5 motivi per cui “Fidanzati dell’inverno” non è il capolavoro di cui tutti parlano

Partiamo dal presupposto che quando un libro ha molto successo mi suscita più o meno automaticamente dei grossi dubbi. Sì, sono una di quelle persone che pensa ci sia qualcosa di losco in quello che piace a tutti. Perché confessiamocelo, ammettiamolo pubblicamente, tutti noi vogliamo sentirci “parte di qualcosa” e un modo per farlo è saltare sul carrozzone del vincitore.

Questo è ciò che pensavo di “Fidanzati dell’inverno” prima di leggerlo: è un fantasy accettabile che l’Internet ha osannato per mesi, gridando senza sosta al capolavoro, solo perché è francese, ha una bella copertina e l’ha pubblicato E/O.

Visto che avevo voglia di leggere un po’ di fantasy,  ho pensato di farmi prestare una copia e verificare quanto la mia opinione in proposito fosse on point, perché va bene lo scetticismo ma bisogna sempre essere dei santommasi e verificare la questione infilando il ditino nella piaga.

Ebbene, l’ho fatto. Ho letto tutte le 500 pagine del primo volume e sono ancora più convinta che la gente sia rimasta abbagliata dalla copertina – di cui parleremo poi – perché “Fidanzati dell’inverno” non ha proprio niente del capolavoro. Anzi, è talmente difettoso, e reso in italiano in modo tanto pessimo, che lo equiparerei a un qualunque fantasy young adult degno di essere smontato da Matteo Fumagalli. Okay, forse no, perché non siamo di fronte a una storia spiccatamente trash. E tuttavia, ha dei difetti così marcati che si merita comunque una stroncatura almeno da parte mia. Ve la offro in cinque comodi punti. Cominciamo:

  • LA TRADUZIONE:

Non sono un’assidua lettrice di romanzi rivolti alle giovani leve, ma se questo è il livello della resa italiana non mi stupisco più per la loro scarsità linguistica. In questo romanzo ho trovato:

-la parola “tipo” usata fuori da un dialogo diretto (unico luogo in cui ti puoi permettere di utilizzare la parola tipo al posto di come o sinonimi) per fare una similitudine;

-ripetizioni di termini a distanza di una riga uno dall’altro che neanche in quinta elementare;

-evidenti calchi dal francese che però in italiano perdono di senso;

-nomi propri di persona un po’ tradotti e un po’ no, perché Gustave, il maggiordomo brutto e cattivo, si può anche tradurre in Gustavo, tanto che ce ne frega del cattivo, anzi così sta pure più sul culo, ma non hanno mica avuto il fegato di tradurre Archibald, ambasciatore bello e affascinante, in Arcibaldo. Pusillanimi;

-Pistacchia;

-per questa storia dei nomi, almeno un gioco di parole è stato irrimediabilmente perso per strada;

-tempi verbali a dir poco fantasiosi;

-frasi senza alcun senso logico;

-descrizioni di oggetti e persone che cambiano da un paragrafo all’altro;

-uno spiccatissimo problema con i colori. Cos’è il color violoncello? Io me lo sto ancora domandando;

In generale, la resa è piatta, senza nessun tipo di guizzo estetico a parte la scelta, a mio parere incomprensibile, di inserire parole assolutamente auliche accanto a termini quasi dialettali. Mi domando se anche in lingua originale il romanzo sia così sciatto. Perché allora non sarebbe un problema di traduzione ma del testo in sé. Solo che, per qualche motivo, sono quasi convinta che l’ipotesi più giusta sia la prima.

  • I PERSONAGGI E I LORO POTERI:

A stento sopportabili, sono dei cliché viventi. Dal bambino-prodigioso-e-inquietante al grosso-servitore-gentile alla tipa-tosta-e-maschiaccia al fidanzato-burbero-ma-dal-cuore-d’oro alla zia-vedova-acida. Sono tutti dei già visti, tutti prevedibili. Nessuno si comporta mai in modo diverso da quanto ci si aspetterebbe alla loro prima apparizione. Seguono percorsi tracciati e i colpi di scena risultano, pertanto, telefonati.

Oltretutto, essendo un fantasy, tali personaggi sono portatori di poteri particolari. Guardacaso, questi poteri sembrano studiati a) per annullarsi l’un l’altro e b) per puntellare la trama e l’arco narrativo principale, cioè quello dedicato alla protagonista, Ofelia. Insomma, quanto può essere comodo che in un  mondo che poggia sulle illusioni esista un unico personaggio in grado di dissolverle con un solo sguardo e quel personaggio faccia amicizia con la protagonista? E quanto è doppiamente comodo che, quando molto del mistero ruota intorno ad un libro, la zia della protagonista abbia il potere di riparare la carta? E com’è triplamente comodo che il fidanzato, nato da un’unione proibita, abbia dentro di sé sia i poteri forti e aggressivi di un lato della famiglia sia la dote più “intellettuale” dell’altra (risultando pertanto forte e allo stesso tempo intelligente, non so se mi spiego. Stiamo parlando del cliché dell’uomo perfetto 101) e che queste due capacità si fondano perfettamente con la terza, che erediterà, guardacaso, con il matrimonio?

  • LA PROTAGONISTA:

Una piaga.

Una piaga.

Una piaga.

Inverosimilmente goffa (anche se il motivo viene spiegato, non giustifica del tutto il suo costante rompere cose, inciampare, ruzzolare, ferirsi, ferire gli altri), è anche inutilmente testarda, poco perspicace, permalosa e incapace di compiere una scelta oculata. Ovviamente, Ofelia non esiste ed è tutta colpa di Christelle, che forse non sapeva come allungare il brodo del suo primo libro e ha dovuto far comportare la sua protagonista come una mentecatta. Però anche meno, Christelle. Anche meno.

Ofelia non è una buona protagonista. È passivo-aggressiva e nonostante alcuni, tiepidi, slanci virtuosi non ha nessuna qualità degna di nota. In effetti, la sua generale piattezza stempera anche gli appena citati slanci di virtuosismo, facendoli apparire come episodi trascurabili e, troppo spesso, posizionati in modo infelice. Risultato? Ofelia non sembra mai una tosta e neppure una che ha le proprie ragioni e sa farle valere ma soltanto una spocchiosetta arrogante che si crede migliore delle persone intorno a lei.

Il mio pensiero su Ofelia è che la  vorrei morta. Ma la Dabois non è George Martin, quindi non posso che continuare a fantasticare.

  • GLI INTRIGHI:

Inesistenti. E se esistenti, telefonati.

Una volta messe sul tavolo le carte, capire cosa succederà è piuttosto semplice. Per tutta la lettura mi sono domandata se i personaggi non fossero tutti degli eccellenti bugiardi e l’autrice un’abilissima depistatrice. Fino all’ultimo, ho sperato in un colpo di scena mozzafiato, di quelli che ribaltano il lettore sulla sedia e l’intera sorte del libro. Invece, mi sono dovuta accontentare di qualche brandello di cospirazione – per altro, poco originale – mantenuta tale – cioè segreta e ostile – solo dalla scarsa propensione al dialogo dei personaggi. Della serie che, se avessero scambiato due parole in più tra loro, avremmo avuto un volume autoconclusivo di duecento pagine.

Sono l’unica ad essere stanca di questo mezzuccio del dialogo-mancato usato a piene mani? “È l’unica persona di cui posso fidarmi. Dovrei forse dirgli che sono al corrente di questa informazione di vitale importanza? No, meglio di no”. Ma perché?

  • LE DESCRIZIONI E GLI SPIEGONI:

Pedanti, ripetitive, inefficaci. Ho capito come fosse strutturata Città-cielo, la città galleggiante – palesemente ispirata a Laputa – dove si trovano le residenze di Thorn e di tutta la corte dell’inverno, solo grazie al disegno in copertina. Per non parlare della descrizione dei personaggi! Quante volte devo sentirmi ripetere che Thorn, il fidanzato, è alto, magro, con un gran naso? Quante, Christelle? Certo la risposta non è: ogni singola volta in cui il poveraccio entra in scena.  Oltre a questo, continuando a parlare del nostro protagonista maschile, che peraltro è l’unico personaggio ad avermi ispirato un qualche tipo di simpatia, è forse possibile che Ofelia, per quanto bassa, si debba slogare il collo per guardarlo in faccia? Quanto può essere alto, Thorn? Dai tre ai sei metri, pare. Mentre Ofelia dev’essere per forza di cose un hobbit.

E poi spiegoni, spiegoni ovunque. Se la regola sacra della scrittura è “show don’t tell”, qui c’è un esubero di tell a discapito dello show. Continuamente, i personaggi parlano con altri personaggi descrivendo questi ultimi per il lettore. “Tu sei questo e quello, ma anche questo e quest’altro”. Non va bene. È un errore da principianti. Non voglio che mi venga DETTO com’è un personaggio, in modo tale che io possa aggiustare la mia percezione di conseguenza. Voglio che siano le azioni a parlare. E se Ofelia lascia cadere tre piatti e due tazze nel giro di un paragrafo, il fatto che sia goffa risulta lapalissiano.

Non sono una lettrice assidua di fantasy (l’ultimo che ho letto è stato “Streghe di mezzanotte”, di Terry Pratchett, che anche lui si è inventato un mondo incredibile e pieno di cose strane, ci ha pure costruito sopra una saga mastodontica, ma a Terry non gli si può dire niente) ma non serve esserlo per rintracciare in questo primo capitolo del romanzo influenze prese da altri capisaldi del genere o, più semplicemente, dalla filmografia dello studio Ghibli.

Certo, “Fidanzati dell’inverno” non è uno young adult che esalta l’abuso domestico, e quindi può essere adattissimo per un pubblico di giovane età, ma non è niente più di questo.

Leggete “Tito di Gormenghast”, piuttosto.

Peace.

G.

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Christelle Dabos
Fidanzati dell’inverno
Editore: E/O
Pp. 512
Prezzo: 16 euro

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2 pensieri riguardo “5 motivi per cui “Fidanzati dell’inverno” non è il capolavoro di cui tutti parlano

  1. Oh, qualcuno che come me non si fida e non si fa influenzare del “leggilo, è bellissimo, lo adorerai sicuramente”! Da quel che ho letto qua e là, mi sono resa conto che ho letto fanfic scritte molto meglio. Poi certo, non ho la capacità di leggere il romanzo in lingua originale, ma la traduzione può cambiare fino ad un certo punto la struttura della storia.

    “Il mio pensiero su Ofelia è che la vorrei morta.” SIIIII, che personaggio inutile e fastidioso!

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    1. “Da quel che ho letto qua e là, mi sono resa conto che ho letto fanfic scritte molto meglio” intendi dire che hai letto il libro a spazzi o che qualcun altro non lo ha amato, come me? Perché se è così devi dirmi chi! Devo conoscerlo/a!
      (Ofelia, santiddio, è pessima.)

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