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Oggi si parla di un autore.

Oggi si parla di gialli.

Oggi si parla di Cacce Selvagge.

Io lo guarderei, voi fate un po’ come vi pare u.u

Xoxo,

G.

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Penelope Poirot fa la cosa giusta, di Becky Sharp

Per una patita di gialli che si è letta una bella fetta della produzione di Agatha Christie, farsi sfuggire un libro che ha per protagonista la nipote (di zio o di nonno non si sa) del celebre investigatore belga era praticamente impossibile.


penelope-poirot_webPenelope Poirot fa la cosa giusta

Becky Sharp (aka Silvia Arzola)

Marcos Y Marcos

17 €

Trama:

Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot sprizza talenti: la vocazione per risolvere misteri, la propensione a vivere artisticamente, il palato fine e la penna feroce di una critica gastronomica perfetta.
La passione, si sa, quando arde divora, e Penelope Poirot è provata nello spirito quanto ammorbidita nel corpo; stile Botticelli, dice lei, stile krapfen, pensa e non dice Velma Hamilton, la sua nuova, perplessa segretaria.
È il momento di cambiare, di partire: c’è una clinica salutistica, nelle colline del Chianti, che promette di depurare corpo e mente.
Ha un bel sapore gotico, avvolta così dai rampicanti, stemperato dalla luce dorata che occhieggia dalle persiane.
A cena il cibo è mesto, ma il bellissimo giardiniere sa come fartelo dimenticare. La donna alta e misteriosa scatena rivalità, odio e simpatia; la famosa scrittrice il desiderio insopprimibile di rubarle il marito.
Penelope non rinuncia al tacco dodici e alla volpe bianca neppure quando trascina Velma ad abbandonare ogni principio in osteria, e basta una pasticca alla violetta per coprire un altro vizio clandestino.
Poi, nelle sedute libido-dinamiche, scavano tutti insieme buche immaginarie per disseppellire i segreti. Operazione non priva di rischi: certi segreti, allo scoperto, esplodono.
C’è odore di gelo nell’aria di novembre, e il delitto, quando accade, è sulla neve bianca.
Neve che cade imperterrita sull’assassino, sulle prossime prede, sulla nuova trappola.
Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot non ci casca.
In certi casi, solo lei sa qual è la cosa giusta.


Cosa ne penso:

Penelope Poirot fa la cosa giusta è un giallo di stampo “classico”, à la Agatha Christie, con una manciata di personaggi che si ritrovano in un luogo isolato, alle prese con una morte misteriosa, e questo già di per sé è una buona cosa. Almeno per me.

In più (e questa è la parte migliore) su questo giallo è stata spruzzata un’abbondante dose di Zia Mame, e così la vicenda criminosa passa un po’ in secondo piano, mentre emergono le personalità, le debolezze e le stranezze dei personaggi.

Su tutti spicca ovviamente lei, la Penelope del titolo: eccentrica, ostentatamente elegante, sempre sui tacchi seppur traballante in mezzo alla neve, piena di autostima, assolutamente convinta che per dire di essere un’artista basti vivere come un’artista, certa di essere una critica culinaria sopraffina nonché di avere ereditato le “celluline grigie” del suo celebre parente.

Ad accompagnarla c’è Velma Hamilton, italo inglese, dicotomia ambulante, zitella di professione (“così tipica!” dice Penelope appena la vede. Invece io ho pensato”ecco la versione più giovane di Miss Marple”) che nella sua zitellaggine è piuttosto girl power (o un marito o un lavoro, si dice a un certo punto, e decide per il lavoro). Velma fa da contraltare alla personalità debordante di Penelope e tramite il suo sguardo più pacato – o semplicemente nuovo all’ambiente lussuoso della Spa e alla fauna di ricchi che la abita e quindi più obiettivo, ma in fondo chi lo sa- il lettore riesce a cogliere l’aura di inconsistenza, ipocrisia e di ridicolezza che ricopre gli ospiti della grande villa dove lei e Penelope alloggiano.

Ma c’è anche dell’altro. Ci sono scrittori senza talento che vivono solo d’immagine, donne disoneste, segreti provenienti dal passato, pregiudizi, rancori, invidie, gelosie. Una commedia umana desolante, ma pur sempre una commedia.

Su tutto, c’è lo stile dell’autrice, ricco e vivace, proprio come piace a me: un’ottima commistione di humor e prosa sapiente.


Il mio voto:

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A chi lo consiglio:

Ovviamente a tutti gli amanti dei romanzi di Agatha Christie, a chi ha amato Zia Mame, a chi ama i romanzi intrisi di humor, inglese o meno inglese.

Salva Cliccate su questo Link per essere indirizzati alla pagina Amazon del libro –> Penelope Poirot fa la cosa giusta


Ninfee nere, di Michel Bussi

Avete presente quelle volte in cui inizi un libro credendo di trovarci dentro una certa cosa e invece arrivi alla fine che hai letto tutt’altro e questo altro ti ha conquistato, molto più di quanto avrebbe potuto fare il contenuto che ti eri aspettato? Ecco. A me è successo esattamente questo. Ma andiamo con ordine.


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La trama:

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo.
L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.


Cosa ne penso:

Come dicevo, questo libro mi ha stregata.

Stregata. Termine usato non a caso perché una delle narratrici, forse la più importante, è la vecchia e acida signora che vive nel mulino della strega, una costruzione ormai cadente che si affaccia sui famigerati giardini di Monet, quelli dello stagno delle Ninfee.

La vecchia donna osserva dall’alto della sua torre, guarda agitarsi sotto di lei, davanti a lei, i cittadini del piccolo borgo invaso dai turisti. Distaccata, invisibile, la donna si muove lungo le strade del paese e osserva e commenta acida i goffi tentativi della polizia di risolvere il crimine che da il via alla narrazione: Jérôme Morval, ricco e fedifrago, viene trovato morto sulle rive del fiumiciattolo Epte, che costeggia Giverny e alimenta il celeberrimo laghetto di ninfee. Il quadro ricorda incredibilmente un altro fatto di cronaca, accaduto nel 1937, e che aveva avuto come protagonista un ragazzino.

La polizia procede nelle indagini, scava nelle vite, solleva la sabbia sedimentata sul fondo e con essa speranze, ricordi, paure. Insieme alla vecchia del mulino incontriamo Stéphanie, la bella maestra del paese, con gli occhi color malva e il sogno di trovare l’amore vero e scappare da quel piccolo paese, quella prigione dorata e insopportabile. E poi c’è Fanette, la bambina dallo spiccato talento di pittrice che non ha mai conosciuto suo padre e che vorrebbe tanto mettere a frutto il suo talento.

Ninfee nere è un giallo, sì, ma la componente “gialla” della narrazione fa quasi da semplice contorno, o forse da supporto, alle storie intrecciate di queste tre donne insieme a tutti i personaggi che ruotano loro intorno: i piccoli compagni di classe di Fanette, l’affascinante ispettore Sérénac, l’integerrimo Sylvio Bénavides, il placido Jacques Dupain, e il cane Neptune che scorazza per il paese cucendo insieme le tre trame come un ago che entra ed esce dal tessuto. Quello che ci viene offerto è un affresco di sogni infranti. Sono le Ninfee nere, leggendario quadro di Monet che si dice lui abbia dipinto poco prima della sua morte utilizzando toni cupi e tormentati.

C’è del Bovarismo, in questo libro, e c’è dello psico-thriller. Ci sono ipocrisia e desiderio di mantere la facciata intatta e c’è una specie di maledizione, una sorta di determinismo geografico, una cronica incapacità di andarsene. Il vero criminale, in tutta la storia, è il paese, Giverny; è il suo microcosmo appiccocoso, infido come una palude, come sabbie mobili. Nessuno ne può uscire senza perdere qualcosa.

C’è anche una disamina impietosa dei sentimenti. L’amore vince su tutto, si dice. Quello onesto, buono, che permette a entrambi gli innamorati di dare il meglio di sé. Quell’amore che lascia liberi, di viaggiare, di seguire le proprie inclinazioni, di essere e dare il meglio. Ma forse non è così. Forse l’amore egoista è quello più tenace e forte, quello che mette l’oggetto d’amore in una gabbia e lo soffoca, lo trattiene, finché non ha più la forza di ribellarsi, di chiedere di essere liberato, e così si lascia andare, diventa docile.

Ci sono le occasioni mancate e il dolore che lasciano dietro di sé. Ma non le occasioni futili, quelle che nella vita trovi a manciate. No. Le occasioni vere, quelle che potrebbero cambiare tutto.

Ci sono tante cose in questo libro. Tante cose oltre alla semplice vicenda criminosa. Tanti personaggi cesellati e profondi. Tante riflessioni da fare. E c’è un artificio narrativo impeccabile, una macchina inesorabile e perfetta di cui avevo soltanto subodorato l’esistenza. La bellezza dell’intreccio non sta nello scoprire chi sia l’assassino ma nella rivelazione della realtà.


A chi lo consiglio:

A chiunque. Sul serio. A chiunque. Perché è un romanzo bellissimo, che può appassionare anche chi di solito non legge gialli. E in particolar modo, lo suggerirei alle ragazze e alle signore che pensano di desiderare un uomo che sia geloso di loro.


Voto alla risolvibilità del caso:

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Difficile.

Voto in generale:

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Link per comprare il libro su Amazon –> Ninfee Nere


Il blocco dello scrittore. Ovvero: il mio primo romanzo

Ebbene sì, qualche volta (poche volte) i sogni si avverano. Questa è una di quelle volte.

Insomma gente, lettori occasionali che avete ormai superato il centinaio (un centinaio di volte grazie a ciascuno di voi!), ho pubblicato un libro. Un libro vero. Un libro di carta. Con le pagine. Le cose scritte dentro. Una copertina (bellissima!). Con il mio nome scritto sopra.

Ecco la copertina:

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Non è bellissima??? *^*

Ed ecco la sinossi:

Miranda è una giovane studentessa, frequenta l’università ed è da sempre appassionata di scrittura. Le sue ambizioni sono grandi: diventare una stella della letteratura e lasciare ai posteri il suo capolavoro immortale. Convinta di serbare dentro di sé la sacra fiamma dell’arte, nel quotidiano si trova invece a fare i conti con una realtà a dir poco frustrante: il blocco dello scrittore. Un portatile aperto, una pagina bianca, un cursore lampeggiante e nulla più.
Un giorno improvvisamente, dopo aver incontrato dei misteriosi venditori di libri e aver ricevuto in regalo un inquietante segnalibro, nella vita di Miranda ricompaiono i personaggi da lei inventati anni prima, creature che popolavano i suoi racconti mai finiti e abbandonati nelle pagine ingiallite di vecchi quaderni. Saranno loro, il Principe Lucertola, la Banshee, i Mastini, i Kappa e tanti altri, ad accompagnare la ragazza in un viaggio avventuroso, magico e liberatorio, nelle ombre del proprio cuore.

Ed ecco i link dove, attualmente, potete comprarlo (eh? eh? Comprarlo, capito? blinkblinkblink… >>”):

Sito della casa editrice

IBS

Ma siccome a breve sarà disponibile anche alla vendita fisica in libreria, potreste anche andare nella vostra libreria di fiducia e farvelo ordinare lì (sempre se vi incuriosisce, ecco ^^”).

Se per caso qualcuno di voi (proprietario di blog o instagrammaro o twittaro) dovesse scoprirsi interessato e avesse voglia di leggerlo e recensirlo, può contattarmi!

E… ecco, questo è tutto. Probabilmente a breve organizzerò un paio di presentazioni nella mia zona (pffff, non ci credo nemmeno io XD)

Sciau a tutti 😉

 


Di donne e uomini

C’è questo pensiero che mi ronza nella testa da un po’ di tempo e ora vorrei condividerlo con voi, senza dilungarmi troppo ma cercando di arrivare al punto.

Come forse avrete intuito leggendo i miei precedenti post, mi piace molto scrivere. Scrivo racconti da quando ero molto piccola e come molti coltivo la speranza di diventare una scrittrice “professionista”.

Spesso, durante la stesura dei miei racconti, mi sono ritrovata ad affrontare temi romantici. Non che io ami scrivere storie rosa e zuccherose, tutt’altro (di solito prediligo le atmosfere cupe, l’avventura e una narrazione piuttosto cruda), ma capita spesso che alcuni dei personaggi formino una coppia, che siano fisicamente attratti da qualcuno o che si prendano delle semplici cotte e via dicendo.

La riflessione nasce a questo punto.

La stragrande maggioranza della scena letteraria è occupata dagli uomini o quanto meno lo è stata in passato. I grandi classici, Jane Austen e sorelle Brönte a parte, sono stati scritti quasi esclusivamente da uomini o sono comunque le loro opere ad avere più riscontro, ad essere più conosciute. Siamo quindi passati attraverso una visione estremamente maschile di tutto ciò che è letterario, amore e attrazione compresi. Infatti, nonostante capiti spesso che un autore maschio scelga di narrare tramite un personaggio donna, quel personaggio non sarà mai realmente “donna”, non del tutto.

Questo discorso vale anche per la descrizione dell’amore e dell’attrazione. Quando in un libro ci troviamo di fronte a un uomo che osserva il corpo di una donna e ci fantastica sopra non ci sembra affatto strano, non è così? Se è scritto male, lo consideriamo brutto e offensivo, se é scritto bene ci piace e lo definiamo poetico, ma strano per nulla né tanto meno lo definiamo una “roba da maschi”. Dopotutto è letteratura, e la letteratura è per tutti!

Ma prendiamo il caso inverso:

qual è l’atteggiamento dei più nei confronti della descrizione, ad esempio, dell’attrazione fisica di una donna nei confronti di un uomo? Di scherno, ecco qual è. Davanti a un passaggio in cui una ragazza descrive il corpo del suo amante ci viene da ridere, lo consideriamo sciocco o imbarazzante: una cosa da femmine che i maschi non possono leggere. Ancora peggio se consideriamo la descrizione femminile del processo di innamoramento. A quel punto diventa vera propria “chick lit” e non importa se a scriverla è un Premio Nobel per la letteratura o l’ultima scrittoruncola da quattro soldi.

Ponendo che ci troviamo di fronte a dei testi ben scritti, amore e attrazione dal punto di vista maschile equivalgono a poesia, passione: qualcosa che vale la pena di essere letto da tutti, un ritratto struggente e veritiero; la stessa cosa ma dal punto di vista femminile è un’accozzaglia di sentimentalismi, sospiri, sensazioni aliene e anche un pochettino ridicole.

E vale lo stesso, tristissimo discorso anche per i film. Tanto per dire, è soltanto negli ultimi anni che abbiamo iniziato a vedere un pochettino di pelle maschile in più nelle scene di sesso. Ma anche lì, non appena il regista indugia un pochino sul “punto di vista femminile” della faccenda, la scena non piace più, viene considerata melensa o troppo da femmine e quindi, per forza di cose, di nicchia, non fruibile dal grande pubblico.

Tuttavia, la contoparte è considerata universalmente accettabile.

A questo punto, ditemi voi, oh lettori occasionali. Ritenete che ci sia un doppio standard a proposito di questa questione? Io penso proprio di sì. Aspetto di sentire la vostra.

 


Perché siamo stufe dell'espressione "donna forte"

Perché siamo stufe dell’espressione “donna forte”

A tutte le donne che sono sinceramente stufe delle etichette, consiglio di vedere questo preve video e poi lasciarmi una loro opinione, se ne hanno voglia.

Sapete che vi dico io? Che sono totalmente d’accordo con ciò che viene detto nel video che troverete cliccando sul link e se avete letto anche solo una delle mie recensioni (su libri e film, è uguale) ve ne sarete resi conto.

C’è solo un’espressione che viene più bistrattata e male utilizzata di “donna forte” ed è “donna vera”. Chi può arrogarsi il diritto di decidere cosa è vero oppure no? E come? E perché? Secondo quale legge, quale diritto? Il concetto di “vero” è così labile che, come tutti possiamo constatare, è manipolabile e facilmente fraintendibile. Più in generale, ognuno ha la propria verità. Possiamo parlare di verità solo a proposito di fatti ben definiti, inconfutabili, come un avvenimento storico fissato e documentato, oppure un concetto matematico. Tutto il resto è nebbia, come diceva un comico di cui non ricordo il nome. Quindi come si fa a dire che una donna è una “vera donna”? Oppure che un uomo è un “vero uomo”? Per qualcuno, una vera donna potrebbe essere una creatura uscita dagli anni ’50, vestita in modo femminile, dedita ai figli e alla casa, mentre per qualcun altro potrebbe significare una atletica giovane meccanica che non ha idea di come preparare una frittata. Un vero uomo potrebbe essere un maschio alfa pieno di muscoli e donne così come un topo di biblioteca timido e sensibile. E tutti questi sarebbero comunque stereotipi!

Sinceramente, mi sento un po’ offesa quando leggo nei commenti o nei post queste espressioni arbitrarie e limitanti. Ad esempio, leggere sotto un articolo che riporta la notizia di qualche impresa femminile e leggere sotto commenti del tipo “Brava! Fai vedere a tutti cos’è una VERA DONNA”, mi fa storcere il naso tanto quanto l’immancabile insulto dell’uomo di mezza età che si sente in dovere di riaffermare la supremazia maschile. Sono entrambi commenti sessisti.

La questione è che dovremmo pensare più che altro ad essere “vere persone”.


Perché siamo stufe dell’espressione “donna forte”

Perché siamo stufe dell’espressione “donna forte”

A tutte le donne che sono sinceramente stufe delle etichette, consiglio di vedere questo preve video e poi lasciarmi una loro opinione, se ne hanno voglia.

Sapete che vi dico io? Che sono totalmente d’accordo con ciò che viene detto nel video che troverete cliccando sul link e se avete letto anche solo una delle mie recensioni (su libri e film, è uguale) ve ne sarete resi conto.

C’è solo un’espressione che viene più bistrattata e male utilizzata di “donna forte” ed è “donna vera”. Chi può arrogarsi il diritto di decidere cosa è vero oppure no? E come? E perché? Secondo quale legge, quale diritto? Il concetto di “vero” è così labile che, come tutti possiamo constatare, è manipolabile e facilmente fraintendibile. Più in generale, ognuno ha la propria verità. Possiamo parlare di verità solo a proposito di fatti ben definiti, inconfutabili, come un avvenimento storico fissato e documentato, oppure un concetto matematico. Tutto il resto è nebbia, come diceva un comico di cui non ricordo il nome. Quindi come si fa a dire che una donna è una “vera donna”? Oppure che un uomo è un “vero uomo”? Per qualcuno, una vera donna potrebbe essere una creatura uscita dagli anni ’50, vestita in modo femminile, dedita ai figli e alla casa, mentre per qualcun altro potrebbe significare una atletica giovane meccanica che non ha idea di come preparare una frittata. Un vero uomo potrebbe essere un maschio alfa pieno di muscoli e donne così come un topo di biblioteca timido e sensibile. E tutti questi sarebbero comunque stereotipi!

Sinceramente, mi sento un po’ offesa quando leggo nei commenti o nei post queste espressioni arbitrarie e limitanti. Ad esempio, leggere sotto un articolo che riporta la notizia di qualche impresa femminile e leggere sotto commenti del tipo “Brava! Fai vedere a tutti cos’è una VERA DONNA”, mi fa storcere il naso tanto quanto l’immancabile insulto dell’uomo di mezza età che si sente in dovere di riaffermare la supremazia maschile. Sono entrambi commenti sessisti.

La questione è che dovremmo pensare più che altro ad essere “vere persone”.


Spaghetti all'assassina, di Gabriella Genisi

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Autore: Gabriella Genisi
Edito da: Sonzogno
Genere: Giallo

Lolita Lobosco è il commissario capo della sezione Omicidi di Bari ed è bella, brava, intelligente e spassosa. In questo caso si trova a dover indagare sulla morte di un noto chef barese, inventore della celeberrima ricetta degli spaghetti all’Assassina (un nome semplicemente fantastico), un piatto che tutti tranne lei sembrano aver provato e ampiamente apprezzato. Il suddetto cuoco viene ritrovato ucciso in un modo tipico della mafia siciliana, ma gli elementi sono tanti e mano a mano che ci si addentra nella vicenda si scopre, come spesso accade, che le cose non sono come sembrano.

Facciamo la giusta premessa: il libro mi è stato inviato dalla casa editrice Sonzogno. Detto ciò, posso procedere con la recensione.

Leggendo questo romanzo i due accostamenti che mi sono subito saltati alla mente sono Montalbano e The closer.

Il primo, penso non abbia bisogno di presentazioni. Viene citato anche nel testo in quanto amico di Lolita (una trovata che mi è piaciuta molto) ma la sua influenza non si ferma qui, perché l’autrice prende spunto dallo stile di Camilleri ed ecco che i dialoghi tra i personaggi e i pensieri della stessa protagonista si infarciscono di espressioni colloquiali se non dialettali. Un espediente che rende molto umani i personaggi, molto tangibili e restituisce uno humor molto vivo e schietto (molto “del sud” e non mi si voglia male, è una constatazione amichevole e ammirata). Tuttavia, lo stesso espediente nel caso degli stranieri li rende vagamente macchiettistici e forse questo stona con una narrazione altrimenti tutt’altro che banale.

La seconda, invece, è una serie televisiva poliziesca americana piuttosto famosa. Anche in quel caso, il reparto di polizia (forse proprio la Omicidi, o la Crimini maggiori, non ricordo) è diretto da una donna “sfrontata, determinata, femminile e dotata di un sesto senso fuori dal comune” (come leggo riportato sul retro del volume, citazione da una recensione di Repubblica). La descrizione calza a pennello sia per la protagonista del romanzo sia per Brenda, la protagonista della serie. Sono due donne belle, forti, con sottoposti uomini, che affrontano il caso con professionalità e perspicacia, ma apportando comunque una nota femminile.

E a proposito di indagine, sarà che di gialli ne ho letti tanti e ormai mi diverto a fare a gara con il detective del libro o del film per vedere chi scopre prima il colpevole, ma anche in questo caso ci ero arrivata molto presto. In qualche modo, mi aspettavo che il libro finisse proprio come finisce. Dovrebbe essere un brutto segno, no? No. Perché il libro è piacevole, divertente, intelligente. La vicenda non ha niente del rocambolesco ritmo che avrebbe avuto un qualsiasi romanzo anglosassone che fosse partito dalle stesse premesse e invece che atmosfere cupe il sole di Bari in agosto pervade qualsiasi cosa, anche un fatto di cronaca nera. Non vi sono grandi capovolgimenti di trama, ma la vicenda scorre in una dimensione umana, tra interrogatori e appostamenti, errori e scaramucce, risultando piuttosto credibile, piuttosto… italiana.

Il fatto è che, a mio parere, l’indagine sull’omicidio gioca quasi come un pretesto per poter seguire i pensieri del personaggio di Lolita, che è ben cesellato, interessante, ironico; finalmente una donna che è donna e che è femminile e che piange, ama cucinare, pensa agli uomini e si fa le sue fantasie e tuttavia non è affatto di facili costumi e che è pure in carriera e non è un’acida bacchettona e neppure lontanamente antipatica. Finalmente. Perché c’è questa cosa, questa sub-idea che circola e che pervade le donne stesse, temo, che se sei bella e in carriera ci deve essere qualcosa che non va. Devi per forza essere acida, frigida, venduta, incompetente. Qualsiasi cosa, ma non una bella persona. Sarà che noi donne siamo geneticamente invidiose, ma mi aspetterei che almeno le scrittrici, che hanno il potere di divulgare un messaggio che verrà ascoltato -si suppone- da parecchie persone,  siano così sagge da superare lo stereotipo. Molte non lo fanno, purtroppo.

Veniamo ora ad un altro aspetto che mi è piaciuto: la cucina. Siccome la vittima è cuoco, era inevitabile che i rimandi alla cucina e alle ricette fossero molti. Non so quanto possa valere ai fini di questa recensione, ma leggendo mi veniva l’acquolina in bocca, perché oltre all’atmosfera della città (la scrittrice, vive a Bari e si intuisce) il libro ne  restituisce i sapori e gli odori e sembra tutto davvero squisito.

Quindi, il mio voto finale sono 4 stelline su 5. Sento che questa Lolita è un personaggio con cui potrei “fare amicizia”, come è successo con il commissario Adamsberg di Fred Vargas. Ve lo consiglio? Decisamente sì.


Spaghetti all’assassina, di Gabriella Genisi

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Autore: Gabriella Genisi
Edito da: Sonzogno
Genere: Giallo

Lolita Lobosco è il commissario capo della sezione Omicidi di Bari ed è bella, brava, intelligente e spassosa. In questo caso si trova a dover indagare sulla morte di un noto chef barese, inventore della celeberrima ricetta degli spaghetti all’Assassina (un nome semplicemente fantastico), un piatto che tutti tranne lei sembrano aver provato e ampiamente apprezzato. Il suddetto cuoco viene ritrovato ucciso in un modo tipico della mafia siciliana, ma gli elementi sono tanti e mano a mano che ci si addentra nella vicenda si scopre, come spesso accade, che le cose non sono come sembrano.

Facciamo la giusta premessa: il libro mi è stato inviato dalla casa editrice Sonzogno. Detto ciò, posso procedere con la recensione.

Leggendo questo romanzo i due accostamenti che mi sono subito saltati alla mente sono Montalbano e The closer.

Il primo, penso non abbia bisogno di presentazioni. Viene citato anche nel testo in quanto amico di Lolita (una trovata che mi è piaciuta molto) ma la sua influenza non si ferma qui, perché l’autrice prende spunto dallo stile di Camilleri ed ecco che i dialoghi tra i personaggi e i pensieri della stessa protagonista si infarciscono di espressioni colloquiali se non dialettali. Un espediente che rende molto umani i personaggi, molto tangibili e restituisce uno humor molto vivo e schietto (molto “del sud” e non mi si voglia male, è una constatazione amichevole e ammirata). Tuttavia, lo stesso espediente nel caso degli stranieri li rende vagamente macchiettistici e forse questo stona con una narrazione altrimenti tutt’altro che banale.

La seconda, invece, è una serie televisiva poliziesca americana piuttosto famosa. Anche in quel caso, il reparto di polizia (forse proprio la Omicidi, o la Crimini maggiori, non ricordo) è diretto da una donna “sfrontata, determinata, femminile e dotata di un sesto senso fuori dal comune” (come leggo riportato sul retro del volume, citazione da una recensione di Repubblica). La descrizione calza a pennello sia per la protagonista del romanzo sia per Brenda, la protagonista della serie. Sono due donne belle, forti, con sottoposti uomini, che affrontano il caso con professionalità e perspicacia, ma apportando comunque una nota femminile.

E a proposito di indagine, sarà che di gialli ne ho letti tanti e ormai mi diverto a fare a gara con il detective del libro o del film per vedere chi scopre prima il colpevole, ma anche in questo caso ci ero arrivata molto presto. In qualche modo, mi aspettavo che il libro finisse proprio come finisce. Dovrebbe essere un brutto segno, no? No. Perché il libro è piacevole, divertente, intelligente. La vicenda non ha niente del rocambolesco ritmo che avrebbe avuto un qualsiasi romanzo anglosassone che fosse partito dalle stesse premesse e invece che atmosfere cupe il sole di Bari in agosto pervade qualsiasi cosa, anche un fatto di cronaca nera. Non vi sono grandi capovolgimenti di trama, ma la vicenda scorre in una dimensione umana, tra interrogatori e appostamenti, errori e scaramucce, risultando piuttosto credibile, piuttosto… italiana.

Il fatto è che, a mio parere, l’indagine sull’omicidio gioca quasi come un pretesto per poter seguire i pensieri del personaggio di Lolita, che è ben cesellato, interessante, ironico; finalmente una donna che è donna e che è femminile e che piange, ama cucinare, pensa agli uomini e si fa le sue fantasie e tuttavia non è affatto di facili costumi e che è pure in carriera e non è un’acida bacchettona e neppure lontanamente antipatica. Finalmente. Perché c’è questa cosa, questa sub-idea che circola e che pervade le donne stesse, temo, che se sei bella e in carriera ci deve essere qualcosa che non va. Devi per forza essere acida, frigida, venduta, incompetente. Qualsiasi cosa, ma non una bella persona. Sarà che noi donne siamo geneticamente invidiose, ma mi aspetterei che almeno le scrittrici, che hanno il potere di divulgare un messaggio che verrà ascoltato -si suppone- da parecchie persone,  siano così sagge da superare lo stereotipo. Molte non lo fanno, purtroppo.

Veniamo ora ad un altro aspetto che mi è piaciuto: la cucina. Siccome la vittima è cuoco, era inevitabile che i rimandi alla cucina e alle ricette fossero molti. Non so quanto possa valere ai fini di questa recensione, ma leggendo mi veniva l’acquolina in bocca, perché oltre all’atmosfera della città (la scrittrice, vive a Bari e si intuisce) il libro ne  restituisce i sapori e gli odori e sembra tutto davvero squisito.

Quindi, il mio voto finale sono 4 stelline su 5. Sento che questa Lolita è un personaggio con cui potrei “fare amicizia”, come è successo con il commissario Adamsberg di Fred Vargas. Ve lo consiglio? Decisamente sì.


Il richiamo del cuculo, di Robert Galbraith (aka J.K.Rowling)

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Edito da: Sellerio

Londra. È notte fonda quando Lula Landry, leggendaria e capricciosa top model, precipita dal balcone del suo lussuoso attico a Mayfair sul marciapiede innevato. La polizia archivia il caso come suicidio, ma il fratello della modella non può crederci. Decide di affidarsi a un investigatore privato e un caso del destino lo conduce all’ufficio di Cormoran Strike. Veterano della guerra in Afghanistan, dove ha perso una gamba, Strike riesce a malapena a guadagnarsi da vivere come detective. Per lui, scaricato dalla fidanzata e senza più un tetto, questo nuovo caso significa sopravvivenza, qualche debito in meno, la mente occupata. Ci si butta a capofitto, ma indizio dopo indizio, la verità si svela a caro prezzo in tutta la sua terribile portata e lo trascina sempre più a fondo nel mondo scintillante e spietato della vittima, sempre più vicino al pericolo che l’ha schiacciata. Un page turner tra le cui pagine è facile perdersi, tenuti per mano da personaggi che si stagliano con nettezza. Ed è ancora più facile abbandonarsi al fascino ammaliante di Londra, che dal chiasso di Soho, al lusso di Mayfair, ai gremiti pub dell’East End, si rivela protagonista assoluta, ipnotica e ricca di seduzioni. Robert Galbraith è uno pseudonimo di J.K. Rowling, autrice della serie di Harry Potter e de “Il seggio vacante”.

Verso questo libro provo sentimenti contrastanti. Da una parte, ho apprezzato i personaggi, l’intreccio e lo stile narrativo, dall’altra ho avuto la netta e costante sensazione che mancasse qualcosa. Mi sono chiesta cosa fosse, questo “qualcosa” e mi sono risposta che è il coraggio. Già, secondo me questo giallo è poco osato.

Mi spiego: quando un lettore sceglie di dedicare il proprio tempo a un libro giallo, di solito vuole essere intrattenuto da indagini complicate e inaspettati rovesciamenti di trama che ruotano intorno a crimini sordidi. Ecco, qui manca proprio il crimine sordido.

Ma andiamo con ordine:

Lo stile narrativo adottato dalla Rowling (per chi ancora non ne fosse a conoscenza, sappiate che Robert Galbright è uno pseudonimo) è dettagliato ed esaustivo, cosa che apprezzo molto nei romanzi. Non sono una lettrice esigente che pretende di avere capitoli interi di descrizione di una città a volo d’uccello, ma se il personaggio si muove tra le strade di Londra, io voglio che lo scrittore mi faccia se non altro intuire l’atmosfera. La Rowling lo fa. Descrive e suggerisce bene ma, se devo trovare un difetto, descrive e suggerisce come una donna. È davvero un difetto? Non esattamente. È solo che si nota. Si sofferma su dettagli che un uomo non noterebbe, mette in bocca al suo detective opinioni che forse un uomo come lui non avrebbe, quando descrive un nuovo personaggio lo fa come se ad analizzarlo fosse una donna: i capelli, la pelle, la bruttezza o la bellezza, il loro stile. Non dico che tutto questo sia sbagliato,  dico solo che siccome il detective in questione è un uomo, probabilmente la narrazione, almeno quando si ripropone di seguire i suoi pensieri da vicino, avrebbe dovuto assumere un altro tono.

Però bisogna anche dire che, poiché il panorama letterario è dominato dagli uomini, è probabile che il mio metro di paragone sia tristemente contaminato.

Passiamo ai personaggi. Come in Harry Potter, la Rowling è molto brava a cesellare i tratti della personalità, a suggerire storie sotto i gesti comuni, ma certe volte, soprattutto quando si tratta dei personaggi secondari che compariranno poche volte, si adagia un po’ nello stereotipo. Di conseguenza, il personaggio non è più tale ma solo una macchietta. Certo, la gente che incontriamo per strada tutti i giorni è ben lungi dal distaccarsi decisamente da questo o quello stereotipo, ma quando si scrive è importante cercare di dipingere personalità sfaccettate, dare ad ogni personaggio un suo modo di parlare, di pensare. Invece, durante questo romanzo la Rowling ha utilizzato più che altro un generale e diffuso uso delle imprecazioni e una sequela di personaggi standard: la frivola commessa, la truccatrice, lo stilista omosessuale, la modella superificiale, la ragazza di colore povera e sciatta.Tuttavia, il personaggio di Cormoran Strike, della segretaria Robin e alcuni altri riescono a risollevare il tutto.

Passiamo ora all’intreccio, la parte più importante in un giallo. Siamo di fronte alla morte di una bellissima modella. La ragazza è caduta giù dal balcone del suo appartamento e il suo caso è stato etichettato come suicidio, tanto più che la poveretta era instabile e problematica. Ma suo fratello adottivo non ci crede e ingaggia Cormoran Strike per indagare. L’indagine comincia e procede un po’ lenta fino agli ultimi capitoli, dove tutto si risolve in puro stile telefilmico (ovvero, con il detective che scopre le carte e il colpevole che reagisce di conseguenza). Tuttavia, è piacevole seguire Strike mentre cerca di addentrarsi nel mondo di reticenza in cui vive l’alta borghesia londinese. Un mondo annegato nell’ipocrisia, nel perbenismo e nella ricerca spasmodica del potere e del mantenimento di una buona reputazione. Pieno perbenismo vittoriano. Strike però procede, si lavora i borghesotti ai fianchi e alla fine giunge alla verità che, purtroppo, io avevo già intuito. Rimane comunque un buon giallo classico, di quelli che seguì con piacere, che ti conducono passo dopo passo verso la soluzione (in questo caso non troppo difficile). Ho comunque trovato alcuni passaggi e soluzioni un pochino forzate e trovo che si potessero tagliare di netto svariati riempitivi sparsi qui e lì.

A questo punto, ci ricolleghiamo a quanto ho scritto all’inizio dell’articolo: il giallo manca di coraggio. Il movente è insipido e la Rowling non insisté sul punto che avrebbe potuto dare tutto un altro tenore alla trama, aggiungendo vagonate di interessantezza: la psiche provata del colpevole.
Tutto rimane troppo luminoso. Ma forse sono solo io che amo il mistero duro e puro.

Ecco, questa è la mia piccola, misera opinione. Il genere giallo/mistery/noire è forse il mio preferito e darò certamente una possibilità anche

G.