E fu sera e fu mattina, di Daniela Rindi

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Di solito vi parlo di romanzi ma questa volta vi parlo di un racconto lungo che mi è stato gentilmente inviato dalla casa editrice Intermezzi.

Marta e Irene sono madre e figlia. Non vivono in una situazione idilliaca ma nemmeno particolarmente disagiata. L’unico vero disagio è dentro di loro. Un giorno, la piccola Irene sembra essersi ammalata di varicella e Marta sa che dovrà tenerla a casa per qualche giorno. E’ un po’ un problema, perché questo significa che anche lei dovrà stare a casa dal lavoro, ma pazienza. Tuttavia, dopo una strana nottata, Marta sembra non volersi svegliare. Irene decide quindi che dovrà solo aspettare che si svegli da sola…

Se un buon romanzo ti consuma un po’ alla volta, un racconto breve ben scritto ti scotta. E’ quello lo scopo. Ti colpisce, ti lascia senza parole (o con un sorriso ebete, se l’argomento è positivo, o con un grosso punto di domanda, se si tratta di mistero, e via dicendo) e in genere il commento finale è qualcosa del tipo: << Nuooooooo! >>

Almeno, a me è successo così.

“E fu sera e fu mattina” è un racconto claustrofobico, incalzante, terribile. Durante la lettura una parte del tuo cervello sa a cosa sta andando incontro, coglie gli indizi, ma l’altra non ci crede, non l’ascolta e costruisce altre interpretazioni. La vicenda è da un lato semplice, quasi banale, dall’altra terrificante e metafora (o almeno io l’ho vista così) della solitudine, fisica, morale, esistenziale, che può ancora esistere in una società come la nostra e che anzi, a volte viene maggiormente accentuata divenendo una prigione da cui è difficile uscire e di cui in realtà nessuno si accorge. Forse nemmeno chi ci vive dentro.

La scrittura è rapida, adeguata al ritmo del romanzo. Non si sofferma troppo sui particolari ma fornisce abbastanza dettagli (o indizi) perché il quadro in cui tutto si svolge ci sia perfettamente chiaro. Anzi, quando l’attenzione viene posta sui particolari, forse anche i più insignificanti, è probabile che sia stato fatto di proposito.

Il racconto è breve, quindi non posso parlarne oltre senza rischiare di cadere nello spoiler. Lo consiglio a tutti coloro che amano le atmosfere piene d’ansia, in puro stile thriller, con spruzzate di horror e fantasmi infantili.

Il mio voto:

5 stelle

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La casa di Parigi, di Elizabeth Bowen

Finalmente, con antipatico ritardo, sono riuscita a terminare la lettura di “La casa di Parigi” di Elizabeth Bowen. Varie vicissitudini si sono frapposte tra me e la pagina 286 di questo classico moderno, ma oggi sono riuscita a portare a termine il mio compito e voglio subito scrivere la recensione, perché di tempo per pensare a questo libro ne ho avuto a sufficienza.

Partiamo dall’autrice. Elizabeth Bowen è stata un’esponente del gruppo di artisti e scrittori chiamato “Bloomsbury”, di cui faceva parte, tra gli altri, anche Virginia Woolf. Ammetto che prima di leggere questo libro non avevo mai sentito parlare di lei, ma credo di essere in buona compagnia: infatti, nella piccola postfazione al testo, Leonetta Bentivoglio ci informa che La casa di Parigi è un libro praticamente sconosciuto in Italia. Non conoscendo la Bowen sono quindi andata ad informarmi sulla sua vita e sulla sua produzione, apprendendo che buona parte di essa si fonda sullo “svelare” quello che si cela sotto la calma della vita borghese, o meglio della “vita con il coperchio”.

Niente di più vero.

La casa di Parigi è un romanzo in tre atti, che si apre con l’arrivo dall’Inghilterra a Parigi della giovane Henrietta, la quale deve fermarsi a casa di una conoscente nell’attesa di prendere un treno che la condurrà fino a Mentone dalla nonna. Lì, in una casa di cui noi esploreremo principalmente tre ambienti (il soggiorno piccolo e pretenzioso con la carta da parati a strisce che lo fa sembrare una gabbia; la stanza della vecchia Madame Fisher, satura d’incenso come una camera ardente; l’ingresso con lo scalone che porta ai piani alti) Henrietta conosce Leopold, un ragazzino pallido e bizzarro, orgoglioso e fragile, che si trova lì per incontrare sua madre, che non ha mai visto prima.

Poco alla volta, il focus si sposterà da Henrietta a Leopold e alla sua piccola tragedia personale, il cui apice viene raggiunto quando alla fine della prima parte la figlia di Madame Fisher, Naomi, gli rivelerà che la madre che tanto attendeva non potrà venire.

Da qui, parte la seconda parte della storia, che si tuffa nel passato di questa madre, raccontandoci le sue ragioni, debolezze e sbagli, mentre la terza parte del romanzo ritorna al presente e conclude la vicenda.

Il tempo è un concetto fondamentale che ritorna durante tutto il romanzo, in cui i fatti narrati si svolgono tutti in un giorno, anzi in poche ore, dalle dieci del mattino (ora in cui Henrietta incontra Leopold) alle sei del pomeriggio, quando la ragazzina prenderà il suo treno. Nel mezzo, si dipana una vicenda tutta interna ai personaggi, perché nella realtà non succede quasi nulla. Quello che sappiamo, ci deriva dalle riflessioni dei protagonisti, dai loro detti e soprattutto dai non detti. Nel complesso, si ha davvero la sensazione che ognuno di loro sia dotato di un coperchio che copre il borbottio del ribollire al loro interno e che se solo fosse sollevato, come accade in alcune infelici occasioni, potrebbe rivelare realtà spiacevoli e sconvenienti. Uno dei personaggi che suggeriscono maggiormente questa sensazione è, a mio parere, Naomi Fisher, una donna ormai sfiorita e fortemente legata al passato della madre e del padre di Leopold, che ha vissuto tutta la vita soggiogata dalla madre arguta e manipolatrice e che ora che la donna è vecchia e inferma, sembra volerla opprimere a sua volta con la propria costante presenza. In un certo senso, mi ricorda Charles Bovary. Charles infatti passa come il personaggio mansueto e ingenuo, premuroso e costantemente vessato dalla moglie, ma in realtà, suggerisce qualcuno, la sua è una vendetta diluita e sottile. Sarà lui infatti, con le sue premure e la sua accondiscendenza, a sospingere Emma verso la fine. E così Naomi.

A sua volta, la vecchia Fisher assume un ruolo quasi diabolico. Confinata in una camera al piano superiore, la sua presenza aleggia sulla casa come Dracula su Londra, come una malattia o come se la casa fosse una proiezione di lei stessa. A questo proposito, in un punto della seconda parte (il “passato”), la madre di Leopold sostiene che “al piano di sotto si è sempre al sicuro, al piano di sopra ci sono i tumulti dell’amore”; questa situazione, in un certo senso, si replica nella casa delle Fisher a Parigi. Al piano di sotto i due bambini giocano, le cose che accadono sono in qualche modo piacevoli e Naomi sembra più tranquilla. Il pericolo è di sopra, dove la vecchia signora inferma non ha smesso di voler esercitare il proprio potere per far sentire a disagio le persone.

La casa in sé, a mio parere, è a sua volta un personaggio, un po’ come in un racconto di fantasmi. Nelle classiche “haunted house”, infatti, i fantasmi non sono i soli antagonisti ma è la casa stessa, in qualche modo, a prendere vita. Anche in questo caso, sebbene i fantasmi siano solo dentro i personaggi e non veri spettri, la casa sembra ospitare due realtà diverse e incupirsi o restringersi a seconda delle percezioni soggettive. Infatti, come la Bowen stessa scrive, “lo spazio è legato agli stati emotivi”.

Certo, il romanzo non è privo di quelli che noi, ora, considereremmo difetti. Vi sono passaggi fin troppo modulati sulla mentalità dell’epoca in cui è stato scritto che a noi risulterebbero decisamente forzati o “sbagliati”, descrizioni allo stesso tempo ardite e vagamente pretenziose, un costante riferimento alla differenza tra le personalità della gente proveniente da diversi paesi (E’proprio inglese! È proprio francese!) che adesso ci sembrerebbero infondati, ma in tutto questo non sono riuscita a capire se l’autrice non facesse che scimmiottare una mentalità borghese che lei rifiutava oppure se in fondo quei meccanismi fossero anche dentro di lei. Mea culpa, non posso darvi un giudizio su questo.

Tuttavia, mi ha stupita la modernità di alcuni passaggi e della vicenda della madre di Leopold, raccontata quasi con crudezza, senza nasconderne gli aspetti ambigui come invece si tende a fare in quel genere di situazioni, che vengono spesso iper-romanticizzate.

Il mio voto a questo romanzo è 4 stelle su 5.

A tratti l’ho trovato involuto e di difficile comprensione, lo ammetto. Lo stile è senza dubbio particolare, moderno ma allo stesso tempo romantico, e ci vuole un po’ di concentrazione per adattarvisi. Per un po’ ho pensato che una volta terminato non mi avrebbe lasciato molto ma ora che l’ho terminato mi accorgo che è accaduto tutto il contrario. Per cui, se vi troverete in difficoltà durante il racconto, persistete e dategli una possibilità, perché l’atmosfera di cui è impregnato e la modernità e umanità a tratti inquietate a tratti disarmante dei personaggi, le trame sotterranee, quello che bolle sotto il coperchio e la casa dove tutto si svolge vi rimarranno impressi a fondo.


La ragazza del treno, di Paula Hawkins

Autore: Paula Hawkins

Edito da: Piemme

Genere: Thriller/Crime/Giallo

Se c’è una cosa evidente, di questi tempi, è che l’espediente del “narratore inaffidabile” va di moda. Di cosa si tratta? Semplice: ci troviamo di fronte ad un narratore inaffidabile quando la storia ci viene raccontata da un punto di vista (che sia in prima o in terza persona è lo stesso) in qualche modo corrotto, deviato. Vi chiederete che cosa ci sia di diverso tra il narratore inaffidabile e una semplice narrazione in prima persona: dopotutto, ognuno di noi ha il proprio punto di vista sulle cose e per questo nessuno può essere creduto fino in fondo. Ma il narratore inaffidabile insiste proprio su questo fattore, lo porta ai massimi livelli. Si tratta spesso di personaggi a cui viene attribuito qualche trauma, che interpretano tutto ciò che avviene alla luce dei loro problemi, delle loro paranoie. Per farvi un’esempio, Cersei Lannister di Game of Thrones è una narratrice inaffidabile, perché interpreta quello che le accade in modo sbagliato a causa del ricordo della profezia che la perseguita da quando era bambina. Un altro esempio che mi viene in mente è il protagonista di Tu, di Caroline Kepnes. Il ragazzo è a tutti gli effetti uno stalker e un maniaco del controllo, e per tutto il tempo agisce secondo le proprie motivazioni che lui ritiene perfettamente plausibili. E mentre lui si crede nel giusto (sono tutti gli altri a sbagliare!), noi dobbiamo sorbirci la sua visione distorta della vicenda e rabbrividire.

In questo libro, un vero caso editoriale con milioni di copie vendute in tutto il mondo, ci troviamo di fronte non a uno, non a due, bensì a tre narratori inaffidabili: tre donne, tutte e tre in qualche modo provate dalla vita, tutte e tre profondamente imperfette e problematiche. Abbiamo Rachel, la depressa alcolista, che darà il là a tutta la vicenda; Anna, la nuova moglie dell’ex marito di Rachel, una madre protettiva ma anche una donna vanesia che godeva nel ricoprire il ruolo di amante; e infine Megan, la donna scomparsa, insoddisfatta, irrequieta, infelice, egoista e debole. Tre punti di vista che si alternano per tutto il libro, in una spirale discendente che subisce una brusca inversione di rotta solo alla fine, e che non ci forniscono mai una visione chiara della vicenda.

In realtà, la “ragionevolezza” è affidata ai personaggi secondari: l’agente di polizia, lo psicologo, la madre, l’amica. Il nucleo del libro, tuttavia, è un susseguirsi di opinioni discordanti, un continuo altalenare di depressione e euforia, lucidià e follia.

Sotto questo punto di vista, non ho niente da obiettare. Amo trovare tra le pagine dei libri personaggi che si discostano (poco o tanto) dagli stereotipi, che mettono in campo problemi, fragilità, che fanno del difetto la loro caratteristica principale. E’ interessante vedere (beh, non vedere, leggere) fino a che punto si possa ridurre una persona dipendente dall’alcol, oppure a quali conseguenze possano portare cose generalmente ritenute buone, come l’amore per i propri figli e il proprio coniuge, o il desiderio di indipendenza. Oppure di come il comportamento altrui possa segnarci profondamente in modi di cui né noi né gli altri siamo perfettamente coscienti.

Ma raccontiamo brevemente la vicenda: Rachel è una donna distrutta dopo il divorzio dall’amatissimo ex marito Tom, che si è risposato e vive nella loro casa mentre lei è stata sbattuta fuori. Tom ora ha tutto quello che Rachel aveva sempre desiderato ma che lei non aveva potuto avere: una casa e una famiglia con figli.

Rachel, che sale sul treno ogni mattina diretta a Londra, ha l’abitudine di osservare il paesaggio scorrere fuori dal finestrino. Il treno si ferma sempre nello stesso punto per via di un semaforo, un punto in corrispondenza del quale Rachel può vedere la casa  in cui abitava con Tom e quella dei loro vicini, una giovane e bella coppia che lei ribattezza Jess e Jason e per cui inventa una vita. Tuttavia, il loro nomi non sono Jess e Jason, ma Scott e Megan e quest’ultima sparirà misteriosamente da un momento all’altro, proprio la sera in cui Rachel, ubriaca fradicia, si sta recando dall’ex marito.

La vicenda, in sé, è un thriller psicologico piuttosto interessante, ma provo nei suoi confronti lo stesso sentimento che provo nei confronti de La verità sul caso Henry Quebert: credo che la vicenda sia piuttosto ben congegnata, ma che manchi comunque qualcosa. Perché d’accordo, le narratrici sono tre squilibrate -in modi e quantità differenti- però questo non basta a rendere un libro un buon libro. O meglio, non basta a fartelo rimanere nel cuore.

La scrittura della Hawkins tradisce le sue origini di giornalista: è asciutta, diretta, priva di involuzioni. Dice subito al lettore quello che vuole dire, arriva al punto, spiega i concetti. Non c’è tempo da perdere in riflessioni, non ha senso sbrodolarsi di parole, di sensazioni: show, don’t tell, less is more.

Sono un po’ stufa. Non ci vorrebbe molto, dico davvero. Non pretendo di leggere Victore Hugo, né Proust, né un romanzo vittoriano. Ma sono vagamente satura di frasi brevi ad effetto, ritmi concitati, riflessioni piene di “statement” (come tradurlo? Prese di posizione?) molto forti o presunte lezioni di vita servite su un piatto d’argento. Per favore, qualcuno dica agli autori che i concetti possono emanare dal libro, soffusi, oppure ammiccanti, e non devono per forza colpirti come una sprangata. Essere meno diretti, prendersi il tempo di divagare, non rende meno interessante o meno forte il messaggio che si vuole far arrivare.

Ma forse, come al solito, è colpa dei nostri tempi, così veloci, così iperconnessi. I pensieri vanno espressi in 140 caratteri, in commenti fulminei e magari nemmeno troppo ben scritti, in post da accumulare nei blog (come questo). Perdonate la mia divagazione, ma sarei davvero curiosa di sapere se la pensate come me su questo preponderare di “stile giornalistico” tra i nuovi romanzi. Giuro, non ho niente contro i giornalisti. Anzi, è una delle professioni dei miei sogni, dopo la scrittrice e il presidente del mondo. Ma giornalismo e letteratura sono cose diverse, no? No?

Ma torniamo a La ragazza del treno. Voglio finire la recensione con un accenno alla caratteristica del libro che forse mi ha colpita di più: ovvero, l’importanza che ricopre l’essere madre. E’ questa (e un’altra, che non posso svelarvi) la caratteristica che unisce le tre donne e in loro si concretizza e mostra diversi aspetti di sè: la madre apprensiva, la madre che si annulla, la non-madre che viene invece distrutta dalla società, la madre immaginata dalla società, la cattiva madre, quella che non vuole essere madre, la madre che si redime in quanto generatrice di nuova vita. Molti aspetti, un solo argomento che sembra essere sempre molto presente. Può qualcosa generalmente considerato positivo distruggere delle vite? Può, eccome se può.

Per terminare: un buon giallo si vede dalla fine. Se la fine è scialba, insipida, il giallo può essere di una bellezza sconvolgente, ma mancherà comunque qualcosa, non darà soddisfazione. Un po’ come un bel piatto invitante che però poi si rivela poco gustoso. Questo romanzo ha due finali: quello della vicenda vero e propria, la “scoperta del colpevole” e il finale “fisico” del romanzo, l’ultima pagina. Io preferisco la seconda, il colpevole lo avevo scoperto nei primi capitoli.

Il mio voto per La ragazza del treno è 3 stelle e ¾ su 5. Un ottimo piazzamento, ma vi ho spiegato le mie ragioni. Consigliato a chi vuole una lettura mediamente impegnativa, che combini uno stile snello e immediato con degli interessanti spunti di riflessione e una trama catturante. <

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A presto e ditemi la vostra, se vi va!


Donne senza figli

Ho 40 anni e neanche un figlio. E sono una donna felice – http://huff.to/1TT2dbw

La questione si meriterebbe un articolo molto più lungo e complesso, ma per ora vi lascio solo questo articolo dell’Huffington Post (Italia) che trovo molto giusto. Non è l’unico sull’argomento, ma è l’ultimo su cui ho messo le mani.

Donne che capitate su questo blog, vi andrebbe di lasciarmi il vostro parere dopo aver letto l’articolo? Io quoto l’autrice, e voi?

G.