#ScrittoDaMe: La casa verde, capitolo 1.

Miei cari lettori occasionali,

oggi vi propongo il primo capitoletto di un racconto da me scritto intitolato “La casa verde”. Nel paesino di San Fatuo di cose strane ne succedono parecchie, ma l’apparizione di una misteriosa casa verde è forse la più strana di tutte. A voi scoprire chi e cosa abita la misteriosa abitazione.


LA CASA VERDE

La casa verde compariva quando voleva. Si erano registrate sue apparizioni sporadiche nel corso dell’Otto e Novecento, con un significativo intensificarsi durante le due guerre e durante la grande faida che intercorse tra San Fatuo e il vicino Prafoletto a metà degli anni Cinquanta, ma ultimamente, vale a dirsi verso la fine del duemilaquindici, essa sembrava non avere alcuna intenzione di farsi viva. Viva, si fa per dire, perchè stiamo parlando di una casa, eppure c’era qualcuno che sosteneva proprio questo, ovvero che la casa fosse viva e possedesse una mente propria, ma non solo: le veniva attribuita anche una certa attitudine da gattamorta sfasciafamiglie.

Stando alle cronache, la casa verde era un palazzo di quattro piani dai muri bianchi e tetto, finestre e porte color verde bosco. Una rigogliosa siepe di edera le si arrampicava lungo un fianco. Anche l’edera era verde, di un verde splendente a quanto pareva, in qualunque mese dell’anno. Questi particolari erano tramandati come una leggenda. Tutti sapevano che la casa verde era fatta in quel modo; tutti, o quasi, erano concordi nel affermare che si trattava di una storiella messa in giro da qualcuno per spaventare i propri figli e scoraggiarli dall’uscire la notte. Lo scetticismo dei miei compaesani è leggendario e quantomai fuoriluogo, ma di questo parlerò in seguito.

Quale particolarità aveva questa casa oltre a quella, già piuttosto notevole, di apparire e scomparire a proprio piacimento? Si diceva che chi ci entrava non ne uscisse più. La maggiore sostenitrice di questa credenza era una vecchia di nome Adamantina (sì, Adamantina, che i suoi poveri genitori credevano fosse un nome composito: Ada più una versione masticata di Martina, che era il nome di una cugina della madre). Adamantina da giovane aveva avuto un ragazzo, un moroso, che lei aveva creduto di amare tantissimo anche se si erano parlati solo un paio di volte prima che lui fosse arruolato e spedito in guerra. Prima della sua partenza si erano scambiati un timido bacetto che, a dimostrazione di quanto la percezione degli eventi sia diversa a seconda di ognuno, si era impresso nel cuore della giovane Adamantina come un marchio rovente mentre aveva abbandonato la mente di lui nell’esatto istante in cui le loro labbra si erano allontanate (cosa per altro avvenuta nel giro di un istante a dir poco fugace). Palpitazioni romantiche a parte, le famiglie dei due si erano accordate per maritarli e rimaneva solo da attendere il ritorno del ragazzo dal fronte, fattore quantomai incerto, tanto che tre generazioni di donne provenienti da entambe le famiglie si consumarono le ginocchia sulle panche della chiesa a suon di pregare perchè ciò avvenisse.

Il giovane in questione, tale Mario, era il ragazzo più bello del paese dove anche io attualmente vivo e che risponde al nome alquanto singolare di San Fatuo. Come si possano accostare la parola santo alla parola fatuo mi risulta ancora inspiegabile. In ogni caso, Mario era un bellissimo ragazzo e questo spiega il focoso attaccamento di Adamantina a quello che per lei era niente più che uno sconosciuto. La ragazza aveva già fatto grandi progetti, si vedeva invidiata da tutte, con i figli più belli e corteggiati dell’intera valle. Quando il ragazzo aveva annunciato via lettera il proprio ritorno aveva pianto di gioia e il giorno stesso in cui il poveretto aveva rimesso piede in paese, sconvolto dalla guerra, smagrito e lacero, lei l’aveva mandato a chiamare dicendo che aveva aspettato anche troppo e che voleva incontrarlo in un certo posto (notamente, una stanzetta al primo piano di una viuzza periferica di San Fatuo, ex bottega e di proprietà della famiglia di Adamantina) ad una certa ora della notte per dargli quello che gli spettava dopo tanti mesi di assenza. Mario riconosceva in Adamantina una bella figliuola giovane e vigorosa, probabilmente vergine e sana, mica come le ragazze dei bordelli per i soldati, e l’occasione doveva essergli parsa piuttosto ghiotta, considerando pure il fatto che quella figliola l’avrebbe sposata presto e che se fosse capitato un qualche incidente nessuno se ne sarebbe avuto a male.

Adamantina era sgattaiolata fuori di casa e nella notte buia, popolata da una tetra nebbiolina, aveva raggiunto la piazza del villaggio. Lì la nebbia era più fitta e si faceva sempre più fitta mano a mano che lei si avvicinava al luogo prescelto per l’incontro. Quando aveva imboccato la stradina che portava all’ex bottega, la nebbia era fittissima ma d’un tratto si era completamente diradata, come fosse stata risucchiata via. In quell’istante, Adamantina aveva visto che una nuova casa era comparsa lungo la strada, una casa bianca a quattro piani, mai vista prima. Tutte le luci alle finestre erano accese e da dentro provenivano delle voci concitate e della musica, il tipico rumore di un’osteria affollata. Sulla soglia, c’era Mario. Parlava con una donna bellissima, dalla pelle scura e gli occhi di brace, almeno così diceva Adamantina. Lei aveva urlato il nome del ragazzo ma lui non l’aveva sentita (oppure, più probabile ancora, l’aveva ignorata) ed era entrato nella casa insieme alla donna. Adamantina allora si era precipitata dietro al suo amato. Aveva raggiunto la porta ma quando aveva picchiato contro di essa col pugno aveva sentito un dolore pungente e si era accorta di aver appena tirato un poderoso colpo contro il tronco di un grosso albero.

La casa era sparita con Mario dentro. Adamantina era rimasta sconvolta dall’avvenimento, certa di aver appena assistito ad un’apparizione demoniaca (opinione avvalorata dagli occhi di brace della donna dalla pelle scura, nonchè dalla pelle scura stessa. Adamantina credeva che esistessero solo esseri umani di stirpe caucasica) e il giorno seguente l’aveva raccontato a tutti, persino ai genitori di Mario, salvo ricevere in risposta solamente uno sguardo sprezzante: Mario non era mai tornato a casa. E non l’avrebbe fatto mai più.

Adamantina non si era data per vinta. Aveva mostrato la ferita sulla mano. Quella era vera. Picchiando il pugno contro la porta della malefica casa aveva urtato una delle placche di metallo che ne teneva insieme le assi. Tuttavia la strana forma composita del livido era riconducibile a una qualsiasi placca di una qualsiasi porta del paese. Nessuno le aveva mai creduto e Adamantina aveva deciso di risparmiare la propria reputazione fingendo di delirare per il dolore, ma non aveva mai dimenticato e appena poteva raccontava la sua storia. Vent’anni dopo aveva trovato un alleato: mio padre, il quale sosteneva di aver visto la casa verde quando aveva undici anni e che la donna scura si fosse presa nientemeno che il suo cane. Anche nel caso di Tobia, il labrador di mio padre, tutti avevano sostenuto che la sua scomparsa fosse avvenuta mesi prima, in circostanze piuttosto tragiche (notamente, un sanguinoso scontro tra l’animale e un autobus pieno di scout che era quasi finito fuori strada).

Per quanto mi riguarda, sono cresciuta con il mito della casa verde. Quando ero bambina, la notte io e i miei amici scrutavamo le strade con il binocolo nella speranza di sorprenderla mentre inghiottiva qualcuno. Cos’era quel posto? Un luogo magico? Un’astronave aliena? Un mostro che attirava e inghiottiva le sue vittime? Tutte queste cose insieme? Mi ci arrovellavo ma non trovavo risposta. Un po’ alla volta i miei amici avevano deciso che una casa verde fantasma non meritava la loro attenzione e avevano iniziato a pensare ad altro, a cose più pragmatiche, più concrete: cellulari, videogiochi, amori turbolenti come solo gli adolescenti possono credere che siano. Io invece, nonostante avessi seguito i miei compagni nelle loro nuove passioni, non avevo mai smesso di fantasticare sulla casa verde e forse proprio per questo la casa verde, ad un certo punto, aveva deciso di venire da me.

Ebbene sì, al momento attuale io sono l’unico essere vivente, da quanto mi è stato riferito da Nancy, la famigerata donna dalla pelle scura e gli occhi di brace, ad essere andata e venuta dalla casa verde.

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#ScrittoDaMe: Un mostro

Cari lettori occasionali, oggi vi lascio un racconto molto breve scritto da me qualche tempo fa. Una cosa sulle paure dell’infanzia che non ci decidiamo ad affrontare. Ma forse no. Raramente i miei racconti sono solo quello che sembrano 😉


Dentro la mia vasca da bagno c’era un mostro. Da piccola ne ero certa, tanto che mia madre riusciva a convincermi ad entrare nella vasca solo dopo un duro negoziato. Le vittorie si pagano care e alla soddisfazione finale di ficcarmi nell’acqua bollente seguiva il tedioso dovere di rimanere per un’ora seduta sul water a farmi la guardia, perché ero fermamente convinta che se lei avesse discosto lo sguardo il mostro sarebbe comparso per trascinarvi via con se e divorarmi.

Nemmeno ora, dopo tutti gli anni che sono passati, saprei dire che forma avesse quel mostro che mi terrorizzava o in quale forma si sarebbe manifestato.

Avevo paura che d’un tratto il fondo della vasca si aprisse e mi inghiottisse tutta intera; avevo paura che lo scolo dell’acqua si trasformasse in un vortice impetuoso e senza pietà e mi attirasse dentro il tubo di scarico come un animale feroce e vorace con avidi denti di metallo che mi avrebbero fatta a pezzi come in un tritacarne; avevo paura che sotto la superficie dell’acqua, coperta dalla schiuma profumata, spuntasse un enorme squalo affamato pronto ad azzannarmi o che semplicemente, avanzando coi piedini nell’acqua, avrei finito col toccare i denti appuntiti di una creatura viscida e famelica.

Probabilmente ero semplicemente spaventata dal fatto di trovarmi in uno spazio ristretto e chiuso. La vasca mi sembrava un’enorme bocca aperta e non capivo perché io dovessi immergermici. Chi mai avrebbe fatto il bagno nella bocca aperta di una balena? Nessuno sano di mente. Per di più, l’acqua diventata torbida per via della schiuma mi impediva di vedere sotto la superficie e non sapere cosa ci fosse là sotto, oltre alle mie gambe, mi metteva addosso un’enorme ansia.

Queste però sono considerazioni che faccio a posteriori. Quale che fosse la spiegazione della mia fobia, per anni la sola idea di fare il bagno mi costava un considerevole sforzo di autocontrollo. Dio, ero certa di sentire davvero quei denti, quella presenza in agguato. Lui era lì e io lo sapevo. Mi aspettava. Aspettava il momento in cui mia madre sarebbe andata a rispondere al telefono o a controllare la pasta sul fuoco e mi avrebbe risucchiata.

Quando fui abbastanza grande per lavarmi da sola optai decisamente per una sana, veloce, limpida doccia. Nella doccia l’acqua non poteva avvolgermi.

Oramai sono cresciuta, ho molti anni sulle spalle, eppure quella storia del mostro della vasca non mi ha mai veramente lasciata in pace. Ad esempio, al mare non faccio mai il bagno quando l’acqua è troppo agitata. Ho troppa paura di quello che potrebbe essere in agguato sul fondo, nascosto dalla sabbia e dalle alghe. Quando decido che non è giornata da bagno nessuno è in grado di convincermi a muovere un passo. Fino a non molto tempo fa -un po’ mi vergogno a raccontarvi questo ma tant’è- ero convinta che quella presenza mi cercasse ovunque, non solo nella vasca da bagno. Mi sembrava di percepire la sua presenza al mare e persino in piscina, ma non ne ho mai parlato con nessuno per paura di essere ritenuta infantile o più semplicemente matta.

Ho pensato molto a questa mia paura irrazionale, ho analizzato me stessa e sono arrivata alla conclusione che è ora di metterla da parte, di superarla. Accidenti a me e alle mie paure di bimba. Sono adulta e vaccinata, vivo da sola oramai, la mamma non mi serve più. Il mostro di cui avevo tanta paura non si è mostrato neppure una volta, dimostrazione ne è che io sono qui a raccontarvi queste cose. Questo vuol dire che posso godermi un bagno, ormai! Per sconfiggere i fantasmi bisogna affrontarli. Non esiste altro modo.

Oggi è il gran giorno in cui affronto il mostro della vasca da bagno. È tutto già pronto. L’acqua è calda, la schiuma bianca galleggia morbida, il profumo è inebriante e ho acceso anche qualche candela.

In realtà provo ancora un po’ di timore ma continuo a ripetermi che si tratta di una reazione esagerata. Non c’è e non potrà mai esserci nulla che non abbia inserito io stessa, dentro quella vasca. Suvvia! La presenza di un “mostro” è oggettivamente, fisicamente e logicamente impossibile! Da piccola ero suscettibile, minuta e sensibile ma è normale, quando si è così giovani. È normale avere qualche paura stupida.

Chissà perché mi era venuta, non sono mai riuscita a capirlo…

Chissà cosa ci avevo visto in quella vasca, per esserne tanto spaventata, o che pensieri assurdi il mio subconscio di infante andava agitando.

Ora però basta temporeggiare…

Vado.


Secondo voi com’è andata a finire? Lasciatemi un commento!


Un cigno selvatico, di Michael Cunningham

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Un cigno selvatico, di Michael Cunningham, edizioni La nave di Teseo

Come molti sanno, le favole nascondono un lato oscuro. Anzi, un’origine oscura. Perché la loro versione più antica è spesso e volentieri costellata di dolore e morte, di sangue e violenza, di magia ed esempi di aberrante umanità.
Così, il principe non bacia Biancaneve rompendo l’incantesimo e facendole sputare il pezzo di mela avvelenato, ma si porta a casa il bellissimo cadavere che ha trovato per caso nel bosco e nell’issarlo sul cavallo il pezzo esce da solo dalla gola della ragazza; la Bella Addormentata non è rinchiusa in un castello, ma abbandonata in un bosco. Un re a caccia la trova e invece di aiutarla la violenta lasciandola incinta. Saranno proprio i due gemelli partoriti a svegliarla; in Cenerentola, le sorellastre si tagliano pezzi di piede pur di poter entrare nella scarpetta e alla fine sia loro che la matrigna vengono accecate da delle colombe che beccano i loro occhi; la sirenetta deve pugnalare il principe e cospargersi i piedi del suo sangue per poter tornare ad essere sirena dopo che l’uomo si è innamorato di un’altra. E via così, così discorrendo.

 

Le favole hanno quindi un’anima oscura e Michael Cunningham ce la restituisce in questo libro. Uno dopo l’altro, cadono gli stilemi della favola classica, i “per sempre felici e contenti”. Cadono perché non sono credibili, non sono accettabili. La vita non va così.

 

Allora, il principe rimasto con addosso un’ala di cigno non vivrà felice quanto i suoi fratelli integri. Quell’ala sarà una maledizione, nonostante sia bella e candida.
E un principe che si innamora di un cadavere nel bosco può davvero avere tutte le rotelle al loro posto?
Quindi i buoni, quegli esseri perfetti e coraggiosi che popolano le favole di ogni tempo, non sono esenti da debolezze, da punti oscuri. Quelle creature così belle da fare invidia alle divinità, così perfette da instillare i sentimenti più oscuri, quegli individui con cui nessuno di noi, né da bambino né tantomeno da adulto è mai riuscito ad identificarsi, sono in realtà imperfette, corruttibilI sul lungo termine, come ogni altro essere di questo mondo. Quasi che la favola fosse nient’altro che un’istantanea, scattata nell’esatto momento in cui brilla quel barlume di coraggio che tutti noi possediamo.

Ma se i buoni, gli eroi, ci vengono presentati come esseri al di sopra della realtà, chi è davvero umano, nelle fiabe, sono i cattivi. Forse è proprio per questo che ultimamente stiamo assistendo a una crescente curiosità nei confronti dei cosiddetti “villains”. Forse stiamo capendo che chi ci rappresenta davvero, là dentro, sono le regine cattive, le fate malvagie, i re abbietti, le matrigne, le streghe, i lupi, i folletti oscuri. Sono loro ad essere preda dei sentimenti più umani, più semplici, più istintivi. E nessuno si domanda mai se i cattivi abbiano o meno le loro storie, se si comportino in un certo modo per un certo motivo. O se addirittura siano davvero cattivi, o semplicemente più umani e meno ipocriti dei protagonisti.

Nelle storie di Cunningham c’è tutto questo. Le storie si ribaltano, i principi mettono in gioco le proprie debolezze, le storie finiscono come avrebbero dovuto finire se non fossero state, appunto, delle favole, gli antagonisti svelano perché sono diventati tali (che difficilmente sei nato semplicemente malvagio) e le principesse non fanno sempre una bella figura.

Fino alla conclusione. Lì un “per sempre felici e contenti” c’è. Ma forse non come ce lo si aspetterebbe da una favola.

In conclusione, questo libro mi è piaciuto immensamente. Lo consiglio a chiunque, soprattutto se vi piacciono le favole classiche e allo stesso tempo i racconti che rompono e sovvertono l’ordine classico per far scaturire una realtà più afferrabile, per riflettere meglio sulla nostra.
Il mio voto è: 5 STELLE.

Meraviglioso.

Persino l’edizione è bellissima, con splendidi disegni all’interno. Da avere.


Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, di Dale Furutani

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Se siete amanti di Sherlock Holmes (e perché no, anche del Giappone) allora vi consiglio caldamente di leggere “Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone”, edito da MarcosYMarcos. Il titolo di questa raccolta di racconti è certamente accattivante. Adoro Sherlock Holmes e studio giapponese, quindi i due elementi collegati hanno un certo appeal. Mi domandavo cosa sarebbe potuto uscire da questo mix ma il mio (vaghissimo) scetticismo è scomparso dopo le primissime pagine. Ma procediamo con la recensione:

            Nel prologo, l’autore utilizza il classio espediente del manoscritto ritrovato: ci informa infatti di aver ricevuto in regalo alcuni vecchi taccuini scritti in giapponese e in inglese e di aver scoperto, dopo averli fatti tradurre, che il contenuto riguarda le avventure vissute da un medico dell’epoca Meiji e di un certo signor Sigerson. Sigerson altri non è che Sherlock Holmes in incognito fermatosi in Giappone per un breve periodo durante quei tre anni di peregrinazioni che intercorrono tra la sua presunta morte e il suo ritorno in scena. Gli appunti ritrovati dall’autore sarebbero stati scritti proprio dal dottore di cui sopra, di nome Junichi Watanabe (J.W., John Watson anyone?), che riporta i casi risolti dal suo strano ospite (spesso definito henna gaijin ovvero “strambo straniero”). Il luogo in cui il tutto si svolge è una piccola località giapponese in cui è sorta una nutrita comunità di stranieri di cui il dottor Watanabe è appunto il medico.

         Nel prologo ci viene subito chiarito che Sigerson-san (come viene chiamato da Watanabe) è Sherlock Holmes e questo crea l’effetto tipicamente filmico per cui lo spettatore conosce già l’identità di un certo personaggio ma i protagonisti della vicenda no. Fanno sorridere le perplessità del dottor Watanabe di fronte alle strabilianti capacità deduttive dell’uomo che lui crede a tutti gli effetti un esploratore e per di più norvegese.

“Anzi, credo che Sigerson-san abbia sbagliato mestiere: avrebbe dovuto fare l’investigatore o il poliziotto anziché l’esploratore.”

            Mi sembra chiaro che non posso raccontarvi cosa accade caso per caso ma posso dire che l’autore ha rispettato il canone ricostruendo l’atmosfera tipica dei racconti di Doyle. Sigerson-san, avvalendosi del dottor Watanabe come interprete e come guida alla cultura nipponica, riesce sempre ad avere la meglio sul mistero, conquistando con le sue doti e la sua peculiarità prima lo stesso Watanabe e poi la stima dei vari personaggi che si avvicendano di caso in caso. Il metodo deduttivo di Sherlock, i suoi modi asciutti, la sua attenzione quasi morbosa per i dettagli, il repentino risveglio della sua curiosità ogni qual volta gli si presenti un caso interessante, le indagini solitarie e all’apparenza insignificanti, tutto rimanda ai racconti di Doyle, tutto quadra, intrattiene e soddisfa. Sherlock è decisamente Sherlock. Credo che sia impossibile per chiunque riprodurre fedelmente il personaggio originale ma Dale Furutani ci va piuttosto vicino e per questo non mi sono sentita tradita.

            Ogni caso risolto da Sigerson-san è anche un espediente per soffermarsi su qualche particolare della cultura giapponese, che sia la proverbiale diffidenza dei nihonjin (i giapponesi) verso qualsiasi tipo di straniero, il modo in cui vengono progettati i giardini tradizionali o la storia dei maneki neko (quei buffi gatti bianchi con la zampa alzata che vedete spesso nei negozi e nei ristoranti orientali). Oltre a questo, Furutani dipinge piccoli affreschi (relativamente brevi, un po’ come gli Haiku che aprono i capitoli) di un’epoca fondamentale per il Giappone. Siamo nell’era Meiji e questo ha appena subito una forzata modernizzazione e con esso si è venuta a creare una nuova società al cui interno convivono (e lo fanno ancora oggi) elementi tradizionali e innovazione importata dall’estero, da cui deriva un peculiare, silenzioso, tenace ma talvolta buffo scontro di civiltà: il dottor Watanabe è esperto in “medicina olandese”, ovvero medicina occidentale, che è ben diversa da quella tradizionale; i missionari occidentali stanno cercando di evangelizzare il Paese per liberarlo dalla barbarie della loro cultura tradizionale ma a quanto pare, con un certo disprezzo da parte degli ecclesiastici, i giapponesi fanno una certa fatica a distinguere tra le varie confessioni (e i gaijin a distinguere tra shintoismo e buddismo); gli stranieri si lavano poco o niente e non sono in grado di entrare nella vasca nel modo corretto oppure di inchinarsi nel modo giusto a seconda della situazione, e via dicendo.

            In tutto questo, il dottor Watanabe è una voce fuori dal coro. Ha studiato per un certo periodo a Londra, parla l’inglese e ha una mente molto più aperta della maggior parte dei suoi connazionali pur rimanendo comunque fiero del proprio paese e della propria cultura. Il suo punto di vista si pone ad un livello intermedio: non si astiene dal criticare (sempre internamente, senza mai essere sgarbato!) le abitudini bizzarre di Sigerson-san o di altri stranieri ma allo stesso tempo non approva l’atteggiamento diffidente o addirittura di disprezzo che nota in alcuni suoi compaesani.

           Concludendo, ho trovato questo romanzo-a-racconti (perché in fondo i casi sono tutti collegati, uno influenza l’altro e i personaggi evolvono di conseguenza dando continuità alla narrazione) estremamente piacevole, divertente, delicato e interessante. Ve lo consiglio, assolutamente.

 Il mio voto:

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E fu sera e fu mattina, di Daniela Rindi

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Di solito vi parlo di romanzi ma questa volta vi parlo di un racconto lungo che mi è stato gentilmente inviato dalla casa editrice Intermezzi.

Marta e Irene sono madre e figlia. Non vivono in una situazione idilliaca ma nemmeno particolarmente disagiata. L’unico vero disagio è dentro di loro. Un giorno, la piccola Irene sembra essersi ammalata di varicella e Marta sa che dovrà tenerla a casa per qualche giorno. E’ un po’ un problema, perché questo significa che anche lei dovrà stare a casa dal lavoro, ma pazienza. Tuttavia, dopo una strana nottata, Marta sembra non volersi svegliare. Irene decide quindi che dovrà solo aspettare che si svegli da sola…

Se un buon romanzo ti consuma un po’ alla volta, un racconto breve ben scritto ti scotta. E’ quello lo scopo. Ti colpisce, ti lascia senza parole (o con un sorriso ebete, se l’argomento è positivo, o con un grosso punto di domanda, se si tratta di mistero, e via dicendo) e in genere il commento finale è qualcosa del tipo: << Nuooooooo! >>

Almeno, a me è successo così.

“E fu sera e fu mattina” è un racconto claustrofobico, incalzante, terribile. Durante la lettura una parte del tuo cervello sa a cosa sta andando incontro, coglie gli indizi, ma l’altra non ci crede, non l’ascolta e costruisce altre interpretazioni. La vicenda è da un lato semplice, quasi banale, dall’altra terrificante e metafora (o almeno io l’ho vista così) della solitudine, fisica, morale, esistenziale, che può ancora esistere in una società come la nostra e che anzi, a volte viene maggiormente accentuata divenendo una prigione da cui è difficile uscire e di cui in realtà nessuno si accorge. Forse nemmeno chi ci vive dentro.

La scrittura è rapida, adeguata al ritmo del romanzo. Non si sofferma troppo sui particolari ma fornisce abbastanza dettagli (o indizi) perché il quadro in cui tutto si svolge ci sia perfettamente chiaro. Anzi, quando l’attenzione viene posta sui particolari, forse anche i più insignificanti, è probabile che sia stato fatto di proposito.

Il racconto è breve, quindi non posso parlarne oltre senza rischiare di cadere nello spoiler. Lo consiglio a tutti coloro che amano le atmosfere piene d’ansia, in puro stile thriller, con spruzzate di horror e fantasmi infantili.

Il mio voto:

5 stelle

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#ScrittoDaMe: Il gabbiano

Che mi piace scrivere forse ve l’ho già detto (scritto) in articoli precedenti, ma ovviamente non vi ho mai fatto leggere nulla di mio. Così ho pensato: perché non provare? Le cose belle succedono quando esci dalla comfort zone, giusto? Preso un bel respiro ho quindi deciso che in questo penultimo giorno dell’anno voglio tentare la sorte e tentare pure voi, lettori occasionali, proponendovi questo racconto breve.

Buona lettura 🙂

P.s.: Se mi lascerete un commento alla fine, il vostro 2016 sarà più bello e fortunato. Sìsì. blinkblinkblink


 

«Confessami, confessami sant’uomo!»
Ed egli si segnò la fronte pia.
«Subito dimmi, te lo ingiungo, dimmi
Che razza d’uomo tu sia.»

Erano le undici e mezzo di una fredda serata di marzo. Il tempo prometteva di volgere presto in tempesta e solo sporadiche raffiche di vento rompevano la pesante quiete. La mole del castelletto dei conti Giusti, in cima ad una bassa collina, si stagliava contro il cielo plumbeo. Una sola delle decine di finestre era illuminata. Al terzo piano, nel salotto privato del conte, era in corso una riunione a lungo attesa tra vecchi amici d’infaniza. L’adolescenza e poi gli studi e i viaggi e i matrimoni e gli affari li avevano divisi, ma ora si erano ritrovati.
« Spade ! » esclamò Angelo, gettando le sue carte sul tavolo da gioco.
Un mormorio d’insoddisfazione percorse gli altri tre giocatori.
« Pare che io abbia vinto di nuovo » commentò l’uomo, spegnendo la propria sigaretta e accendendone un’altra. « Qualcuno vuole perdere per l’ennesima volta ? »
« Io getto la spugna » mormorò Riccardo. Teneva una mano premuta sulla fronte mentre l’altra stringeva il quarto bicchiere di whisky vuoto. Non era mai stato un gran bevitore e in quel momento la testa gli pulsava terribilmente.
« Spugna ? Mi fa venire in mente un modo di dire sul troppo bere » intervenne il conte, versando con naturalezza il liquore nel proprio bicchiere.
« Oh, finitela. Non ho mai bevuto molto e questo è il risultato » si schernì Riccardo. Ad ogni parola le sue meningi sembravano sul punto di scoppiare.
« Credo che tua moglie beva più di te » osservò Giacomo mentre riordinava le carte sparse sul tavolo.
« Non berrebbe così tanto se avesse appresso un marito invece che una seconda figlia » disse una voce proveniente da un’imponente poltrona sistemata davanti al camino.
« È tutta colpa del tuo whisky se sto così male. Risparmiami l’ironia, Sam » si lagnò Riccardo, alzandosi. Barcollando si avvicinò alla seconda poltrona, accanto a quella dov’era seduto Sam, e vi si sedette con attenzione, cercando di muovere la testa il meno possibile.
« Ora, vi prego, lasciatemi in pace » disse, poi appoggiò la testa sulla mano destra e chiuse gli occhi, deciso a farsi passare la sbronza.
« Sam, gioca tu con noi ! C’è bisogno del quarto » esclamò Angelo, ansioso di poter dimostrare la propria superiorità come giocatore e come baro.
Sam aveva giocato soltanto la prima mano, poi si era ritirato insieme ad un libro scovato tra l’enorme vastità di titoli in possesso del conte.
« Non credo lo farò » rispose Sam, con quel suo accento inglese che gli derivava dai primi anni di vita trascorsi in Inghilterra e che dopo trent’anni non lo aveva ancora abbandonato.
« Che noia. Tu e la tua ossessione per la lettura » sbottò il conte. « Cos’hai scelto, questa volta ? »

« E un buon vento del sud spirò da poppa;
E l’Albatro ci seguiva,
E ogni giorno per cibo o per diletto,
Al richiamo dei marinai veniva!

Tra la foschia sull’albero o le sartie,
Venne per nove sere, e si posava;
Tra le cortine candide di nebbia

 Il chiarore lunare rifulgeva. »

« Ah, quella cosa sul gabbiano » esclamò annoiato il conte.
« Un albatro » lo corresse Giacomo.
« È uguale. »
« Non esattamente. Un albatro è molto più grande e ha abitudini diverse. Per esempio, è monogamo. Ed è la femmina a scegliere il maschio. »
« Dimenticavo che sei naturalista » sbottò il conte appoggiandosi allo schienale della propria sedia con aria ancora più annoiata. « E anche prolisso. »
« E tu il solito caprone ignorante » sbottò Giacomo, offeso.
« Ma ricco e bello » rispose il conte servendosi l’ennesimo bicchiere di whisky. La bottiglia terminò.

« “Che Dio ti scampi vecchio marinaio
Dai demoni che tanto t’hanno afflitto!
Perché tal sguardo?” “Con mia la balestra
Quell’ albatro ho trafitto.”
»

La voce di Sam era pacata, ma qualcosa nel suo tono costrinse gli altri a zittirsi e ad ascoltarlo.
« Quante storie per un gabbiano » ridacchiò il conte. Le sue parole vennero sottolineate dalla luminosa apparizione di un lampo e dal rombo di tuono che ne seguì.
« Un albatro » lo corresse Giacomo.
« Quello che sia » sbottò il conte.
« È che il gabbiano era una sorta di ospite e i marinai pensavano che portasse bene, che con esso venisse il vento. Non è così ? » domandò Angelo.
« Sei un letterato ! » esclamò il conte.
« A volte io leggo » rispose Angelo, con una punta di acidità nella voce da basso.
« La storia di questo gabbiano ucciso me ne fa venire in mente una che ho sentito tempo fa… » iniziò il conte, ignorando la battuta dell’amico. Un secondo tuono riecheggiò nella notte. L’uomo sorrise, si accese un sigaro e iniziò a raccontare con studiata calma : « Dunque : ero in una qualche regione a nord della Francia, per lavoro. Mi trovo in un piccolo paese, sovrastato da un castello. Non come questo, molto più grande. Stava su una collina, svettante, a picco su una scarpata. Ne ero affascinato e chiesi chi vi abitasse un tempo e i paesani mi dissero che non era una bella storia, quella dei proprietari. Io la volli sapere comunque e così mi raccontarono che il maniero era stato abitato fino ad appena un decennio prima. Una sera, il proprietario aveva fatto riunire tutta la sua famiglia per una cena imponente. Erano arrivati cugini, zii, mogli e mariti di parenti morti, ragazzi e raggini. Gente che non si incontrava da anni. Avevano mangiato e bevuto tutti insieme e poi, uno dopo l’altro, erano caduti morti. Uccisi. »
« Tutta la famiglia…sterminata ? » domandò Giacomo. Angelo invece borbottò senza riuscire a mettere dello spirito nelle parole : « Ma guarda ! Anche noi siamo stati invitati a cena da te dopo tanti anni… »
« Fu eliminata anche la servitù » aggiunse il conte, quasi con soddisfazione.
« Ma per quale motivo ? »
« Nessuno lo sa » disse il conte. « Ma qualcuno sospetta che il proprietario del castello volesse distruggere un segreto. »

« Ed io avevo fatto qualcosa di non bello,
E che avrebbe portato molto male:
Dissero che trafissi quell’uccello
Che faceva soffiare il vento australe.
“Empio” dissero “uccidere l’uccello
Che faceva soffiare il vento australe.”
»

La voce di Sam serpeggiò tra loro portando con sé quelle parole di colpa.
« Smettila con quell’uccello ! » ruggì il conte.
« Si tratta solo della morte di un gabbiano » ridacchiò Sam. « Ti infastidisce ? »
« Sì » sbottò il conte. « Infastidisce tutti, anche te Riccardo, non è così ? »
Riccardo non rispose.
Il conte lo chiamò per un paio di volte, poi intimò a Sam di svegliarlo. « Si deve essere addormentato a causa dell’alcol » disse, ridacchiando sotto i folti baffi.
« Allora lasciamolo dormire » rispose Sam.
« No ! Lui non si può addormentare così. Ho aspettato quasi vent’anni per rivedervi, di tempo per dormire ne avrete in abbondanza quando sarete morti. »
« Hai una fissazione… » mormorò Angelo, ma nessuno lo udì.
Sam si sporse verso l’alta poltrona, dove Riccardo stava immobile. Gli toccò la mano che reggeva la testa e questa scivolò di lato. Riccardo non si svegliò.
Sam lo chiamò più volte, lo schiaffeggiò, lo scosse, ma non sortì alcun effetto.
« Maledizione. Cosa succede ? Sta male ? » esclamò il conte, dirigendosi verso la poltrona. Spinse via Sam e riprese a scuotere l’amico.
« Manda a chiamare un medico ! » disse Giacomo.
« Non si può, il telefono è rotto da questa mattina ! » rispose il conte.
« Credo sia morto » constatò Sam, la voce pacata.
« Vado a chiamare qualcuno » Angelo si diresse velocemente verso la porta del salotto, ma il conte lo fermò prima. Non c’era nessuno in casa. La servitù aveva il giorno libero e il maggiordomo, l’unico che quella sera avrebbe dovuto essere presente, era invece ricoverato in ospedale da un paio di giorni.
Angelo fu improvvisamente paralizzato da un sentimento oscuro, che lo assalì alle spalle come un nemico codardo. Qualcosa, nella sua mente, si svegliò. Un ricordo lontano, una macchia nera che aveva dimenticato, era tornato a farsi vivo.
Di colpo si voltò verso gli amici, lo sguardo mutato in una maschera di collera . « Che cosa pensavi di fare ? » esclamò alla volta del conte.
Questi alzò lo sguardo dal cadavere di Riccardo e lo fissò sull’amico.
« Che cosa stai dicendo, Angelo ? Ci sono stupefacenti dentro quelle tue sigarette ? »
« Non prenderti gioco di me ! » urlò Angelo. La collera lo faceva fremere dalla testa ai piedi. Si sentiva come cieco e sordo, mentre ogni fibra del suo corpo era in tensione. Non avrebbe fatto la fine di Riccardo. Non lo meritava. L’idea non era stata sua. Lui aveva solo partecipato.
« Cosa ti prende ? » intervenne Giacomo.
« Non hai capito ? » ruggì Angelo in risposta.
« Io…non… » Giacomo stava in piedi accanto al tavolo da gioco, spostando lo sguardo da Angelo al conte senza capire. Qualcosa, nella sua mente, trillava come impazzita, ma lui non la stava a sentire.
« Te ne sei forse dimenticato ? Pensavo di averlo fatto anche io, ma tutte le sue stupide storielle sulle cene e i sui segreti hanno fatto il loro dovere. »
A quel punto, Giacomo parve congelarsi. Voltò la testa verso il conte con un movimento meccanico, le iridi vacue come se dietro non ci fosse più nulla. Come se Giacomo si fosse perso in un lontano passato che lo aveva risucchiato nel suo vortice.
Il conte ridacchiò nervosamente. « State scherzando ? » esclamò.
« Tu vuoi ucciderci » mormorò Giacomo. La sua voce era lontana, come la sua mente.
« Come vi viene in mente ? »
« Vuoi farci fuori perché non possiamo mai parlarne con nessuno, non è vero ? » La voce di Angelo trasudava rabbia. Il volto era rosso, i tratti distorti. Stringeva le mani così forte da impiantarsi le unghie nella pelle.
Il conte guardava i due uomini con occhi smarriti.
« Era nel whisky ! Non è così ? Hai avvelenato tutti noi ! » Angelo gridava così che ad un tratto gli mancò la voce. La tempesta ormai scoppiata faceva da controcanto alle sue parole di collera. Un lampo fu seguito da un tono. La luce del lampadario tremolò.
« Ma non credere che ce ne andremo da soli! » esclamò l’uomo. Un attimo dopo, Angelo era saltato addosso al conte, il quale, preso alla sprovvista, cadde e sbatté la testa contro il bracciolo della poltrona dove Sam stava ancora seduto. Sangue prese a ruscellargli lungo la fronte, tra le folte sopracciglia. Angelo, che era alto e molto forte, lo afferrò l’uomo, lo sollevò e lo sbatté con forza verso il tavolo da gioco. Di nuovo il conte sbattè la testa. Il sangue gli impiastricciò i capelli scuri, scendendo sulle orecchie e sul collo. Angelo gli prese la testa tra le mani, ma quella, resa viscida, gli scivolò tra le dita. Così il conte riuscì a liberarsi dalla presa dell’amico e ad arrivare al caminetto prima che lui lo raggiungesse. Con un movimento fluido, da bravo schermidore, estrasse un ferro dalla rastrelliera accanto al caminetto, lo librò nell’aria e lo agitò davanti a sé.
« Ma cosa ti succede ? Sei impazzito ? » urlò. L’attizzatoio sfiorò l’orecchio di Angelo, il quale, con cieca determinazione, continuava ad attaccare l’uomo che aveva chiamato amico fino a qualche minuto prima. Il conte arretrò cercando di allontanarsi dall’uomo, fendendo l’aria davanti a sé come se volesse scacciare degli insetti; aveva la vista e la mente annebbiate per via dei colpi ricevuti alla testa. Angelo cercò di immobilizzargli il braccio, ma lui si sottrasse dalla presa e lo colpì con l’attizzatoio all’altezza dell’orecchio. Angelo urlò e barcollò. Il conte, alla vista di quella dimostrazione di vulnerabilità, parve rilassarsi per un attimo, ma in quell’attimo  Angelo si rialzò, più furioso che mai, e si gettò addosso all’amico cercando di stringergli le mani intorno al collo. I due uomini si scontrarono, lottarono per qualche eterno secondo, poi Angelo, che dei due era il più grande e forte, venne scosso da un singulto. Si bloccò, sembrò dire qualcosa, poi crollò addosso al conte e questi, oramai tristemente debole, perse l’equilibrio e cadde, battendo la nuca contro il piede intagliato dello scrittoio che stava accanto alla finestra. Rimase fermo, gli occhi sbarrati, la bocca aperta in una sorta di espressione sorpresa, come se non si aspettasse di poter finire in quel modo. Il corpo di Angelo, invece, scivolò di lato rivelando un coltellino a scatto impiantato dritto nel cuore. L’arma era appartenuta al fratello maggiore del conte, morto da tempo, e lui la portava sempre in tasca. Non era mai servito a nulla, fino a quella sera.
Altri fulmini, altri rombi di tuono. La luce saltò, come se la tempesta volesse fare dell’ironia.
Giacomo era ancora in piedi dove si trovava all’inizio della collutazione. Non aveva spostato lo sguardo di un solo centimetro. Prima fissava il conte, ora i suoi occhi fissavano nel buio il punto in cui si trovava Sam.
« Anche lui aveva bevuto il whisky » mormorò d’un tratto, la voce ridotta ad un monotono sussurro.
« Sì » rispose Sam.
« Lo hai portato tu il whisky » continuò Giacomo. La sua voce senza emozione si librava nell’aria piena dell’odore del sangue del tutto simile ad un alito di aria gelida insinuatosi tra i vetri istoriati della finestra.
« Sì. »
« Non c’era nessun veleno » constatò Giacomo.
« C’era solo per Riccardo » spiegò Sam.
« E per gli altri ? »
« La colpa è un veleno sufficientemente potente. Non lascia alcuna traccia e per farlo agire basta solo dire le parole giuste. Altre volte basta stare in silenzio al momento giusto » rispose Sam.
« E cosa dirai a me ? » chiese Giacomo. Un tremito si era impossessato della sua mano destra e non accennava ad acquietarsi.
« Tu sei un naturalista, quindi ti parlerò in termini che tu possa comprendere : la femmina aveva scelto il maschio, ma gli altri dello stormo non erano d’accordo. Così hanno deciso di prendersi quello che volevano. Poi hanno ucciso la femmina e mentito all’albatro che era stato scelto. »
« Ed io avevo fatto qualcosa di non bello, e che avrebbe portato molto male » mormorò Giacomo. « Però alla fine della ballata, Dio perdona il marinaio. »
« Io sono l’albatro, non Dio » disse Sam.
« Ma io non c’entro… » sibilò Giacomo. Si sentiva sul punto di piangere, ma le lacrime non venivano.
« Tu non c’entri ? » ripeté Sam, la cui voce usciva dal buio come da un incubo.
« Io non ho fatto niente » continuò Giacomo. « Io guardavo soltanto. »
« Capisco » rispose Sam. « Dopotutto, tu sei una persona curiosa, e studi gli animali. Avrai trovato sicuramente interessante il comportamento di quei tre giovani esemplari. Un evento raro, un colpo di fortuna, una manifestazione straordinaria in cui era impensabile interferire. »
Nel buio, Giacomo strinse tra le dita l’orlo della giacca cercando di placare il tremore che ora aveva colpito anche la sua mano sinistra. Brividi freddi gli scorrevano lungo la schiena, ma lui non riusciva nemmeno a percepirli. La sua mente era troppo lontana, immersa in un orrendo ricordo pieno di urla e richieste di pietà e sangue e risa. Urla umanissime e risa simili a latrati di cane.
Sam si mosse, ma Giacomo se ne accorse solo quando gli fu a pochi centimetri di distanza.
Qualcosa di duro spingeva contro il suo petto. Giacomo abbassò lo sguardo. Un lampo squarciò il cielo e i suoi occhi incontrarono il minaccioso profilo di una pistola.
« Ti prego » sussurrò, ma fu più una sorta di spasimo involontario che una vera invocazione di pietà. « Ho soltanto… »
« Lo so. Lo so molto bene. E ti perdono » lo interruppe Sam, afferrando la mano inerme di Giacomo. Poi la sollevò e la avvolse attorno al calcio della pistola. Infine, puntò l’arma contro di sé.
« Che situazione incresciosa » proseguì Sam. Giacomo non smetteva di tremare e la canna della pistola ballava contro il suo petto.
« Ti sto regalando la possibilità di uccidermi, e non mi dispiacerebbe che tu lo facessi. Mi avete privato della felicità molto tempo fa, coprendo la sua scomparsa con un’orrenda bugia. Da quel momento, la mia vita è stata intrisa di ombre. Ora però ho avuto la mia vendetta. Tu puoi liberarmi completamente, puoi darmi la felicità, la pace eterna. Puoi salvarmi ! » continuò Sam, afferrando la canna dell’arma con una mano per tenerla ben ferma e posando l’altra sulla spalla di Giacomo. « Quindi, cosa farai ora, mio pavido amico ? Mi salverai ? » domandò.
Il silenzio che cadde dopo quelle parole parve vibrare insieme al cuore di Giacomo, che fremeva come le ali di insetto intrappolato.
Il fiato caldo di Sam sfiorò il suo orecchio. Un altro lampo illuminò l’uomo piegato verso di lui.
« Oppure starai a guardare ? »
Quelle parole caddero dentro Giacomo come dentro un pozzo profondo. Scivolarono nell’oscurità per un tempo che parve infinito ; poi, quando toccarono il fondo, qualcosa si mosse. Giacomo si ricompose e la sua presa intorno al calcio della pistola si fece più salda. Alzò il mento, con fare deciso.
« No » esclamò. « Qui dentro è buio, non potrei vedere niente. »
In un attimo, sollevò la pistola, aprì la bocca e ci infilò dentro la canna e fece fuoco.
Una pioggia di sangue e materia cerebrale inondò il pavimento. Il corpo di Giacomo si accasciò a terra. Un lampo illuminò la macabra riunione.
In piedi in mezzo ai cadaveri dei suoi amici, Sam osservò il proprio operato con gelida amarezza, ma anche con una nuova sensazione di pace che sfiorava quasi la soddisfazione.
« Hai visto, Giacomo ? » disse rivolto all’uomo appena morto. « A volte basta solo dire le parole giuste. Altre volte basta stare in silenzio al momento giusto. »
Scavalcò i corpi e si accostò alla finestra. La pioggia sferzava i vetri a nido d’ape. I cieli oscuri lampeggiarono ancora, un tuono profondo rombò a breve distanza. E poi il silenzio.


Et voilà. The end.

Spero vi abbia intrattenuti! A presto,

G.


Storie ciniche, di W. Somerset Maugham

Esistono persone che mettono così tanta convinzione nel mentire, da finire per credere loro stessi ai propri inganni. Ci sono persone che non sopportano la sincerità, etichettandola come mancanza di gusto o cattiveria. Ci sono persone tristemente prone al pregiudizio, oppure ostinatamente cieche di fronte alla realtà. Alcuni non accettano il tempo che passa, oppure proprio non credono di poter avere torto su qualche questione. Altri ancora, sono afflitti da un’opinione di sé stesso sproporzionatamente alta. E poi, oltre a costoro, ci sono quelli che hanno capito il meccanismo e lo sfruttano a proprio piacimento per arrivare ai propri scopi, sfoggiando una gelida caparbietà, disillusione e consapevolezza. Spesso, questi ultimi sono le persone più mansuete e insospettabili.

E’ di questi individui, ritratto dell’ipocrisia e del vizio, ciò di cui parlano i racconti contenuti in “Storie ciniche” di W. Somerset Maugham (Il velo dipinto, La diva Julia, La luna e sei soldi).

L’autore, famoso per i propri ritratti impietosi (specialmente di donne) mette in fila una serie di racconti al limite tra l’ironico e il grottesco, affascinanti nel loro essere cattivi. E’ proprio lo sguardo disincantato ma mai giudicante del narratore a far risaltare tutte le contraddizioni e le falsità in cui i protagonisti annegano, rendendosene conto o meno.

La sensazione è quella che si prova quando, ospite a casa di un amico, assistiamo a dinamiche familiari ormai consolidate ma fondamentalmente sbagliate: litigi (sempre scatenati dalle stesse motivazioni), battute (sempre uguali), frasi ricorrenti, idee condivise ma mai realmente indagate, pregiudizi, maldicenze. Noi, ospiti esterni ed estranei, siamo in grado di accorgercene proprio perché non viviamo in quell’ambiente, mentre chi ne fa parte a stento riesce a credere di meritare una critica o anche soltanto di fare parte di un meccanismo così malandato.

Lo stesso accade per i personaggi dei racconti, tutti presi da apparenze e luoghi comuni, da passioni sregolate, da segreti scottanti da mantenere per non infrangere la facciata della rispettabilità (a tal proposito Prima della festa è un racconto splendido che mi ha lasciata sbigottita).

Lo stile di Maugham fu criticato all’epoca della pubblicazione (tra le due guerre mondiali) poiché ritenuto semplice e poco originale. A leggerlo ora, tuttavia, non gli si può trovare un difetto. Le parole scorrono con una fluidità limpida e precisa, attraversando il giusto equilibrio di forma e contenuto. Inoltre, uno stile più complesso non avrebbe giovato alla narrazione di questi veri e propri “casi umani”, queste storie di distruzione e corruzione, di polvere spazzata sotto il tappeto della borghesia, narrate in modo diretto, divertito e ironico, mai in nessun modo giudicante il vizio o la debolezza ma esclusivamente la stupidità.

Non posso non citare i dialoghi, vere e proprie perle che mi sono trovata spesso a sottolineare (cosa che non faccio quasi mai) e le chiusure dei racconti stessi, perfette e spesso amare, ma mai nel modo in cui ci si era aspettati nel corso del racconto.

Il mio voto è 5/5 e il mio commento a caldo è che mi piacerebbe saper mettere in mostra le debolezze e le contraddizioni umane come Maugham. Perché è un dono, saper dire tanto impiegando poco spazio e poche parole. Inoltre, in un qualche modo i suoi racconti amari, che sbeffeggiano l’ipocrisia senza però condannarla, riescono a infondere uno strano sentimento di serenità. Come a dire che la razza umana è imperfetta, quindi anche noi stessi lettori, ma nessuna di quelle imperfezioni merita un dito puntato contro. Piuttosto, una grassa risata.

O almeno, questo è quello che ha dato da pensare a me.

A chi lo consiglio? A tutti, ma soprattutto a chi si sente perfettamente a posto con la propria coscienza. Se avete conoscenti del genere, questo libro potrebbe essere un perfetto regalo di Natale. A molti farà ridere o storcere il naso, ma sai mai che a qualcuno possa scostare di un po’ la trave che hanno nell’occhio.

A presto!


#Ticonsigliounlibro: Cari mostri, di Stefano Benni

È con imperdonabile ritardo che torno a farmi viva. Perdonatemi, o lettori occasionali, ma gli impegni scolastici hanno assorbito le mie scarse energie di pigra fanciulla. Inoltre, devo dire di aver un po’ scantinato in quanto a letture e film. Ora però il giogo degli esami universitari si è un poco allentato, io ho terminato un po’ di libri e quindi mi accingo a parlarvene.

Urrà.

Quale libro ho finito di recente? (un quarto d’ora fa)

Cari mostri, di Stefano Benni.

Mi cimentai con questo autore qualche anno fa e subito “Elianto” divenne uno dei miei libri preferiti, insieme a “Il ritratto di Dorian Gray” (primo, insuperabile e inarrivabile), After Dark di Murakami, Dracula e una trafila d’altri.
Dopo Elianto, ho letto anche Terra!, Spiriti, La compagnia dei celestini, Il bar sotto il mare, Bar sport, Bar sport 2000 e Dottor Niù.

Insomma, non si capisce proprio che mi piace…

Nella mia profonda ignoranza, definirei Benni come cinico, irriverente, roboante, disilluso e velenosamente sarcastico. Tipo Bukowski, per capirci, ma declinato in salsa italiana.

Cari mostri è una raccolta di racconti incentrata sulla paura. La paura sotto forma di luoghi, di persone, di suggestioni, di creature reali o meno.
Manca un po’ il ritmo incalzante dei romanzi “lunghi”, ma ho ritrovato tutti gli elementi che ho amato nella scrittura di Benni: la critica, l’umoriamo, il veleno.

G.


30 mesi di libri (2)

Eccomi qui, molto prima del “mese prossimo”.

La domanda di questo mese è la numero 6 e si tratta di: Qual è il libro più corto che hai letto?

La risposta è: Tre topolini ciechi, di Agatha Christie.

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So che si tratta nient’altro che di un racconto, ma io lo possiedo in versione “staccata” e di conseguenza l’ho letto come se fosse un libretto a sé stante. Che dire? L’ho trovato geniale. Da grande appassionata di gialli, amo follemente fare congetture e mi diverto a tentare di scovare il colpevole prima che ci riesca il detective del racconto. Questo mi riesce spesso con i racconti moderni, persino con i casi del grande Sherlock, ma non con le storie della zia Agatha, che riescono a stupirmi ogni volta. Lo stesso è successo anche nel caso di questo breve racconto, anche se, data la ristretta quantità di pagine durante le quali si dipana la vicenda, è più facile farsi un’idea di chi sia il colpevole. Il che non significa che sia facile! O forse sono io torda…

Al prossimo mese con questa rubrichina!

Peace.

G.