e i suoi colleghi sono davvero eventi casuali o sono opera del Marchese che, prendendo possesso del loro corpo, li ha spinti verso decisioni sciocche e impulsive e per questo rovinose?

Dopotutto, poco prima della sua morte il presunto mulattiere aveva strappato loro la promessa di portare a termine il suo ultimo, importantissimo compito ma alla loro richiesta di chiarimento aveva risposto solamente:  «Sarà Dio a mostrarvelo. Voi avete giurato ed Egli vi ha udito.»

Ingiustamente dimenticato, ma ora sulla via della riscoperta, Leo Perutz è maestro nel gestire il soprannaturale. La magia e il mistero non sono mai evidenti o incarnati in un solo personaggio ma ricoprono ogni elemento della narrazione come la neve caduta su La Bisbal. È il dubbio a creare la magia, confondendo i confini tra ciò che è reale e ciò che non lo è, e l’ampio utilizzo di elementi simbolici crea un’atmosfera di presagio, a metà tra fatto storico e leggenda.

E il dubbio che risuona tra le pagine de “Il marchese di Bolibar” è: cos’ha portato i  due reggimenti alla rovina?

Magia o non magia, diavolo o Ebreo errante, certo il Marchese sa come funziona il cuore degli uomini e quanto sia facile suscitare il male. Gelosia, brama, invidia. Bastano poche parole per mettere in moto un meccanismo, per impiantare un’idea e fare in modo che questa cresca e si alimenti e alla fine agisca autonomamente. Suggestione, condizionamento, per noi familiari con il lavoro di Christopher Nolan: innesto.

Difficile spiegare il corso degli eventi senza rovinare la sorpresa al lettore, una sorpresa invero già scritta ma non meno efficace. Perché ciò che conta è il modo in cui la fine cala su La Bisbal. «Psicosi da suicidio o trasmissione telepatica di volontà individuali» azzarda il nostro storico, rimettendo alla scienza il giudizio sugli avvenimenti. Perché certo non si può fidare di Jochberg, che assicura di essersi imbattuto, proprio in Spagna, nell’Ebreo errante.

Hi-0

Voto:

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Über Alles

Hi-0

Lo consiglio a:

Tutti;

Tutti;

Proprio a tutti;

Agli amanti del romanzo storico;

Agli amanti dei racconti dove il mistero è soprattutto nella mente dei personaggi;

A quelli che tendono ad auto sabotarsi.

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21 risposte a "Il Marchese di Bolibar, di Leo Perutz (o delle profezie che si auto avverano)"

  1. michy px

    Non è proprio il mio genere questo libro però lo trovo molto interessante, lo consiglierò a mio figlio che va alle superiori e a cui piace molto leggere sono sicura gli piacerà molto, però mai dire mai magari iniziando a leggerlo mi appassiono pure io, sono così con i libri se mi prendono bene li divoro in pochissimo tempo!

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  2. Eleonora

    Non sono un amante dei libri storici, e soprattutto – purtroppo – leggo davvero di rado (devo rimediare!!) e quando lo faccio leggo sempre libri fantasy o di fantascienza. Però mio nonno è un amante di questo genere di libri, glielo farò presente, magari gli piace!

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  3. erica

    Mi sembra che potrebbe essere di mio gusto. Un romanzo storico con personaggi dalla personalità complessa. Lo metto in wishlist, magari mi torna voglia di leggere i romanzi.

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  4. Giacomo Grandesso

    Libro fighissimo, letto in tedesco qualche anno addietro. Capolavoro da un punto di vista sia macro (concezione, trama, etc) sia micro (narrazione, scelte linguistiche e stilistiche). Da leggere con attenzione.

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