Turlupin, di Leo Perutz

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Leo Perutz

Turlupin

Pagine: 152

Prezzo: 14 euro

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turlupinare v. tr. [dal fr. turlupiner, prob. connesso con il nome della setta dei turlupins (v. turlupini), che passò a indicare «chi scherza sulle cose di religione, o che ama fare beffe di cattivo gusto»; Turlupin fu poi nome d’arte di un attore fr. di farse, Henry Legrande († 1634), noto anche come Belleville]. – Raggirare, ingannare beffando la buona fede o l’ingenuità altrui: ti sei fatto t.; ti hanno turlupinato, quest’orologio è una patacca!

Nel mio grande amore letterario, “Il marchese di Bolibar”, la domanda a cui si tenta di rispondere è: è vero che il reggimento Nassau è stato portato all’annientamento dai suoi stessi ufficiali? La risposta: forse. In “Turlupin”, invece, la domanda suona più: come mai, nonostante le circostanze fossero pronte e favorevoli già un centinaio d’anni prima, la rivoluzione francese è scoppiata con un ritardo di 140 anni? La risposta, in questo caso, è più netta: per via di Turlupin.

Tancrède Turlupin è un orfano che, in generale, se la passa meglio della maggior parte dei cittadini di Parigi nella Francia del 1642. Lavora come parruccaio, ha una casa, del cibo e qualcuno che si occupa di lui. Turlupin, però, ha anche delle decise convinzioni: sa di appartenere alla nobilità, probabilmente è un figlio illegittimo di qualche conte o marchese; sa che un giorno incontrerà i suoi genitori; sa di essere destinato a compiere grandi imprese. Le sue certezze sono rafforzate dalla presenza di una strana ciocca di capelli bianchi che non può che essere un marchio di famiglia.

Oltre ad essere parruccaio e tutto ciò di cui sopra, Turlupin è anche un po’ matto, ignorante e ingenuo. Un Arlecchino privo di quella tipica astuzia da strada che da un personaggio di così umile estrazione ci si aspetterebbe. Del tipo che se sei un poveraccio e hai le pulci, come minimo devi essere furbo come il diavolo. Altrimenti, che ci stai a fare in un romanzo?

E invece, Turlupin è proprio il contrario. È caos allo stato puro, è l’incarnazione della fatalità cieca, ignorante e becera. Come agisce, sbaglia. Quando riflette, prende fischi per fiaschi. Quando parla, dice sempre la cosa sbagliata. In poche parole, Turlupin è una scheggia impazzita che aspetta solo il momento giusto per saltare via e colpire indistintamente chiunque si trovi a incrociare il suo cammino.

Il momento giusto capita l’8 novembre 1642 quando Turlupin, di ritorno dal mercato, manca di fare l’elemosina a un mendicante. A disagio, convinto che i mendicanti abbiano una sorta di link diretto con Dio e che possano parlare male di lui, torna sui suoi passi e trova il mendicante morto, ucciso da un signore a cavallo.

Entrambi, Turlupin e signore a cavallo (e anche il povero mendicante, ma la sua è un’altra storia) hanno appena incontrato la loro reciproca rovina, ma nessuno dei due può sospettarlo. Da questo momento in poi, coincidenza dopo coincidenza, equivoco dopo equivoco, Turlupin riesce a partecipare a un funerale, farsi derubare, introdursi nel palazzo nobiliare dove è convinto risieda sua madre, fingersi un nobile, sedurre due donne, farsi sfidare due volte a duello, perdere tutto, trovare quello che  cerca e sventare una rivoluzione.

Quel personaggio inetto e un po’ schizofrenico, che al lettore non sta neppure così simpatico (forse perché è molto più umano di tanti suoi colleghi) si trasforma così nel sassolino che ferma l’ingranaggio ordito e costruito dall’ormai morente cardinale Richelieu, il quale ha stabilito che l’11 novembre, “la grande partita di volano”, tutta la nobilità francese deve essere eliminata.

Invece, grazie all’inconsapevole intervento di Turlupin, la marcescente schiatta nobiliare rimarrà ancorata ai propri palazzi e ai propri titoli per altri 140 anni.

È proprio l’inarrestabile catena di eventi e coincidenze che portano alla conclusione del romanzo ciò che lo rende così godibile. Perutz è maestro dell’equivoco, dell’assurdo, del caso e in questo romanzo equivoci, situazioni assurde e casualità tali da sembrare frutto di un intervento divino (forse, i mendicanti hanno davvero un canale aperto con le alte sfere?) costituiscono l’ossatura stessa della narrazione e conferiscono alla narrazione un ritmo teatrale, da farsa (non a caso, Turlupin era il nome di un attore).

Ma questo turbinio di concatenazioni ha un risvolto ancor più interessante ed è una controlettura della storia come successione cronologica e asettica di fatti. Nei libri, la Storia sembra quasi preordinata, “l’unico modo in cui le cose potevano andare”. E invece, dice Perutz, la storia è fatta dagli uomini e gli uomini, così come i loro piani, sono in balia del Caos.

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