Giaguari invisibili, di Rocco Civitarese

(o di moscerini, maschilismo e topolone)

 

Rocco Civitarese

Giaguari invisibili

Pagine: 288

Prezzo: 16 euro

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Pietro, Giustino, Davide, Anna, Laura, Lucilla ma anche Debora, Sofia, Giacomo… sono giovani a un passo dall’entrare nell’età adulta (qualunque cosa voglia dire), pavesi (che possa considerarsi un tratto distintivo della personalità?), dotati di sogni che non sanno come realizzare, grandi amori che non riescono a gestire e nessuna lungimiranza.

Come tutti noi quando eravamo adolescenti, no?

No.

Perché nonostante la giovane età dell’autore (appena diciotto anni), che potrebbe sfruttare il suo prezioso sguardo da insider nei confronti di una realtà giovanile sempre più aliena, questo non è un libro che prende sulle proprie spalle l’arduo e ingrato compito di raccontare l’adolescenza di oggi, né vuole dare un’interpretazione ai miti e ai comportamenti dei ragazzi che ci si trovano immersi.

Come lui stesso afferma, Rocco Civitarese non ha intenzione di portare al pubblico un racconto “generazionale”. Il suo intento è semplicemente quello raccontare alcuni specifici personaggi, ispirati o meno a persone reali che fanno parte della sua vita.

Lo fa tramite una sequela di rapidi capitoli in POV, brevissime incursioni nella vita e nella mente dei protagonisti che dovrebbero portare il lettore all’interno della loro mente, della loro anima.

Peccato che sarebbe stato meglio rimanerne fuori.

I personaggi sono appena sbozzati, poco più che dei cliché. Blocchi di marmo a cui è stato dato appena qualche colpo di scalpello.

Pietro, Davide, Giustino sono tre ragazzini che si credono uomini, con la mente ottenebrata dal sesso (il loro unico interesse evidente) che giocano ad associare le ragazze ai pezzi di sushi e a spartirseli. Persino Pietro, che tra tutti è il personaggio più approfondito e che dovrebbe essere il più illuminato, romantico e sognatore del gruppo, dimostra ripetutamente la propria natura di adolescente con gli ormoni impazziti che passa dall’atteggiarsi a poeta con Anna, la ragazza che ha puntato, a colpire un suo amico con un remo da vogatore, fratturandogli la mano.

E a proposito di Anna, le ragazze non ne escono certo meglio. Chiaro frutto di un immaginario maschile e per di più giovanissimo (quindi, per forza di cose, superficiale), risentono sia del loro essere adolescenti, e quindi incomplete e confuse, sia del cosiddetto male gaze, che riduce tutto il loro essere a corpi sensuali da toccare e, possibilmente, possedere.

Lucilla è una romana disinibita il cui unico tratto distintivo è quello di essere una generosa dispensatrice di rapporti orali; Laura è la tipa confusa e radical chic, che parte per Boston e molla il ragazzo via sms; Sofia, con la sua esperienza traumatica, è un espediente narrativo per aggiungere un po’ di trama laddove manca; di Debora sappiamo solo che tutti la credono scema per via del suo nome orrendo (non se ne abbiano le Debora all’ascolto, ma è questo che se ne dice nel romanzo) e Anna, il personaggio femminile che ha  più spazio all’interno del romanzo, risulta un personaggio confuso e poco approfondito, contraddistinto principalmente dall’essere una cosiddetta “figa di legno”.

Chiamate «zoccole» più spesso che no (qui nessuno ha mai visto “Mean Girls”, mi sembra ovvio), forse per maschilismo, forse in una sottile citazione a The Lady, i ragazzi non fanno che pensare di doverle trattare col pugno di ferro, di doverle controllare o, per dirla come Costantino Vitaliano, di doverle mettere in riga.

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Certo, cambiano i punti di riferimento all’orizzonte, i fari che ti guidano nella nebbia e con un po’ di fortuna ti permettono di uscire indenne dall’adolescenza.

Laddove i diciottenni della mia epoca (che mi sembra lontana ere geologiche e allo stesso tempo vicinissima) avevano come grande spauracchio quello dell’esame di maturità, questi ragazzi guardano già oltre, alla carriera, al “dovercela fare”.

Ma è davvero così originale, questo atteggiamento? Davvero dieci anni fa i ragazzi non guardavano oltre l’esame di maturità? Io non penso. I ragazzi della mia generazione sono i figli della crisi. Siamo usciti dalle superiori con l’idea che sarebbe stato difficile, che ci trovavamo nel mezzo di una contingenza che definire iellata sarebbe un’eufemismo, ma che in qualche modo dovevamo farcela.

Ciò che forse è cambiato rispetto alla generazione di cui parla Rocco Civitarese è che all’idea di farcela si accompagna quella di dover emergere, di essere visibile, sopra gli altri. Non bisogna essere una persona qualunque ma un medico, un cestista di serie A, un fumettista famoso.  Ma anche su questo, non sarei così certa.

Quel che penso è che per quanto riguarda quel periodo (orribile) che è l’adolescenza puoi aggiungere quanta tecnologia ti pare, cambiare contesto e condizione sociale ma c’è qualcosa che rimane sempre identico nelle ere: l’insicurezza. Che è anche la parola chiave per descrivere i personaggi di Giaguari invisibili nonché l’unico sentimento che ho riconosciuto come proprio anche della mia, di adolescenza.

Ma c’è anche un altro punto in cui la prosa matura di Civitarese tradisce la sua reale età: nonostante le situazioni paradossali e a volte pericolose in cui si infilano i personaggi, nessuno subisce mai delle conseguenze. Perché conseguenze, responsabilità, a diciotto anni sono ancora lontane, appannaggio «dei grandi», e tuttavia la loro assenza rende i rapidi POV più la trasposizione di qualche estemporanea fantasia che un episodio calato in un seppur vago contesto realistico.

Tuttavia, se la trama è inconcludente e i personaggi e i contenuti sono vuoti come lo spazio siderale, bisogna almeno riconoscere al giovane autore di averlo descritto con uno stile di tutto rispetto. La scrittura è agile, alcune descrizioni davvero efficaci e in generale si evince una chiara capacità di usare le parole con destrezza invidiabile. Per questo mi domando: non sarebbe stato meglio per l’autore attendere per qualche tempo, maturare non tanto lo stile quanto i contenuti, e poi tentare la via della pubblicazione?

Dal mio punto di vista Feltrinelli ha tentato, con questo romanzo, di pubblicare uno Young Adult al maschile, un testo che avesse dalla sua parte la solidità del marchio editoriale e un target diverso, più ampio e forse scevro dai pregiudizi che il genere si porta dietro.

Tuttavia, non me la sento di consigliarne la lettura a un pubblico molto giovane. Se questi sono anche solo in parte i ragazzi di oggi non hanno certo bisogno di leggere questo. Chiamatemi vecchia e noiosa, una cura di classici non farebbe loro male. Per niente.

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Voto: 22000px-White_Stars_1su 5

Giudizio: Topolone

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