E fu sera e fu mattina, di Daniela Rindi

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Di solito vi parlo di romanzi ma questa volta vi parlo di un racconto lungo che mi è stato gentilmente inviato dalla casa editrice Intermezzi.

Marta e Irene sono madre e figlia. Non vivono in una situazione idilliaca ma nemmeno particolarmente disagiata. L’unico vero disagio è dentro di loro. Un giorno, la piccola Irene sembra essersi ammalata di varicella e Marta sa che dovrà tenerla a casa per qualche giorno. E’ un po’ un problema, perché questo significa che anche lei dovrà stare a casa dal lavoro, ma pazienza. Tuttavia, dopo una strana nottata, Marta sembra non volersi svegliare. Irene decide quindi che dovrà solo aspettare che si svegli da sola…

Se un buon romanzo ti consuma un po’ alla volta, un racconto breve ben scritto ti scotta. E’ quello lo scopo. Ti colpisce, ti lascia senza parole (o con un sorriso ebete, se l’argomento è positivo, o con un grosso punto di domanda, se si tratta di mistero, e via dicendo) e in genere il commento finale è qualcosa del tipo: << Nuooooooo! >>

Almeno, a me è successo così.

“E fu sera e fu mattina” è un racconto claustrofobico, incalzante, terribile. Durante la lettura una parte del tuo cervello sa a cosa sta andando incontro, coglie gli indizi, ma l’altra non ci crede, non l’ascolta e costruisce altre interpretazioni. La vicenda è da un lato semplice, quasi banale, dall’altra terrificante e metafora (o almeno io l’ho vista così) della solitudine, fisica, morale, esistenziale, che può ancora esistere in una società come la nostra e che anzi, a volte viene maggiormente accentuata divenendo una prigione da cui è difficile uscire e di cui in realtà nessuno si accorge. Forse nemmeno chi ci vive dentro.

La scrittura è rapida, adeguata al ritmo del romanzo. Non si sofferma troppo sui particolari ma fornisce abbastanza dettagli (o indizi) perché il quadro in cui tutto si svolge ci sia perfettamente chiaro. Anzi, quando l’attenzione viene posta sui particolari, forse anche i più insignificanti, è probabile che sia stato fatto di proposito.

Il racconto è breve, quindi non posso parlarne oltre senza rischiare di cadere nello spoiler. Lo consiglio a tutti coloro che amano le atmosfere piene d’ansia, in puro stile thriller, con spruzzate di horror e fantasmi infantili.

Il mio voto:

5 stelle

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“I racconti dei Vedovi Neri” di Isaac Asimov

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“I racconti dei Vedovi Neri” è una raccolta di brevi racconti scritti da Isaac Asimov a partire dal 1971 e pubblicata nel 1974. Contiene i primi racconti che hanno come protagonisti i Vedovi Neri : un club composto da sei signori, tutti di buone doti intellettive, amanti dei misteri e delle chiacchiere.

Il club, che si riunisce una volta al mese, è assolutamente e inequivocabilmente precluso alle donne, le quali non possono nemmeno essere invitate come ospiti, in quanto il Regolamento del club prevede che ogni ospite diventi socio onorario del suddetto circolo -e sicomme le donne non possono essere socie…-. Sicché, le signore devono girare alla larga.

I componenti del circolo sono tutti esponenti di differenti campi del sapere: abbiamo un matematico con velleità poetiche, uno scrittore conoscitore della bibbia, un artista, un funzionario governativo esperto di codici, un chimico e un avvocato che si occupa di brevetti. Il settimo membro è il cameriere; il mitico, efficientissimo, silenziosissimo, abilissimo e acutissimo Henry.

 

In quanto alle trame dei racconti, cito Wikipedia:

 

I racconti seguono sempre la stessa convenzione: i sei membri del club ed un ospite si riuniscono a cena, serviti dall’incomparabile cameriere Henry Jackson, anche lui membro onorario dei Vedovi Neri. Durante la cena l’ospite propone sempre un mistero che i membri del club provano a risolvere.

 

Ho tagliato l’ultima riga perché altrimenti capireste tutto e subito e io voglio riservarmi lo spoiler per la fine di questo articolo.

 

I casi che Asimov vuol far risolvere ai suoi Vedovi Neri non sono i classici gialli con morto; i nostri amici non devono arrovellarsi sulle malvagie azioni di un assassino seriale o sull’efferato delitto di una giovane pulzella innocente. No. Abbiamo piuttosto casi minori, privi del macabro fascino dei crimini più efferati. Parliamo di furto, menzogne, nonni che nascondono eredità, vecchi amici che lasciano indizi su dove trovare il loro piccolo tesoro da qualche migliaio di dollari, camerieri spioni e miss minacciate. Qualche volta la soluzione si basa su un gioco di parole (che in italiano è un po’ più difficile cogliere) o su un piccolissimo dettaglio o su qualche non detto che al lettore, come anche ai Vedovi Neri, di solito sfugge. Trovo che ad un appassionato di gialli questi racconti non possano che piacere. Si tratta infatti di un apoteosi del piccolo mistero su cui si arrovellano menti normali, non geni della deduzione. La rassegnazione dimostrata dai nostri poveri signorotti nel momento in cui sembrano arrivare ad un punto morto nella discussione del caso, ricorda la rassegnazione dello studente di fronte ad un problema di matematica troppo difficile. Di conseguenza ne risulta una simpatica empatia che fa pensare al lettore “Accidenti, anche io rimarrei impantanato in quel modo. Che nervi!”. Infatti, quando leggiamo i casi di Sherlock Holmes, di Poirot, di Miss Marple o di qualunque altro famoso detective, sappiamo già che questi riusciranno a risolvere il caso e non dobbiamo far altro che divertirci a tentare di risolverlo prima di loro. Invece in questo caso rimaniamo piacevolmente impantanati insieme ai Vedovi e la cosa mi piace.

 ORA ARRIVANO GLI SPOILER:

Ora, Asimov non poteva lasciare i suoi racconti senza una soluzione. Ed ecco che arriva lui, il magnifico, l’onniscente, l’onnipresente Henry. Il cameriere dei Vedovi Neri è una figura indispensabile: infatti, sarà lui a risolvere praticamente ogni caso.

A questo proposito, mi sento in dovere di protestare contro molte delle recensioni che ho letto in Anobii.

Parecchi utenti lamentavano il fatto che ogni volta, in ogni racconto, sia Henry a svelare l’arcano. Si, questo è vero: è sempre Henry che alla fine suggerisce la via lungo la quale avviarsi per giungere alla conclusione esatta, se non direttamente la soluzione stessa.

Questo però avviene per un motivo ben preciso che molti lettori sembrano avere snobbato (cosa che mi fa credere di aver letto recensioni di individui dalla mente un pochino chiusa). Il fatto è questo: quando l’ospite dei Vedovi Neri propone il caso, questi possono rivolgergli delle domande allo scopo di arrivare alla soluzione del mistero. Una volta collezionate delle informazioni, i membri del circolo si lanciano nella produzione delle più disparate ipotesi per tentare di giungere ad una soluzione. Tali ipotesi si rivelano spesso intriganti, degne di essere messe in scena all’interno di un giallo vero e proprio, ma nel caso preso in considerazione si rivelano tutte troppo complicate e lontane dalla realtà. Dietro le quinte, Henry ascolta e raccoglie informazioni, osserva i commensali e le loro reazioni, osserva l’ospite e ne coglie le contraddizioni, e alla fine, tenendo conto dei piccoli elementi snobbati da tutti gli altri, propone una semplice e lineare soluzione, di solito esatta.

Questo a molti lettori dà fastidio, non ne capiscono il perché e lo tacciano come un noioso espediente. Può essere noioso, certo, ma solo finché non capisci il meccanismo che ci sta dietro, e questo è Henry a suggerirlo: lui risolve i casi GRAZIE ai Vedovi Neri e alle loro astruse supposizioni. Ovvero, Henry non fa altro che attuare nella propria (brillante, diciamocelo) mente un processo di esclusione. Da un quadro generale elide le possibilità dipinte dai membri del club e una volta terminato il lavoro gli rimane in mano la soluzione più semplice (e di solito esatta), che si limita ad esporre. In pratica, Henry si dimostra si molto brillante ma il suo è un ruolo che si compenetra con quello dei suoi amici e “datori di lavoro”. È un po’ come Poirot e Hastings: Poirot ringrazia spesso il suo amico Hastings di aiutarlo a risolvere i casi più intricati in quanto, avendo una mente “eccezionalmente normale”, vede sempre le cose “come il colpevole vuole che le si veda” e ciò aiuta Poirot a capire il vero scopo delle azioni del malvivente e smascherarlo. La mente brillante ha pur sempre bisogno di qualcuno che l’aiuti ad escludere tutti gli scenari “sbagliati”.

Insomma, tra Henry e i Vedovi Neri c’è una simbiosi. È una squadra. Per questo motivo, il lettore dovrebbe accettare il meccanismo e non criticarlo. Dopotutto, ci stupiamo forse che sia sempre Sherlock, e mai Watson, a risolvere i casi?

FINE SPOILER.

In conclusione, ho amato questa raccolta di racconti e sono fermamente decisa a leggere altro della serie dei Vedovi Neri, nonché l’Asimov più celebre, ovvero quello fantascientifico -sebbene io non vada matta di fantascienza-.

Due chicche:

-Asimov si auto-cita all’interno di un racconto. La cosa mi ha fatto molto ridere.

-Il primo dei casi, è anche il mio preferito. Se li avete letti, fatemi sapere qual è il vosto 😉

 G.


"I racconti dei Vedovi Neri" di Isaac Asimov

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“I racconti dei Vedovi Neri” è una raccolta di brevi racconti scritti da Isaac Asimov a partire dal 1971 e pubblicata nel 1974. Contiene i primi racconti che hanno come protagonisti i Vedovi Neri : un club composto da sei signori, tutti di buone doti intellettive, amanti dei misteri e delle chiacchiere.

Il club, che si riunisce una volta al mese, è assolutamente e inequivocabilmente precluso alle donne, le quali non possono nemmeno essere invitate come ospiti, in quanto il Regolamento del club prevede che ogni ospite diventi socio onorario del suddetto circolo -e sicomme le donne non possono essere socie…-. Sicché, le signore devono girare alla larga.

I componenti del circolo sono tutti esponenti di differenti campi del sapere: abbiamo un matematico con velleità poetiche, uno scrittore conoscitore della bibbia, un artista, un funzionario governativo esperto di codici, un chimico e un avvocato che si occupa di brevetti. Il settimo membro è il cameriere; il mitico, efficientissimo, silenziosissimo, abilissimo e acutissimo Henry.

 

In quanto alle trame dei racconti, cito Wikipedia:

 

I racconti seguono sempre la stessa convenzione: i sei membri del club ed un ospite si riuniscono a cena, serviti dall’incomparabile cameriere Henry Jackson, anche lui membro onorario dei Vedovi Neri. Durante la cena l’ospite propone sempre un mistero che i membri del club provano a risolvere.

 

Ho tagliato l’ultima riga perché altrimenti capireste tutto e subito e io voglio riservarmi lo spoiler per la fine di questo articolo.

 

I casi che Asimov vuol far risolvere ai suoi Vedovi Neri non sono i classici gialli con morto; i nostri amici non devono arrovellarsi sulle malvagie azioni di un assassino seriale o sull’efferato delitto di una giovane pulzella innocente. No. Abbiamo piuttosto casi minori, privi del macabro fascino dei crimini più efferati. Parliamo di furto, menzogne, nonni che nascondono eredità, vecchi amici che lasciano indizi su dove trovare il loro piccolo tesoro da qualche migliaio di dollari, camerieri spioni e miss minacciate. Qualche volta la soluzione si basa su un gioco di parole (che in italiano è un po’ più difficile cogliere) o su un piccolissimo dettaglio o su qualche non detto che al lettore, come anche ai Vedovi Neri, di solito sfugge. Trovo che ad un appassionato di gialli questi racconti non possano che piacere. Si tratta infatti di un apoteosi del piccolo mistero su cui si arrovellano menti normali, non geni della deduzione. La rassegnazione dimostrata dai nostri poveri signorotti nel momento in cui sembrano arrivare ad un punto morto nella discussione del caso, ricorda la rassegnazione dello studente di fronte ad un problema di matematica troppo difficile. Di conseguenza ne risulta una simpatica empatia che fa pensare al lettore “Accidenti, anche io rimarrei impantanato in quel modo. Che nervi!”. Infatti, quando leggiamo i casi di Sherlock Holmes, di Poirot, di Miss Marple o di qualunque altro famoso detective, sappiamo già che questi riusciranno a risolvere il caso e non dobbiamo far altro che divertirci a tentare di risolverlo prima di loro. Invece in questo caso rimaniamo piacevolmente impantanati insieme ai Vedovi e la cosa mi piace.

 ORA ARRIVANO GLI SPOILER:

Ora, Asimov non poteva lasciare i suoi racconti senza una soluzione. Ed ecco che arriva lui, il magnifico, l’onniscente, l’onnipresente Henry. Il cameriere dei Vedovi Neri è una figura indispensabile: infatti, sarà lui a risolvere praticamente ogni caso.

A questo proposito, mi sento in dovere di protestare contro molte delle recensioni che ho letto in Anobii.

Parecchi utenti lamentavano il fatto che ogni volta, in ogni racconto, sia Henry a svelare l’arcano. Si, questo è vero: è sempre Henry che alla fine suggerisce la via lungo la quale avviarsi per giungere alla conclusione esatta, se non direttamente la soluzione stessa.

Questo però avviene per un motivo ben preciso che molti lettori sembrano avere snobbato (cosa che mi fa credere di aver letto recensioni di individui dalla mente un pochino chiusa). Il fatto è questo: quando l’ospite dei Vedovi Neri propone il caso, questi possono rivolgergli delle domande allo scopo di arrivare alla soluzione del mistero. Una volta collezionate delle informazioni, i membri del circolo si lanciano nella produzione delle più disparate ipotesi per tentare di giungere ad una soluzione. Tali ipotesi si rivelano spesso intriganti, degne di essere messe in scena all’interno di un giallo vero e proprio, ma nel caso preso in considerazione si rivelano tutte troppo complicate e lontane dalla realtà. Dietro le quinte, Henry ascolta e raccoglie informazioni, osserva i commensali e le loro reazioni, osserva l’ospite e ne coglie le contraddizioni, e alla fine, tenendo conto dei piccoli elementi snobbati da tutti gli altri, propone una semplice e lineare soluzione, di solito esatta.

Questo a molti lettori dà fastidio, non ne capiscono il perché e lo tacciano come un noioso espediente. Può essere noioso, certo, ma solo finché non capisci il meccanismo che ci sta dietro, e questo è Henry a suggerirlo: lui risolve i casi GRAZIE ai Vedovi Neri e alle loro astruse supposizioni. Ovvero, Henry non fa altro che attuare nella propria (brillante, diciamocelo) mente un processo di esclusione. Da un quadro generale elide le possibilità dipinte dai membri del club e una volta terminato il lavoro gli rimane in mano la soluzione più semplice (e di solito esatta), che si limita ad esporre. In pratica, Henry si dimostra si molto brillante ma il suo è un ruolo che si compenetra con quello dei suoi amici e “datori di lavoro”. È un po’ come Poirot e Hastings: Poirot ringrazia spesso il suo amico Hastings di aiutarlo a risolvere i casi più intricati in quanto, avendo una mente “eccezionalmente normale”, vede sempre le cose “come il colpevole vuole che le si veda” e ciò aiuta Poirot a capire il vero scopo delle azioni del malvivente e smascherarlo. La mente brillante ha pur sempre bisogno di qualcuno che l’aiuti ad escludere tutti gli scenari “sbagliati”.

Insomma, tra Henry e i Vedovi Neri c’è una simbiosi. È una squadra. Per questo motivo, il lettore dovrebbe accettare il meccanismo e non criticarlo. Dopotutto, ci stupiamo forse che sia sempre Sherlock, e mai Watson, a risolvere i casi?

FINE SPOILER.

In conclusione, ho amato questa raccolta di racconti e sono fermamente decisa a leggere altro della serie dei Vedovi Neri, nonché l’Asimov più celebre, ovvero quello fantascientifico -sebbene io non vada matta di fantascienza-.

Due chicche:

-Asimov si auto-cita all’interno di un racconto. La cosa mi ha fatto molto ridere.

-Il primo dei casi, è anche il mio preferito. Se li avete letti, fatemi sapere qual è il vosto 😉

 G.