#Bookstagram: Il porto proibito

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Un’avventurosa ballata a metà tra L’isola del tesoro e Primo comando.

Nell’estate del 1807, una nave della marina di Sua Maestà recupera al largo del Siam un giovane naufrago, Abel, che di sé ricorda soltanto il nome. Diventa ben presto amico del primo ufficiale, facente funzioni di capitano perché il comandante della nave è, a quanto pare, scappato dopo essersi appropriato dei valori presenti a bordo.
Abel torna in Inghilterra con l’Explorer, e trova alloggio presso la locanda gestita dalle tre figlie del capitano fuggiasco. Ben prima che gli possa tornare la memoria, però, scoprirà qualcosa di profondamente inquietante su di sé, e comprenderà la vera natura di alcune delle persone che lo hanno aiutato.
Dall’affiatato team creativo composto da Teresa Radice e Stefano Turconi, un libro intenso, che scava nell’anima dei protagonisti e dei lettori, che BAO propone in uno speciale cartonato a dorso tondo realizzato per ricordare un antico tomo marinaro.

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#ScrittoDaMe: La casa verde, capitolo 1.

Miei cari lettori occasionali,

oggi vi propongo il primo capitoletto di un racconto da me scritto intitolato “La casa verde”. Nel paesino di San Fatuo di cose strane ne succedono parecchie, ma l’apparizione di una misteriosa casa verde è forse la più strana di tutte. A voi scoprire chi e cosa abita la misteriosa abitazione.


LA CASA VERDE

La casa verde compariva quando voleva. Si erano registrate sue apparizioni sporadiche nel corso dell’Otto e Novecento, con un significativo intensificarsi durante le due guerre e durante la grande faida che intercorse tra San Fatuo e il vicino Prafoletto a metà degli anni Cinquanta, ma ultimamente, vale a dirsi verso la fine del duemilaquindici, essa sembrava non avere alcuna intenzione di farsi viva. Viva, si fa per dire, perchè stiamo parlando di una casa, eppure c’era qualcuno che sosteneva proprio questo, ovvero che la casa fosse viva e possedesse una mente propria, ma non solo: le veniva attribuita anche una certa attitudine da gattamorta sfasciafamiglie.

Stando alle cronache, la casa verde era un palazzo di quattro piani dai muri bianchi e tetto, finestre e porte color verde bosco. Una rigogliosa siepe di edera le si arrampicava lungo un fianco. Anche l’edera era verde, di un verde splendente a quanto pareva, in qualunque mese dell’anno. Questi particolari erano tramandati come una leggenda. Tutti sapevano che la casa verde era fatta in quel modo; tutti, o quasi, erano concordi nel affermare che si trattava di una storiella messa in giro da qualcuno per spaventare i propri figli e scoraggiarli dall’uscire la notte. Lo scetticismo dei miei compaesani è leggendario e quantomai fuoriluogo, ma di questo parlerò in seguito.

Quale particolarità aveva questa casa oltre a quella, già piuttosto notevole, di apparire e scomparire a proprio piacimento? Si diceva che chi ci entrava non ne uscisse più. La maggiore sostenitrice di questa credenza era una vecchia di nome Adamantina (sì, Adamantina, che i suoi poveri genitori credevano fosse un nome composito: Ada più una versione masticata di Martina, che era il nome di una cugina della madre). Adamantina da giovane aveva avuto un ragazzo, un moroso, che lei aveva creduto di amare tantissimo anche se si erano parlati solo un paio di volte prima che lui fosse arruolato e spedito in guerra. Prima della sua partenza si erano scambiati un timido bacetto che, a dimostrazione di quanto la percezione degli eventi sia diversa a seconda di ognuno, si era impresso nel cuore della giovane Adamantina come un marchio rovente mentre aveva abbandonato la mente di lui nell’esatto istante in cui le loro labbra si erano allontanate (cosa per altro avvenuta nel giro di un istante a dir poco fugace). Palpitazioni romantiche a parte, le famiglie dei due si erano accordate per maritarli e rimaneva solo da attendere il ritorno del ragazzo dal fronte, fattore quantomai incerto, tanto che tre generazioni di donne provenienti da entambe le famiglie si consumarono le ginocchia sulle panche della chiesa a suon di pregare perchè ciò avvenisse.

Il giovane in questione, tale Mario, era il ragazzo più bello del paese dove anche io attualmente vivo e che risponde al nome alquanto singolare di San Fatuo. Come si possano accostare la parola santo alla parola fatuo mi risulta ancora inspiegabile. In ogni caso, Mario era un bellissimo ragazzo e questo spiega il focoso attaccamento di Adamantina a quello che per lei era niente più che uno sconosciuto. La ragazza aveva già fatto grandi progetti, si vedeva invidiata da tutte, con i figli più belli e corteggiati dell’intera valle. Quando il ragazzo aveva annunciato via lettera il proprio ritorno aveva pianto di gioia e il giorno stesso in cui il poveretto aveva rimesso piede in paese, sconvolto dalla guerra, smagrito e lacero, lei l’aveva mandato a chiamare dicendo che aveva aspettato anche troppo e che voleva incontrarlo in un certo posto (notamente, una stanzetta al primo piano di una viuzza periferica di San Fatuo, ex bottega e di proprietà della famiglia di Adamantina) ad una certa ora della notte per dargli quello che gli spettava dopo tanti mesi di assenza. Mario riconosceva in Adamantina una bella figliuola giovane e vigorosa, probabilmente vergine e sana, mica come le ragazze dei bordelli per i soldati, e l’occasione doveva essergli parsa piuttosto ghiotta, considerando pure il fatto che quella figliola l’avrebbe sposata presto e che se fosse capitato un qualche incidente nessuno se ne sarebbe avuto a male.

Adamantina era sgattaiolata fuori di casa e nella notte buia, popolata da una tetra nebbiolina, aveva raggiunto la piazza del villaggio. Lì la nebbia era più fitta e si faceva sempre più fitta mano a mano che lei si avvicinava al luogo prescelto per l’incontro. Quando aveva imboccato la stradina che portava all’ex bottega, la nebbia era fittissima ma d’un tratto si era completamente diradata, come fosse stata risucchiata via. In quell’istante, Adamantina aveva visto che una nuova casa era comparsa lungo la strada, una casa bianca a quattro piani, mai vista prima. Tutte le luci alle finestre erano accese e da dentro provenivano delle voci concitate e della musica, il tipico rumore di un’osteria affollata. Sulla soglia, c’era Mario. Parlava con una donna bellissima, dalla pelle scura e gli occhi di brace, almeno così diceva Adamantina. Lei aveva urlato il nome del ragazzo ma lui non l’aveva sentita (oppure, più probabile ancora, l’aveva ignorata) ed era entrato nella casa insieme alla donna. Adamantina allora si era precipitata dietro al suo amato. Aveva raggiunto la porta ma quando aveva picchiato contro di essa col pugno aveva sentito un dolore pungente e si era accorta di aver appena tirato un poderoso colpo contro il tronco di un grosso albero.

La casa era sparita con Mario dentro. Adamantina era rimasta sconvolta dall’avvenimento, certa di aver appena assistito ad un’apparizione demoniaca (opinione avvalorata dagli occhi di brace della donna dalla pelle scura, nonchè dalla pelle scura stessa. Adamantina credeva che esistessero solo esseri umani di stirpe caucasica) e il giorno seguente l’aveva raccontato a tutti, persino ai genitori di Mario, salvo ricevere in risposta solamente uno sguardo sprezzante: Mario non era mai tornato a casa. E non l’avrebbe fatto mai più.

Adamantina non si era data per vinta. Aveva mostrato la ferita sulla mano. Quella era vera. Picchiando il pugno contro la porta della malefica casa aveva urtato una delle placche di metallo che ne teneva insieme le assi. Tuttavia la strana forma composita del livido era riconducibile a una qualsiasi placca di una qualsiasi porta del paese. Nessuno le aveva mai creduto e Adamantina aveva deciso di risparmiare la propria reputazione fingendo di delirare per il dolore, ma non aveva mai dimenticato e appena poteva raccontava la sua storia. Vent’anni dopo aveva trovato un alleato: mio padre, il quale sosteneva di aver visto la casa verde quando aveva undici anni e che la donna scura si fosse presa nientemeno che il suo cane. Anche nel caso di Tobia, il labrador di mio padre, tutti avevano sostenuto che la sua scomparsa fosse avvenuta mesi prima, in circostanze piuttosto tragiche (notamente, un sanguinoso scontro tra l’animale e un autobus pieno di scout che era quasi finito fuori strada).

Per quanto mi riguarda, sono cresciuta con il mito della casa verde. Quando ero bambina, la notte io e i miei amici scrutavamo le strade con il binocolo nella speranza di sorprenderla mentre inghiottiva qualcuno. Cos’era quel posto? Un luogo magico? Un’astronave aliena? Un mostro che attirava e inghiottiva le sue vittime? Tutte queste cose insieme? Mi ci arrovellavo ma non trovavo risposta. Un po’ alla volta i miei amici avevano deciso che una casa verde fantasma non meritava la loro attenzione e avevano iniziato a pensare ad altro, a cose più pragmatiche, più concrete: cellulari, videogiochi, amori turbolenti come solo gli adolescenti possono credere che siano. Io invece, nonostante avessi seguito i miei compagni nelle loro nuove passioni, non avevo mai smesso di fantasticare sulla casa verde e forse proprio per questo la casa verde, ad un certo punto, aveva deciso di venire da me.

Ebbene sì, al momento attuale io sono l’unico essere vivente, da quanto mi è stato riferito da Nancy, la famigerata donna dalla pelle scura e gli occhi di brace, ad essere andata e venuta dalla casa verde.


#ScrittoDaMe: Un mostro

Cari lettori occasionali, oggi vi lascio un racconto molto breve scritto da me qualche tempo fa. Una cosa sulle paure dell’infanzia che non ci decidiamo ad affrontare. Ma forse no. Raramente i miei racconti sono solo quello che sembrano 😉


Dentro la mia vasca da bagno c’era un mostro. Da piccola ne ero certa, tanto che mia madre riusciva a convincermi ad entrare nella vasca solo dopo un duro negoziato. Le vittorie si pagano care e alla soddisfazione finale di ficcarmi nell’acqua bollente seguiva il tedioso dovere di rimanere per un’ora seduta sul water a farmi la guardia, perché ero fermamente convinta che se lei avesse discosto lo sguardo il mostro sarebbe comparso per trascinarvi via con se e divorarmi.

Nemmeno ora, dopo tutti gli anni che sono passati, saprei dire che forma avesse quel mostro che mi terrorizzava o in quale forma si sarebbe manifestato.

Avevo paura che d’un tratto il fondo della vasca si aprisse e mi inghiottisse tutta intera; avevo paura che lo scolo dell’acqua si trasformasse in un vortice impetuoso e senza pietà e mi attirasse dentro il tubo di scarico come un animale feroce e vorace con avidi denti di metallo che mi avrebbero fatta a pezzi come in un tritacarne; avevo paura che sotto la superficie dell’acqua, coperta dalla schiuma profumata, spuntasse un enorme squalo affamato pronto ad azzannarmi o che semplicemente, avanzando coi piedini nell’acqua, avrei finito col toccare i denti appuntiti di una creatura viscida e famelica.

Probabilmente ero semplicemente spaventata dal fatto di trovarmi in uno spazio ristretto e chiuso. La vasca mi sembrava un’enorme bocca aperta e non capivo perché io dovessi immergermici. Chi mai avrebbe fatto il bagno nella bocca aperta di una balena? Nessuno sano di mente. Per di più, l’acqua diventata torbida per via della schiuma mi impediva di vedere sotto la superficie e non sapere cosa ci fosse là sotto, oltre alle mie gambe, mi metteva addosso un’enorme ansia.

Queste però sono considerazioni che faccio a posteriori. Quale che fosse la spiegazione della mia fobia, per anni la sola idea di fare il bagno mi costava un considerevole sforzo di autocontrollo. Dio, ero certa di sentire davvero quei denti, quella presenza in agguato. Lui era lì e io lo sapevo. Mi aspettava. Aspettava il momento in cui mia madre sarebbe andata a rispondere al telefono o a controllare la pasta sul fuoco e mi avrebbe risucchiata.

Quando fui abbastanza grande per lavarmi da sola optai decisamente per una sana, veloce, limpida doccia. Nella doccia l’acqua non poteva avvolgermi.

Oramai sono cresciuta, ho molti anni sulle spalle, eppure quella storia del mostro della vasca non mi ha mai veramente lasciata in pace. Ad esempio, al mare non faccio mai il bagno quando l’acqua è troppo agitata. Ho troppa paura di quello che potrebbe essere in agguato sul fondo, nascosto dalla sabbia e dalle alghe. Quando decido che non è giornata da bagno nessuno è in grado di convincermi a muovere un passo. Fino a non molto tempo fa -un po’ mi vergogno a raccontarvi questo ma tant’è- ero convinta che quella presenza mi cercasse ovunque, non solo nella vasca da bagno. Mi sembrava di percepire la sua presenza al mare e persino in piscina, ma non ne ho mai parlato con nessuno per paura di essere ritenuta infantile o più semplicemente matta.

Ho pensato molto a questa mia paura irrazionale, ho analizzato me stessa e sono arrivata alla conclusione che è ora di metterla da parte, di superarla. Accidenti a me e alle mie paure di bimba. Sono adulta e vaccinata, vivo da sola oramai, la mamma non mi serve più. Il mostro di cui avevo tanta paura non si è mostrato neppure una volta, dimostrazione ne è che io sono qui a raccontarvi queste cose. Questo vuol dire che posso godermi un bagno, ormai! Per sconfiggere i fantasmi bisogna affrontarli. Non esiste altro modo.

Oggi è il gran giorno in cui affronto il mostro della vasca da bagno. È tutto già pronto. L’acqua è calda, la schiuma bianca galleggia morbida, il profumo è inebriante e ho acceso anche qualche candela.

In realtà provo ancora un po’ di timore ma continuo a ripetermi che si tratta di una reazione esagerata. Non c’è e non potrà mai esserci nulla che non abbia inserito io stessa, dentro quella vasca. Suvvia! La presenza di un “mostro” è oggettivamente, fisicamente e logicamente impossibile! Da piccola ero suscettibile, minuta e sensibile ma è normale, quando si è così giovani. È normale avere qualche paura stupida.

Chissà perché mi era venuta, non sono mai riuscita a capirlo…

Chissà cosa ci avevo visto in quella vasca, per esserne tanto spaventata, o che pensieri assurdi il mio subconscio di infante andava agitando.

Ora però basta temporeggiare…

Vado.


Secondo voi com’è andata a finire? Lasciatemi un commento!


Neve, di Maxence Fermine

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Neve è un racconto magico e delicato, come l’elemento da cui prende il nome.

Siamo in Giappone e seguiamo il percorso del giovane Yuko (Yuki, in giapponese, significa neve) che desidera diventare un poeta di haiku. Per farlo dovrà però capire a fondo la sua arte e per riuscirci diventerà l’allievo di un grande maestro, Soseki, che gli svelerà i segreti della sua perfezione e, allo stesso tempo, la storia del suo amore per una donna chiamata Neve.

Non do mai molto credito ai racconti ambientati in Giappone scritti dagli occidentali. Il Giappone è un paese che ci è completamente alieno. Le persone vivono immerse in una realtà che non è la nostra, in abitudini, idee, schemi di comportamento, di vita, di pensiero, che non sono i nostri. Quindi non do fiducia agli occidentali che cercano di imitarne lo spirito.

Fermine però ci riesce abbastanza bene.

Il racconto è poetico, delicato, sottile. Ogni parola è necessaria, come in un haiku. La storia è ciclica, si ripete e si compie nel giro di poche pagine (il racconto è davvero molto breve), lasciando un segno nel lettore al pari di opere molto più lunghe e complesse.

Sono rimasta incredibilmente stupita e ammaliata da questo racconto poetico sulla poesia e su cosa sia la poesia: danza, calligrafia, musica, canto. Funambolia.

E sono rimasta affascinata dalla storia di un amore mai veramente perso e ritrovato nel più incredibile dei modi.

Per questo motivo, il mio voto è: Star-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-icon


E fu sera e fu mattina, di Daniela Rindi

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Di solito vi parlo di romanzi ma questa volta vi parlo di un racconto lungo che mi è stato gentilmente inviato dalla casa editrice Intermezzi.

Marta e Irene sono madre e figlia. Non vivono in una situazione idilliaca ma nemmeno particolarmente disagiata. L’unico vero disagio è dentro di loro. Un giorno, la piccola Irene sembra essersi ammalata di varicella e Marta sa che dovrà tenerla a casa per qualche giorno. E’ un po’ un problema, perché questo significa che anche lei dovrà stare a casa dal lavoro, ma pazienza. Tuttavia, dopo una strana nottata, Marta sembra non volersi svegliare. Irene decide quindi che dovrà solo aspettare che si svegli da sola…

Se un buon romanzo ti consuma un po’ alla volta, un racconto breve ben scritto ti scotta. E’ quello lo scopo. Ti colpisce, ti lascia senza parole (o con un sorriso ebete, se l’argomento è positivo, o con un grosso punto di domanda, se si tratta di mistero, e via dicendo) e in genere il commento finale è qualcosa del tipo: << Nuooooooo! >>

Almeno, a me è successo così.

“E fu sera e fu mattina” è un racconto claustrofobico, incalzante, terribile. Durante la lettura una parte del tuo cervello sa a cosa sta andando incontro, coglie gli indizi, ma l’altra non ci crede, non l’ascolta e costruisce altre interpretazioni. La vicenda è da un lato semplice, quasi banale, dall’altra terrificante e metafora (o almeno io l’ho vista così) della solitudine, fisica, morale, esistenziale, che può ancora esistere in una società come la nostra e che anzi, a volte viene maggiormente accentuata divenendo una prigione da cui è difficile uscire e di cui in realtà nessuno si accorge. Forse nemmeno chi ci vive dentro.

La scrittura è rapida, adeguata al ritmo del romanzo. Non si sofferma troppo sui particolari ma fornisce abbastanza dettagli (o indizi) perché il quadro in cui tutto si svolge ci sia perfettamente chiaro. Anzi, quando l’attenzione viene posta sui particolari, forse anche i più insignificanti, è probabile che sia stato fatto di proposito.

Il racconto è breve, quindi non posso parlarne oltre senza rischiare di cadere nello spoiler. Lo consiglio a tutti coloro che amano le atmosfere piene d’ansia, in puro stile thriller, con spruzzate di horror e fantasmi infantili.

Il mio voto:

5 stelle

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#ScrittoDaMe: Il gabbiano

Che mi piace scrivere forse ve l’ho già detto (scritto) in articoli precedenti, ma ovviamente non vi ho mai fatto leggere nulla di mio. Così ho pensato: perché non provare? Le cose belle succedono quando esci dalla comfort zone, giusto? Preso un bel respiro ho quindi deciso che in questo penultimo giorno dell’anno voglio tentare la sorte e tentare pure voi, lettori occasionali, proponendovi questo racconto breve.

Buona lettura 🙂

P.s.: Se mi lascerete un commento alla fine, il vostro 2016 sarà più bello e fortunato. Sìsì. blinkblinkblink


 

«Confessami, confessami sant’uomo!»
Ed egli si segnò la fronte pia.
«Subito dimmi, te lo ingiungo, dimmi
Che razza d’uomo tu sia.»

Erano le undici e mezzo di una fredda serata di marzo. Il tempo prometteva di volgere presto in tempesta e solo sporadiche raffiche di vento rompevano la pesante quiete. La mole del castelletto dei conti Giusti, in cima ad una bassa collina, si stagliava contro il cielo plumbeo. Una sola delle decine di finestre era illuminata. Al terzo piano, nel salotto privato del conte, era in corso una riunione a lungo attesa tra vecchi amici d’infaniza. L’adolescenza e poi gli studi e i viaggi e i matrimoni e gli affari li avevano divisi, ma ora si erano ritrovati.
« Spade ! » esclamò Angelo, gettando le sue carte sul tavolo da gioco.
Un mormorio d’insoddisfazione percorse gli altri tre giocatori.
« Pare che io abbia vinto di nuovo » commentò l’uomo, spegnendo la propria sigaretta e accendendone un’altra. « Qualcuno vuole perdere per l’ennesima volta ? »
« Io getto la spugna » mormorò Riccardo. Teneva una mano premuta sulla fronte mentre l’altra stringeva il quarto bicchiere di whisky vuoto. Non era mai stato un gran bevitore e in quel momento la testa gli pulsava terribilmente.
« Spugna ? Mi fa venire in mente un modo di dire sul troppo bere » intervenne il conte, versando con naturalezza il liquore nel proprio bicchiere.
« Oh, finitela. Non ho mai bevuto molto e questo è il risultato » si schernì Riccardo. Ad ogni parola le sue meningi sembravano sul punto di scoppiare.
« Credo che tua moglie beva più di te » osservò Giacomo mentre riordinava le carte sparse sul tavolo.
« Non berrebbe così tanto se avesse appresso un marito invece che una seconda figlia » disse una voce proveniente da un’imponente poltrona sistemata davanti al camino.
« È tutta colpa del tuo whisky se sto così male. Risparmiami l’ironia, Sam » si lagnò Riccardo, alzandosi. Barcollando si avvicinò alla seconda poltrona, accanto a quella dov’era seduto Sam, e vi si sedette con attenzione, cercando di muovere la testa il meno possibile.
« Ora, vi prego, lasciatemi in pace » disse, poi appoggiò la testa sulla mano destra e chiuse gli occhi, deciso a farsi passare la sbronza.
« Sam, gioca tu con noi ! C’è bisogno del quarto » esclamò Angelo, ansioso di poter dimostrare la propria superiorità come giocatore e come baro.
Sam aveva giocato soltanto la prima mano, poi si era ritirato insieme ad un libro scovato tra l’enorme vastità di titoli in possesso del conte.
« Non credo lo farò » rispose Sam, con quel suo accento inglese che gli derivava dai primi anni di vita trascorsi in Inghilterra e che dopo trent’anni non lo aveva ancora abbandonato.
« Che noia. Tu e la tua ossessione per la lettura » sbottò il conte. « Cos’hai scelto, questa volta ? »

« E un buon vento del sud spirò da poppa;
E l’Albatro ci seguiva,
E ogni giorno per cibo o per diletto,
Al richiamo dei marinai veniva!

Tra la foschia sull’albero o le sartie,
Venne per nove sere, e si posava;
Tra le cortine candide di nebbia

 Il chiarore lunare rifulgeva. »

« Ah, quella cosa sul gabbiano » esclamò annoiato il conte.
« Un albatro » lo corresse Giacomo.
« È uguale. »
« Non esattamente. Un albatro è molto più grande e ha abitudini diverse. Per esempio, è monogamo. Ed è la femmina a scegliere il maschio. »
« Dimenticavo che sei naturalista » sbottò il conte appoggiandosi allo schienale della propria sedia con aria ancora più annoiata. « E anche prolisso. »
« E tu il solito caprone ignorante » sbottò Giacomo, offeso.
« Ma ricco e bello » rispose il conte servendosi l’ennesimo bicchiere di whisky. La bottiglia terminò.

« “Che Dio ti scampi vecchio marinaio
Dai demoni che tanto t’hanno afflitto!
Perché tal sguardo?” “Con mia la balestra
Quell’ albatro ho trafitto.”
»

La voce di Sam era pacata, ma qualcosa nel suo tono costrinse gli altri a zittirsi e ad ascoltarlo.
« Quante storie per un gabbiano » ridacchiò il conte. Le sue parole vennero sottolineate dalla luminosa apparizione di un lampo e dal rombo di tuono che ne seguì.
« Un albatro » lo corresse Giacomo.
« Quello che sia » sbottò il conte.
« È che il gabbiano era una sorta di ospite e i marinai pensavano che portasse bene, che con esso venisse il vento. Non è così ? » domandò Angelo.
« Sei un letterato ! » esclamò il conte.
« A volte io leggo » rispose Angelo, con una punta di acidità nella voce da basso.
« La storia di questo gabbiano ucciso me ne fa venire in mente una che ho sentito tempo fa… » iniziò il conte, ignorando la battuta dell’amico. Un secondo tuono riecheggiò nella notte. L’uomo sorrise, si accese un sigaro e iniziò a raccontare con studiata calma : « Dunque : ero in una qualche regione a nord della Francia, per lavoro. Mi trovo in un piccolo paese, sovrastato da un castello. Non come questo, molto più grande. Stava su una collina, svettante, a picco su una scarpata. Ne ero affascinato e chiesi chi vi abitasse un tempo e i paesani mi dissero che non era una bella storia, quella dei proprietari. Io la volli sapere comunque e così mi raccontarono che il maniero era stato abitato fino ad appena un decennio prima. Una sera, il proprietario aveva fatto riunire tutta la sua famiglia per una cena imponente. Erano arrivati cugini, zii, mogli e mariti di parenti morti, ragazzi e raggini. Gente che non si incontrava da anni. Avevano mangiato e bevuto tutti insieme e poi, uno dopo l’altro, erano caduti morti. Uccisi. »
« Tutta la famiglia…sterminata ? » domandò Giacomo. Angelo invece borbottò senza riuscire a mettere dello spirito nelle parole : « Ma guarda ! Anche noi siamo stati invitati a cena da te dopo tanti anni… »
« Fu eliminata anche la servitù » aggiunse il conte, quasi con soddisfazione.
« Ma per quale motivo ? »
« Nessuno lo sa » disse il conte. « Ma qualcuno sospetta che il proprietario del castello volesse distruggere un segreto. »

« Ed io avevo fatto qualcosa di non bello,
E che avrebbe portato molto male:
Dissero che trafissi quell’uccello
Che faceva soffiare il vento australe.
“Empio” dissero “uccidere l’uccello
Che faceva soffiare il vento australe.”
»

La voce di Sam serpeggiò tra loro portando con sé quelle parole di colpa.
« Smettila con quell’uccello ! » ruggì il conte.
« Si tratta solo della morte di un gabbiano » ridacchiò Sam. « Ti infastidisce ? »
« Sì » sbottò il conte. « Infastidisce tutti, anche te Riccardo, non è così ? »
Riccardo non rispose.
Il conte lo chiamò per un paio di volte, poi intimò a Sam di svegliarlo. « Si deve essere addormentato a causa dell’alcol » disse, ridacchiando sotto i folti baffi.
« Allora lasciamolo dormire » rispose Sam.
« No ! Lui non si può addormentare così. Ho aspettato quasi vent’anni per rivedervi, di tempo per dormire ne avrete in abbondanza quando sarete morti. »
« Hai una fissazione… » mormorò Angelo, ma nessuno lo udì.
Sam si sporse verso l’alta poltrona, dove Riccardo stava immobile. Gli toccò la mano che reggeva la testa e questa scivolò di lato. Riccardo non si svegliò.
Sam lo chiamò più volte, lo schiaffeggiò, lo scosse, ma non sortì alcun effetto.
« Maledizione. Cosa succede ? Sta male ? » esclamò il conte, dirigendosi verso la poltrona. Spinse via Sam e riprese a scuotere l’amico.
« Manda a chiamare un medico ! » disse Giacomo.
« Non si può, il telefono è rotto da questa mattina ! » rispose il conte.
« Credo sia morto » constatò Sam, la voce pacata.
« Vado a chiamare qualcuno » Angelo si diresse velocemente verso la porta del salotto, ma il conte lo fermò prima. Non c’era nessuno in casa. La servitù aveva il giorno libero e il maggiordomo, l’unico che quella sera avrebbe dovuto essere presente, era invece ricoverato in ospedale da un paio di giorni.
Angelo fu improvvisamente paralizzato da un sentimento oscuro, che lo assalì alle spalle come un nemico codardo. Qualcosa, nella sua mente, si svegliò. Un ricordo lontano, una macchia nera che aveva dimenticato, era tornato a farsi vivo.
Di colpo si voltò verso gli amici, lo sguardo mutato in una maschera di collera . « Che cosa pensavi di fare ? » esclamò alla volta del conte.
Questi alzò lo sguardo dal cadavere di Riccardo e lo fissò sull’amico.
« Che cosa stai dicendo, Angelo ? Ci sono stupefacenti dentro quelle tue sigarette ? »
« Non prenderti gioco di me ! » urlò Angelo. La collera lo faceva fremere dalla testa ai piedi. Si sentiva come cieco e sordo, mentre ogni fibra del suo corpo era in tensione. Non avrebbe fatto la fine di Riccardo. Non lo meritava. L’idea non era stata sua. Lui aveva solo partecipato.
« Cosa ti prende ? » intervenne Giacomo.
« Non hai capito ? » ruggì Angelo in risposta.
« Io…non… » Giacomo stava in piedi accanto al tavolo da gioco, spostando lo sguardo da Angelo al conte senza capire. Qualcosa, nella sua mente, trillava come impazzita, ma lui non la stava a sentire.
« Te ne sei forse dimenticato ? Pensavo di averlo fatto anche io, ma tutte le sue stupide storielle sulle cene e i sui segreti hanno fatto il loro dovere. »
A quel punto, Giacomo parve congelarsi. Voltò la testa verso il conte con un movimento meccanico, le iridi vacue come se dietro non ci fosse più nulla. Come se Giacomo si fosse perso in un lontano passato che lo aveva risucchiato nel suo vortice.
Il conte ridacchiò nervosamente. « State scherzando ? » esclamò.
« Tu vuoi ucciderci » mormorò Giacomo. La sua voce era lontana, come la sua mente.
« Come vi viene in mente ? »
« Vuoi farci fuori perché non possiamo mai parlarne con nessuno, non è vero ? » La voce di Angelo trasudava rabbia. Il volto era rosso, i tratti distorti. Stringeva le mani così forte da impiantarsi le unghie nella pelle.
Il conte guardava i due uomini con occhi smarriti.
« Era nel whisky ! Non è così ? Hai avvelenato tutti noi ! » Angelo gridava così che ad un tratto gli mancò la voce. La tempesta ormai scoppiata faceva da controcanto alle sue parole di collera. Un lampo fu seguito da un tono. La luce del lampadario tremolò.
« Ma non credere che ce ne andremo da soli! » esclamò l’uomo. Un attimo dopo, Angelo era saltato addosso al conte, il quale, preso alla sprovvista, cadde e sbatté la testa contro il bracciolo della poltrona dove Sam stava ancora seduto. Sangue prese a ruscellargli lungo la fronte, tra le folte sopracciglia. Angelo, che era alto e molto forte, lo afferrò l’uomo, lo sollevò e lo sbatté con forza verso il tavolo da gioco. Di nuovo il conte sbattè la testa. Il sangue gli impiastricciò i capelli scuri, scendendo sulle orecchie e sul collo. Angelo gli prese la testa tra le mani, ma quella, resa viscida, gli scivolò tra le dita. Così il conte riuscì a liberarsi dalla presa dell’amico e ad arrivare al caminetto prima che lui lo raggiungesse. Con un movimento fluido, da bravo schermidore, estrasse un ferro dalla rastrelliera accanto al caminetto, lo librò nell’aria e lo agitò davanti a sé.
« Ma cosa ti succede ? Sei impazzito ? » urlò. L’attizzatoio sfiorò l’orecchio di Angelo, il quale, con cieca determinazione, continuava ad attaccare l’uomo che aveva chiamato amico fino a qualche minuto prima. Il conte arretrò cercando di allontanarsi dall’uomo, fendendo l’aria davanti a sé come se volesse scacciare degli insetti; aveva la vista e la mente annebbiate per via dei colpi ricevuti alla testa. Angelo cercò di immobilizzargli il braccio, ma lui si sottrasse dalla presa e lo colpì con l’attizzatoio all’altezza dell’orecchio. Angelo urlò e barcollò. Il conte, alla vista di quella dimostrazione di vulnerabilità, parve rilassarsi per un attimo, ma in quell’attimo  Angelo si rialzò, più furioso che mai, e si gettò addosso all’amico cercando di stringergli le mani intorno al collo. I due uomini si scontrarono, lottarono per qualche eterno secondo, poi Angelo, che dei due era il più grande e forte, venne scosso da un singulto. Si bloccò, sembrò dire qualcosa, poi crollò addosso al conte e questi, oramai tristemente debole, perse l’equilibrio e cadde, battendo la nuca contro il piede intagliato dello scrittoio che stava accanto alla finestra. Rimase fermo, gli occhi sbarrati, la bocca aperta in una sorta di espressione sorpresa, come se non si aspettasse di poter finire in quel modo. Il corpo di Angelo, invece, scivolò di lato rivelando un coltellino a scatto impiantato dritto nel cuore. L’arma era appartenuta al fratello maggiore del conte, morto da tempo, e lui la portava sempre in tasca. Non era mai servito a nulla, fino a quella sera.
Altri fulmini, altri rombi di tuono. La luce saltò, come se la tempesta volesse fare dell’ironia.
Giacomo era ancora in piedi dove si trovava all’inizio della collutazione. Non aveva spostato lo sguardo di un solo centimetro. Prima fissava il conte, ora i suoi occhi fissavano nel buio il punto in cui si trovava Sam.
« Anche lui aveva bevuto il whisky » mormorò d’un tratto, la voce ridotta ad un monotono sussurro.
« Sì » rispose Sam.
« Lo hai portato tu il whisky » continuò Giacomo. La sua voce senza emozione si librava nell’aria piena dell’odore del sangue del tutto simile ad un alito di aria gelida insinuatosi tra i vetri istoriati della finestra.
« Sì. »
« Non c’era nessun veleno » constatò Giacomo.
« C’era solo per Riccardo » spiegò Sam.
« E per gli altri ? »
« La colpa è un veleno sufficientemente potente. Non lascia alcuna traccia e per farlo agire basta solo dire le parole giuste. Altre volte basta stare in silenzio al momento giusto » rispose Sam.
« E cosa dirai a me ? » chiese Giacomo. Un tremito si era impossessato della sua mano destra e non accennava ad acquietarsi.
« Tu sei un naturalista, quindi ti parlerò in termini che tu possa comprendere : la femmina aveva scelto il maschio, ma gli altri dello stormo non erano d’accordo. Così hanno deciso di prendersi quello che volevano. Poi hanno ucciso la femmina e mentito all’albatro che era stato scelto. »
« Ed io avevo fatto qualcosa di non bello, e che avrebbe portato molto male » mormorò Giacomo. « Però alla fine della ballata, Dio perdona il marinaio. »
« Io sono l’albatro, non Dio » disse Sam.
« Ma io non c’entro… » sibilò Giacomo. Si sentiva sul punto di piangere, ma le lacrime non venivano.
« Tu non c’entri ? » ripeté Sam, la cui voce usciva dal buio come da un incubo.
« Io non ho fatto niente » continuò Giacomo. « Io guardavo soltanto. »
« Capisco » rispose Sam. « Dopotutto, tu sei una persona curiosa, e studi gli animali. Avrai trovato sicuramente interessante il comportamento di quei tre giovani esemplari. Un evento raro, un colpo di fortuna, una manifestazione straordinaria in cui era impensabile interferire. »
Nel buio, Giacomo strinse tra le dita l’orlo della giacca cercando di placare il tremore che ora aveva colpito anche la sua mano sinistra. Brividi freddi gli scorrevano lungo la schiena, ma lui non riusciva nemmeno a percepirli. La sua mente era troppo lontana, immersa in un orrendo ricordo pieno di urla e richieste di pietà e sangue e risa. Urla umanissime e risa simili a latrati di cane.
Sam si mosse, ma Giacomo se ne accorse solo quando gli fu a pochi centimetri di distanza.
Qualcosa di duro spingeva contro il suo petto. Giacomo abbassò lo sguardo. Un lampo squarciò il cielo e i suoi occhi incontrarono il minaccioso profilo di una pistola.
« Ti prego » sussurrò, ma fu più una sorta di spasimo involontario che una vera invocazione di pietà. « Ho soltanto… »
« Lo so. Lo so molto bene. E ti perdono » lo interruppe Sam, afferrando la mano inerme di Giacomo. Poi la sollevò e la avvolse attorno al calcio della pistola. Infine, puntò l’arma contro di sé.
« Che situazione incresciosa » proseguì Sam. Giacomo non smetteva di tremare e la canna della pistola ballava contro il suo petto.
« Ti sto regalando la possibilità di uccidermi, e non mi dispiacerebbe che tu lo facessi. Mi avete privato della felicità molto tempo fa, coprendo la sua scomparsa con un’orrenda bugia. Da quel momento, la mia vita è stata intrisa di ombre. Ora però ho avuto la mia vendetta. Tu puoi liberarmi completamente, puoi darmi la felicità, la pace eterna. Puoi salvarmi ! » continuò Sam, afferrando la canna dell’arma con una mano per tenerla ben ferma e posando l’altra sulla spalla di Giacomo. « Quindi, cosa farai ora, mio pavido amico ? Mi salverai ? » domandò.
Il silenzio che cadde dopo quelle parole parve vibrare insieme al cuore di Giacomo, che fremeva come le ali di insetto intrappolato.
Il fiato caldo di Sam sfiorò il suo orecchio. Un altro lampo illuminò l’uomo piegato verso di lui.
« Oppure starai a guardare ? »
Quelle parole caddero dentro Giacomo come dentro un pozzo profondo. Scivolarono nell’oscurità per un tempo che parve infinito ; poi, quando toccarono il fondo, qualcosa si mosse. Giacomo si ricompose e la sua presa intorno al calcio della pistola si fece più salda. Alzò il mento, con fare deciso.
« No » esclamò. « Qui dentro è buio, non potrei vedere niente. »
In un attimo, sollevò la pistola, aprì la bocca e ci infilò dentro la canna e fece fuoco.
Una pioggia di sangue e materia cerebrale inondò il pavimento. Il corpo di Giacomo si accasciò a terra. Un lampo illuminò la macabra riunione.
In piedi in mezzo ai cadaveri dei suoi amici, Sam osservò il proprio operato con gelida amarezza, ma anche con una nuova sensazione di pace che sfiorava quasi la soddisfazione.
« Hai visto, Giacomo ? » disse rivolto all’uomo appena morto. « A volte basta solo dire le parole giuste. Altre volte basta stare in silenzio al momento giusto. »
Scavalcò i corpi e si accostò alla finestra. La pioggia sferzava i vetri a nido d’ape. I cieli oscuri lampeggiarono ancora, un tuono profondo rombò a breve distanza. E poi il silenzio.


Et voilà. The end.

Spero vi abbia intrattenuti! A presto,

G.


La casa di Parigi, di Elizabeth Bowen

Finalmente, con antipatico ritardo, sono riuscita a terminare la lettura di “La casa di Parigi” di Elizabeth Bowen. Varie vicissitudini si sono frapposte tra me e la pagina 286 di questo classico moderno, ma oggi sono riuscita a portare a termine il mio compito e voglio subito scrivere la recensione, perché di tempo per pensare a questo libro ne ho avuto a sufficienza.

Partiamo dall’autrice. Elizabeth Bowen è stata un’esponente del gruppo di artisti e scrittori chiamato “Bloomsbury”, di cui faceva parte, tra gli altri, anche Virginia Woolf. Ammetto che prima di leggere questo libro non avevo mai sentito parlare di lei, ma credo di essere in buona compagnia: infatti, nella piccola postfazione al testo, Leonetta Bentivoglio ci informa che La casa di Parigi è un libro praticamente sconosciuto in Italia. Non conoscendo la Bowen sono quindi andata ad informarmi sulla sua vita e sulla sua produzione, apprendendo che buona parte di essa si fonda sullo “svelare” quello che si cela sotto la calma della vita borghese, o meglio della “vita con il coperchio”.

Niente di più vero.

La casa di Parigi è un romanzo in tre atti, che si apre con l’arrivo dall’Inghilterra a Parigi della giovane Henrietta, la quale deve fermarsi a casa di una conoscente nell’attesa di prendere un treno che la condurrà fino a Mentone dalla nonna. Lì, in una casa di cui noi esploreremo principalmente tre ambienti (il soggiorno piccolo e pretenzioso con la carta da parati a strisce che lo fa sembrare una gabbia; la stanza della vecchia Madame Fisher, satura d’incenso come una camera ardente; l’ingresso con lo scalone che porta ai piani alti) Henrietta conosce Leopold, un ragazzino pallido e bizzarro, orgoglioso e fragile, che si trova lì per incontrare sua madre, che non ha mai visto prima.

Poco alla volta, il focus si sposterà da Henrietta a Leopold e alla sua piccola tragedia personale, il cui apice viene raggiunto quando alla fine della prima parte la figlia di Madame Fisher, Naomi, gli rivelerà che la madre che tanto attendeva non potrà venire.

Da qui, parte la seconda parte della storia, che si tuffa nel passato di questa madre, raccontandoci le sue ragioni, debolezze e sbagli, mentre la terza parte del romanzo ritorna al presente e conclude la vicenda.

Il tempo è un concetto fondamentale che ritorna durante tutto il romanzo, in cui i fatti narrati si svolgono tutti in un giorno, anzi in poche ore, dalle dieci del mattino (ora in cui Henrietta incontra Leopold) alle sei del pomeriggio, quando la ragazzina prenderà il suo treno. Nel mezzo, si dipana una vicenda tutta interna ai personaggi, perché nella realtà non succede quasi nulla. Quello che sappiamo, ci deriva dalle riflessioni dei protagonisti, dai loro detti e soprattutto dai non detti. Nel complesso, si ha davvero la sensazione che ognuno di loro sia dotato di un coperchio che copre il borbottio del ribollire al loro interno e che se solo fosse sollevato, come accade in alcune infelici occasioni, potrebbe rivelare realtà spiacevoli e sconvenienti. Uno dei personaggi che suggeriscono maggiormente questa sensazione è, a mio parere, Naomi Fisher, una donna ormai sfiorita e fortemente legata al passato della madre e del padre di Leopold, che ha vissuto tutta la vita soggiogata dalla madre arguta e manipolatrice e che ora che la donna è vecchia e inferma, sembra volerla opprimere a sua volta con la propria costante presenza. In un certo senso, mi ricorda Charles Bovary. Charles infatti passa come il personaggio mansueto e ingenuo, premuroso e costantemente vessato dalla moglie, ma in realtà, suggerisce qualcuno, la sua è una vendetta diluita e sottile. Sarà lui infatti, con le sue premure e la sua accondiscendenza, a sospingere Emma verso la fine. E così Naomi.

A sua volta, la vecchia Fisher assume un ruolo quasi diabolico. Confinata in una camera al piano superiore, la sua presenza aleggia sulla casa come Dracula su Londra, come una malattia o come se la casa fosse una proiezione di lei stessa. A questo proposito, in un punto della seconda parte (il “passato”), la madre di Leopold sostiene che “al piano di sotto si è sempre al sicuro, al piano di sopra ci sono i tumulti dell’amore”; questa situazione, in un certo senso, si replica nella casa delle Fisher a Parigi. Al piano di sotto i due bambini giocano, le cose che accadono sono in qualche modo piacevoli e Naomi sembra più tranquilla. Il pericolo è di sopra, dove la vecchia signora inferma non ha smesso di voler esercitare il proprio potere per far sentire a disagio le persone.

La casa in sé, a mio parere, è a sua volta un personaggio, un po’ come in un racconto di fantasmi. Nelle classiche “haunted house”, infatti, i fantasmi non sono i soli antagonisti ma è la casa stessa, in qualche modo, a prendere vita. Anche in questo caso, sebbene i fantasmi siano solo dentro i personaggi e non veri spettri, la casa sembra ospitare due realtà diverse e incupirsi o restringersi a seconda delle percezioni soggettive. Infatti, come la Bowen stessa scrive, “lo spazio è legato agli stati emotivi”.

Certo, il romanzo non è privo di quelli che noi, ora, considereremmo difetti. Vi sono passaggi fin troppo modulati sulla mentalità dell’epoca in cui è stato scritto che a noi risulterebbero decisamente forzati o “sbagliati”, descrizioni allo stesso tempo ardite e vagamente pretenziose, un costante riferimento alla differenza tra le personalità della gente proveniente da diversi paesi (E’proprio inglese! È proprio francese!) che adesso ci sembrerebbero infondati, ma in tutto questo non sono riuscita a capire se l’autrice non facesse che scimmiottare una mentalità borghese che lei rifiutava oppure se in fondo quei meccanismi fossero anche dentro di lei. Mea culpa, non posso darvi un giudizio su questo.

Tuttavia, mi ha stupita la modernità di alcuni passaggi e della vicenda della madre di Leopold, raccontata quasi con crudezza, senza nasconderne gli aspetti ambigui come invece si tende a fare in quel genere di situazioni, che vengono spesso iper-romanticizzate.

Il mio voto a questo romanzo è 4 stelle su 5.

A tratti l’ho trovato involuto e di difficile comprensione, lo ammetto. Lo stile è senza dubbio particolare, moderno ma allo stesso tempo romantico, e ci vuole un po’ di concentrazione per adattarvisi. Per un po’ ho pensato che una volta terminato non mi avrebbe lasciato molto ma ora che l’ho terminato mi accorgo che è accaduto tutto il contrario. Per cui, se vi troverete in difficoltà durante il racconto, persistete e dategli una possibilità, perché l’atmosfera di cui è impregnato e la modernità e umanità a tratti inquietate a tratti disarmante dei personaggi, le trame sotterranee, quello che bolle sotto il coperchio e la casa dove tutto si svolge vi rimarranno impressi a fondo.


#Ticonsigliounlibro: Cari mostri, di Stefano Benni

È con imperdonabile ritardo che torno a farmi viva. Perdonatemi, o lettori occasionali, ma gli impegni scolastici hanno assorbito le mie scarse energie di pigra fanciulla. Inoltre, devo dire di aver un po’ scantinato in quanto a letture e film. Ora però il giogo degli esami universitari si è un poco allentato, io ho terminato un po’ di libri e quindi mi accingo a parlarvene.

Urrà.

Quale libro ho finito di recente? (un quarto d’ora fa)

Cari mostri, di Stefano Benni.

Mi cimentai con questo autore qualche anno fa e subito “Elianto” divenne uno dei miei libri preferiti, insieme a “Il ritratto di Dorian Gray” (primo, insuperabile e inarrivabile), After Dark di Murakami, Dracula e una trafila d’altri.
Dopo Elianto, ho letto anche Terra!, Spiriti, La compagnia dei celestini, Il bar sotto il mare, Bar sport, Bar sport 2000 e Dottor Niù.

Insomma, non si capisce proprio che mi piace…

Nella mia profonda ignoranza, definirei Benni come cinico, irriverente, roboante, disilluso e velenosamente sarcastico. Tipo Bukowski, per capirci, ma declinato in salsa italiana.

Cari mostri è una raccolta di racconti incentrata sulla paura. La paura sotto forma di luoghi, di persone, di suggestioni, di creature reali o meno.
Manca un po’ il ritmo incalzante dei romanzi “lunghi”, ma ho ritrovato tutti gli elementi che ho amato nella scrittura di Benni: la critica, l’umoriamo, il veleno.

G.