What readers want

In Italia si legge poco, questo lo sappiamo tutti. A fronte di più di 60 mila novità (stampate) e 63 mila ebook l’anno (praticamente 350 libri nuovi al giorno) i lettori calano costantemente. Per dire, nel 2015 in Italia 33 milioni di persone non hanno letto nemmeno un libro. Ripeto: 33 milioni. Zero libri. E quelli che hanno letto un libro al mese (quanta forza d’animo, un libro al mese! Quanta tenacia, quanto tempo libero, quanto amore per i libri a tempo pieno e continuato! Infatti sono considerati “lettori forti”) sono circa 3 milioni. Ripeto: 3 milioni. Un libro al mese. Dodici libri in un anno. Lettori forti.

«Beh» direte voi, «piuttosto che niente…»: e in termini puramente teorici avreste ragione. Qualcosa è sempre meglio di niente. Tuttavia, la domanda giusta da porsi è: di cosa è composto quel qualcosa? Quali sono i dodici prescelti, i dodici apostoli della carta stampata inviati a predicare e diffondere il verbo nella casa degli italiani?

In verità vi dico, se pensate che si tratti di narrativa di spessore vi sbagliate di grosso. E non parlo in qualità di lettrice, compratrice compulsiva di libri, scrittrice e più in generale bibliofila: ve lo dico dalla parte di chi sta al di la del bancone quando entrate chiedendo «quel libro di quell’autore che non ricordo, che non so quando è uscito e nemmeno la casa editrice, ma aveva la copertina gialla». Vi parlo come una libraia.

L’anno scorso ho lavorato per sei mesi in una libreria della mia città e questo mese ci sono tornata, per un breve periodo. Uno degli aspetti più interessanti di questo lavoro (almeno per me, che sono strana), oltre all’ovvio vantaggio di poter mettere le mani sulle novità non appena entrano in negozio (sotto forma di pesanti scatoloni da aprire-svuotare-riporre velocemente e diligentemente), è quello di poter godere in tempo reale di una panoramica abbastanza accurata, se non precisa, del parco lettori italico e di quali siano i dodici libri che leggeranno durante l’anno. Vi dico: è una panoramica desolante.

Partiamo dal fatto che le due tipologie di libro più vendute nella nostra libreria sono le pubblicazioni per l’infanzia (favole classiche, libretti-gioco per infanti in età prescolare, il classico «pensierino per il nipotino») e le guide turistiche. Cioè: libretti per bambini che a stento sanno leggere e guide turistiche, che se va bene si sfogliano distrattamente una volta arrivati di fronte al monumento che si vuole visitare.

I libri per bambini vanno davvero alla grande. Quando entra in libreria una signora che ha superato i sessanta, quasi certamente è lì per comprare un libro per un nipote, suo o di qualcun altro. Lo stesso vale per le donne sui trenta-quaranta. In entrambi i casi, quello delle nonne o quello delle mamme, la scena è sempre la stessa: «Scusa… posso chiederti un consiglio? …Un libretto per un bambino…». Certo signora, quanti anni ha? (diciamo sperando fortemente che il pargolo abbia almeno sette anni, fattore fondamentale per accedere allo scaffale dei “libri per ragazzi”, più piccolo e decisamente più facile da gestire. Quello delle pubblicazioni per infanti è lungo tutta una parete (4 metri), un inferno di cartonati da dieci pagine ciascuno, impossibili da trovare) «Due e mezzo.» A quel punto uno si chiede quale sia il problema. A due anni uno a stento distingue la madre dal padre, che differenza vuoi che faccia leggere una favola su un bruco, un lupo o su come imparare a usare il vasino? Ma forse in questo momento sta parlando il vuoto cosmico che ho nell’anima lì dove dovrebbe esserci l’istinto materno.

In ogni caso, è proprio in questo reparto che a mio parere viene alla luce la natura di tutti i problemi del mondo: perché ogni madre e ogni nonna e nonno e zio e madrina e padrino che compra un libro per un bambino in realtà sta semplicemente proiettando su di lui, l’essere umano più benevolmente neutro a disposizione, le proprie paranoie e idiosincrasie. Così ci sarà sempre quella che «no, questo libro pensato apposta per ragazzini dai tre ai quattro anni è troppo semplice per la mia nipotina di due, che è tanto sveglia», e quella che «ma questo libro che presenta il giusto connubio di immagini e storia scritta in stampatello è troppo complicato, mio figlio ha solo sette anni», e poi le mie preferite, quelle che «ma io voglio una favola per bambini maschi, Cappuccetto rosso e Biancaneve sono femmine.» E non fatemi aprire il discorso sul “gender” nelle favole, che secondo me sfiora l’assurdo. Favole per maschi e favole per femmine. La sentite l’assurdità che trasuda da questa distinzione? Perché io sì e ogni volta rimango basita e la mia già scarsa fiducia nel genere umano si affievolisce un pochino di più.

In ogni caso, l’unica cosa che si evince servendo chi compra libri per l’infanzia è una e una sola: tutti i bambini italiani sono dei piccoli geni precoci, che diventeranno scienziati, letterati, professori e astronauti. Tutti eh. Peccato che compiuti i dieci anni finiranno irrimediabilmente come i loro compagni di cui sotto (o come i loro disgraziati parenti, di cui sopra).

Un altro reparto che se la gioca bene con i primi due è quello dei libri di cucina e/o esoterici (i due generi a volte si contaminano, che si tratti di ricette delle streghe di montagna o diete che promettono di farti ringiovanire, sempre di magia e creduloneria stiamo parlando). Seguono i manuali di auto-aiuto (o di aiuto-aiuto, vedete voi. E se avete capito la citazione, vi meritate un bacio in fronte), sempre attuali.

Perdono  miseramente fantasy, fantascienza e saggistica. I primi due, frequentati solo dai nerd, che evidentemente qui dove sto io scarseggiano, l’ultimo patria di professori e studenti universitari che vengono a cercare i testi consigliati, appunto, dai professori. Chi si addentra nella saggistica di solito sa già cosa cerca e quello che cerca di solito è un libro di recentissima pubblicazione che è stato pubblicizzato a Che tempo che fa o a Striscia la notizia. Oppure è l’ultimo libro di, chessò, Bruno Vespa. Siccome nella nostra libreria il reparto saggistica comprende attualità, economia, psicologia, storia, scienza e religione, vi dico anche che i reparti che se la cavano meglio sono psicologia e religione e io trovo che il binomio sia piuttosto indicativo.

Veniamo ora alla narrativa, il campo in cui io vorrei abitare (e vi dirò, di fatto lo abito, perché il mio libro è lì che si piazza), ma che è tirannicamente occupato da una parte dai mostri sacri (a cui mi inchino e offro sacrifici sperando di ricevere miracolosamente un briciolo del loro talento) e dall’altra dalle Cristine Chiperi di tutto il mondo.

A questo punto vi chiederete: ma che cavolo, nessuno compra romanzi? Li comprano, certo, ma come? E soprattutto, quali? Ma più soprattutto ancora: perchè?

Come già accennato all’inizio di questo articolo, i clienti tendono a spendere i loro preziosi, sudati soldi principalmente per grandi autori che conoscono già. Esce un nuovo Camilleri e bisogna ordinarne sessanta copie, perché le prime sessanta sono già state vendute. Esce un romanzo meraviglioso di un autore di nicchia o anche semplicemente meno conosciuto di Camilleri e il libraio può stare certo che nessuno lo filerà neppure di uno sguardo e che nessuno lo comprerà nemmeno sotto il più spassionato consiglio. Di solito finisce che, a meno che non ne parlino Michela Murgia e/o il Gazzettino, quasi tutte le copie di quasi tutti i romanzi che vedete in una libreria saranno ritirate e mandate ai magazzini dell’usato tipo Libraccio o peggio ancora al macero.

Una sottocategoria dei clienti di cui sopra sono i saccenti, quelli che sanno già tutto, hanno letto tutto e vogliono solo che gli tiri fuori dal mucchio il titolo al quale hanno deciso di concedere la loro preziosa attenzione. Questi sono la dimostrazione vivente che uno dei principi cardine del marketing e della comunicazione è profondamente vero e vive e influenza la vita di tutti noi: la gente è portata ad ascoltare prima di tutto il consiglio di un conoscente considerato “leader d’opinione”. Ebbene sì. Senza andare troppo lontano, tutti abbiamo il vicino di casa o l’amico o lo zio a cui ci rivogliamo per un consiglio. La moda, la lettura, il cinema, il detersivo da usare per sgrassare le pentole, per ogni cosa c’è un leader d’opinione. Ecco, i saccenti arrivano in negozio spinti dalle parole di questi individui e sarà impossibile smuoverli dalla loro posizione. Invece di leggere per il piacere della lettura, questi clienti leggono per essere parte di un gruppo, per dire che “l’hanno letto anche loro” e non essere da meno della vicina di pianerottolo. Vi svelo un segreto: questo è il metodo principale tramite cui dilaga la popolarità dei romanzetti rosa di turno.

In tutto questo, mi chiedo quale sia il problema.

Forse molta di questa reticenza dipende dal costo elevato dei libri e dalla scelta INFINITA a disposizione. Se avete mai provato un senso di velata inquietudine in una libreria, forse mi capite. È una vocina nella testa che vi fa notare quanti libri sono stati scritti e stampati a fronte di quanti voi potete materialmente e fisicamente leggerne. Questo capita di solito nella testa dei lettori forti (ma non i lettori forti da un libro al mese, parlo di lettori fortissimi, tipo dai due in su fino ai fanatici integralisti che ne leggono tipo uno a settimana): posso solo immaginare cosa pensa chi invece legge un romanzo una volta ogni tanto, in spiaggia, «sotto l’ombrellone».

Probabilmente provano qualcosa di molto simile a quello che provo io dentro H&M o Zara. Ci sono un sacco di vestiti carini ma a) sono troppo stretti o corti o scomodi e non si sposano con il mio stile tomboy-trasandato-chic; b) a fronte della qualità, il costo è troppo elevato; c) non ho proprio voglia di provarmeli. Se trasponiamo questo elenco nel mondo dei libri ne risulta che un lettore poco forte (come io sono una compratrice di abiti molto poco forte) si troverà a pensare che a) ogni libro all’infuori del genere che in qualche modo riesce a frequentare senza addormentarsi sulla terza pagina non vale nemmeno la pena di essere considerato; b) tutto costa troppo e l’Italia è in crisi, quindi non ha senso spendere per dei libri, meglio comprarsi un iPhone nuovo (e con lui la sensazione di far parte dell’élite di quelli cool); c) per scegliere ci vuole tempo, il tempo è denaro, di denaro non né abbiamo (perché abbiamo comprato l’iPhone), meglio buttarsi su ciò che conosciamo già.

Sia i negozi tipo H&M sia le librerie si sono “supermercatizzate”. In entrambi i casi ci troviamo a fare la spesa, a scegliere tra migliaia di articoli diversi. Questo sì, quello no. Ah, questo è in offerta, allora magari prendiamolo al posto dell’altro. Il supermercato  però è una sorta di non-luogo, un po’ come le stazioni e gli aeroporti, e per qualche motivo credo il luogo dove andiamo a scegliere cosa mostrare di noi (H&M) e quello dove andiamo a comprare il “cibo” per la nostra mente non dovrebbero essere così impersonali. La troppa scelta, laddove chi sceglie non sia fornito degli strumenti adeguati per farlo, genera solo timore e confusione. Così cosa si finisce per fare? Per lasciare che gli altri scelgano per noi. Quindi ci si affida alla moda. Quindi tutti si vestiranno nello stesso modo e leggeranno le stesse cose e penseranno le stesse cose.

Finché questo succede per i vestiti, che hanno a che fare col nostro essere esteriore, mi sta ancora bene; ma chiamatemi pure snob, io credo che sia molto più importante quello che circola nella nostra testa. Per dirla alla Tyrion Lannister: i libri servono ad affilare la mente tanto quanto la cote serve ad affilare la spada, ed è così triste vedere così tante spade e pugnali e lance spuntate!

Questo mi porta ad un altro punto del discorso: chi è che avrebbe bisogno di affilarsi le meningi più di tutti? I signori in pensione? No di certo. La risposta è: bambini e ragazzi. E sapete quanti bambini e ragazzi entrano in libreria? Zero. O meglio, di bambini qualcuno se ne vede: sono molto molto piccoli, accompagnati dai genitori. Dai dieci anni in sù, fino all’età universitaria, spariscono. Se qualcuno dovesse determinare statisticamente la composizione della popolazione italiana a partire da chi frequenta la nostra libreria sarebbe come se la gioventù semplicemente non esistesse. Sbuca fuori timidamente, verso giugno, per ordinare i libri delle vacanze che qualche professore (sempre tra i piedi!) ha ordinato loro di leggere. Oppure arriva in massa per ottenere la copia autografata del libro di qualche youtuber.

Quindi io mi domando: se è fin troppo ovvio che l’Italia è un paese di (passatemi il termine sgarbiano) capre, può essere che una piccolissima parte della colpa sia imputabile a questi mercati del libro che sono le librerie? Quella dove ho lavorato io, pur essendo inserita in una catena, non è molto grande e stare al contatto col pubblico è abbastanza semplice. Qualcuno dei clienti si azzarda addirittura a chiedere un consiglio perché sanno che spesso e volentieri i libri che arrivano li leggiamo proprio per poterli consigliare ai clienti. In catene più grandi, posizionate in luoghi più affollati, avere un approccio così diretto è quasi impossibile e peraltro, siccome lo scopo è quello di vendere e guadagnare (perché i librai sono dei commercianti: ecco, l’ho detto), alla richiesta di un consiglio la risposta sarà invariabilmente: «l’ultima novità, arrivata sta mattina, ancora calda. Ne parlano tutti, super venduto. Sono venticinque euro, grazie.» E poi magari l’ultima novità è Cinquanta sfumature di grigio.

Ora, non so voi come la vedete ma quando io entro in una libreria lascio che siano i libri a ispirarmi. Raramente ho un’idea precisa di cosa cerco. Prendo in mano, sfoglio, mi lascio sedurre. Purtroppo di gente così, topi da biblioteca che non hanno paura di “perdere tempo” tra i libri (che, pensateci, sono un meta-oggetto che si porta appresso un’intrinseca lentezza, in un mondo dove tutto deve essere produttivo, veloce, efficace, smart), che si lasciano ispirare e sono curiosi di scoprire i tesori che nascondono ne ho visti pochi e quelli che ho visto, vagavano senza meta alla ricerca del famoso libro con la copertina gialla di cui non ricordavano né l’autore né la casa editrice né il titolo.

Annunci



#LiteraryPetPeeves 1: Lo starter pack dei personaggi wannabe nerdy.

Prima di tutto: cosa sono i “pet peeves“? Faccio parlare per me il sempre utile Urban Dictionary:

pet-peeves

Dicasi quindi “pet peeve” qualcosa che ci da noia. Un literary pet peeve sarà dunque qualche cosa che ci da noia in campo letterario.

#LiteraryPetPeeves sarà in sostanza una serie di post in cui vi parlo di cose che, da lettrice, sono stanca di ritrovarmi tra i piedi (perché lamentarsi piace a tutti, no?) e ho deciso di prendere in prestito dalle booktubers e bookbloggers anglofone questo termine che mi sembrava troppo carino per rimanere ignorato.

Sto già pensando a noie letterarie di un certo spessore, incentrate su argomenti che mi stanno particolarmente a cuore, come la rappresentazione femminile all’interno dei romanzi (che mi sembra sempre più polarizzata verso degli estremi), o quella maschile, o l’utilizzo aberrante di certi meccanismi narrativi. Oggi però iniziamo con un pet peeve leggerino, ovvero quello che io definisco lo “starter pack per wannabe nerd”.

Avete mai notato come nella nutrita maggioranza dei romanzi per ragazzi ambientati in un contesto realistico, terrestre e contemporaneo, i protagonisti siano quasi invariabilmente descritti come gran studiosi e lettori appassionati? Un sicuro 80% di tutte le Tessa (sì After, sto parlando di te) del mondo letterario lo sono.

Se i protagonisti partoriti dalla mente di veri scrittori che sanno fare il loro mestiere (e che nel corso della loro vita hanno letto volumi che trascendono il programma scolastico obbligatorio delle scuole superiori) finiscono a loro volta per riferirsi ad opere di nicchia o semplicemente ad autori che si discostano di un passo dal puro mainstream, i protagonisti dei moderni YA sembrano conoscere solo tre autori (e nemmeno tanto bene). Sto parlando dello starter pack per eccellenza: Jane Austen, Emily Brontë e William Shakespeare.

Le protagoniste (perché in maggioranza sono donne) di turno tenderanno ad utilizzare i nomi di questi autori a sproposito e al quasi unico scopo di sentirsi legittimate nel fregiarsi dell’appellativo di “nerd”, descrivendosi poi come di studiose topoline di biblioteca, lettrici fortissime, aspiranti scrittrici, tanto diverse e ignorate o allontanate dalla massa di sciacquette analfabete che le circondano. Tuttavia, gli unici romanzi di cui si farà menzione all’interno delle loro storie saranno: Orgoglio e pregiudizio (immancabile), Cime Tempestose (si piazza al secondo posto, la storia tormentata di Catherine e Heatcliff si sposa bene con il tormento dell’amore adolescenziale), Romeo e Giulietta (terzo posto, sempre storia d’amore tormentata, sempre parte del programma obbligatorio dei licei americani). Tutto qui. Fine. Ma L’abbazia di Northanger? Ma le altre sorelle Brontë? Ma Tanto rumore per nulla, Le allegre comari di Windsor, Enrico Ottavo, Tito Andronico?

Solo io penso che se un ragazzo o una ragazza sono descritti come degli appassionati di lettura sia quantomai improbabile che il loro panorama letterario si fermi a tre opere di tre autori che chiunque al mondo affronta a scuola (con la rarissima incursione di una coraggiosa Anna Karenina o al massimo di una Jane Eyre -ma qua già stiamo esplorando territori arditi, patria dei soli coraggiosi-)?

Pensateci, è un po’ come se in un romanzo per ragazzi ambientato in Italia il protagonista di turno si definisse un nerd intelligentone serioso e super acculturato e citasse a riprova di ciò l’Inferno di Dante e I promessi sposi, che, amor del cielo, sono già meno mainstream del povero Shakespeare ma sono anche parte del programma obbligatorio di una qualsiasi scuola media e superiore italiana.

Certo, Shakespeare e la letteratura vittoriana non sono paragonabili in termini di contenuti e fama al nostro povero Manzoni, o a Dante, ma sono paragonabili in termini di “incidenza scolastica”. Per Giove, dimostratemi che siete davvero dei lettori forti! Dimostratemi che sapete di cosa state parlando! Dimostratemi di amare davvero quello che sostenete vi contraddistingua, di essere curiosi, porca miseria!

Autori che utilizzano questi mostri sacri della letteratura come elemento che giustifichi la descrizione del proprio protagonista come intellettuale, dimostrano a loro volta di non sapere cosa ci sia fuori dal panorama letterario delle letture obbligatorie e obbligate (ipotizzo non sappiano nemmeno che gli autori citati abbiano effettivamente scritto altro, oltre alle tre opere iperfamose e iperinflazionate di cui sopra). Non stupisce quindi che spesso i romanzi per ragazzi contemporanei siano scritti molto male.

Ecco, questo era dunque la mia prima noia letteraria.

Cari protagonisti dei romanzi per ragazzi, mi rivolgo a voi. C’è molto più la fuori della povera Jane Austen e c’é molto più in Orgoglio e Pregiudizio della semplice storia d’amore tra Elizabeth e il signor Darcy.

XOXO,

G.

 

 

 

 

 

 


#AppuntiDalGiappone: Starbucks 

C’è uno Starbucks dentro il campus, nello stesso edificio dove ha sede la biblioteca. È piccolo, più un corner che un vero caffè, e le persone che entrano ed escono dalla biblioteca ci passano davanti velocemente. All’inizio non lo consideravo un luogo interessante ma un po’ alla volta ho cambiato idea. Per quanto io non sia per nulla affascinata dal marchio in sé (diciamo che non considero la presenza di Starbucks misura del livello di civiltà di un paese) ammetto che il concetto che sta alla base del successo di questa catena è semplice e geniale. Un bar spazioso e pulito, relativamente economico e dotato di Wifi, dove puoi sederti in un angolo e sorseggiare bevande calde e confortanti per tutto il pomeriggio, se lo desideri. Mai troppo affollato (non sto parlando dello Starbucks di Shibuya, affollato di turisti che spingono da tutte le parti per riuscire a vedere la gente che invade il celebre incrocio sottostante), mai troppo chiassoso.

Alla fine, ci sono venuta spesso. Oggi per esempio vi scrivo proprio da qui. Mi sono seduta su un divanetto e mi sono messa a leggere. Poi mi è venuta voglia di scrivere questo breve post. Quello che voglio non è fare pubblicità a Starbucks, che certamente non ne ha bisogno, quanto piuttosto dire che è bello trovare piccoli angoli tranquilli, soprattutto quando si è lontani dal proprio ambiente e fuori dalla cosiddetta “confort zone”. Luoghi che ti facciano allo stesso tempo sentire a tuo agio e non isolato anche se solitario.

Se anche questo angolo non fosse Starbucks ma Costa (come in Inghilterra) o Nero o qualsiasi altro nome cambierebbe poco. La cosa importante è la combinazione che possono creare una cioccolata calda, il brusio contenuto di una clientela civile (e i giapponesi in questo sono fantastici) e un divanetto comodo su cui sedersi senza che nessuno ti venga a disturbare in alcun modo; tre elementi che a una come me fanno proprio bene al 心 ( kokoro, cuore).

E voi? Avete un luogo del genere, un posto dove sembra che la vostra capacità di concentrazione triplichi? Oppure vi sentite bene anche se siete semplicemente seduti a guardare la gente passare?


Sono sparita?

13516416_1729089867379332_1736068273138850274_n

Salve miei cari lettori occasionali,

sono tornata dopo una lunga latitanza, ma ho una giustificazione da tirare fuori dal cappello, nuova nuova, pronta per voi: mi sono trasferita in Giappone.

5 mesi di scambio tra università.

Ho pensato che oltre alle recensioni di libri, film, fumetti e novità varie che conto di continuare a scrivere, potrei fare qualche articolo di viaggio. Che ne dite? Vi piacerebbe? Mi sa che li fuori qualche appassionato di Giappone c’è!

じゃね!


Di donne e uomini

C’è questo pensiero che mi ronza nella testa da un po’ di tempo e ora vorrei condividerlo con voi, senza dilungarmi troppo ma cercando di arrivare al punto.

Come forse avrete intuito leggendo i miei precedenti post, mi piace molto scrivere. Scrivo racconti da quando ero molto piccola e come molti coltivo la speranza di diventare una scrittrice “professionista”.

Spesso, durante la stesura dei miei racconti, mi sono ritrovata ad affrontare temi romantici. Non che io ami scrivere storie rosa e zuccherose, tutt’altro (di solito prediligo le atmosfere cupe, l’avventura e una narrazione piuttosto cruda), ma capita spesso che alcuni dei personaggi formino una coppia, che siano fisicamente attratti da qualcuno o che si prendano delle semplici cotte e via dicendo.

La riflessione nasce a questo punto.

La stragrande maggioranza della scena letteraria è occupata dagli uomini o quanto meno lo è stata in passato. I grandi classici, Jane Austen e sorelle Brönte a parte, sono stati scritti quasi esclusivamente da uomini o sono comunque le loro opere ad avere più riscontro, ad essere più conosciute. Siamo quindi passati attraverso una visione estremamente maschile di tutto ciò che è letterario, amore e attrazione compresi. Infatti, nonostante capiti spesso che un autore maschio scelga di narrare tramite un personaggio donna, quel personaggio non sarà mai realmente “donna”, non del tutto.

Questo discorso vale anche per la descrizione dell’amore e dell’attrazione. Quando in un libro ci troviamo di fronte a un uomo che osserva il corpo di una donna e ci fantastica sopra non ci sembra affatto strano, non è così? Se è scritto male, lo consideriamo brutto e offensivo, se é scritto bene ci piace e lo definiamo poetico, ma strano per nulla né tanto meno lo definiamo una “roba da maschi”. Dopotutto è letteratura, e la letteratura è per tutti!

Ma prendiamo il caso inverso:

qual è l’atteggiamento dei più nei confronti della descrizione, ad esempio, dell’attrazione fisica di una donna nei confronti di un uomo? Di scherno, ecco qual è. Davanti a un passaggio in cui una ragazza descrive il corpo del suo amante ci viene da ridere, lo consideriamo sciocco o imbarazzante: una cosa da femmine che i maschi non possono leggere. Ancora peggio se consideriamo la descrizione femminile del processo di innamoramento. A quel punto diventa vera propria “chick lit” e non importa se a scriverla è un Premio Nobel per la letteratura o l’ultima scrittoruncola da quattro soldi.

Ponendo che ci troviamo di fronte a dei testi ben scritti, amore e attrazione dal punto di vista maschile equivalgono a poesia, passione: qualcosa che vale la pena di essere letto da tutti, un ritratto struggente e veritiero; la stessa cosa ma dal punto di vista femminile è un’accozzaglia di sentimentalismi, sospiri, sensazioni aliene e anche un pochettino ridicole.

E vale lo stesso, tristissimo discorso anche per i film. Tanto per dire, è soltanto negli ultimi anni che abbiamo iniziato a vedere un pochettino di pelle maschile in più nelle scene di sesso. Ma anche lì, non appena il regista indugia un pochino sul “punto di vista femminile” della faccenda, la scena non piace più, viene considerata melensa o troppo da femmine e quindi, per forza di cose, di nicchia, non fruibile dal grande pubblico.

Tuttavia, la contoparte è considerata universalmente accettabile.

A questo punto, ditemi voi, oh lettori occasionali. Ritenete che ci sia un doppio standard a proposito di questa questione? Io penso proprio di sì. Aspetto di sentire la vostra.

 


Sulla fuffa

E non temete, non si tratta di una parola buffa per definire gli attributi femminili, o qualcosa del genere.

Dicasi “fuffa” un argomento di scarsa o nulla importanza, spesse volte disquisito in modo pomposo e totalmente fuori luogo. La parola da vita a locuzioni quali: “stai parlando di fuffa”, oppure “questo libro è fuffa”, o anche “tre ore di conferenza per parlare di fuffa, incredibile!”. Mi piacerebbe sapere se questa parola si usa anche da voi, da dovunque veniate. Ma non è questo il punto del mio post.

Vagando per i social mi capita spessissimo di imbattermi nei profili Instagram o nelle pagine Facebook di aspiranti scrittori, di persone che semplicemente si divertono a scrivere senza volerne per forza fare una professione, oppure di persone che sono realmente riuscite ad essere pubblicate. Fino a qui, niente di strano, ma procediamo.

A volte, leggo post lunghi, articolati e involuti, un vero e proprio sfoggio di sintassi e ricchezza di vocabolario. Sulle prime, rimango colpita. Anche io vorrei diventare scrittrice e quando mi metto di fronte al computer nella speranza di produrre un testo che possa valere la pena di essere letto, mi ritrovo spesso -quasi sempre- combattuta tra il dire troppo e il dire troppo poco, tra l’usare un lessico importante o uno di più semplice fruizione e via così. Quante volte mi è capitato di considerare le mie frasi povere, scarne, troppo vicine a quel tipo di scrittura “giornalistica” che va tanto di moda ma che non mi fa proprio impazzire? Tante. E quante altre volte invece, lanciandomi in un periodo ardito, mi sono ritrovata a non sapre più dove volevo andare a parare? Sempre tante. Queste persone, invece, sembrano sapere perfettamente come esprimersi!

“Wow!” penso. “Devo imparare da loro!”.

I like (uno strumento di cui ormai non possiamo più fare a meno, che si è incuneato nelle nostre vite e non se ne andrà mai più, temo) danno loro ragione. Nei commenti leggo complimenti e auguri di pronto successo, vedo faccine con gli occhi a cuoricino, sospiri di persone che -come la me del primo impatto- dicono di voler diventare altrettanto bravi.

Io, ammirata, rileggo il testo e finalmente mi accorgo che qualcosa non va. Bello lo stile, poetiche le parole, ma… di cosa parla questo testo? La risposta è lapidaria: di niente. O, per ricollegarmi al titolo del post, di fuffa. Scavo nel testo alla ricerca di un concetto interessante, di un’idea stuzzicante, di uno spunto di riflessione o anche solo di un motivo valido per cui il fatto descritto dovrebbe essere raccontato, ma non c’è, non lo trovo.

Allora mi chiedo se i professori americani che hanno scritto i manuali di scrittura creativa che possiedo non avessero ragione. Uno stile “ricercato”, specie se poderoso, è spesso sinonimo di mancanza di contenuto. Tante belle parole usate per non dire niente. Sotto questo punto di vista, allora, preferisco la scrittura giornalistica o la piatta semplicità degli Young Adults, che quanto meno non si fingono capolavori della letteratura. Sono scritti più sinceri e utilizzano uno stile che si confà al tipo di contenuto che vogliono esporre.

Le parole sono qualcosa di vivo, che ti sguscia tra le dita se non sei in grado di domarle. E ci vuole maestria per domarle, e genio. E soprattutto, le parole si piegano al contenuto. Ho letto libri di grandi autori che con una semplicità imbarazzante sapevano arrivare dritti al punto, limpidi, chiari. E’ questo lo scopo, no? Far arrivare il messaggio, il concetto, l’idea. E il messaggio non è il linguaggio (a meno che lo scopo non sia proprio quello, ma si tratta di un’altra storia), ma il secondo è il mezzo attraverso cui si esprime il primo. Quindi perché questa emorragia di parle a vuoto? Davvero qualcuno pensa che basti essere mediamente bravi a mettere insieme una frase per potersi dire “bravi scrittori” o anche solo scrittori? Forse sarò troppo esigente, ma secondo me no. Mi viene da pensare che tipo di persona possa prediligere questo stile: qualcuno con un’alta opinione di sè, indubbiamente.

E tutte coloro che si scioglievano in complimenti? Avevano davvero visto qualcosa di speciale in quelle parole o erano solo abbagliate dalla complicatezza dei periodi? Temo la seconda. Perché a quanto pare la maggior parte delle persone si fa abbagliare con una facilità inquietante da tutto ciò che luccica -il successo, la bellezza, lo splendore, la ricchezza, se ci sono devono essere per forza essere scaturiti da qualcosa di buono, no? Devono esserci delle capacità, delle doti dietro, no? No. Da che mondo è mondo, no. Non per forza, non sempre, quasi mai.-, compresi gli aspiranti scrittori che scambiano uno stile arzigogolato per maestria. Beh, non lo è. Certo, io non sono nessuno per dirlo, non ho nemmeno studiato letteratura, ma credo di essere una lettrice attenta che è in grando di rendersi conto se ciò che sta leggendo è fuffa oppure no.

E voi? Pensate che anche questo mio articoletto sia fuffa? Probabile, ma fatemi sapere cosa ne pensate. Mi farebbe molto piacere chiacchierare con voi!

A presto 🙂


Il Gary Stue

Ho parlato della Mary Sue, eroina di tanti romanzi, fanfiction, fanfiction che diventano romanzi e romanzi che somigliano tristemente a fanfiction.

Tuttavia, la Mary Sue non è mai sola. Intorno a lei bazzica una figura di vitale importanza: il Gary Stue.

Gary Stue è assurto all’olimpo delle figure leggendarie da quando un romanzo di nostra conoscenza di nome Twilight ha impostato un certo standard maschile, ridando smalto alla figura del “bello e dannato”, mai veramente passata di moda. Standard, stereotopi, elementi ricorrenti di vario tipo si sono condensati nella creatura Gary Stue che oggi mi propongo di analizzare.

Pronti? Iniziamo.

Gary Stue ha un sorriso assassino:

Il sorriso è l’arma principale di Gary, l’amo con cui pesca le sue pescioline, il fucile con cui impallina le prede. Andate in libreria, scorrete le quarte di copertina di tutti gli YA e NA che trovate, dopo di che tornate qui e ditemi quanti sorrisi disarmanti, sorrisi smaglianti, sorrisi enigmatici, sorrisi magnetici, sorrisi che ti scaldano il cuore, sorrisi brillanti, sorrisi allegri, sorrisi aperti, sorrisi assassini, avete contato. Il sorriso del Gary Stue è come gli occhi di Medusa: pietrificano le Mary Sue nei paraggi, mandandole in deliquio e rendendole incapaci di parlare o produrre un pensiero lineare di senso compiuto. Nei casi più gravi, avvengono autocombustioni e gravidanze spontanee.

Gary Stue ha un passato traumatico:

Perché non ce n’è uno, tra quei poveracci, ad avere una famiglia normale. Non dico amorevole e gioiosa, basterebbe una famiglia qualunque. Ma no, Gary Stue ha bisogno di gravi problemi familiari, di abusi e violenze, di dipendenze e malattie mentali, perché altrimenti Mary Sue non potrebbe indossare l’uniforme bianca da sexy crocerossina e correre a salvarlo nel nome dell’Ammòre. E soprattutto: ci deve essere sempre una spiegazione per giustificare il brutto carattere di Gary. Infatti, il dogma dice che Gary Stue non può essere un semplice stronzo, ma dev’essere uno stronzo ferito. Il corollario recita che negli YA e NA la reazione naturale ad un passato difficile è quella di sviluppare un pessimo carattere. La storia di incanalare le energie negative, oppure quella cosa che si chiama indole, o anche quella stupidaggine di binomio buon senso-senso critico, non hanno alcun posto in questi racconti.

Gary Stue è un leader:

Di una band, del gruppo di dibattito, della banda di baby-criminali che terrorizza il quartiere, poco importa. Gary dev’essere un leader, perché la Mary Sue ama fare la ragazza del capo.

Gary Stue può avere tutte le ragazze che vuole:

Ma si invaghirà senza motivo di una tizia qualunque, una a caso. Spesso una che si definisce bruttina ma che in realtà è corteggiata da mezza scuola. Oppure una che è veramente bruttina, ma che rimessa a nuovo dalle amiche fighe diverrà figa tanto quanto loro. Oppure una che sostiene di odiarlo -o lui sostiene di odiare lei-. Oppure della propria migliore amica. Perché a Gary Stue non piacciono le cose semplici.

Gary Stue è famoso:

Che sia a livello scolastico o planetario, poco importa. Gary Stue lo conoscono tutti, ovunque, sempre. E ne parlano come se fosse una rockstar, tutti, ovunque, sempre. Anche se si tratta solo del bulletto di un quartiere di periferia dell’angolo più sfigato della campagna statunitense e in paese abitano solo lui, Mary Sue e un gregge di pecore.

Gary Stue è bello da far paura:

E spesso la bellezza è dovuta a una natura sovraumana che potrebbe effettivamente fare paura, ma non suscita nemmeno un singulto. Gary Stue è solitamente descritto come un adone, dal corpo maschile e le fattezze femminili. Tratto principale del fisico è quello di essere “magro ma muscoloso” e quello del volto di avere “zigomi alti e labbra piene” (queste ultime caratteristiche femminili o degli indiani d’america -ma non può essere, perché Gary è rigorosamente maschio e di razza caucasica-). Gli occhi sono di solito verdi. Le scrittrici più ardite scelgono l’azzurro o il blu. Spesso però assistiamo a iridi di colori fantastici, come il viola o il rosso. In pratica, Gary Stue fa veramente paura, perché è una specie di Frankenstein ermafrodito.

Gary Stue è fortissimo:

Mai una volta che questo le prenda e basta. Se ciò accade, Gary Stue avrà cura di rivelare la propria natura sovraumana o sovrannaturale e provvederà a vendicarsi. Perché alla Mary Sue piacciono così: rudi fuori, teneri dentro.

Gary Stue è interessante:

Di solito il tratto principale che definisce Gary Stue come interessante è la presenza di un passato burrascoso, come detto in precedenza. Seguono poi la bellezza e la riservatezza/eccessiva espansività. In ogni caso, Gary Stue non sa leggere e se lo fa, è un saccentello insopportabile che ama indottrinare la sua Mary Sue.

Gary Stue è misterioso:

Spesso, se Gary non è l’anima della festa, è il tizio che sta talmente tanto sulle sue da attirare comunque l’attenzione. Eppure, questa cosa che anche le taciturne carte da parati diventano calamite mi puzza. Di solito, quelli che stanno in disparte e si fanno i fatti loro, dopo il primo impatto diventano invisibili e vengono considerati degli sfigati. Gary Stue però non è così. Lui è così figo che fa sembrare figo anche essere degli asociali snob col dente avvelenato.

Gary Stue è ricco:

Nella maggior parte dei casi, almeno. Perché Gary Stue è nato per mantenere la Mary Sue. E se non è ricchissimo e/o di nobile stirpe, allora è povero in canna e deve quindi farsi salvare dalla Mary Sue, la quale avrà qualcos’altro su cui riversare le proprie cure ed esercitare il proprio potere: le condizioni finanziare del poraccio che se l’è pigliata.

E da ultimo, ma più importante di tutti: Gary Stue è uno psicopatico.

Che sia uno spicopatico che le vuole menare tutte a suon di cinghiate, che sia un disadattato per via di traumi più o meno gravi subiti durante l’infanzia e mai degnati d’attenzione, che sia un maniaco che vuole avere il controllo della vita degli altri o un pazzo violento o un mostro sanguinario, non fa differenza. Chiunque esso sia, da qualunque posto provenga, Gary Stue può vantare una psiche alterata in modo più o meno grave. Ma niente paura, perché la Mary Sue ama di lui proprio questo! Infatti, se la Mary Sue non avesse nulla da curare, la sua stessa esistenza si sgretolerebbe e lei svanirebbe, senza più una ragione per esistere.

Ed ecco le principali caratteristiche di Gary Stue secondo me. Voi che ne pensate? Avete altri punti da suggerirmi? Se sì, scrivetelo nei commenti. Alla prossima!

G.


La Mary Sue

Immagino ci siano parecchi articoli sull’argomento, ma avevo voglia di scriverne uno mio, quindi eccomi qui.
Vi starete chiedendo: chi è la Mary Sue del titolo? Qualcosa che si mangia, una torta dal nome grazioso? No. Una nuova starlette, ascesa dal nulla? Nemmeno. Allora la protagonista di un racconto! No, sbagliato ancora.
La Mary Sue non è la protagonista di un solo racconto, ma di MOLTI racconti, anzi, di TUTTI i romanzi che trovate nello scaffale degli Young Adults in libreria. La Mary Sue è una creatura mitologica che vive nutrendosi delle fantasie di ragazzine in crisi adolescenziale, di mamme che si sentono giovani dentro e di ragazze ormai cresciute che non hanno ancora sviluppato un senso critico e sperano di trovare il Principe Azzurro (aka Gary Stue) sbattendoci contro mentre entrano in una piccola e graziosa libreria parigina.

Ma analizziamo i tratti caratteristici della Mary Sue (o almeno, quelli che io sono riuscita a individuare):

Mary Sue è bella, anzi bellissima, anzi la più bella dell’universo…

…e passa il tempo a fare finta di non saperlo. Infatti, il secondo nome di Mary Sue è Coerenza, il terzo è Crocerossina. Mai che Mary Sue sia bruttina, oppure carina (di quel carino insipido, avete presente?), e sia cosciente di esserlo. Probabilmente, nella mente delle autrici di racconti con protagoniste Mary Sue, questo continuo sminuire il proprio aspetto deve passare per umiltà, per profondità spirituale (le loro ragazze sono troppo intellettuali, troppo profonde per curare il proprio aspetto!), e tuttavia ogni personaggio maschile cadrà irrimediabilmente innamorato, sottolineando ripetutamente la bellezza della ragazza in questione.

Mary Sue è intelligente, legge un sacco di libri…

…che non vengono mai citati. E se vengono citati, sono romanzi di Jane Austin (povera donna, povera Jane).
Se non sono i romanzi di Jane Austen, sono le opere di Shakespeare. Anzì, l’unica opera che il pubblico americano sembra conoscere: Romeo e Giulietta.
Se non è nemmeno Shakespeare, allora sono altri Young Adults.
E qui il circolo vizioso si chiude in un inquietante autoreferenzialismo.

Mary Sue è ribelle…

…e per ribelle di solito si intende insopportabile. E arrogante. E spocchiosa. E saccente. Spesso non ha nemmeno una vera autorità contro cui ribellarsi (elemento fondamentale nella definizione stessa di ribelle) e forse nemmeno un vero motivo per farlo. Ha solo luoghi comuni. E tutto ciò fa passare dei concetti fondamentalmente sbagliati:
-Avere una personalità=Essere delle arrogantelle e rispondere in malo modo a chiunque;
-Essere arroganti e maleducate=Essere ribelli=Essere fighe;
-Assorbire acriticamente un’accozzaglia di luoghi comuni=Avere una personalità.

Mary Sue è una guerriera…
…ed è talmente talentuosa che le ci vogliono pochi giorni per imparare quello che guerrieri veterani hanno imparato in decenni di battaglie.

Mary Sue è forte, affronta le difficoltà…

…lagnandosi e piangendosi addosso finché le soluzioni piovono dal cielo (leggasi: un altro personaggio le risolve al posto suo, di solito lo sfigato innamorato di lei).

Mary Sue si salva da sola…
…ma solo perché Gary Stue le ha insegnato come fare, altrimenti lei da sola non ne veniva fuori.

Mary Sue è indipendente…

…ma gioirà, piangerà, riderà, si ecciterà, si arrabbierà, mangerà, dormirà, penserà, sognerà, respirerà, vivrà e morirà solo in funzione di Gary Stue.

Mary Sue ha un passato difficile…

…e profonde ferite superficiali che non verranno guariti da un profondo lavoro psicologico e di costruzione personale e di apertura e comprensione, bensì dalla magggica magggia dell’ammòre adolescenziale, che sappiamo tutti essere il più vero e profondo, mica il più incasinato e burrascoso.

Mary Sue è un’artista…

…di solito una fotografa. Tipo foto di Tumblr. O restauratrice. O cuoca. Mai che faccia, che ne so, la commessa. O che guidi un impero finanziario.

Mary Sue ama veramente…

…ogni psicopatico, sociopatico, disadattato antisociale si presenti nei suoi paraggi.
E questa non è la sindrome della Crocerossina, no, è Vero Ammòre.

Mary Sue è profonda…

…conosce a memoria la sezione “citazioni di grandi autori” di Tumblr e Wikipedia.

Ma soprattutto:

Mary Sue è imperfetta…
…ma assolutamente perfetta, sotto ogni punto di vista.

E voi, avete notato qualche altro aspetto di Mary Sue che io non ho elencato? Vi prego di scrivermelo nei commenti. Definiamo Mary Sue una volta per tutte!

G.