#ICinque: Libri che fanno ridere (in senso buono)

Salve a tutti, lettori occasionali (e non, perché anche i lettori affezionati hanno diritto ad essere salutati -rima not intended).

Inauguro oggi una nuova rubrica (a ridaje!): I Cinque. Ad ogni puntata vi consiglierò cinque libri riguardanti un certo tema. Oggi partiamo con i libri che fanno ridere (in senso buono), ma  faccio affidamento su di voi per le prossime cinquine. Suggeritemi un tema e io mi scervellerò per esaudire la richiesta.

Ora pronti?

Partenza?

Via.


Elianto

Stefano Benni

Feltrinelli

Pagine: 320

Prezzo: 9 euro

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Riusciranno i nostri intrepidi eroi a superare tutte le prove e trovare l’elisir che guarisca il giovane Elianto e gli faccia salvare la contea? Se si fugge di notte da Villa Bacilla sulle ali di una diavolessa sexy, sorvolando Tristalia, assieme a tre equipaggi che si spostano contemporaneamente, può accadere di visitare gli otto mondi alterei della mappa nootica. Capita così di conoscere la terra primordiale di Ermete Trismegisto, Protoplas; i mari incantati di Capitan Guepière a Posidon; i cinquanta casinò e i locali notturni di Bludus; Mnemonia con i suoi fuochi fatui e l’insidia dell’embambolia; Medium con le sue giornate di Beneficenza Ben-evidente. E poi è possibile incontrare Siperquater e Triperott a Neikos, o gli angeli cannibali nel deserto freddo di Yamserius. L’importante è fare a tempo a guarire il giovane Elianto, affetto dal Morbo Dolce, perché possa liberare le contee dal dominio del Grande Chiodo. C’è speranza di riuscire, assieme ai protagonisti (oltre a Elianto, Fido PassPass, Fuku Occhio di Tigre, Tigre Triste), a districarsi tra mille prove e attraversare gli infiniti mondi creati dalla fantasia di Stefano Benni?

Come nella maggior parte degli scritti di Benni, in Elianto convivono un’avventura rocambolesca e esilarante e una realtà inquietante. Io l’ho adorato, è il mio romanzo preferito di questo autore.


Dente per dente

Francesco Muzzopappa

Fazi Editore

Pagine: 218

Prezzo: 15 euro

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Se Roma ha la GNAM (Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Bologna il MAMBO (Museo d’Arte Moderna BOIogna) e a Napoli c’è il MADRE (Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina), a Varese hanno pensato bene di inaugurare il MU.CO (MUseo d’arte COn-temporanea). Qui, a detta dei critici, sono esposte le peggiori opere dei più grandi artisti contemporanei. Tra le altre, un orribile Warhol, un Dall terrificante, due drammatici Magritte e un Duchamp inguardabile. Leonardo ci lavora da tre anni. È un’assunzione obbligatoria: ha perso due dita in un incidente e insieme alle dita anche i sogni. Ha solo una grande certezza: si chiama Andrea, una ragazza molto cattolica, osservante e praticante, che rispetta alla lettera i dieci comandamenti, non dice parolacce e, soprattutto, non fa sesso. Non fa sesso con lui, però, perché Leonardo, sul punto di farle la sua proposta di matrimonio a sorpresa, la scopre a letto con un altro. Da quel momento, la sua vita va in pezzi. Alla disperazione più nera, tuttavia, segue la vendetta. Leonardo decide di rifarsi su Andrea e sui suoi preziosi comandamenti. Li infrange tutti, sistematicamente, uno dopo l’altro.

Iniziato e finito in poche ore. La scrittura è diretta, rapida ed essenziale e proprio per questo estremamente coinvolgente. Si arriva alla fine con le lacrime agli occhi senza nemmeno essersene accorti. Super consigliato.


Zia Mame

Patrick Dennis

Adelphi

Pagine: 380

Prezzo: 12 euro

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Immaginate di essere un ragazzino di undici anni nell’America degli anni Venti. Immaginate che vostro padre vi dica che, in caso di sua morte, vi capiterà la peggiore delle disgrazie possibili, essere affidati a una zia che non conoscete. Immaginate che vostro padre – quel ricco, freddo bacchettone poco dopo effettivamente muoia, nella sauna del suo club. Immaginate di venire spediti a New York, di suonare all’indirizzo che la vostra balia ha con sé, e di trovarvi di fronte una gran dama leggermente equivoca, e soprattutto giapponese. Ancora, immaginate che la gran dama vi dica “Ma Patrick, caro, sono tua zia Mame!”, e di scoprire così che il vostro tutore è una donna che cambia scene e costumi della sua vita a seconda delle mode, che regolarmente anticipa. A quel punto avete solo due scelte, o fuggire in cerca di tutori più accettabili, o affidarvi al personaggio più eccentrico, vitale e indimenticabile e attraversare insieme a lei l’America dei tre decenni successivi in un foxtrot ilare e turbinoso di feste, amori, avventure, colpi di fortuna, cadute in disgrazia che non dà respiro – o dà solo il tempo, alla fine di ogni capitolo, di saltare virtualmente al collo di zia Mame e ringraziarla per il divertimento.

Le disavventure di Patrick e di sua Zia Mame sono oramai parte del mio corazon. Mame può sembrare una ricca, svampita moglie trofeo il cui unico merito è quello di aver ereditato molti soldi. Invece, si tratta di una donna fortissima che senza mai farsi abbattere dalle sfighe della vita si adatta e riesce a risollevarsi. Io l’ho amato dalla prima all’ultima riga e ho riso altrettanto di gusto.


A volte ritorno

John Niven

Einaudi

Pagine: 392

Prezzo: 12,50 euro

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Dopo una settimana di vacanza che sarebbero cinque secoli di tempo terrestre, Dio torna in ufficio, ancora col cappello di paglia e la camicia a quadri. Era andato in vacanza, a pescare,in pieno Rinascimento, quando i terrestri scoprivano un continente alla settimana, e sembrava andasse tutto a gonfie vele. Al suo ritorno però, il quadro che gli fanno i suoi ha del catastrofico: il pianeta ridotto a un immondezzaio, genocidi come se piovesse, preti che molestano i bambini… Dio non è solo ultradepresso. Anche molto arrabbiato. L’unica soluzione, pensa, è rispedire sulla Terra quello strafatto di suo figlio. Sei sicuro sia una buona idea? – gli chiede Gesú. – Non ti ricordi cosa è successo l’altra volta? – Ma Dio è irremovibile.

Questo libro riesce nella non facile impresa di essere allo stesso tempo dissacrante e, paradossalmente, piuttosto rispettoso. Già questo dovrebbe bastare. Poi, se non bastasse, Dio e tutti quelli che mandano avanti il paradiso sono esilaranti. Giuro. Geniale anche l’ascensore che collega paradiso e inferno. Insomma, dategli una possibilità ma soprattutto: fate i bravi.


L’amore è eterno finché non risponde

Ester Viola

Einaudi

Pagine: 218

Prezzo: 17 euro

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Olivia ha trentadue anni e di mestiere fa divorziare le persone. La sciagura sentimentale è il suo pane quotidiano, tanto che divide i clienti in due categorie: i Lascianti e i Lasciati. Accomodanti e solitamente muniti di un amore nuovo di zecca i primi, agguerriti i secondi (hanno già perso nel matrimonio, non hanno nessuna intenzione di perdere nel divorzio). Anche Olivia è stata lasciata, ma siccome Dario continua a mandarle messaggi su WhatsApp è sicura che tornerà da lei, manca pochissimo. Del resto, “lasciarsi non è mai quando ci si lascia: è una cosa che succede quando non puoi più negare che il tuo ex si è innamorato di un’altra”. E oggi per scoprire che all’improvviso lui non è più “disponibile”, basta sbirciare su Facebook comodamente da casa, in pigiama, versando lacrime sul sushi ordinato a domicilio. Ester Viola racconta l’universo dei sentimenti in modo vivo e contemporaneo, perché da Jane Austen al Nick Hornby di Alta fedeltà l’amore è sempre la stessa cosa, ma adesso una notifica può cambiarti la giornata.

Un racconto comico al femminile, che un po’ come “Dente per dente” di cui sopra, si affida ad una prosa diretta, rapida, piena di ironia. Un racconto sull’amore ai tempi di WhatsApp che vi farà ridere di gusto.


E voi, lettori, siete d’accordo con questa selezione? Avete letto qualcuno di questi libri? Fatemi sapere e alla prossima ❤

XoXo

G.

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Sette minuti dopo la mezzanotte, di Patrick Ness e Siobhan Dowd

Un libro per bambini, dicevano. Un libro consigliato a partire dai 12 anni. Beh… no. Questo libro è così bello e allo stesso tempo straziante, profondo e fondamentale, che dovrebbero leggerlo persone di tutte le età. Definirlo un “libro per bambini” sarebbe riduttivo, con tutto il rispetto per i libri per bambini.


3539806Trama:

Conor ha 13 anni. Ogni notte, sette minuti dopo mezzanotte, un mostro va a fargli visita. Nel confine sottile tra sogno e fantasia, un immenso albero di tasso prende forma e gli racconta delle storie magiche e inquietanti allo stesso tempo. È un mostro speciale, diverso da quelli che si incontrano negli incubi. È un essere antico e selvaggio che vuole aiutarlo a suo modo: ad affrontare la malattia terminale di sua mamma, a convivere con la propria solitudine, a capire la complessità dell’animo umano.


Cosa ne penso:

Penso che questo libro riesca magicamente nell’impresa di parlare con semplicità e delicatezza, ma allo stesso tempo con la dovuta profondità, di argomenti sensibili e dolorosi che in un libro per adulti sarebbero stati trattati in termini di cupo catastrofismo.

Intendiamoci, anche qui si piange, ma è tutta un’altra cosa. Qui rimane una speranza, una sottile sensazione di vitalità, la consapevolezza che continuerà ad esserci vita anche dopo la tragedia. E Conor, il ragazzin protagonista della vicenda, arriva a questa consapevolezza grazie all’aiuto di un mostro-tasso che ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, lo raggiunge e gli parla. Il mostro è venuto a raccontare al ragazzo delle storie, storie che Conor all’inizio non capisce, non finiscono mai bene.

Sono favole grige in cui i protagonisti compiono atti malvagi a fin di bene e chi sembra cattivo forse non lo è veramente. Sono favole che insegnano a Conor le sfumature della realtà e la verità di ciò che sta sotto la superficie. Ma soprattutto, gli insegnano a perdonare sé stesso.

Conor è infatti tormentato da un incubo terribile, che ricompare quasi ogni notte e che lo atterrisce così tanto da non riuscire neppure a parlarne. Lo tormenta e sconvolge al punto da cominciare a filtrare persino nella sua vita da sveglio, già di per sé non troppo rosea. Infatti, tra la malattia della madre, i bulli a scuola, il litigio con la sua unica amica, la commiserazione degli insegnanti, l’atipica nonna e il padre che si è risposato in America, Conor si sente insopportabilmente solo e, cosa peggiore, invisibile.

Invisibile e arrabbiato.

Poco alla volta, messo di fronte alla dura realtà e con l’aiuto del mostro, Conor arriverà a vincere la rabbia che cova dentro per motivi che crede stiano fuori da lui e invece si trovano dentro, nel suo cuore, nel suo incubo. Sono cose che non vuole nemmeno nominare, che cerca continuamente di adossare agli altri o di seppellire, ma in realtà l’unico modo di mettere a tacere quei mostri è guardarli in faccia e accettarli.

Ma come ho già scritto, la storia è profusa da un’insospettabile vena di positività. “Sai una cosa?” dice la nonna a Conor. “Io e te ce la faremo.” Ed è così che si sente il lettore, a fine lettura. Distrutto, ma consapevole di potercela fare.


Il mio voto:

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Fantastico.


A chi lo consiglio:

A tutti, grandi e piccoli. Nonostante la storia sia fondamentalmente triste, è allo stesso tempo scritta in modo eccellente e priva di tutta la pesante disillusione di un libro rivolto a un pubblico adulto. E’ una storia che con uno stile diretto, personaggi ben tratteggiati e molta saggezza, insegna qualcosa.

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Ninfee nere, di Michel Bussi

Avete presente quelle volte in cui inizi un libro credendo di trovarci dentro una certa cosa e invece arrivi alla fine che hai letto tutt’altro e questo altro ti ha conquistato, molto più di quanto avrebbe potuto fare il contenuto che ti eri aspettato? Ecco. A me è successo esattamente questo. Ma andiamo con ordine.


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La trama:

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo.
L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.


Cosa ne penso:

Come dicevo, questo libro mi ha stregata.

Stregata. Termine usato non a caso perché una delle narratrici, forse la più importante, è la vecchia e acida signora che vive nel mulino della strega, una costruzione ormai cadente che si affaccia sui famigerati giardini di Monet, quelli dello stagno delle Ninfee.

La vecchia donna osserva dall’alto della sua torre, guarda agitarsi sotto di lei, davanti a lei, i cittadini del piccolo borgo invaso dai turisti. Distaccata, invisibile, la donna si muove lungo le strade del paese e osserva e commenta acida i goffi tentativi della polizia di risolvere il crimine che da il via alla narrazione: Jérôme Morval, ricco e fedifrago, viene trovato morto sulle rive del fiumiciattolo Epte, che costeggia Giverny e alimenta il celeberrimo laghetto di ninfee. Il quadro ricorda incredibilmente un altro fatto di cronaca, accaduto nel 1937, e che aveva avuto come protagonista un ragazzino.

La polizia procede nelle indagini, scava nelle vite, solleva la sabbia sedimentata sul fondo e con essa speranze, ricordi, paure. Insieme alla vecchia del mulino incontriamo Stéphanie, la bella maestra del paese, con gli occhi color malva e il sogno di trovare l’amore vero e scappare da quel piccolo paese, quella prigione dorata e insopportabile. E poi c’è Fanette, la bambina dallo spiccato talento di pittrice che non ha mai conosciuto suo padre e che vorrebbe tanto mettere a frutto il suo talento.

Ninfee nere è un giallo, sì, ma la componente “gialla” della narrazione fa quasi da semplice contorno, o forse da supporto, alle storie intrecciate di queste tre donne insieme a tutti i personaggi che ruotano loro intorno: i piccoli compagni di classe di Fanette, l’affascinante ispettore Sérénac, l’integerrimo Sylvio Bénavides, il placido Jacques Dupain, e il cane Neptune che scorazza per il paese cucendo insieme le tre trame come un ago che entra ed esce dal tessuto. Quello che ci viene offerto è un affresco di sogni infranti. Sono le Ninfee nere, leggendario quadro di Monet che si dice lui abbia dipinto poco prima della sua morte utilizzando toni cupi e tormentati.

C’è del Bovarismo, in questo libro, e c’è dello psico-thriller. Ci sono ipocrisia e desiderio di mantere la facciata intatta e c’è una specie di maledizione, una sorta di determinismo geografico, una cronica incapacità di andarsene. Il vero criminale, in tutta la storia, è il paese, Giverny; è il suo microcosmo appiccocoso, infido come una palude, come sabbie mobili. Nessuno ne può uscire senza perdere qualcosa.

C’è anche una disamina impietosa dei sentimenti. L’amore vince su tutto, si dice. Quello onesto, buono, che permette a entrambi gli innamorati di dare il meglio di sé. Quell’amore che lascia liberi, di viaggiare, di seguire le proprie inclinazioni, di essere e dare il meglio. Ma forse non è così. Forse l’amore egoista è quello più tenace e forte, quello che mette l’oggetto d’amore in una gabbia e lo soffoca, lo trattiene, finché non ha più la forza di ribellarsi, di chiedere di essere liberato, e così si lascia andare, diventa docile.

Ci sono le occasioni mancate e il dolore che lasciano dietro di sé. Ma non le occasioni futili, quelle che nella vita trovi a manciate. No. Le occasioni vere, quelle che potrebbero cambiare tutto.

Ci sono tante cose in questo libro. Tante cose oltre alla semplice vicenda criminosa. Tanti personaggi cesellati e profondi. Tante riflessioni da fare. E c’è un artificio narrativo impeccabile, una macchina inesorabile e perfetta di cui avevo soltanto subodorato l’esistenza. La bellezza dell’intreccio non sta nello scoprire chi sia l’assassino ma nella rivelazione della realtà.


A chi lo consiglio:

A chiunque. Sul serio. A chiunque. Perché è un romanzo bellissimo, che può appassionare anche chi di solito non legge gialli. E in particolar modo, lo suggerirei alle ragazze e alle signore che pensano di desiderare un uomo che sia geloso di loro.


Voto alla risolvibilità del caso:

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Difficile.

Voto in generale:

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Glass Magician, di Charlie N. Holmberg

glass_magician_holmberg_1024x1024Il secondo capitolo della saga della Holmberg (il primo episodio è il delizioso Paper Magician), prosegue esattamente sulla scia del suo predecessore. Di conseguenza, i punti forti e i punti deboli di Paper Magician sono gli stessi di Glass Magician.

Ad esempio: nonostante ci troviamo indicativamente nei primi anni del ‘900, l’autrice non fornisce mai (o quasi) dettagli storici che ci aiutino a inquadare l’epoca. Di conseguenza, tutta la cornice storica, lo sfondo sul quale dovrebbe svolgersi la vicenda, rimane sospeso nel vuoto. Per capire quando avviene qualcosa dobbiamo basarci sui riferimenti temporali vaghi che ci vengono forniti: è successo nel 19…, dopo quattro anno da…, se lui ha trent’anni dev’essere successo tot anni prima, e via dicendo.

Quegli elementi di atmosfera che darebbero più corpo al racconto, più verosimiglianza, sono omessi. Le donne vestono tutte in gonna e camicia, ma nessuno ci dice mai di che stoffa siano fatte oppure quale sia lo stile in voga al momento. La mobilia degli appartamenti potrebbe essere quella di una qualsiasi casa dei giorni nostri. Il mercato, la città, le strade, le persone, il mondo in cui parlano, il modo in cui pensano, tutto potrebbe essere descritto nello stesso modo in un racconto ambientato nel 2015.

In un qualunque altro libro, questa leggerezza mi avrebbe fatto bocciare la lettura senza appello. Tuttavia, Glass Magician è un fantasy young adult e in quanto tale è persino superiore alla media. Inoltre, come spesso accade nei romanzi appartenenti a questo filone narrativo, Glass Magician si concentra solo marginalmente sul mondo in cui i personaggi si muovono, che ha un ruolo puramente di contorno. Ci viene chiesto uno sforzo di fantasia. Il vero cuore del racconto sono le interazioni tra i personaggi, lo scontro tra bene e male.

Su questo, la Holmberg va forte e non si lascia prendere la mano esagerando le capacità della propria eroina (i famosi power up gratuiti di cui spesso i protagonisti vengono insigniti) o tramutandola in un personaggio totalmente positivo, cosa che l’avrebbe resa meno credibile. Ceony sbaglia, ha delle debolezze, compie atti poco apprezzabili. E così anche gli altri personaggi.

Apprezzo particolarmente il concetto di magia utilizzato dall’autrice. Infatti in questo universo narrativo i maghi legano il proprio potere a un elemento, sia esso il fuoco, il metallo, la plastica, la carta, il vetro, e possono agire solo su di esso, con tutti i limiti che tale vincolo comporta. In parole povere, possono arrivare fino a dove il loro elemento può arrivare, e questo mi piace molto. Non sono per niente una fan della magia senza scopo né origine, dei poteri “perché sì” e dei personaggi che diventano onnipotenti nel giro di venti pagine.

Questa concretezza (per quanto si parli comunque di magia!) è la cosa che mi piace di più dei libri della Holmberg.

La seconda, è Mago Thane.

Non è un ragazzino sbruffone col sorriso assassino e i muscoli gonfi. E’ un uomo bizzarro ma responsabile, misterioso, silenzioso ma allo stesso tempo buffo e saggio. Con il suo cappotto color indaco ha un’aria un po’ da personaggio di un manga e questo non può che volgere a suo favore.

La terza, sono i momento in cui Ceony, la protagonista, prende in mano la situazione e fa quello che sente essere giusto a costo di cacciarsi nei guai. Per tutta la parte iniziale, ho temuto che la ragazza assennata e simpatica che avevo conosciuto nel primo libro si fosse trasformata in una sospirosa svampita. Beh, sono stata smentita.

A mio parere, questi sono i momenti in cui la Holmberg da il meglio di sè. La violenza o la paura non sono trattati in modo ingenuo o estremo ma tutto ha uno svolgimento coerente e bilanciato. Diciamo che se qualcuno si ferisce rimane ferito e debilitato. Una cosa simile, al giorno d’oggi, è una raffinatezza non da poco.

In conclusione, il racconto scorre piacevole e intrattiene moltissimo, soprattutto quando lo sguardo non è posto sul contesto ma sui personaggi. Quando il focus è ristretto, diciamo. Le vicende del primo libro sono riprese ed estese, con un colpo di scena finale bene introdotto.

Mi ha lasciato la voglia di leggere anche il terzo episodio? Assolutamente sì. Non vedo l’ora di sapere se la risposta all’interrogativo finale di Ceony sarà positiva o negativa e di vedere come si chiuderà la faccenda con gli Escissionisti, i temibili maghi che come elemento scelgono la carne umana.

Lo consiglio a chiunque vorrebbe leggere di un mondo magico à la Harry Potter, giovani e meno giovani, maschi e femmine. Credo che una saga come questa dovrebbe avere molta più diffusione, perché è qualitativamente e contenutisticamente migliore di molte altre saghe-fotocopia che spopolano senza un apparente motivo.

Il mio voto è:

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Gli occhi neri di Susan, di Julia Heaberlin

pjl2cqiTessa Cartwright, sedici anni, viene ritrovata in un campo del Texas, sepolta da un mucchio di ossa, priva di memoria. La ragazza è sopravvissuta per miracolo a uno spietato serial killer che ha ucciso tutte le altre sue giovani vittime per poi lasciarle in una fossa comune su cui crescono delle margherite gialle. Grazie alla testimonianza di Tessa, però, il presunto colpevole finisce nel braccio della morte. A quasi vent’anni di distanza da quella terrificante esperienza, Tessa è diventata un’artista e una mamma single. Una fredda mattina di febbraio nota nel suo giardino, proprio davanti alla finestra della camera da letto, una margherita gialla, che sembra piantata di recente. Sconvolta da ciò che evoca quel fiore, Tessa si chiede come sia possibile che il suo torturatore, ancora in carcere in attesa di essere giustiziato, possa averle lasciato un indizio così esplicito. E se avesse fatto condannare un innocente? L’unico modo per scoprirlo è scavare nei suoi dolorosi ricordi e arrivare finalmente a mettere a fuoco le uniche immagini, nascoste per tanti anni nelle pieghe della memoria, che potranno riportare a galla la verità…

Tessa è una protagonista di rara sopportabilità e pragmatismo in un panorama dominato da personaggi femminili sentimentalmente confusi, incapaci e petulanti. Una giovane madre che è riuscita in qualche modo a superare il traumatico evento che ha segnato il suo passato, si è rifatta una vita e se la cava piuttosto bene. Ha una figlia, Charlie, un’adolescente perfettamente normale, senza problemi di alcun tipo e piacevolmente sveglia.

Già questo basterebbe.

Aggiungiamo poi un impianto narrativo piuttosto solido, costruito senza fretta, scoprendo gli indizi un po’ alla volta mentre si dipanano due piani narrativi paralleli: il presente, dove Tessa decide di riaprire finalmente il caso che la riguarda per cercare di dare giustizia sia alle ragazze che uccise dallo stesso uomo che aveva tentato di fare fuori anche lei sia a colui che da diciassette anni si trova dietro le sbarre per un crimine che (forse) non ha commesso sia a sé stessa; e il passato, in cui Tessie cerca di rimettere insieme la propria vita che sembra essere rimasta sul fondo della fossa in cui è stata gettata e in cui è quasi morta. Lo fa grazie ai numerosi incontri con lo psicologo, ai suoi disegni e alla cara amica Lydia, sempre pronta ad aiutarla, sempre presente per lei.

La vicenda scorre prendendosi il tempo di indagare i pensieri di Tessa, si domanda il perché delle cose e rimane coerente con l’indole della protagonista da inizio a fine. Ma non solo. I dettagli tecnici sono trattati con intelligenza e inseriti in modo adeguato, così che il lettore percepisce una forte sensazione di realismo ed è spronato a concedere fiducia all’autore e a lasciarsi guidare fino alla fine.

Gli occhi neri di Susan è infatti un romanzo che tiene i piedi per terra. I personaggi sono reali e “per lo più buoni”, esattamente come nella vita reale. Le loro reazioni, i loro pensieri, le loro sensazioni non hanno nulla di folle o tremendamente oscuro. La polizia scientifica non produce miracolosamente il responso per qualsiasi cosa, tutt’altro. I giudici e gli avvocati non sono infallibili e a volte sono mossi dalla curiosità e dal pregiudizio esattamente come le persone qualunque.

In sostanza, questo thriller mi ha piacevolmente stupita. L’ho trovato qualitativamete superiore a molti altri suoi colleghi, thriller moderni spesso incentrati su particolari “gore” e su segreti oscuri e torbidi, esattamente quegli elementi che attirano maggiormente l’attenzione del pubblico durante le inchieste sui vari delitti di cui sentiamo tanto parlare in televisione. Su cosa si concentrano? Sulla triste fine della vittima e la giusta punizione che spetta al colpevole o su tutto quello che ci gira intorno, sui segreti, le zone d’ombra, le abitudini discutibili, gli inciampi, le contaddizioni? Diciamolo, siamo affetti da curiosità morbosa per tutto ciò che è brutto. Forse perché ci fa sentire insieme meno soli nella bruttura e allo stesso tempo superiori, perché non ci consideriamo altrettanto sordidi.

Ma sto divagando, torniamo al romanzo.

Nonostante i grossi punti a favore di cui sopra, la narazione presenta comunque dei difetti, anche se decisamente minori e dovuti, a mio parere, alla scelta di narrare la vicenda in prima persona. E’ un espediente interessante per poter affondare nella mente del protagonista ma esclude inevitabilmente tutti gli altri (con alcune doverose eccezioni) da un’analisi più approfondita, con il risultato che personaggi potenzialmente interessanti o addirittura fondamentali rimangono figure galleggianti sullo sfondo. In sostanza, sappiamo di loro solo quanto ci racconta Tessa. Il finale, in particolar modo, mi ha lasciata perplessa. Non per quello che ci svela ma per il fatto che scorre molto in fretta, troppo rispetto a tutto ciò che l’ha preceduto. Dopo trecento pagine interessanti e ben costruite, impostate come un conto alla rovescia, ad un certo punto sembra che il tempo inizi  correre più velocemente e gli eventi si trasformino di conseguenza divenendo più superficiali.

Tuttavia, Gli occhi neri di Susan riesce a sopravvivere alle proprie debolezze e rimane una lettura davvero buona, un thriller che mi ha piacevolmente intrattenuta e che ho divorato velocemente perché desideravo davvero scoprire come andasse a finire (e scoprire se la mia idea su chi fosse il colpevole fosse esatta. Spoiler: lo era).

Voglio aggiungere un altro piccolo dettaglio, per me molto importante. Il racconto è costellato di citazioni letterarie e artistiche. Dalle favole alla poesia a Edgar Allan Poe a una lunga serie di altri romanzi, classi della letteratura inglese o americana, ma mai scontati né inflazionati. Chi legge Jane Austen è la figlia adolescente della protagonista, in perfetto accordo coi programmi scolastici di tutto l’occidente; un fatto che io vedo come la conferma che le scrittrici di YA nella loro vita hanno letto solamente i romanzi “obbligatori”, quelli imposti dai professori di liceo. Sia chiaro, in Orgoglio e pregiudizio non c’è nulla di male, ma andiamo, esiste anche altro.

In conclusione, consiglio questa romanzo a tutti coloro che siano alla ricerca di un thriller dai toni più riflessivi, che gioca sulle emozioni e debolezze umane piuttosto che sull’ansia, sul torbido e su una trama al cardiopalma. Quello che ho provato io, a lettura terminata, è la sensazione che le brutture della vita, i fatti terribili che possono accadere, siano una spiacevole e sfortunata eccezione alla regola generale che le persone sono tutte più o meno buone. E che la persecuzione, i presagi, i demoni e i mostri, molte volte vivono soltanto nella nostra testa, dove attecchiscono come erbacce infestanti o come le tenaci margherite gialle chiamate “Susan dagli occhi neri”.

Il mio voto  è:

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Lo strano caso dell'orso ucciso nel bosco, di Franco Matteucci

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Avvincente, divertente, originale. Questi sono i tre aggettivi con cui definirei “Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco”, di Franco Matteucci, già autore di altri tre episodi dedicati alle indagini dell’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco (Tre cadaveri sotto la neve, La mossa del cartomante, Il suicidio perfetto).

Ma ecco la trama come viene riportata sulla quarta di copertina:

Un corpo senza vita giace sulla neve nell’apparente tranquillità del bosco. Accanto al cadavere, sul tronco di un albero, è stato inciso un cuore con all’interno il nome della vittima e una lettera greca. L’assassino ha lasciato la sua firma, un segno destinato a ripetersi e a seminare il panico tra i vicoli del paesino di montagna. L’ispettore Santoni, però, non riesce a indagare con la sua solita lucidità. Qualcosa – qualcuno – offusca la sua mente investigativa. E intanto il crimine continua a spandersi come una macchia di sangue, lentamente ma inesorabilmente. Gli abitanti di Valdiluce hanno paura: la loro cittadina, che una volta era un posto tranquillo e rilassante, rischia di trasformarsi nella tana di un pericoloso serial killer. Il tempo stringe per Marzio Santoni: stavolta in gioco c’è la vita di tutta la valle…

 

Non voglio scendere nei particolari con il rischio di spoilerare qualche gustoso colpo di scena a chi fosse incuriosito dal romanzo e volesse leggerlo. Tuttavia, bisogna pur dire qualcosa. Io giustificherò i tre aggettivi che ho utilizzato all’inizio di questa recensione. Pronti? Via.

Avvincente:

La successione di eventi sanguinosi che oscurano il paese montano i Valdiluce (un nome che è tutto un programma) è serrata, un crescendo di subdola violenza, e questo tiene sulle spine il detective ma anche il lettore. La narrazione non perde mai di ritmo, scorre e allo stesso tempo si involve, portando l’attenzione del lettore a posarsi prima su un particolare, poi su un altro, poi su un altro ancora. Sarà lui il colpevole? Un momento, è certamente quest’altro! Nooo, vuoi vedere che è quest’altro ancora? L’autore gioca con il lettore e lo ammetto, questa volta sono stata fregata. Non sono riuscita a scoprire il colpevole fino alla fine, cosa che accade di rado. Quindi suppongo che nemmeno voi, lettori occasionali, ci riuscirete (vi sfido 😉 ). Tuttavia, bisogna pur dire che l’autore sceglie per la conclusione un metodo spesso utilizzato da Agatha Christie o Conan Doyle. E questo è l’unico indizio che posso dare.

L’indagine è dunque un pretesto per sondare i personaggi, uno per uno, portando a galla le loro debolezze e le dinamiche a volte spiegate e crudeli che regolano una comunità tanto pacifica e lontana dai tumulti della città come quella di un luogo di villeggiatura adagiato tra i monti.

Divertente:

Se una cosa è avvincente dev’essere per forza anche divertente, no? No. Una commedia diverte, ma non avvince. Un film d’azione avvince ma non diverte. Per divertente si intende dunque qualcosa che ti solleva da pensieri “molesti”. In questo caso, alla trama avvincente si uniscono la sottile vena caricaturale dei personaggi, l’ironia di alcuni passaggi e lo stile dell’autore, asciutto, vivace, in alcuni tratti tendente al colloquiale. Tutto ciò rende il romanzo piacevolmente divertente e vi intratterrà con leggerezza, ma senza rinunciare al giusto apporto di introspezione.

Originale:

Montalbano è il padre spiritule dei detective italiani e sarà forse per questo che lo rivedo in tutti i suoi colleghi letterari, soprattutto in quelli che operano in contesti spaziali a forte caratterizzazione regionale, in questo caso un paesino di montagna alpino. Ma nella costruzione della trama così come nel motre che la avvia ho rivisto qualcosa di Fred Vargas, che tra tutti i giallisti contemporanei è la mia preferita. Il suo commissario Adamsberg, montanaro d’origine, un po’ rude e solitario, insondabile ma geniale, e Lupo Bianco, il detective dall’olfatto sopraffino protagonista della vicenda sono entrambi ascrivibili a quel tipo di essere umano “orso” ma in fondo gentile. In più, collegamento con la Vargas si ritrova nell’attenzione posta al legame tra la vicenda, i personaggi e l’anima del luogo in cui tutto si svolge. In fondo, la gente è figlia del luogo da cui proviene e quel luogo ha una storia, un’anima capace di influenzare vite e azioni. In montagna non ci sono solo case di legno, liquori alle erbe, boschi e neve, ma anche leggende popolari, rancori e pettegolezzi da piccola comunità, un connubio tra uomo e natura che noi abbarbicati nelle città abbiamo un po’ dimenticato e anche una buona dose di distacco e solitudine.

In conclusione, questo romanzo è stato una piacevole scoperta e certamente andrò a recuperare gli altri casi del detective Lupo Bianco. Le ambientazioni mi sono care, perché amo la montagna e ne sono un’assidua frequentatrice, e ho trovato l’indagine gestita in modo concreto e realistico, i personaggi piacevoli e la vicenda appassionante.

Il mio voto è:

                                                                                Star-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-icon

 


Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, di Franco Matteucci

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Avvincente, divertente, originale. Questi sono i tre aggettivi con cui definirei “Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco”, di Franco Matteucci, già autore di altri tre episodi dedicati alle indagini dell’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco (Tre cadaveri sotto la neve, La mossa del cartomante, Il suicidio perfetto).

Ma ecco la trama come viene riportata sulla quarta di copertina:

Un corpo senza vita giace sulla neve nell’apparente tranquillità del bosco. Accanto al cadavere, sul tronco di un albero, è stato inciso un cuore con all’interno il nome della vittima e una lettera greca. L’assassino ha lasciato la sua firma, un segno destinato a ripetersi e a seminare il panico tra i vicoli del paesino di montagna. L’ispettore Santoni, però, non riesce a indagare con la sua solita lucidità. Qualcosa – qualcuno – offusca la sua mente investigativa. E intanto il crimine continua a spandersi come una macchia di sangue, lentamente ma inesorabilmente. Gli abitanti di Valdiluce hanno paura: la loro cittadina, che una volta era un posto tranquillo e rilassante, rischia di trasformarsi nella tana di un pericoloso serial killer. Il tempo stringe per Marzio Santoni: stavolta in gioco c’è la vita di tutta la valle…

 

Non voglio scendere nei particolari con il rischio di spoilerare qualche gustoso colpo di scena a chi fosse incuriosito dal romanzo e volesse leggerlo. Tuttavia, bisogna pur dire qualcosa. Io giustificherò i tre aggettivi che ho utilizzato all’inizio di questa recensione. Pronti? Via.

Avvincente:

La successione di eventi sanguinosi che oscurano il paese montano i Valdiluce (un nome che è tutto un programma) è serrata, un crescendo di subdola violenza, e questo tiene sulle spine il detective ma anche il lettore. La narrazione non perde mai di ritmo, scorre e allo stesso tempo si involve, portando l’attenzione del lettore a posarsi prima su un particolare, poi su un altro, poi su un altro ancora. Sarà lui il colpevole? Un momento, è certamente quest’altro! Nooo, vuoi vedere che è quest’altro ancora? L’autore gioca con il lettore e lo ammetto, questa volta sono stata fregata. Non sono riuscita a scoprire il colpevole fino alla fine, cosa che accade di rado. Quindi suppongo che nemmeno voi, lettori occasionali, ci riuscirete (vi sfido 😉 ). Tuttavia, bisogna pur dire che l’autore sceglie per la conclusione un metodo spesso utilizzato da Agatha Christie o Conan Doyle. E questo è l’unico indizio che posso dare.

L’indagine è dunque un pretesto per sondare i personaggi, uno per uno, portando a galla le loro debolezze e le dinamiche a volte spiegate e crudeli che regolano una comunità tanto pacifica e lontana dai tumulti della città come quella di un luogo di villeggiatura adagiato tra i monti.

Divertente:

Se una cosa è avvincente dev’essere per forza anche divertente, no? No. Una commedia diverte, ma non avvince. Un film d’azione avvince ma non diverte. Per divertente si intende dunque qualcosa che ti solleva da pensieri “molesti”. In questo caso, alla trama avvincente si uniscono la sottile vena caricaturale dei personaggi, l’ironia di alcuni passaggi e lo stile dell’autore, asciutto, vivace, in alcuni tratti tendente al colloquiale. Tutto ciò rende il romanzo piacevolmente divertente e vi intratterrà con leggerezza, ma senza rinunciare al giusto apporto di introspezione.

Originale:

Montalbano è il padre spiritule dei detective italiani e sarà forse per questo che lo rivedo in tutti i suoi colleghi letterari, soprattutto in quelli che operano in contesti spaziali a forte caratterizzazione regionale, in questo caso un paesino di montagna alpino. Ma nella costruzione della trama così come nel motre che la avvia ho rivisto qualcosa di Fred Vargas, che tra tutti i giallisti contemporanei è la mia preferita. Il suo commissario Adamsberg, montanaro d’origine, un po’ rude e solitario, insondabile ma geniale, e Lupo Bianco, il detective dall’olfatto sopraffino protagonista della vicenda sono entrambi ascrivibili a quel tipo di essere umano “orso” ma in fondo gentile. In più, collegamento con la Vargas si ritrova nell’attenzione posta al legame tra la vicenda, i personaggi e l’anima del luogo in cui tutto si svolge. In fondo, la gente è figlia del luogo da cui proviene e quel luogo ha una storia, un’anima capace di influenzare vite e azioni. In montagna non ci sono solo case di legno, liquori alle erbe, boschi e neve, ma anche leggende popolari, rancori e pettegolezzi da piccola comunità, un connubio tra uomo e natura che noi abbarbicati nelle città abbiamo un po’ dimenticato e anche una buona dose di distacco e solitudine.

In conclusione, questo romanzo è stato una piacevole scoperta e certamente andrò a recuperare gli altri casi del detective Lupo Bianco. Le ambientazioni mi sono care, perché amo la montagna e ne sono un’assidua frequentatrice, e ho trovato l’indagine gestita in modo concreto e realistico, i personaggi piacevoli e la vicenda appassionante.

Il mio voto è:

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Il contrabbandiere di parole, di Natalio Grueso

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Avete presente le scatole cinesi, una chiusa dentro l’altra? Oppure le matrioske, quelle paffute bambole russe che racchiudono ognuna una bambola più piccola? Ecco, Il contrabbandiere di parole (pubblicato nel 2015 da Salani) è esattamente questo, un racconto di racconti.

Vi riporto ora la trama come la si trova scritta nei siti internet e nella quarta di copertina:

Questo romanzo è un viaggio delicato nei nostri sentimenti, un’avventura straripante di fantasia in cui confluiscono il desiderio, la gratitudine, la giustizia e i sogni. Nelle sue pagine transita un manipolo di personaggi incantevoli che rimarranno per molto tempo nel cuore dei lettori: l’affascinante ladro Bruno Labastide, il prescrittore di libri, il cacciatore di sogni e la giovane giapponese dagli occhi color del miele che, ogni notte, sfida il destino dal suo appartamento veneziano. Magica e ipnotica, questa storia ci trasporta da Parigi a Buenos Aires, da Venezia all’Indocina, rendendoci complici dell’itinerario esistenziale dei suoi protagonisti che, pur sembrando perdenti solitari, in realtà raggiungono, senza quasi esserne consapevoli, l’obiettivo il più alto e bello a cui l’uomo può aspirare: rendere felici gli altri.

Ammetto di non aver capito a cosa andavo incontro fino a che i racconti non hanno iniziato a susseguirsi uno dietro l’altro in un geniale ma a volte sfuggente artificio narrativo. Allora, mi sono lasciata trasportare dalle parole e ho seguito il flusso.

Come dicevo prima, Il contrabbandiere di parole è un racconto di racconti e in quanto tale c’è sempre qualcuno che racconta qualcosa a qualcun altro, che sia il lettore stesso o un altro personaggio. In un certo senso, mi ha ricordato il film Parnassus. Anche in quel caso, il fulcro della narrazione erano le storie, anzi LA storia, quella che se non venisse più narrata il mondo giungerebbe alla sua fine. Ma, ci dice il film, nel mondo ci sarà sempre qualcuno che racconta una storia.

Gli esseri umani non possono fare a meno di raccontare e raccontarsi e questo romanzo sembra quasi la raccolta di tante piccole esistenze all’apparenza insignificanti, inutili, ma al contrario assolutamente necessarie proprio per l’impatto che finiscono per avere sugli altri. Potrà non risultare chiaro all’inizio, ma una volta terminata la lettura questo romanzo vi lascerà qualcosa di buono, una sorta di speranza nei confronti delle piccole cose, della magia nascosta in ciò che non ci si aspetta. Perché in fondo ognuno dei personaggi di cui si narra ne Il contrabbandiere di parole è un perdente, un nessuno, ma tutti loro hanno il dono di saper regalare la felicità agli altri, che sia attraverso la musica, il sesso, i sogni, i preziosi consigli oppure le parole.

Consiglio questo libro a chiunque piacciano le atmosfere poetiche, appena tratteggiate ma allo stesso tempo incisive, e i personaggi sfaccettati e malinconici che sembrano scivolare via ma a cui ci si ritrova a pensare anche molto dopo aver terminato la lettura.

Il mio voto è:

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"Il libro segreto del signore oscuro" di Paul Dale

download (1)Ecco la seconda recensione della mia collega! Enjoy!

Mi sono sempre chiesta: “e se in un romanzo fantasy, per una volta, vincesse il cattivo?”. Se ci avete pensato anche voi (e perché no, in fondo? A volte ci si stufa dell’Eroe, diciamocelo), allora questo libro è una lettura assolutamente consigliata.
Morden, un ragazzo decisamente fuori dal comune, frequenta l’Accademia per Giovani Birrai, e sfoga le sue velleità di dominio sugli altri studenti della scuola, intimoriti da lui e dalla sua banda di scagnozzi. Un giorno, il ragazzo viene avvicinato da un Orco che dice di chiamarsi Dentaccio; la creatura gli consegna un libro, scritto dal Male in persona, che gli insegnerà come diventare il più temibile Signore Oscuro che il mondo abbia mai conosciuto. Morden si pone a capo degli Orchi, fino a quel momento costretti a vivere in condizioni di schiavitù e di miseria, e si mette in marcia verso la fortezza del suo predecessore, Zoon l’Oltraggiato. Il suo obiettivo: conquistare il mondo, grazie anche alla sua capacità di trasformarsi in drago a proprio piacimento.
Nel frattempo, un misterioso esercito capitanato da una donna-drago si muove per contrastare il nascente Signore Oscuro, e in uno sperduto villaggio, un giovane fabbro trova una spada che sembra essere assetata del sangue dei malvagi…

Questo romanzo mescola fantasy e parodia in un modo irresistibile e coinvolgente. Si è tanto detto che il genere fantasy è stato sfruttato troppo, che le storie sono ormai trite e ritrite, che è stato scritto tutto. L’autore, Paul Dale, prende tutti gli stereotipi del genere e li sbeffeggia con intelligente e delicata ironia, ne fa un libro comico in cui niente va come dovrebbe.
La maggior parte della vicenda è narrata dal punto di vista del Signore Oscuro, anzi sarebbe meglio dire il futuro Signore del Male; già, perché Morden ha appena iniziato la sua ascesa al potere, e come gli ricordano il Libro e Dentaccio, ha ancora molto da imparare. I capitoli narrativi sono inframezzati da spezzoni del Manuale per Signori Oscuri, che Morden legge appena può. I consigli sono molto semplici, spiegati per bene, per evitare un altro fallimento come quello di un certo Signore Oscuro, davvero promettente, che mise tutto il suo potere in un anello, e poi fu così sciocco da perderlo. (Questo è solo uno dei tanti riferimenti ai “grandi classici” del fantasy che Dale, pur prendendo in giro, sembra ammirare profondamente). Se i clichè nell’aspetto e nel cerimoniale ci sono tutti (veste nera, come si conviene ad un vero cattivo, monologhi imperiosi, saccheggi), Morden non ha ancora l’animo Oscuro a sufficienza, e si accorgerà presto che dominare il mondo non è una faccenda per tutti.

Anche gli altri personaggi non sono da meno: un Eroe sanguinario e un po’ confuso sulle sue priorità, una spietata dragonessa, un Cancelliere amante della buona cucina, nonché la donna contesa tra l’Eroe e il Signore Oscuro, la popolana Griselda.
Griselda è uno dei personaggi migliori del romanzo, non solo perché stravolge completamente i canoni del fantasy (esteticamente e non), ma perché è una donna vera, che non ha paura di sporcarsi le mani, che non cade in deliquio davanti all’Eroe (anzi, lo lascia pure!). Griselda insulta, sbraita, picchia un Morden che, pur essendo il più temibile Signore Oscuro, non è in grado di difendersi da quella furia. E anche se una storia d’amore è inevitabile, Dale la tratta in un modo divertente e fuori dagli schemi. Niente smancerie, insomma: al massimo una sberla.

Il punto di forza di questo romanzo è proprio l’inaspettato, divertente stravolgimento degli eventi : il cattivo diventa l’eroe di una tragicommedia che ci spinge a dire che forse, non è stato ancora scritto proprio tutto.

E.


“Il libro segreto del signore oscuro” di Paul Dale

download (1)Ecco la seconda recensione della mia collega! Enjoy!

Mi sono sempre chiesta: “e se in un romanzo fantasy, per una volta, vincesse il cattivo?”. Se ci avete pensato anche voi (e perché no, in fondo? A volte ci si stufa dell’Eroe, diciamocelo), allora questo libro è una lettura assolutamente consigliata.
Morden, un ragazzo decisamente fuori dal comune, frequenta l’Accademia per Giovani Birrai, e sfoga le sue velleità di dominio sugli altri studenti della scuola, intimoriti da lui e dalla sua banda di scagnozzi. Un giorno, il ragazzo viene avvicinato da un Orco che dice di chiamarsi Dentaccio; la creatura gli consegna un libro, scritto dal Male in persona, che gli insegnerà come diventare il più temibile Signore Oscuro che il mondo abbia mai conosciuto. Morden si pone a capo degli Orchi, fino a quel momento costretti a vivere in condizioni di schiavitù e di miseria, e si mette in marcia verso la fortezza del suo predecessore, Zoon l’Oltraggiato. Il suo obiettivo: conquistare il mondo, grazie anche alla sua capacità di trasformarsi in drago a proprio piacimento.
Nel frattempo, un misterioso esercito capitanato da una donna-drago si muove per contrastare il nascente Signore Oscuro, e in uno sperduto villaggio, un giovane fabbro trova una spada che sembra essere assetata del sangue dei malvagi…

Questo romanzo mescola fantasy e parodia in un modo irresistibile e coinvolgente. Si è tanto detto che il genere fantasy è stato sfruttato troppo, che le storie sono ormai trite e ritrite, che è stato scritto tutto. L’autore, Paul Dale, prende tutti gli stereotipi del genere e li sbeffeggia con intelligente e delicata ironia, ne fa un libro comico in cui niente va come dovrebbe.
La maggior parte della vicenda è narrata dal punto di vista del Signore Oscuro, anzi sarebbe meglio dire il futuro Signore del Male; già, perché Morden ha appena iniziato la sua ascesa al potere, e come gli ricordano il Libro e Dentaccio, ha ancora molto da imparare. I capitoli narrativi sono inframezzati da spezzoni del Manuale per Signori Oscuri, che Morden legge appena può. I consigli sono molto semplici, spiegati per bene, per evitare un altro fallimento come quello di un certo Signore Oscuro, davvero promettente, che mise tutto il suo potere in un anello, e poi fu così sciocco da perderlo. (Questo è solo uno dei tanti riferimenti ai “grandi classici” del fantasy che Dale, pur prendendo in giro, sembra ammirare profondamente). Se i clichè nell’aspetto e nel cerimoniale ci sono tutti (veste nera, come si conviene ad un vero cattivo, monologhi imperiosi, saccheggi), Morden non ha ancora l’animo Oscuro a sufficienza, e si accorgerà presto che dominare il mondo non è una faccenda per tutti.

Anche gli altri personaggi non sono da meno: un Eroe sanguinario e un po’ confuso sulle sue priorità, una spietata dragonessa, un Cancelliere amante della buona cucina, nonché la donna contesa tra l’Eroe e il Signore Oscuro, la popolana Griselda.
Griselda è uno dei personaggi migliori del romanzo, non solo perché stravolge completamente i canoni del fantasy (esteticamente e non), ma perché è una donna vera, che non ha paura di sporcarsi le mani, che non cade in deliquio davanti all’Eroe (anzi, lo lascia pure!). Griselda insulta, sbraita, picchia un Morden che, pur essendo il più temibile Signore Oscuro, non è in grado di difendersi da quella furia. E anche se una storia d’amore è inevitabile, Dale la tratta in un modo divertente e fuori dagli schemi. Niente smancerie, insomma: al massimo una sberla.

Il punto di forza di questo romanzo è proprio l’inaspettato, divertente stravolgimento degli eventi : il cattivo diventa l’eroe di una tragicommedia che ci spinge a dire che forse, non è stato ancora scritto proprio tutto.

E.