Finalmente è autunno||Book Tag

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Cari lettori occasionali, io amo l’autunno. 

Lo amo nonostante non esista più un autunno vero, divenuto nient’altro che un’umidiccio strascico di estate. (Tranne quest’anno. Quest’anno fa freschino. Freddino. Okay, fa freddo. Ma a me piace così.)

Lo amo nonostante sia il periodo in cui proliferano gli insetti che più odio sulla faccia della terra: cimici e cavallette. (Anche voi le odiate, vero? Perché non può esistere un essere umano che non ne sia infastidito. Mi rifiuto di crederlo!)

Lo amavo nonostante fosse il periodo in cui iniziava la scuola. (Perché in fondo a me iniziare la scuola piaceva!)

Lo amo ora perché finalmente, dopo l’odioso caldo estivo, ci si può mettere addosso un maglione e le ciabatte e si può dormire con addosso una coperta e tutto diventa più bello.

E poi ci sono il mio compleanno e Halloween, due dei miei momenti preferiti dell’anno nonostante quasi non festeggi il primo e il secondo sia essenzialmente una scusa per addobbare tutta la camera di arancione e comprare chincaglierie a tema inutili ma assolutamente imprescindibili.

Ma insomma, perché siamo qui? Perché voglio proporvi la versione scritta di un tag che ho visto nel canale di Erika (thediaryofabibliophile) e che voglio riproporre anche in versione video.

Come avrete intuito dal titolo, si tratta di un tag ispirato all’autunno, e per tutti i motivi di cui sopra non potevo esimermi dal proporvelo. Quindi ecco qua.

Pronti? Via.

1) In autunno l’aria è fresca e croccante: un libro con un’ambientazione molto vivida. 

Se vi dico “Parigi a volo d’uccello”, cosa vi viene in mente? Esatto, Victor Hugo e il suo “Notre Dame de Paris”.

Il romanzo in sé è un capolavoro della letteratura e un’opera che ho amato moltissimo ma il motivo per cui l’ho scelto è che Hugo si prende la briga e il tempo di inserire all’interno della narrazione capitoli interi chiamati appunto “Parigi a volo d’uccello”, che sono lunghissime e dettagliatissime descrizioni di Parigi vista dall’alto. Ora, “Notre Dame de Paris” ha molti altri pregi, ma sfido chiunque a leggerlo e a non percepire quasi sotto le suole ogni singolo ciottolo delle strade della città.

Un altro esempio di romanzo in cui l’ambientazione è molto vivida è senza dubbio “Profumo” di Patrick Süskind.

Qui, è tutto molto più strano, perché il protagonista, Jean Baptiste Grenuille ha il dono di un olfatto straordinario che lui utilizza per capire il mondo intorno a sé. Quindi l’intera narrazione, l’intero mondo di Jean Baptiste, è filtrato attraverso gli odori che emana e per me, che per via di un problema al naso gli odori riesco a sentirli solo a tratti, “Profumo” ha un fascino incredibile.

2) La natura è meravigliosa ma sta anche morendo: un libro meravigliosamente scritto ma che tratti anche di argomenti pesanti, come la perdita o la morte.

Il libro che mi è venuto in mente appena ho letto questa domanda è stato “Sette minuti dopo la mezzanotte”, di Patrick Ness e Siobhan Dowd. Ne ho già scritto una recensione, che potrete leggere cliccando qui.

3) L’autunno segna anche il ritorno a scuola: un libro di non fiction che ti ha insegnato qualcosa.

Non sono una gran lettrice di non-fiction (quindi di saggistica o di biografie o comunque di libri che raccontano storie realmente accadute) perché ne sono parzialmente spaventata, perché ho la convinzione (pregiudizievole, lo so, e dettata da una cronica insicurezza, ma pur sempre presente) di non essere in grado di capire o di affrontare con la dovuta concentrazione il contenuto di questi libri.

Ovviamente ho dovuto leggerne parecchi per l’università, per la tesi e per interessi personali che volevo approfondire, ma qui ve ne cito due, piuttosto leggeri e piacevoli, che mi hanno stupita e in parte aiutata.

Il primo ve lo citai già in un tag precedente e si tratta di “Omicidio a Road Hill House” di Kate Summerscale.

In questo caso, l’autrice sfrutta un fatto di cronaca realmente accaduto, l’omicidio del piccolo Seville Kent ad opera di sua sorella, per raccontare l’ascesa della divisione investigativa della polizia inglese. I primi “detectives”.

Il secondo è “Big magic” di Elizabeth Gilbert.

Ne ho già scritto una recensione, che potrete leggere cliccando qui.

Questo libro, all’apparenza niente più che un manuale di self-help, ha giocato un ruolo fondamentale nei mesi precedenti alla mia decisione di immolare il mio racconto sull’altare dell’editoria. Avevo questo manoscritto finito, bastava apporre qualche correzione e sarebbe stato abbastanza buono da essere preso in considerazione. Forse. Ero indecisa, come al solito mi dicevo che nessuno mi avrebbe presa in considerazione, perché è quello che mi succede sempre. E leggere questo libro mi ha dato una spinta, mi ha fatto capire che invece valeva la pena buttarsi e che dire, è andata bene.

4) Il miglior modo di tenersi caldi è stare con le persone che si amano: una famiglia/casata/gruppo di amici (di finzione) di cui vorresti fare parte.

Niente Harry Potter per me (comunque, entrerei in Serpeverde, la mia gloriosa casa), niente Game of Thrones (dove comunque non tengo per nessuna famiglia in particolare, se non forse i Lannister) e niente campi di allenamento per mezzosangue o distretti, eccetera.

Se dovessi far parte di un “gruppo” letterario, farei parte della sgangheratissima famiglia Hazard, ovvero l’involutissima e genealogicamente complessa stirpe da cui hanno avuto origine le gemelle Nora e Dora Chance, protagoniste di “Figlie sagge” di Angela Carter. 

Poi in verità se facessi davvero parte di quella famiglia, probabilmente sarei figlia di mia cugina e sposerei il mio fratello gemello che in realtà credo essere il garzone del lattaio… but still. Sono una grande, squinternata famiglia e io li adoro.

5) Le coloratissime foglie che si ammucchiano sul terreno: mostra una pila di libri con copertine dai colori autunnali.

Qui mi faccio un po’ autoreferenziale e vi sparo una galleria di foto artistiche ad opera di me medesima.

 

Natura morta con libri o l’artista che cerca di imitare una bookstagrammer americana ma quelle ci hanno i set professionali e sembra non facciano altro nella vita che scattare foto perfette dei loro libri.

6) L’autunno è il momento perfetto per raccontare storie attorno al fuoco: un libro dove qualcuno racconta una storia.

Di getto mi verrebbe da dire “Cuore d’inchiostro”, di Cornelia Funke, ma ponderando un po’ più attentamente la questione sono approdata su altri due libri.

Il primo è nientemeno che “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood. Infatti, il libro è narrato in prima persona da June, la nostra protagonista, che a quanto pare ha inciso la sua storia su delle audiocassette. Quindi, a tutti gli effetti, c’è qualcuno che sta raccontando una storia.

Il secondo è “Dell’amore e di altri demoni” Gabriel Garcia Marquez. Qui la storia raccontata è quella di Sierva Maria De Todos Los Angeles, una ragazzina dai lunghi capelli rossi, rinchiusa in un convento contro la sua volontà e creduta indemoniata e l’occasione è quella del ritrovamento della sua tomba e del suo piccolo scheletro a cui non hanno mai smesso di crescere i capelli. Un romanzo di una bellezza sopraffina, malinconico ma anche graffiante.

7) Le notti sono più buie: un libro noir, oscuro e inquietante.

Sicuramente “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson, parecchio conosciuta qui nell’Internet principalmente per via di “Abbiamo sempre vissuto nel castello”. In entrambi i casi abbiamo un thriller-horror psicologico, che gioca con gli stilemi del genere allo scopo principale di scavare all’interno della mente umana.

Utilizza l’espediente narrativo della casa infestata anche “I custodi di Slade House”, di David Mitchell, lo stesso autore di Cloud Atlas. In questo, gli spettri di due gemelli infestano una casa e la sfruttano per attirare persone e nutrirsi delle anime dei vivi. L’atmosfera è tesa, inquietante e l’ho apprezzato molto.

Il terzo romanzo è il libro per ragazzi più sinistro che abbia mai letto e sto parlando di “Coraline” di Neil Gaiman.

Dubito che abbia bisogno di presentazioni. In ogni caso, si tratta della storia della piccola Coraline, una ragazzina appena trasferita in una nuova casa e che si sente trascurata dai genitori. Un giorno, scopre una porcina e al di là, un mondo bellissimo dove una replica dei suoi genitori la tratta in modo amorevole e le lascia fare tutto quello che vuole. Coraline vorrebbe rimanere lì, in quel mondo perfetto. L’unica cosa che deve fare è scambiare i propri occhi con dei bottoni…

Come scritto nella prefazione del libro stesso, Coraline è in grado di provocare due tipi di reazioni, a seconda del pubblico che lo legge: i ragazzini sono convinti che la protagonista non corra alcun rischio e percepiscono tutto ciò che le accade come prove da superare per vincere, come nel più classico dei viaggi dell’eroe, mentre gli adulti si attiva un ansiogeno senso di allerta perché essi percepiscono e si rendono conto dei pericoli che corre la protagonista e di quanto in effetti sfiori la morte. Consigliato anche il film, sempre estremamente inquietante.

8) Le giornate si fanno più fredde: un libro corto che scalda il cuore.

Per quanto sia una scelta strana, dico “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace.

Perché? Perché mi ha fatta sentire meno sola nel mio essere un pochettino (molto) asociale. Tutto qui. Un libro non è solo il suo contenuto ma anche quello che fa provare a un lettore, giusto? E questo è quello che ho provato io. Period.

9) L’autunno fortunatamente torna ogni anno: uno dei tuoi libri preferiti che vorresti tornasse presto.

Questa domanda è un po’ truffaldina e non si capisce bene cosa intenda. Da quanto ho capito io, si riferisce a un libro che ti è piaciuto e vorresti vedere rivisitato in qualche modo oppure ristampato. Io invece la interpreto in un altro modo e la intendo come: un autore che vorresti scrivesse un nuovo libro. Io dico Angela Carter. Quanto vorrei che quella donna potesse scrivere dei giorni nostri. Ne andrebbe pazza, senza dubbio.

10) Condividi la gioia autunnale e tagga qualcuno!

Io passo la patata bollente a:

https://aven90.wordpress.com/

https://millesplendidilibri.wordpress.com/

https://illettorecurioso.com/

https://readsavread.com/

https://nuoviorizzontiblog.wordpress.com/

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https://lalibraia.it/

https://blogleggeretisalva.wordpress.com/

https://giuliaeffe.com/

 

 

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L’albero delle bugie, di Frances Hardinge

Edito: Mondadori

Pagine: 415

Prezzo: 11, 50 euro

Link: http://amzn.to/2xSTDYE

 

Fin da quando era piccola Faith ha imparato a nascondere dietro le buone maniere la sua intelligenza acuta e ardente: nell’Inghilterra vittoriana questo è ciò che devono fare le brave signorine. Figlia del reverendo Sunderly, esperto studioso di fossili, Faith deve fingere di non essere attratta dai misteri della scienza, di non avere fame di conoscenza, di non sognare la libertà. Tutto cambia dopo la morte del padre: frugando tra oggetti e documenti misteriosi, Faith scopre l’esistenza di un albero incredibile, che si nutre di bugie per dar vita a frutti magici capaci di rivelare segreti. È proprio grazie al potere oscuro di questo albero che Faith fa esplodere il coraggio e la rabbia covati per anni, alla ricerca della verità e del suo posto nel mondo.

Partiamo da un presupposto: non credo sia corretto dare in pasto ai ragazzi, per il semplice motivo che sono -appunto- ragazzi, romanzi scontati e sempliciotti, dalla prosa piatta e banale e popolati di protagonisti insipidi e tristemente privi di sfumature. Per fortuna, questo libro non lo fa.

Al contrario, con una prosa lineare ma ricca e ben costruita, Frances Hardinge racconta una storia di crescita dalle tinte oscure, in cui una protagonista all’apparenza mite e anonima cova nell’animo l’aspirazione di seguire le orme paterne e diventare una naturalista e una scienziata.

Il suo sogno però sembra irrealizzabile, perché diventare naturalista e sceinziata, partecipare a scavi archeologici, viaggiare per il mondo sono tutte cose precluse alle donne nell’Inghilterra di fine Ottocento.

Così l’intelligenza e la curiosità di Faith vengono costantemente ignorate e messa da parte, quasi fossero attributi disdicevoli di cui lei dovrebbe vergognarsi, e ogni suo tentativo di timida affermazione è messo tristemente in ombra dalla presenza del fratellino, ancora ingenuo e per nulla brillante… ma maschio.

Quindi non importa che Faith sia più abile e che mostri un’attitudine alla scienza che il piccolo Howard non possiede: lei è una donna e in quanto tale nient’altro che un peso economico che non darà mai lustro alla famiglia e per questo ciò che ci si aspetta da lei non sono genio e intraprendenza ma mite e devota accondiscendenza.

Almeno, questo è ciò che sbraita il Reverendo Sunderly, padre della protagonista, quando lei afferma e difende la propria intelligenza e il proprio diritto a seguire la sua passione.

Ma io sono intelligente.

È questa rivelazione riguardo al proprio ruolo nel mondo più che la subito successiva morte del padre a segnare la svolta nella narrazione e a dividere nettamente a metà il romanzo.

Nella prima parte, l’atmosfera è tesa, nervosa, asfittica. Faith è un fascio di rabbia repressa, speranza, impotenza. È un’adolescente ancora costretta nei propri abiti da bambina, relegata in un angolo. Una presenza dimenticabile che sente su di sé tutto il peso della propria trascurabilità.

Nella seconda parte, invece, Faith diventa un fantasma vendicativo. Per nutrire e studiare lo strano e inquietante esemplare botanico nascosto dal padre e causa probabile della sua morte, Faith indaga su quello che ritiene un caso di omicidio, mente, manipola, sfrutta, scappa di casa la notte, prende il mare da sola, sfida le proprie paure e i limiti imposti dalla società su di lei e si spinge sempre più avanti fino a mettersi in pericolo.

Ma sono quest’avventura, la sua determinazione, i suoi inganni e le sue manipolazioni, che permettono a Faith può dare prova della propria forza e arguzia, delle proprie capacità, intraprendendo un percorso che la porterà ad uscire da quei vestiti da bambina e da quella devozione all’idea paterna, specchio delle rigide norme sociali.

Voglio essere un cattivo esempio.

Ho davvero apprezzato questo romanzo e due dei motivi sono la costruzione del personaggio di Faith e la coerenza dell’autrice nel narrarlo.

Quante volte un personaggio viene descritto come geniale o malvagio o coraggioso ma si rivela poi un goffo piagnucolone arrogante spesso senza alcun motivo valido per fare quello che fa? Faith invece compie un’evoluzione possibile, rilascia un potenziale che era già dentro di lei e che si manifesta in un’accesa caparbietà e nello sfruttare le proprie risorse piuttosto che in immensi poteri cosmici o in exploit di violenza. E nonostante tutto, nonostante la propria evoluzione, Faith rimane comunque sé stessa.

Anche i personaggi di contorno sono apprezzabili. Tratteggiati con meno attenzione di Faith ma comunque interessanti, apprezzabili (a parte Jeanne, Jeanne doveva morire male) e abbastanza approfonditi da poter legare con loro e capire le loro motivazioni. Un fattore questo che rende il romanzo molto godibile e sostiene il ritmo più disteso della prima parte, creando un solido contesto.

“L’albero delle bugie” è dunque un racconto sulle conseguenze disastrose della disonestà e delle menzogne e sulla loro pericolosità e sulla loro natura contagiosa. “Dai loro una bugia in cui siano disposti a credere”, è questa la regola per nutrire l’albero. Seguendola, nutrendo la gente di bugie -gente prontissima a bersele!- Faith, e suo padre prima di lei, mettono in circolo e vengono schiacciati dal peso dell’entità da loro creata e cresciuta a dismisura, proprio come l’albero che se ne nutre.

Ma è anche un racconto di formazione e di presa di coscienza. Bisogna avere il coraggio di essere ciò che si è, non si può ignorare la propria natura, perché ignorare le proprie passioni provoca più danni che benefici.


Voto:

4,5 2000px-White_Stars_1 su 5: Intrigante


Lo consiglio a:

  • Chi vuole leggere un libro ad alto coefficiente girl power;
  • Agli adolescenti in generale, fascia 13-18 anni;
  • A chi ama i racconti ottocenteschi, con ville a picco sull’oceano e paesani ostili;
  • A chi ama i racconti misteriosi;
  • A tutti, perché sarà un libro per ragazzi ma lo possono leggere anche gli adulti.

 

 

 




L’ultima sera di Hattie Hoffman, di Mindy Mejia

Una ragazza viene trovata morta in un granaio. Si tratta di Hattie Hoffman, studentessa brillante e aspirante attrice. Qualcuno l’ha pugnalata e le ha deturpato il volto. Lo sceriffo Del indaga sul caso, svelando poco alla volta cosa è accaduto nel corso dell’ultima sera in cui Hattie era ancora in vita ma per farlo dovrà portare alla luce qualcosa che nessuno avrebbe mai sospettato…

 

 

Hattie Hoffman è un’adolescente di campagna che sogna la città. Ha un talento per la recitazione e vuole metterlo a frutto a New York, dove sogna di trasferirsi appena terminata la scuola nonostante la disapprovazione dei suoi, che in ogni caso l’adorano. Nel frattempo, si annoia nel suo paesino di provincia, passa il suo tempo a lavorare come commessa e partecipa alle piccole produzione teatrali delle vicine cittadine.

Quello di Hattie però non è semplice talento né quella di diventare un’attrice è una semplice aspirazione. La recitazione è parte di lei, è penetrata così profondamente che la vera Hattie non viene mai alla luce, perennemente coperta dalle sue maschere. La sua personalità è qualcosa che oscilla e si adatta a chiunque lei si trovi di fronte. Hattie riesce a capire cosa gli altri vogliono da lei e a metterlo in scena, con lo scopo ultimo di riuscire ad ottenere tutto quello che vuole. Approvazione per lo più, amore, ammirazione.

Io ti osservo, sai? Al mattino presto confabuli con Portia, assecondi le sue idee ridicole, le propini una stronzata dopo l’altra. All’ora di pranzo ti lasci mettere le mani addosso da Tommy, arrossisci e ridi come una sciocchina. Non c’è un solo insegnante di cui non cerchi di accattivarti le simpatie, e ognuno di loro è convinto che sceglierai una facoltà legata alla sua materia. Ma la cosa incredibile è che niente di tutto questo ti disturba. Tu dici di recitare e basta, ma è come se ti sbriciolassi in mille pezzi, e appena scopro un nuovo frammento di te, svanisci di nuovo nel nulla, ti trasformi in qualcun altro, in un’intera folla di qualcun altri, e io resto lì a domandarmi se esista veramente una Hattie Hoffman.

Tra ricercare l’approvazione altrui e la manipolazione il passo è breve e Hattie lo compie di slancio, con tutta la sicurezza di una ragazzina che si crede un’adulta e guarda al futuro (che è un futuro prossimo per lo più o quasi immediato, mentre il futuro-futuro le appare come una nebbia rosea di successi e cose bellissime) con la spavalda inconsapevolezza degli adolescenti. Senza pensarci due volte, con una facilità e una freddezza che sfiorano la sociopatia, Hattie diventa la principessa della scuola, la bimba del suo papà, l’amica perfetta, la ragazza ideale di un muscoloso giocatore di football e la femme fatale.

Anche il professor Lund non resiste al fascino di questa ragazza così diversa dai suoi compagni. Lui è un giovane insegnante che si è appena trasferito dalla città alla campagna per seguire la moglie, la quale vuole accudire la coriacea madre malata. Cittadino nel cuore, vegetariano, amante dei libri, a Peter la campagna, per quanto vasta, sta molto stretta. Lui sogna ancora la città, le abitudini che aveva prima di trasferirsi, il teatro, il cinema, i locali…

È la frustrazione che lo fa approdare su Hattie, che come lui sogna di andarsene da quel posto troppo piccolo per lei, troppo poco speciale. In pure stile Henry Quebert, Hattie finisce per diventare l’incarnazione di quello che Peter vuole e che non ha più: la vitalità, la vita cittadina, le attenzioni, l’ammirazione, il sesso, l’entusiasmo, ma soprattutto la spensieratezza.

Perché Peter Lund in fin dei conti è un pusillanime, spaventato dalle responsabilità, oppresso da quella che credere essere una vita pessima, incapace di adattarsi ma allo stesso modo incapace di essere abbastanza risoluto da staccarsi da ciò che è venuto ad odiare. È un esserino così poco volitivo che nonostante sia un adulto che consapevolmente intreccia un rapporto con un’allieva, che tradisce la moglie ed mente alla polizia, è difficile provare qualcos’altro nei suoi confronti se non pietà. Quella pietà che si riserva agli inetti.

Nonostante la sua scarsa fibra morale, Peter riesce comunque a sentirsi in colpa per la propria debolezza e la colpa è decisamente l’elemento cardine della vicenda insieme a ciò che la scatena: il desiderio. O almeno è questa la spiegazione che fornisce Lund stesso (agli altri ma anche a sé stesso) prima della messa in scena di Macbeth, recita in cui Hattie è la stella, Lady Macbeth, “quella che fa scorrere il sangue”.

Si instaura quindi un parallelismo tra la vicenda di Macbeth e quella che vede implicati Hattie e il professor Lund. Hattie è la manipolatrice che tira le fila, che porta le persone a fare cose che in condizioni normali non farebbero. Gli altri sono solo delle pedine, più o meno inermi, da muovere per ottenere ciò che vuole.

L’aspetto migliore di questo romanzo è sicuramente l’ampio spazio dedicato all’introspezione dei personaggi. Tre punti di vista si alternano in uno spietato conto alla rovescia e tengono ancorata l’attenzione del lettore, scoprendo indizi poco alla volta, ricollegando fatti accaduti in modo sottile e intelligente e soprattutto scavando nelle motivazioni dei personaggi.

Ma i narratori si rivelano decisamente inaffidabili. Hattie restituisce il punto di vista di un’adolescente intelligente e scaltra ma necessariamente mancante in esperienza. È risoluta ma troppo fiduciosa e troppo superficiale, affetta da una sorta di complesso di superiorità che le fa credere di essere migliore di tutti gli altri, che nessuno sia alla sua altezza. Che le fa credere di amare e di poter amare solo Peter Lund e che lui, in virtù di questo privilegio, dovrebbe abbandonare tutto.

Peter è un uomo debole e incapace di affrontare la realtà. Ha suscitato in me diverse riflessioni sul cosa lo abbia spinto a credere di essere innamorato (non attratto, proprio innamorato) della ragazza ma ho supposto che si fosse convinto di esserlo in modo tale da avere la coscienza assolta, oppure che lo fosse in quanto desideroso di avere ciò che gli mancava e che lei in qualche modo incarnava.

Infine, lo sceriffo Del, un’interpunzione di razionalità tra i due deliranti punti di vista dei due veri protagonisti della vicenda. Del è un uomo tutto d’un pezzo, che conosceva Hattie da quando era bambina ed è molto amico di suo padre. Vuole scoprire la verità ma non esclude che Hattie potesse avere dei segreti né la assolve né assolve Lund. Del è la voce della ragione, che pur provando tristezza e compassione per la morte della ragazza vuole prima di tutto risolvere il caso. Anche se in effetti si può dire che sia il destino a risolvere tutto, la divina provvidenza.

Anche il lettore, come Del, è spinto a non assolvere le colpe laddove presenti, ma a provare comunque compassione per questi individui che, in qualche modo, consapevolmente o meno, si sono uccisi a vicenda.

In conclusione, ho apprezzato molto questo romanzo che mi ha intrattenuta e mi ha dato anche molto da pensare. Non credevo avrei trovato una così ben gestita introspezione e dei personaggi così bel cesellati nonostante rispondano in parte a degli stereotipi. La  considero la prova che in mano a qualcuno di capace, anche i clichés possono risultare interessanti.

La vicenda “gialla” ha degli alti e bassi, dei ritardi inspiegabili, ma allo stesso tempo mantiene per tutto il tempo una dimensione umana che me l’ha fatta apprezzare. “Non è come nei film” dice il medico legale, “possono passare mesi prima che analizzino il tuo campione.” In realtà, non importa tanto chi abbia ucciso Hattie deturpandole il volto, ma perché. E così le indagini non sono una frenetica corsa contro il tempo ma una lenta presa di coscienza.


Pagelle:

Voto al romanzo:2000px-White_Stars_1 su 5 – Stella nascente

Voto al caso: 2000px-White_Stars_1 su 5 – Alla fine era proprio come pensavo…


Lo consiglio a:

  • Chi ama la narrazione suddivisa in punti di vista;
  • Chi ama le vicende criminose con una buona dose di introspezione psicologica;
  • Chi vuole diventare un’attrice;
  • Chi ha una giovane amante;
  • Chi è sociopatico.

Avevate già letto questo libro? Vi ho incuriositi? Fatemelo sapere con un commento.

Un bacio in fronte,

G.


#ICinque: Romanzi giapponesi

Gli autori giapponesi sono spesso materia di venerazione per gli appassionati d’oriente e certamente di fascinazione per chi è più semplicemente incuriosito dalla cultura nipponica.

Tuttavia, come spesso accade, quando si parla di letteratura straniera (specialmente se talmente lontana da noi da rappresentare quasi una letteratura di nicchia) è sempre pronta in agguato la trappola della sineddoche (o metonimia, vabbè): scambiare una parte per il tutto. In questo caso, scambiare Murakami per tutta la produzione letteraria giapponese. Spesso mi capita di sentire frasi di questo genere: «Mi piace molto la letteratura asiatica, ho letto un sacco di Murakami», e ne rimango turbata.

D’accordo, il buon Haruki ha praticamente il proprio scaffale riservato all’interno di ogni libreria italiana e se vuoi trovare qualche altro autore lo devi proprio andare a cercare col lumino, cosicché un cliente medio è indotto a pensare che questo sia tutto ciò che il Giappone ha da offrire, ma voi e io sappiamo che questo non è vero e infatti oggi sono qui per consigliarvi cinque letture (più qualche menzione speciale) provenienti dalla terra del sol levante.

Pronti? Via.

4141t7wa73l-_sx316_bo1204203200_Sotto la foresta di ciliegi in fiore, di Ango Sakaguchi

Marsilio

Pagine: 154

Prezzo: 14 euro

Link Amazon: http://amzn.to/2wEft1t

I quattro racconti qui presentati, scritti tra il 1938 e il 1952, si collocano a metà strada fra leggenda e allegoria, ma al di là della presenza di esseri soprannaturali e delle convenzioni che permettono di collocarli nel «modo» fantastico di intendere la letteratura, essi condividono una tesi di fondo: la solitudine totale, irrecuperabile dell’uomo. Nel racconto Sotto la foresta di ciliegi in fiore, di questa solitudine si fanno simbolo visibile gli alberi fioriti, bellissimi e misteriosi, capaci di offuscare la mente umana e di ridurla alla disperazione con l’angoscioso silenzio che regna sotto i loro rami. Al fascino inquietante e distruttivo dei ciliegi fa da contrappunto la bellezza assoluta e perversa della donna, la sua familiarità con la morte, l’equazione, subito percepibile, che si viene a creare fra il suo sorriso e il gelo che si stende implacabile sotto gli alberi di ciliegio in pieno rigoglio. Nei quattro racconti, una straordinaria forza immaginativa si mescola con il gusto per il grottesco e il macabro, l’innocenza diviene perversione, la bellezza mostruosità demoniaca, l’annientamento unica possibilità di sollievo alla disperazione.

Un breve romanzo che coniuga bellezza, crudeltà e follia. Vi consiglio di vedere anche il film omonimo, un piccolo capolavoro apparentemente semi-sconosciuto.

41n8ykx7s3l-_sx304_bo1204203200_Le strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, di Dale Furutani

Marcos Y Marcos

Pagine: 256

Prezzo: 15 euro

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Per tre anni Sherlock Holmes sparisce dalla scena; in fuga dal cattivo Moriarty, si rifugia in Asia. E che combina il detective irrequieto in quei tre lunghi anni? Se ne sapeva poco o nulla, quando una vecchina bussa alla porta di Furutani e gli dona un cofanetto dai meravigliosi intagli. Dentro ci sono quaderni fitti di scritte: gli appunti del dottor Watanabe, medico giapponese di campagna. In questi appunti difficili da decifrare e un po’ confusi, Watanabe racconta l’incontro più strano della vita, quello con lo straniero bizzarro e affascinante che per un anno ospiterà a casa sua, dividendo con lui molte avventure. Watanabe non conoscerà mai l’identità dello spilungone che tanto lo sconcerta. Sherlock Holmes viaggia in incognito, sotto falso nome. Ma per un anno, con il suo approccio anomalo e geniale, aiuterà il dottor Watanabe, uomo di immenso buon senso e poca fantasia, a risolvere i tanti casi della vita che giungono fatalmente nello studio di un bravo medico di campagna. di sapienze orientali e intuito occidentale, una lettura deliziosa da assaporare goccia a goccia.

Il dottor Watanabe deve ospitare uno strambo ma geniale gaijin venuto da chissà dove. Di questo libro ho già parlato in precedenza e vi lascio la recensione qui. L’ho anche annoverato tra le mie migliori letture del 2016, in uno dei miei primissimi video, che vi lascio qui sotto.

41n2bjc2kexl-_sx322_bo1204203200_Confessions, di Minato Kanae

Giano

Pagine: 270

Prezzo: 14,90 euro

Link Amazon: http://amzn.to/2wEaGNr

La rivelazione è di quelle agghiaccianti, soprattutto se a farla è una giovane professoressa che ha da poco perso la sua bambina e ad ascoltarla sono i suoi alunni, la classe alla quale Moriguchi Yuko rivolge un discorso di addio: “La mia Manami non è morta accidentalmente; è stata uccisa da qualcuno di voi”. La figlia dell’insegnante di scienze aveva quattro anni quando, un mese prima della fine dell’anno scolastico alla scuola media, in una cittadina del Giappone, è stata trovata morta nella piscina dell’istituto. A causa di quello che tutti hanno ritenuto un incidente, la madre ha deciso di abbandonare per sempre il suo lavoro. Freddamente, quasi scientificamente definendoli A e B, la professoressa rende identificabili ai compagni i due ragazzi e rivela la sua scoperta di come essi abbiano premeditato e compiuto l’omicidio di una bambina indifesa. Inoltre, con altrettanta freddezza, l’insegnante comunica la sua decisione: non ha intenzione di denunciare i due assassini alla polizia. Ha invece già messo in atto una personale vendetta, atroce e immediata ma escogitata in modo che le devastanti conseguenze si manifestino lentamente, affinché i giovani criminali abbiano il tempo di pentirsi e trascorrere il resto dei loro giorni sopportando il fardello della colpa di cui si sono macchiati. Nelle settimane successive, attraverso un diario, un blog, una lettera, appare in tutta la sua spaventosa portata il perché del gesto compiuto da Nao e Shuya.

Un libro crudo e crudele, che mostra una realtà di alienazione e violenza per noi quasi impensabile ma tuttavia presente nel pacato, rispettoso, formalissimo Giappone. Il marcio in Danimarca, per capirci, il prezzo da pagare per l’ordine. Ne hanno tratto anche un film meraviglioso e sconcertante, che porta lo stesso titolo. 

51msmruibyl-_sx317_bo1204203200_Rashōmon e/o Nel boschetto, di Ryunosuke Akutagawa

Einaudi

Pagine: 267

Prezzo: 18 euro

Link Amazon: http://amzn.to/2iwqxHD

Il naso, Nel bosco, Rashomon e molti altri racconti, capolavori di melanconia e struggimento giapponesi. Racconti celeberrimi nei quali fluisce il suggestivo immaginario di Akutagawa, popolato da shogun e preti, vagabondi e contadini. Quello di un mondo che osserva con rammarico la decadenza dei valori della tradizione e tenta vanamente di opporsi allo spirito moderno che si stava diffondendo in Giappone.

Da questi due racconti Akira Kurosawa trasse quel capolavoro che è Rashōmon, film del 1950. In esso, il racconto “Rashōmon” fa da cornice alla vicenda, la cui sostanza è ispirata invece a “Nel boschetto”. Se il primo parla di miseria e sopravvivenza, il secondo ricama sulla natura relativa della verità. Due capolavori che dovete recuperare assolutamente.

513njivleol-_sx318_bo1204203200_Japanese Tales of Mystery and Imagination, di Edogawa Ranpo

Pagine: 222

Prezzo: 11,45 euro

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Dice Amazon:

Japanese Tales of Mystery & Imagination contains nine bloodcurdling tales by the author who is widely regarded as the father of Japanese mystery writing and Japan’s answer to Edgar Allan Poe. The chilling stories in this book present a genre of literature largely unknown to readers outside Japan and combine the quick tempo of Western fiction with the rich fantasy of the East. These spine-tingling tales include the strange story of a quadruple amputee and his perverse wife; the record of a man who creates a mysterious chamber of mirrors and discovers hidden pleasures within; the morbid confessions of a maniac who envisions a career of foolproof “psychological” murders; and the bizarre tale of a chair-maker who buries himself inside an armchair and enjoys the sordid “loves” of the women who sit on his handiwork. Lucid and packed with suspense, the stories of Edogawa Rampo have enthralled Japanese readers for over half a century.

Se guardavate Il detective Conan probabilmente il nome Edogawa vi suona familiare. Ebbene, Edogawa Ranpo, con i suoi racconti gialli, cruenti, misteriori e oscuri, fu l’equivalente di Edgar Allan Poe o di Arthur Conan Doyle per la letteratura giapponese. Un must per gli appassionati del genere. 

Menzioni d’onore:

31mpszjbp8l-_bo1204203200_Vita segreta del signore di Bushū, di Tanizaki Junichiro

Pagine: 158

Prezzo: 8,50 euro

Ambientata nel Giappone del XVI secolo, dilaniato dalle lotte intestine, questa vicenda in apparenza racconta di eserciti, samurai e castelli sotto assedio. Ma dietro tutto questo si nasconde qualche cosa di più e, a poco a poco, viene svelato il segreto accennato nel titolo del romanzo. Il protagonista, fin da ragazzo, aveva scoperto un aspetto occulto di sé, una componente masochista della propria sessualità così spiccata da rivelargli l’esistenza, all’interno del suo cuore, di un pozzo profondo dal cui bordo, “con le mani aggrappate all’orlo, aveva guardato nel fondo buio, rimanendo impaurito dalla vertiginosa profondità” che gli si spalancava davanti. L’episodio scatenante è quello in cui il giovane Terukatsu rimane sconvolto ed eccitato nel vedere una bellissima fanciulla che acconcia il cranio mozzato di un guerriero, secondo una consuetudine tipica del Giappone dei samurai: il sorprendente contrasto fra la chioma corvina del decapitato e il braccio candido della ragazza lo affascinerà al punto da desiderare di essere lui stesso al posto di quel cadavere. Da questo episodio che ha segnato la sua adolescenza si dipana la “tortuosa vita sessuale del nobiluomo”. Tanizaki cita nella prefazione un antico saggio cinese, secondo il quale “è più facile sconfiggere un bandito nascosto in montagna che non il male che è nascosto nel proprio cuore”. Attrazione e repulsione dunque per una fantasia erotica che permea di sé la vita del protagonista fino a diventare un’ossessione e un progetto esistenziale.

«Una delle cose più strane e belle che io abbia mai letto» dice una fonte affidabile interpellata prima della stesura di questa lista di consigli, così ho deciso di inserire anche questo titolo. Tanizaki è stato uno dei più grandi scrittori giapponesi, quindi è giusto che abbia il suo posto nell’elenco.

51f-rab2bnl-_sx324_bo1204203200_Racconti di pioggia e di luna, di Ueda Akinari

Marsilio

Pagine: 210

Prezzo: 15 euro

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Nove storie di fantasmi nelle quali Ueda Akinari riprende spunti cinesi e motivi del folclore, del romanzo e del teatro giapponesi, rielaborandoli in situazioni originali. Elementi che però sono solo parte dell’intuizione poetica e della capacità dell’autore di trasformare queste storie in racconti dove il ricorso al soprannaturale e la paura sono mitigati dalla poesia.

Dei bei racconti di fantasmi in stile nipponico, inquietanti e sottili.

Per chi ama la mitologia:


41-olpmjhtl-_sx328_bo1204203200_Kojiki, racconto di antichi eventi

Marsilio

Pagine: 171

Prezzo: 13 euro

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La storia del Giappone e della famiglia imperiale dalle mitiche origini al VII secolo: la nascita delle isole e delle divinità dei mari, dei monti e degli alberi; i miti e le leggende; le prime poesie d’amore; gli eroi spesso infelici e sconfitti; le storie di uomini solitari senza compromessi; le vicende documentate fino all’epoca in cui è scritto il testo.

A chi è appassionato di mitologia consiglio il Kojiki, romanzo della fondazione del potere imperiale, commissionato affinché certificasse la discendenza divina della stirpe di Yamato, legittimandone così la superiorità. Primo esempio di narrativa nipponica a noi pervenuto, da non perdere se volete leggere delle gesta di Susanoo, dio del vento e delle tempeste, gran burlone e progenitore della sacra stirpe nipponica.

41udeyv1qil-_sx307_bo1204203200_Storia del principe Genji, di Shikibu Murasaki

Einaudi

Pagine: 1430

Prezzo: 28 euro

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Negli ovattati appartamenti del gineceo dell’aristocrazia si svolge la storia delprincipe Genji, luminoso per intelligenza, cultura, bellezza: gli amori delle damedi corte, delle spose, e le lotte per il potere, nel piú importante romanzodella letteratura giapponese classica. Il Giappone dell’epoca Heian (IX-XII secolo): un paese chiuso, isolato dalcontinente asiatico, che contiene un altro paese chiuso, quello dell’aristocraziadi corte, al cui interno si trova il microcosmo delle nyobo, l’elite delle dame.

Nell’epoca Heian le dame di corte si annoiavano, così finirono per inventare i kana (l’alfabeto giapponese) e per comporre lunghi e articolati romanzi. Uno di questi è la storia del principe Genji, una narrazione epica e allo stesso tempo introspettiva. Lunghissimo ma interessante.


Allora, carissimi, conoscevate qualcuno di questi titoli? Vi incuriosiscono? Spero di sì.

Un bacio in fronte,

G.


The Coffee Book Tag

Salve a tutti, miei adorati lettori,

oggi vi propongo un tag ispirato al caffè che ho visto nel canale di Arianna Bonardi, una ragazza che io seguo dall’alba dei tempi e con cui condivido in buona parte i gusti letterari. Andate e seguite, cliccando qui.

Ma perché l’idea di fare questo tag mi è subito piaciuta? Perché sono dipendente dal caffè. Del tipo che mi scofano una moka da sei intera la mattina. Da sola. E quel che è peggio è che non mi basta neppure, perché dopo pranzo ho di nuovo sonno. Credo di aver bisogno di aiuto. Nel frattempo che io medito sui miei peccati, voi beccatevi il tag e magari, alla fine, fatemi sapere cosa ne pensate, della mia dipendenza, ma anche dei libri suggeriti.

1) Caffè Nero: Un libro difficile da digerire

3539806Se volete farvi strappare il cuoricino e farvelo ridurre in pezzettini piccoli piccoli, allora dovete proprio leggere “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness e Siobhan Dowd. Vi lascio la mia recensione qui. Facevo la dura, all’epoca, ma in realtà stavo piangendo tutte le mie lacrime. E io non piango facilmente.

 

 

 

 

 

Un altro mattoncino, a mio parere, è “Espiazione”, di Ian Mc Ewan. La rivelazione finale mi ha ucciso dentro e credo che non perdonerò mai Ian per quello che mi ha fatto.

 

 

 

 

 

 

 

2) Caffè macchiato: Un libro super famoso ma che hai apprezzato

Mi è subito venuto in mente “Le otto montagne”, di Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2017. Un bellissimo racconto di amicizia e natura e scoperta di sé stessi. E poi io sono una persona da montagna. Preferisco la quiete e l’imponenza dei monti al caldo affollamento delle spiagge.

 

 

 

 

 

3) Cioccolata calda: Il tuo libro preferito da bambino

Pensavate che vi avrei citato Harry Potter? E invece no. Ho altri titoli che mi sono rimasti nel cuoricino e di parecchio antecedenti al fenomeno potteriano.

Lavinia.jpgIl primo che mi viene in mente è “L’incredibile storia di Lavinia”, di Bianca Pitzorno. Una povera ragazzina, una piccola fiammiferaia sola tra le vide di una Milano ghiacciata, riceve da una fata un regalo molto speciale: un anello magico che le permette di trasformare ciò che desidera in… no, non ve lo dico, leggetelo! Una storia di simpatica vendetta nei confronti dell’indifferenza e della prepotenza, ma anche sui guai che il potere può provocare.

 

 

 

 

Sempre da piccolissima adorai “Gli sporcelli” di Roald Dahl, che penso non abbia bisogno di presentazione alcuna.

 

 

 

 

 

 

 

Un altro titolo che ricordo con enorme affetto è “Tostissimo!” di Domenica Luciani. Un libro che da ragazzina mi piacque moltissimo perché divertente e intelligente e anche per via del suo messaggio di rivalsa.

 

 

 

 

 

 

Il quarto titolo appartiene alla leggendaria collana del Battello a vapore e lo lessi alla soglia dell’adolescenza e si tratta de “All’ombra del pappagallo nero”, di Alan Temperley. Un giovane rigattiere di nome Silas trova sulla spiaggia una sirena. Qualcuno la vuole rapire, lui invece la vuole curare e difendere. Ricordo che lessi questo romanzo mentre ero in campeggio in spiaggia e che fu in parte colpa sua se mi sono innamorata delle storie marinaresche.

 

 

 

 

4) Espresso doppio: Un libro che ti ha tenuta incollata alle pagine

E qui, vi cito “Omicidio a Road Hill House” di Kate Summerscale. Questo saggio romanzato giaceva nella mia libreria da un bel po’ di tempo quando per caso mi imbattei proprio nel canale di Arianna (la ragazza da cui ho “copiato” questo tag) che ne parlava in termini affascinanti. Così, decisi di dedicarmici e ovviamente mi ci sono appassionata. Si tratta della cronaca, come già detto romanzata, di un famosissimo omicidio avvenuto in epoca vittoriana, ovvero quello del piccolo Seville Kent. L’ispettore inviato da Scotland Yard, Jack Whicher, utilizzò metodi di indagine innovativi. La sua figura e il suo metodo, ripresi dai grandi scrittori del tempo (Wilkie Collins, Charles Dickens, Arthur Conan Doyle…) ispireranno e confluiranno nelle grandi figure dei detective di fine Ottocento. Sì, anche in Sherlock.

 

Nel dubbio, vi lascio il video di Arianna che spiega certamente meglio di me.

 

 

5) Latte macchiato: Un libro lungo e pesante

Forse non mi crederete, ma Murakami non mi va giù. “Ma come? Sei laureata in giapponese e non ti piace Murakami?”. Eh già, la vita a volte è strana e paxxerella!11!. In ogni caso, non tutti i Murakami per me sono mattoni indigeribili. Quello che ho fatto fatica a finire è stato “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, che credo sia il preferito del mio ragazzo, che ora mi odierà. Scusa Jack. #SorryNotSorry #Yolo

Leggendo, avevo la netta impressione che Murakami non avesse la minima idea di dove andare a parare con la storia. Di questo autore preferisco di gran lunga “After Dark”. Ma i gusto so’ gusti.

 

 

6) Starbucks: Un libro che vedi ovunque

Facile: “L’amica geniale”, di Elena Ferrante. L’ho letto? No. Ho intenzione di farlo? Dio, no!

 

 

 

 

 

 

 

 

7) Caffetteria Hipster: Un autore sconosciuto

E qui è facile: me medesima! Non perderò mai l’occasione di spammarvi il mio libro. “Il blocco dello scrittore”. Anzi, sapete cosa? Vi link la review che ne fece Sara Cantoni tempo fa. Andate circa al minuto 18 e ci sono io 😀

 

 

 

 

 

 

 

Ma se volete che scelga uno scrittore più serio di me, che sono comunque serissima, vi cito un mio con-regionale di cui sento parlare meno di quanto meriterebbe: Matteo Strukul, autore de “I cavalieri del nord”, “La giostra dei fiori spezzati”, “La ballata di Mila” e al momento in libreria con la serie “I Medici”.

 

 

 

 

 

8) Decaffeinato: Un libro da cui ti aspettavi di più

“Tredici”, di Jay Asher. Il libro ha tante buone intenzioni ma è decisamente rivolto a un target giovane. Il linguaggio semplicissimo, la struttura narrativa, i personaggi appena abbozzati, non mi hanno fatto provare ciò che mi aspettavo. Il personaggio di Clay poi, è insulso.

 

 

 

 

 

 

9) La miscela perfetta: Il libro che ha tutti gli elementi che ti piacciono

Io sono un’anima antica e mi piacciono i classici inglesi vittoriani. “Il ritratto di Dorian Gray” è il mio libro preferito ma amo moltissimo anche Dracula, Frankenstein e tutti i loro cugini. Amo Dickens e Wilkie Collins e tutto ciò che riguarda antiche dimore e case desolate. Insomma, sono come Catherine di Northanger Abbey. Questo spiega perché ADORI quel romanzo.

 

 

 

 

 

 

Bene, ho finito. Spero di avervi dato qualche spunto di lettura e ovviamente mi piacerebbe sapere se avete letto qualcuno di questi titoli e se me ne consigliate qualcun altro!

 Ovviamente, consideratevi tutti taggati ma in particolare passo la patata bollente a:

http://www.erigibbi.it/

https://theimbranationgirl.wordpress.com/

https://giuliaeffe.com/

Un bacio in fronte a tutti e un buffetto affettuoso,

G.


#Rewind: il riassunto delle puntate precedenti

Salve a tutti, lettori occasionali.

Per quelli tra voi che sono stati pigri, ecco qui un bel ripasso di quello che è successo su questo blog e sul mio account Instagram durante questa settimana.

Siete pregati di recuperare diligentemente gli articoli in questione. Altrimenti, vengo a prendervi. Tanto so dove abitate.

Perché io so tutto.

Tutto.

No, scherzo, non so niente. Come Jon Snow (o Jon Targaryen?). Ma se volete fate un salto e lasciate una stellina, che a me fa piacere e ai miei neuroni provati anche. Vi basta cliccare sulle immagini per aprire gli articoli. Fascile fascile.

Ve se ama.

G.


keep

Domenica

Streghe, ricercatrici e omicidi di ragazze appassionate di occulto. Una storia di cattiveria e di riscatto al femminile.

keep

Mercoledì

Una ragazzina appassionata di veleni scopre un cadavere nell’orto di casa…

i cinque

Giovedì

Cinque libri brevi per chi ha il blocco del lettore e/o poco tempo per leggere e/o poca voglia di farlo

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Sabato

Tom Hardy è James Delaney, un uomo tornato dal nulla per vendicarsi e riprendersi ciò che gli spetta, ma non solo…

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Venerdì

Ho raggiunto i 1000 mi piace complessivi. Arriverò a 2000? Chi lo sa.

In Instagram invece va così. Cliccate qui se volete vedere il mio profilo. Quello che mi domando io è: come fanno quelle ragazze americane ad avere quei profili meravigliosi, con quelle foto perfette, tutte uguali, tutte studiatissime… Quanta pazienza? Quanti pochi impegni nella vita? Ma ne riparleremo, in una puntata de “Il lamento del lettore”, prossimamente su questi schermi.

 


#TiConsiglioUnaSerie: Taboo

TabooBelli de zia (che sarei io),

in questa calda estate bollente non sapete bene a quale serie dedicare la vostra serata? Vi siete già sciroppati tutto il catalogo Netflix e Amazon Prime e ora vi sentite orfani e senza uno scopo nella vita? Bene, sono qui per offrirvi una via di salvezza. A meno che, ovviamente, quello che vi sto per raccontare non lo conosciate già. In tal caso, dedicatevi a un libro e non rompete gli zebedei. (Guardacaso ne consiglio molti, di libri, in questo blog.)

Dunque, dicevamo: TABOO, una miniserie in otto puntate sfornata da una collaborazione tra BBC e l’americana FX, prodotta a livello esecutivo da nientemeno che Ridley Scott e ideata da Steven Knight (a cui dobbiamo, deo gratia, anche Peaky Blinders) e Tom Hardy. Sì. Quel Tom Hardy. L’attore. Il bonazzo. Che, non pago, fa anche il protagonista (nonché fulcro assoluto di tutta la narrazione). Come se non bastasse, in mezzo alla produzione c’è anche il padre di Tom. Tutto in famiglia, proprio.

E in effetti, la famiglia è un elemento piuttosto fondamentale di Taboo. Ma di cosa parla, in soldoni, sta cosa?, mi starete chiedendo. E io, che mi sto squagliando per il caldo, vi sparo la trama. Tiè:

Nel 1814 l’avventuriero James Keziah Delaney torna a Londra dopo aver passato molti anni in Africa. Dopo i funerali del padre, morto in oscure circostanze, James eredita l’intero patrimonio assieme alla baia di Nootka, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, un territorio la cui posizione strategica conferirebbe la possibilità di commerciare con l’oriente attraverso il Pacifico. Ben presto dovrà fare i conti con i suoi demoni ed il misterioso passato del padre, fronteggiando la potente Compagnia britannica delle Indie Orientali e la corona inglese, entrambe decise ad ottenere il possesso di Nootka tramite qualunque mezzo.

Insomma, ci sono tutta una serie di sottotrame che si intrecciano tra loro. C’è la storia di Tom Hardy che torna dagli inferi, cappottone, cilindro, capello rasato, sguardo selvaggio. Tutti lo credevano morto, ma in realtà lui ha passato gli ultimi dieci anni a imparare a fare lo stregone in giro per l’Africa. C’è la storia di Nootka, uno straccetto di terra grande da qui a lì ma strategicamente fondamentale, perché è una baia e perché si trova proprio nel mezzo tra i territori Statunitensi e quelli ancora in mano all’Inghilterra. C’è la storia della Compagnia delle Indie, cattivona come sempre, a cui quel territorio serve proprio e che mette in difficoltà il buon James (sì, cioè, Tom Hardy, che nella serie si chiama James Delaney, un nome che, pronunciato con l’accento inglese, diventa poesia pura), e poi c’è di nuovo la storia di lui che è sempre un passo avanti e ammazza e pianifica e sfrutta e inganna tutti come un Lord Ditocorto o un Tyrion Lannister prima che si mettesse al soldo della Danana.

Nonostante sia il protagonista, e quindi protetto da tutte le leggi che di solito proteggono i protagonisti, James è comunque un deciso anti-eroe. Anzi, quanto di più lontano da un eroe ci possa essere prima che questo diventi a tutti gli effetti un villain. È un uomo solitario, scontroso, lunatico, violento, freddo e calcolatore. Ha una sua dose di moralità certo ma ha anche le sue priorità, il suo piano, delle cose che vuole e farà tutto ciò che deve per prendersele. E poi è scaltro. Per tutta la durata della serie assistiamo al gioco che si instaura tra lui e la Compagnia e se anche la serie ci porta a tifare per James proprio in virtù della sua intelligenza, a ben pensarci si tratta di una lotta tra belve quasi alla pari. Eccezionali ma pur sempre, in qualche modo, due entità malvagie.

Gli altri personaggi che popolano la narrazione possono solo fare da contorno. Ognuno di loro corrisponde più o meno a una pedina, un elemento di cui James dispone a piacimento e senza che loro si rendano conto di nulla. Così la sorella, interpretata da Oona Chaplin, così il suo servo, così tutti gli altri.

L’ambientazione è certo un altro dei punti forti della serie. Londra è come sempre sporca, scura, fumosa. Casa di Delaney e il fascino decadente dei Docks fanno subito Dickens. Atmosfere da Jack lo squartatore, dunque, e mistero, molto. Perché James è tormentato dai fantasmi. I suoi, interiori, ma forse anche in senso letterale. Quello di sua madre, ad esempio, che continua ad apparirgli in sogno, e quelli degli schiavi prigionieri della nave il cui naufragio, si pensava, avesse ucciso anche lui…

Allora, vi ho incuriositi? Eh? Eh? Beh, se sì, ottimo e se no, peggio per voi, non saprete mai cosa vi perdete. Nonostante le mie scarse capacità persuasive la serie merita davvero e non lo dico solo io ma l’Internet e anche i critici competenti, non come me.

Dunque se deciderete di guardare Taboo e vi piacerà ricordatevi della zia G. e magari lasciate una stellina U.U

O almeno, lasciatela a Tom ignudo e tatuato. Tiè:

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XoXo

<

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Flavia De Luce e il delitto nel campo dei cetrioli, di Alan Bradley

 

Flavia de Luce, undici anni, esperta di veleni dalla lingua lunga, trova nell’orto di casa un uomo morente che le esala in faccia un’ultima parola, “Vale!”, prima di spirare definitivamente. Il problema è che Flavia aveva visto litigare quell’uomo con suo padre solo poche ore prima…

 

Questo è la scintilla che mette in moto un ingranaggio bene orchestrato, di stampo classico: ambientato in un contesto minore, in stile Miss Marple, con piccoli indizi disseminati lungo il percorso e una buona dose di intuizione (e fantasia, e fortuna a volte) a collegarli. Nonostante la giovane età, Flavia riesce a mettere insieme le tessere del puzzle e ad arrivare alla verità, se non prima, almeno in modo più efficace rispetto alla polizia.

Ma chi è Flavia De Luce? Nella serie creata da Alan Bradley a partire dal 2009 e attualmente pubblicata da Sellerio, i De Luce sono degli ormai ex-ricchi che tuttavia continuano a vivere nella vecchia magione di famiglia, Backshaw, nei pressi del paesino di Bishop Lacey. Il padre, colonnello, filatelico, malinconico, è una presenza silenziosa ma tutt’altro che marginale. Per quanto non parli molto né si sappia molto di lui, il suo personaggio è al cuore della vicenda e una parte fondamentale nella vita delle sue tre figlie.

Ophelia e Daphne sono le sorelle maggiori di Flavia. La prima, bellissima e portata per la musica, la seconda un topo di biblioteca con il sogno di diventare scrittrice. Personaggi comici e tendenzialmente sgradevoli, le sorelle di Flavia rimangono sempre marginali rispetto al campo visivo del racconto, tutto concentrato sulla protagonista, i suoi rimuginii e i suoi esperimenti. Le loro incursioni nella trama avvengono principalmente per mettere in atto qualche ingegnoso dispetto o come oggetto delle battute al vetriolo della ragazzina.

I dispetti, comunque, non se li risparmia nemmeno la nostra protagonista. Con la sua passione per la chimica e i veleni, Flavia è un’inesauribile fonte di idee e risorse, a volte spese per il bene della giustizia, a volte per tornaconto personale.

Questo è in effetti uno degli elementi che mi è piaciuto di più. Flavia sarà pure geniale ma resta pur sempre una ragazzina. Quella che a tratti può sembrare una vena di crudeltà (pensa molto spesso a vendicarsi e a volte ci riesce pure) o di puro egoismo, può facilmente spiegarsi col fatto di non essere che una bambina, ancora immatura, cresciuta per altro quasi in solitaria e senza una vera e propria guida. Spesso, in effetti, Flavia fa presente come nessuno piangerebbe la sua scomparsa e se questo può essere letto come un exploit da Drama Queen, è anche specchio della solitudine da lei provata.

Per altro, ritengo che Flavia sia un personaggio decisamente “girl power”: fa quello che le piace fare e questa cosa (ovvero, la chimica) è qualcosa di tradizionalmente associato ai maschi (“toh, una ragazza, ma pensa!” esclama più di qualcuno di fronte alle sue doti e alla sua intraprendenza), ha le sue idee, dice quello che pensa, fa domande, non ha paura di perseguire quello che ritiene sia giusto e non si fa mettere i piedi in testa né influenzare da quello che gli altri si aspetterebbero da lei (cosa che fanno invece, in parte, le due sorelle).

Una bella costruzione dunque. Ma il caso? Il caso era certamente ben congegnato. Ho riscontrato un paio di elementi scricchiolanti, rivelazioni rimandate solo per il puro intento di allungare la trama, ma ho riscontrato anche una forte vibe sherlockiana e questo non può che essere un bene. La vicenda criminosa, per quanto non si evinca minimamente dal titolo, ruota attorno ad un furto di francobolli rari e a un crimine sepolto nel passato che torna a galla.


Dunque, che voto do al primo caso di Flavia de Luce?

2000px-White_Stars_1 su 5: Bambino geniale

Voto alla risolvibilità del caso:

3 detectiveprofilesu 5: Vale!


Fatemi sapere se conoscevate questa serie e se sì, cosa ne pensate ❤

XoXo

G.