Romanzo rosa, di Stefania Bertola

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Stefania Bertola

Romanzo rosa

pp. 201

prezzo: 13 euro

Di solito, sono una strenua sostenitrice dei libri strani, del rifuggire il volume alla moda, del non lasciarsi influenzare dai social (anche se sui social bazzico anche io e cerco, appunto, di raccontare le mie letture con lo scopo tutt’altro che secondario di “promuovere” i libri che mi sono piaciuti. Quindi sono un controsenso vivente). Però, quando i social mi consigliano un libro buffo, intelligente e di nicchia, non vedo perché non fare un tentativo.

In questo caso, i social si sono manifestati nella persona di Francesca Crescentini, meglio conosciuta come Tegamini, traduttrice, blogger e donna di grande potere mediatico. Sul suo account Instagram parla di “Romanzo rosa”, di Stefania Bertola, consigliandolo a una ragazza che abbisogna di una lettura leggera e divertente. Anche io necessitavo di tale lettura, da intervallare al poetico ma pesissimo “Ornamento” (di cui, non temete, avrete la recensione). Così, uscita dal lavoro, mi sono fiondata al Punto Einaudi più vicino, ho recuperato il romanzo insieme a “L’idiota” di Elif Batuman (che, si sa, i libri rimangono incollati alle mani e quando entri con l’intenzione di comprare quel classico da dieci euri e basta esci con un cartonato da venticinque e un saggio di seicento pagine tradotto dal babilonese. Costo: 42 euro. Spesa totale: un rene, e tante grazie).

“Romanzo rosa” si manifesta subito come una lettura rapida e felice. Olimpia, bibliotecaria cinquattottenne, single, ha deciso di investire qualche soldo in un corso organizzato da Leonora Forneris, volto e mano dietro allo pseudonimo Maevis Glengarry, decana e autrice di punta della serie di romanzi Melody. Insieme ad Olimpia, un assortimento di una quindicina di casi umani, tra cui tre uomini.

Leonora è algida e professionale e comanda i suoi alunni col pugno di ferro, impartendo loro delle regole da rispettare con rigore militaresco: una protagonista deve essere sempre americana, canadese, inglese o scozzese e sempre, e dico sempre, di età inferiore ai venticinque anni. A meno che non sia vedova. In quel caso, è lecito salire a ventisette. Le sorelle sono adolescenti o bambine, il protagonista maschile esotico, la rivale una strega senza qualità evidenti che odia i bambini e i nomi propri necessitano, tassativamente, di un tasso di ricercatezza e complessità che i nomi elfici del Signore degli anelli devono sembrare banali.

Il corso dura sette giorni, che il romanzo illustra intervallando le vicende di Olimpia, osservatrice silenziosa delle dinamiche che si creano tra i suoi compagni, alle dispense di Leonora ai capitoli scritti di Olimpia stessa. Il tutto, è condito con grande ironia e una neppure troppo velata critica all’editoria e ai lettori. Inoltre, l’urticante coacervo di cliché che Leonora insegna e impone ai suoi allievi (e guai a sgarrare, pena l’espulsione dal corso) sembra il ritratto fatto e finito di tutti quei tropes abusati nella letteratura di consumo di oggi. Gli young adults, i new adults, i romanzi rosa brutti che gli youtubers demoliscono così bene sono pieni zeppi di questi elementi, e li ripropongono con grande vigore e convinzione ad ogni nuova pubblicazione. In sostanza, gli Harmony (o Melody, scusate) hanno figliato e la loro prole, com’è giusto che sia, è salita di un gradino nella scala sociale dei libri, ha guadagnato una copertina rigida e una sovracoperta dai colori accesi e si è piazzata lì, a proporre storie trash e ridicole (“che non lasciano niente, assolutamente niente”, lo dice Leonora Forneris stessa) non più dagli umili banchi di un’edicola ma dallo scranno sacrosanto di quelli di una libreria.

Illuminante ed efficace, tanto che io alla storia di Turquoise e Angus e Lady Glorietta e le loro marmellate… un po’ mi ci sono appassionata. Idea per un seguito?

 

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