#Rewind: il riassunto delle puntate precedenti

Salve a tutti, lettori occasionali.

Per quelli tra voi che sono stati pigri, ecco qui un bel ripasso di quello che è successo su questo blog e sul mio account Instagram durante questa settimana.

Siete pregati di recuperare diligentemente gli articoli in questione. Altrimenti, vengo a prendervi. Tanto so dove abitate.

Perché io so tutto.

Tutto.

No, scherzo, non so niente. Come Jon Snow (o Jon Targaryen?). Ma se volete fate un salto e lasciate una stellina, che a me fa piacere e ai miei neuroni provati anche. Vi basta cliccare sulle immagini per aprire gli articoli. Fascile fascile.

Ve se ama.

G.


keep

Domenica

Streghe, ricercatrici e omicidi di ragazze appassionate di occulto. Una storia di cattiveria e di riscatto al femminile.

keep

Mercoledì

Una ragazzina appassionata di veleni scopre un cadavere nell’orto di casa…

i cinque

Giovedì

Cinque libri brevi per chi ha il blocco del lettore e/o poco tempo per leggere e/o poca voglia di farlo

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Sabato

Tom Hardy è James Delaney, un uomo tornato dal nulla per vendicarsi e riprendersi ciò che gli spetta, ma non solo…

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Venerdì

Ho raggiunto i 1000 mi piace complessivi. Arriverò a 2000? Chi lo sa.

In Instagram invece va così. Cliccate qui se volete vedere il mio profilo. Quello che mi domando io è: come fanno quelle ragazze americane ad avere quei profili meravigliosi, con quelle foto perfette, tutte uguali, tutte studiatissime… Quanta pazienza? Quanti pochi impegni nella vita? Ma ne riparleremo, in una puntata de “Il lamento del lettore”, prossimamente su questi schermi.

 

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#TiConsiglioUnaSerie: Taboo

TabooBelli de zia (che sarei io),

in questa calda estate bollente non sapete bene a quale serie dedicare la vostra serata? Vi siete già sciroppati tutto il catalogo Netflix e Amazon Prime e ora vi sentite orfani e senza uno scopo nella vita? Bene, sono qui per offrirvi una via di salvezza. A meno che, ovviamente, quello che vi sto per raccontare non lo conosciate già. In tal caso, dedicatevi a un libro e non rompete gli zebedei. (Guardacaso ne consiglio molti, di libri, in questo blog.)

Dunque, dicevamo: TABOO, una miniserie in otto puntate sfornata da una collaborazione tra BBC e l’americana FX, prodotta a livello esecutivo da nientemeno che Ridley Scott e ideata da Steven Knight (a cui dobbiamo, deo gratia, anche Peaky Blinders) e Tom Hardy. Sì. Quel Tom Hardy. L’attore. Il bonazzo. Che, non pago, fa anche il protagonista (nonché fulcro assoluto di tutta la narrazione). Come se non bastasse, in mezzo alla produzione c’è anche il padre di Tom. Tutto in famiglia, proprio.

E in effetti, la famiglia è un elemento piuttosto fondamentale di Taboo. Ma di cosa parla, in soldoni, sta cosa?, mi starete chiedendo. E io, che mi sto squagliando per il caldo, vi sparo la trama. Tiè:

Nel 1814 l’avventuriero James Keziah Delaney torna a Londra dopo aver passato molti anni in Africa. Dopo i funerali del padre, morto in oscure circostanze, James eredita l’intero patrimonio assieme alla baia di Nootka, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, un territorio la cui posizione strategica conferirebbe la possibilità di commerciare con l’oriente attraverso il Pacifico. Ben presto dovrà fare i conti con i suoi demoni ed il misterioso passato del padre, fronteggiando la potente Compagnia britannica delle Indie Orientali e la corona inglese, entrambe decise ad ottenere il possesso di Nootka tramite qualunque mezzo.

Insomma, ci sono tutta una serie di sottotrame che si intrecciano tra loro. C’è la storia di Tom Hardy che torna dagli inferi, cappottone, cilindro, capello rasato, sguardo selvaggio. Tutti lo credevano morto, ma in realtà lui ha passato gli ultimi dieci anni a imparare a fare lo stregone in giro per l’Africa. C’è la storia di Nootka, uno straccetto di terra grande da qui a lì ma strategicamente fondamentale, perché è una baia e perché si trova proprio nel mezzo tra i territori Statunitensi e quelli ancora in mano all’Inghilterra. C’è la storia della Compagnia delle Indie, cattivona come sempre, a cui quel territorio serve proprio e che mette in difficoltà il buon James (sì, cioè, Tom Hardy, che nella serie si chiama James Delaney, un nome che, pronunciato con l’accento inglese, diventa poesia pura), e poi c’è di nuovo la storia di lui che è sempre un passo avanti e ammazza e pianifica e sfrutta e inganna tutti come un Lord Ditocorto o un Tyrion Lannister prima che si mettesse al soldo della Danana.

Nonostante sia il protagonista, e quindi protetto da tutte le leggi che di solito proteggono i protagonisti, James è comunque un deciso anti-eroe. Anzi, quanto di più lontano da un eroe ci possa essere prima che questo diventi a tutti gli effetti un villain. È un uomo solitario, scontroso, lunatico, violento, freddo e calcolatore. Ha una sua dose di moralità certo ma ha anche le sue priorità, il suo piano, delle cose che vuole e farà tutto ciò che deve per prendersele. E poi è scaltro. Per tutta la durata della serie assistiamo al gioco che si instaura tra lui e la Compagnia e se anche la serie ci porta a tifare per James proprio in virtù della sua intelligenza, a ben pensarci si tratta di una lotta tra belve quasi alla pari. Eccezionali ma pur sempre, in qualche modo, due entità malvagie.

Gli altri personaggi che popolano la narrazione possono solo fare da contorno. Ognuno di loro corrisponde più o meno a una pedina, un elemento di cui James dispone a piacimento e senza che loro si rendano conto di nulla. Così la sorella, interpretata da Oona Chaplin, così il suo servo, così tutti gli altri.

L’ambientazione è certo un altro dei punti forti della serie. Londra è come sempre sporca, scura, fumosa. Casa di Delaney e il fascino decadente dei Docks fanno subito Dickens. Atmosfere da Jack lo squartatore, dunque, e mistero, molto. Perché James è tormentato dai fantasmi. I suoi, interiori, ma forse anche in senso letterale. Quello di sua madre, ad esempio, che continua ad apparirgli in sogno, e quelli degli schiavi prigionieri della nave il cui naufragio, si pensava, avesse ucciso anche lui…

Allora, vi ho incuriositi? Eh? Eh? Beh, se sì, ottimo e se no, peggio per voi, non saprete mai cosa vi perdete. Nonostante le mie scarse capacità persuasive la serie merita davvero e non lo dico solo io ma l’Internet e anche i critici competenti, non come me.

Dunque se deciderete di guardare Taboo e vi piacerà ricordatevi della zia G. e magari lasciate una stellina U.U

O almeno, lasciatela a Tom ignudo e tatuato. Tiè:

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XoXo

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Flavia De Luce e il delitto nel campo dei cetrioli, di Alan Bradley

 

Flavia de Luce, undici anni, esperta di veleni dalla lingua lunga, trova nell’orto di casa un uomo morente che le esala in faccia un’ultima parola, “Vale!”, prima di spirare definitivamente. Il problema è che Flavia aveva visto litigare quell’uomo con suo padre solo poche ore prima…

 

Questo è la scintilla che mette in moto un ingranaggio bene orchestrato, di stampo classico: ambientato in un contesto minore, in stile Miss Marple, con piccoli indizi disseminati lungo il percorso e una buona dose di intuizione (e fantasia, e fortuna a volte) a collegarli. Nonostante la giovane età, Flavia riesce a mettere insieme le tessere del puzzle e ad arrivare alla verità, se non prima, almeno in modo più efficace rispetto alla polizia.

Ma chi è Flavia De Luce? Nella serie creata da Alan Bradley a partire dal 2009 e attualmente pubblicata da Sellerio, i De Luce sono degli ormai ex-ricchi che tuttavia continuano a vivere nella vecchia magione di famiglia, Backshaw, nei pressi del paesino di Bishop Lacey. Il padre, colonnello, filatelico, malinconico, è una presenza silenziosa ma tutt’altro che marginale. Per quanto non parli molto né si sappia molto di lui, il suo personaggio è al cuore della vicenda e una parte fondamentale nella vita delle sue tre figlie.

Ophelia e Daphne sono le sorelle maggiori di Flavia. La prima, bellissima e portata per la musica, la seconda un topo di biblioteca con il sogno di diventare scrittrice. Personaggi comici e tendenzialmente sgradevoli, le sorelle di Flavia rimangono sempre marginali rispetto al campo visivo del racconto, tutto concentrato sulla protagonista, i suoi rimuginii e i suoi esperimenti. Le loro incursioni nella trama avvengono principalmente per mettere in atto qualche ingegnoso dispetto o come oggetto delle battute al vetriolo della ragazzina.

I dispetti, comunque, non se li risparmia nemmeno la nostra protagonista. Con la sua passione per la chimica e i veleni, Flavia è un’inesauribile fonte di idee e risorse, a volte spese per il bene della giustizia, a volte per tornaconto personale.

Questo è in effetti uno degli elementi che mi è piaciuto di più. Flavia sarà pure geniale ma resta pur sempre una ragazzina. Quella che a tratti può sembrare una vena di crudeltà (pensa molto spesso a vendicarsi e a volte ci riesce pure) o di puro egoismo, può facilmente spiegarsi col fatto di non essere che una bambina, ancora immatura, cresciuta per altro quasi in solitaria e senza una vera e propria guida. Spesso, in effetti, Flavia fa presente come nessuno piangerebbe la sua scomparsa e se questo può essere letto come un exploit da Drama Queen, è anche specchio della solitudine da lei provata.

Per altro, ritengo che Flavia sia un personaggio decisamente “girl power”: fa quello che le piace fare e questa cosa (ovvero, la chimica) è qualcosa di tradizionalmente associato ai maschi (“toh, una ragazza, ma pensa!” esclama più di qualcuno di fronte alle sue doti e alla sua intraprendenza), ha le sue idee, dice quello che pensa, fa domande, non ha paura di perseguire quello che ritiene sia giusto e non si fa mettere i piedi in testa né influenzare da quello che gli altri si aspetterebbero da lei (cosa che fanno invece, in parte, le due sorelle).

Una bella costruzione dunque. Ma il caso? Il caso era certamente ben congegnato. Ho riscontrato un paio di elementi scricchiolanti, rivelazioni rimandate solo per il puro intento di allungare la trama, ma ho riscontrato anche una forte vibe sherlockiana e questo non può che essere un bene. La vicenda criminosa, per quanto non si evinca minimamente dal titolo, ruota attorno ad un furto di francobolli rari e a un crimine sepolto nel passato che torna a galla.


Dunque, che voto do al primo caso di Flavia de Luce?

2000px-White_Stars_1 su 5: Bambino geniale

Voto alla risolvibilità del caso:

3 detectiveprofilesu 5: Vale!


Fatemi sapere se conoscevate questa serie e se sì, cosa ne pensate ❤

XoXo

G.


La randagia, di Valeria Montaldi

Nel 1494, la giovane erborista Britta da Johannes viene accusata di stregoneria. Ha avvelenato il figlio del signore del luogo, dicono, e per questo dev’essere messa al rogo. Nel presente, Barbara Pallavicini, una ricercatrice storica, durante una ricerca nel castello dove fu tenuta prigioniera Britta, si imbatte nel cadavere di una ragazza appassionata di occulto…

L’invidia e la gelosia sono sempre state cattive consigliere ma in certi periodi della storia umana si sono trasformate in armi mortali. Durante l’epoca dei processi per stregoneria, per esempio.

Britta è la figlia di un erbario (ovvero, un farmacista) che prima di morire in un incendio le ha insegnato il mestiere. Allontanata dalla comunità (com’è che lei si trovava fuori casa al momento della tragedia?) vive in una casetta nel bosco insieme al suo lupo, Argo. Ma la gente non ha smesso di andare da lei a chiedere rimedi, né ha smesso di incontrarla il figlio maggiore della casa nobile del luogo. Com’è intuibile, l’abilità di Britta le attira l’invidia della levatrice, Mariona, che al contrario non è così efficace nel proprio lavoro. Le voci sobillate da quest’ultima si uniscono presto all’accusa mossa dal nobile Adard stesso: Britta ha prima indotto in tentazione suo figlio Giovanni per poi avvelenarlo, quando questi è tornato ferito dalla guerra. Un’accusa grave quanto infondata, ovviamente. Questo però non interesse alle alte sfere della chiesa. Britta è bella, libera, intelligente, quindi è pericolosa, quindi è una strega, quindi va eliminata.

Sei secoli dopo, nella stessa cittadina valdostana, ci sono un’altra ragazza creduta una strega, un altro omicidio, un’altra morte. Questa volta, protagonista è Barbara, una ricercatrice che sta seguendo le tracce di Britta e che, alla ricerca di una iscrizione lasciata dalla giovane erborista secoli prima, si imbatte nel cadavere di una ragazza del luogo, una solitaria appassionata di occulto. L’omicidio, come spesso accade, scoperchierà il vaso di Pandora che contiene tutte le nefandezze nascoste sotto il tappeto del tranquillo paese.

Per quanto mi riguarda, i fili che legano insieme le due vicende sono la verità da una parte e dall’altra l’invidia. La verità, nel caso dell’omicidio e del processo, una verità che sarebbe a portata di mano ma viene fraintesa, sporcata, sviata dalla mala interpretazione, dal pregiudizio e dalla superstizione; dall’altra l’invidia, come movente sempre verde, sempre valido. L’invidia tra amici, colleghi, parenti. Quel sentimento che può corrodere e guastare qualunque rapporto.

Una certa morale manzoniana aleggia su tutta la vicenda, sia nella parte passata sia in quella presente, e tuttavia le indagini, parallele al processo per stregoneria, si seguono con piacere. E’ il ritmo serrato a spingere il lettore a chiedersi “e poi?” e a non mollare il libro e anche se alcuni risvolti di trama risultano palesemente inseriti per posticipare la risoluzione del caso (o forse, sono io che ho letto troppi, troppi gialli e non mi stupisco più di nulla?), il lettore arriva alla fine soddisfatto.

Se la prosa dell’autrice fosse stata più ricca, più descrittiva, un racconto piacevole sarebbe potuto diventare un racconto ottimo. Conosciamo a malapena la fisionomia dei personaggi e gli ambienti sono descritti in modo approssimato, per spennellate rapide e grezze. Se la cava meglio con il contesto storico, accurato, pertinente anche se sempre accennato, lasciato in superficie, e con la psicologia. Le motivazioni dei vari personaggi sono abbastanza esplorate e questi sono sufficientemente caratterizzati per distinguerli bene uno dall’altro e per parteggiare per loro a seconda dei casi.

Tra tutti, spicca Britta: presenza costante del romanzo, ponte che lega due epoche, creatura fascinosa e forse, dopotutto, davvero una strega.


Ed ecco le pagelle!

  • VOTO AL ROMANZO:

3,5 2000px-White_Stars_1 su 5: Stregato.

  • VOTO ALLA RISOLVIBILITA’ DEL CASO:

4 detectiveprofile su 5: A posteriori, sembrava così facile…


LO CONSIGLIO A:

  • Chi vuole una buona lettura di intrattenimento, non troppo impegnativa;
  • Chi ama le streghe e/o il medioevo;
  • Chi ama i thriller storici.

#ICinque: Gialli gustosi

Cari lettori occasionali,

cosa c’è di meglio per combattere i bollori estivi di un po’ di freddi cuori sociopatici, facce di bronzo e oscuri segreti? La risposta è: molte cose, ma continua pure. Ecco dunque che in questa nuova puntata de #ICinque vi consiglio cinque gialli interessanti:

 

Per chi ama l’arte e/o i casi più originali: Ninfee Nere

 

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Uno dei libri più belli letti l’anno scorso. Uno dei gialli più strani su cui abbia messo le mani. Tre donne, tre storie che si intrecciano con uno sfondo d’autore: lo stagno presso cui Monet dipinse le sue famose ninfee.
Ne ho già scritto una recensione, che vi lascio qui: Recensione Ninfee Nere

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Per chi ama i casi a sfondo storico e/o le streghe: La randagia

 

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Tra le montagne della Val d’Aosta due storie scorrono in parallelo. Una ha luogo nel XV secolo e ha come protagonista Britta, giovane figlia di un apotecario, che cura gli abitanti del vicino villaggio ma scatena anche rabbia e gelosia e per questo viene accusata con l’inganno di stregoneria. Nell’altra, ambientata ai giorni nostri, una ricercatrice sta seguendo le tracce lasciate secoli prima proprio da Britta quando si imbatte nel cadavere di una giovane donna.

Morti, mistero e superstizioni che non muoiono mai, il tutto ambientato tra le montagne, in piccoli villaggi che nonostante tutto non abbandonano le loro vecchie faide.

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Per chi ama i gialli classici ma di qualità e/o la letteratura scandinava: La serie del commissario Wallander

Assassino senza volto: La prima inchiesta del commissario Wallander: 1 di [Mankell, Henning]

Henning Mankell ha scritto la serie del Commissario Wallander (che è anche una serie tv che a me piace assai). Classico e ottimo esempio di giallo scandinavo, i casi sono oscuri come i paesaggi della Scania (luogo dove sono ambientati i romanzi) e violenti, ma le inchieste sono lente, si prendono il loro tempo, indagano a fondo i personaggi. Una serie poliziesca con i fiocchi, che si dedica a temi attuali prendendosi il suo tempo.

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Per chi ama il mistero, nebbioso e pieno di leggenda: La serie degli Evangelisti

Ve l’avrò consigliato almeno altre dieci volte, ma lo farò ancora: i romanzi di Fred Vargas valgono la pena di essere letti. Due sono le serie scritte da questa autrice francese, quella che ha come protagonista il commissario Adamsberg, e quella che ha come protagonisti i “tre evangelisti”. Questi sono tre ricercatori universitari, storici, squattrinati, che per necessità economiche finiscono per condividere una vecchia casa insieme allo zio, ex poliziotto, di uno di loro. Inevitabilmente, i tre giovani (soprannominati dallo zio “i tre evangelisti”) saranno coinvolti nei casi più disparati.

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Per chi ama i gialli alla Sherlock, l’ironia e i bambini geniali: La serie di Flavia de Luce

 

Ho scoperto questa serie quasi per caso, attirata da uno sei titoli, ovvero “A spasso tra le tombe”. Poi ho capito che si trattava di una serie e ho ricominciato dall’inizio, ovvero da “Flavia de Luce e il delitto del campo di cetrioli”. Ma di cosa si tratta? Flavia de Luce è una ragazzina di dodici anni, appassionata di chimica ed esperta di veleni. Vive in una vecchia e decadente magione nella campagna inglese insieme a due sorelle (una col naso sempre nei libri, l’altra molto presa a rimirarsi nello specchio) e il padre, filatelico e taciturno. Nel mentre, risolve i delitti che accadono nei paraggi. Nel primo volume della serie, Flavia trova un uomo morto nell’orto di casa sua. Eccitata da un’esperienza così interessante, vede in questo fatto l’occasione per indagare e aiutare il padre, accusato dell’omicidio.

A metà tra Anna dai capelli rossi e Sherlock Holmes.

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Menzione d’onore:

Il giallo all’italiana: I casi del commissario Santoni

Marzio Santoni, il Lupo Bianco, risolve casi a Valdiluce, un’amena valle di montagna ma, come ogni altro luogo del mondo, piena di segreti e malvagità. I casi sono ben congeniati, misteriosi, e l’ambientazione montana, per quanto mi riguarda, conferisce a tutto un’aura di fascino.

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Per i nostalgici di Agatha Christie: La serie di Penelope Poirot

La nipote di Hercule Poirot, convinta di aver ereditato il geniale intuito del suo illustre parente, gira il mondo e finisce, in qualche modo, per risolvere davvero dei casi. A metà tra giallo e romanzo comico, Penelope e Velma, la sua assistente, sono adorabili e perfette per una lettura leggera ma soddisfacente.

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E voi, lettori occasionali, conoscete uno di questi titoli? Ne avete letto qualcuno? Avete dei gialli da consigliarmi?

XoXo

G.


#ICinque: Libri che fanno ridere (in senso buono)

Salve a tutti, lettori occasionali (e non, perché anche i lettori affezionati hanno diritto ad essere salutati -rima not intended).

Inauguro oggi una nuova rubrica (a ridaje!): I Cinque. Ad ogni puntata vi consiglierò cinque libri riguardanti un certo tema. Oggi partiamo con i libri che fanno ridere (in senso buono), ma  faccio affidamento su di voi per le prossime cinquine. Suggeritemi un tema e io mi scervellerò per esaudire la richiesta.

Ora pronti?

Partenza?

Via.


Elianto

Stefano Benni

Feltrinelli

Pagine: 320

Prezzo: 9 euro

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Riusciranno i nostri intrepidi eroi a superare tutte le prove e trovare l’elisir che guarisca il giovane Elianto e gli faccia salvare la contea? Se si fugge di notte da Villa Bacilla sulle ali di una diavolessa sexy, sorvolando Tristalia, assieme a tre equipaggi che si spostano contemporaneamente, può accadere di visitare gli otto mondi alterei della mappa nootica. Capita così di conoscere la terra primordiale di Ermete Trismegisto, Protoplas; i mari incantati di Capitan Guepière a Posidon; i cinquanta casinò e i locali notturni di Bludus; Mnemonia con i suoi fuochi fatui e l’insidia dell’embambolia; Medium con le sue giornate di Beneficenza Ben-evidente. E poi è possibile incontrare Siperquater e Triperott a Neikos, o gli angeli cannibali nel deserto freddo di Yamserius. L’importante è fare a tempo a guarire il giovane Elianto, affetto dal Morbo Dolce, perché possa liberare le contee dal dominio del Grande Chiodo. C’è speranza di riuscire, assieme ai protagonisti (oltre a Elianto, Fido PassPass, Fuku Occhio di Tigre, Tigre Triste), a districarsi tra mille prove e attraversare gli infiniti mondi creati dalla fantasia di Stefano Benni?

Come nella maggior parte degli scritti di Benni, in Elianto convivono un’avventura rocambolesca e esilarante e una realtà inquietante. Io l’ho adorato, è il mio romanzo preferito di questo autore.


Dente per dente

Francesco Muzzopappa

Fazi Editore

Pagine: 218

Prezzo: 15 euro

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Se Roma ha la GNAM (Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Bologna il MAMBO (Museo d’Arte Moderna BOIogna) e a Napoli c’è il MADRE (Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina), a Varese hanno pensato bene di inaugurare il MU.CO (MUseo d’arte COn-temporanea). Qui, a detta dei critici, sono esposte le peggiori opere dei più grandi artisti contemporanei. Tra le altre, un orribile Warhol, un Dall terrificante, due drammatici Magritte e un Duchamp inguardabile. Leonardo ci lavora da tre anni. È un’assunzione obbligatoria: ha perso due dita in un incidente e insieme alle dita anche i sogni. Ha solo una grande certezza: si chiama Andrea, una ragazza molto cattolica, osservante e praticante, che rispetta alla lettera i dieci comandamenti, non dice parolacce e, soprattutto, non fa sesso. Non fa sesso con lui, però, perché Leonardo, sul punto di farle la sua proposta di matrimonio a sorpresa, la scopre a letto con un altro. Da quel momento, la sua vita va in pezzi. Alla disperazione più nera, tuttavia, segue la vendetta. Leonardo decide di rifarsi su Andrea e sui suoi preziosi comandamenti. Li infrange tutti, sistematicamente, uno dopo l’altro.

Iniziato e finito in poche ore. La scrittura è diretta, rapida ed essenziale e proprio per questo estremamente coinvolgente. Si arriva alla fine con le lacrime agli occhi senza nemmeno essersene accorti. Super consigliato.


Zia Mame

Patrick Dennis

Adelphi

Pagine: 380

Prezzo: 12 euro

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Immaginate di essere un ragazzino di undici anni nell’America degli anni Venti. Immaginate che vostro padre vi dica che, in caso di sua morte, vi capiterà la peggiore delle disgrazie possibili, essere affidati a una zia che non conoscete. Immaginate che vostro padre – quel ricco, freddo bacchettone poco dopo effettivamente muoia, nella sauna del suo club. Immaginate di venire spediti a New York, di suonare all’indirizzo che la vostra balia ha con sé, e di trovarvi di fronte una gran dama leggermente equivoca, e soprattutto giapponese. Ancora, immaginate che la gran dama vi dica “Ma Patrick, caro, sono tua zia Mame!”, e di scoprire così che il vostro tutore è una donna che cambia scene e costumi della sua vita a seconda delle mode, che regolarmente anticipa. A quel punto avete solo due scelte, o fuggire in cerca di tutori più accettabili, o affidarvi al personaggio più eccentrico, vitale e indimenticabile e attraversare insieme a lei l’America dei tre decenni successivi in un foxtrot ilare e turbinoso di feste, amori, avventure, colpi di fortuna, cadute in disgrazia che non dà respiro – o dà solo il tempo, alla fine di ogni capitolo, di saltare virtualmente al collo di zia Mame e ringraziarla per il divertimento.

Le disavventure di Patrick e di sua Zia Mame sono oramai parte del mio corazon. Mame può sembrare una ricca, svampita moglie trofeo il cui unico merito è quello di aver ereditato molti soldi. Invece, si tratta di una donna fortissima che senza mai farsi abbattere dalle sfighe della vita si adatta e riesce a risollevarsi. Io l’ho amato dalla prima all’ultima riga e ho riso altrettanto di gusto.


A volte ritorno

John Niven

Einaudi

Pagine: 392

Prezzo: 12,50 euro

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Dopo una settimana di vacanza che sarebbero cinque secoli di tempo terrestre, Dio torna in ufficio, ancora col cappello di paglia e la camicia a quadri. Era andato in vacanza, a pescare,in pieno Rinascimento, quando i terrestri scoprivano un continente alla settimana, e sembrava andasse tutto a gonfie vele. Al suo ritorno però, il quadro che gli fanno i suoi ha del catastrofico: il pianeta ridotto a un immondezzaio, genocidi come se piovesse, preti che molestano i bambini… Dio non è solo ultradepresso. Anche molto arrabbiato. L’unica soluzione, pensa, è rispedire sulla Terra quello strafatto di suo figlio. Sei sicuro sia una buona idea? – gli chiede Gesú. – Non ti ricordi cosa è successo l’altra volta? – Ma Dio è irremovibile.

Questo libro riesce nella non facile impresa di essere allo stesso tempo dissacrante e, paradossalmente, piuttosto rispettoso. Già questo dovrebbe bastare. Poi, se non bastasse, Dio e tutti quelli che mandano avanti il paradiso sono esilaranti. Giuro. Geniale anche l’ascensore che collega paradiso e inferno. Insomma, dategli una possibilità ma soprattutto: fate i bravi.


L’amore è eterno finché non risponde

Ester Viola

Einaudi

Pagine: 218

Prezzo: 17 euro

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Olivia ha trentadue anni e di mestiere fa divorziare le persone. La sciagura sentimentale è il suo pane quotidiano, tanto che divide i clienti in due categorie: i Lascianti e i Lasciati. Accomodanti e solitamente muniti di un amore nuovo di zecca i primi, agguerriti i secondi (hanno già perso nel matrimonio, non hanno nessuna intenzione di perdere nel divorzio). Anche Olivia è stata lasciata, ma siccome Dario continua a mandarle messaggi su WhatsApp è sicura che tornerà da lei, manca pochissimo. Del resto, “lasciarsi non è mai quando ci si lascia: è una cosa che succede quando non puoi più negare che il tuo ex si è innamorato di un’altra”. E oggi per scoprire che all’improvviso lui non è più “disponibile”, basta sbirciare su Facebook comodamente da casa, in pigiama, versando lacrime sul sushi ordinato a domicilio. Ester Viola racconta l’universo dei sentimenti in modo vivo e contemporaneo, perché da Jane Austen al Nick Hornby di Alta fedeltà l’amore è sempre la stessa cosa, ma adesso una notifica può cambiarti la giornata.

Un racconto comico al femminile, che un po’ come “Dente per dente” di cui sopra, si affida ad una prosa diretta, rapida, piena di ironia. Un racconto sull’amore ai tempi di WhatsApp che vi farà ridere di gusto.


E voi, lettori, siete d’accordo con questa selezione? Avete letto qualcuno di questi libri? Fatemi sapere e alla prossima ❤

XoXo

G.


Di notte sotto il ponte di pietra, di Leo Perutz

  Ci troviamo a Praga, più o meno durante il regno di Rodolfo II, alla fine del XVI secolo. Molti destini si intrecciano per le strette vie della città: quello dell’imperatore, della sua amante Esther e del marito di lei, l’ebreo Mordechai Meisl, a cui tutto riesce così bene che “quando la città ha un anno nero lui ce l’ha bianco come il latte”; e poi quelle dei personaggi che ruotano loro intorno, ladruncoli, poveracci, pescatori, servitori di palazzo, pittori, giovani ufficiali, alchimisti o all’occorrenza Johannes Kepler, da noi noto come Keplero.

  Leo Perutz è stato contemporaneo di Kafka e molto apprezzato da scrittori di spessore, come Fleming o Borges, sta venendo riscoperto da qualche anno a questa parte. Esponente di quello che può essere definito romanzo storico-fantastico, Leo Perutz mescola nei suoi romanzi un’accurata ricostruzione storica e il vivido folklore locale. La prosa è asciutta, scorrevolissima, totalmente priva di retorica e manierismi e nonostante ciò, come solo un bravo scrittore riesce a fare -dopo un lungo e accurato lavoro di rifinitura-, le atmosfere sono delineate in modo perfetto e profondamente suggestivo.

  In “Di notte sotto il ponte di pietra” ogni storia aggiunge una pennellata a quello che in realtà è un grande affresco, come se un unico soggetto venisse esplorato da molte prospettive, diverse nello spazio e nel tempo, così che possa sembrare che ognuna si riferisca a qualcosa di diverso quando invece parlano tutte della stessa cosa.

  Ma di che cosa, allora?, chiederete voi. Di Praga. Perché questo è un affresco della città. E del destino, che ruota e si mangia all’infinito la coda, come la struttura del romanzo, che si completa in modo circolare quando ad ogni tassello capisci qualcosa di più fino a riuscire ad allacciare l’ultimo racconto al primo.

  E tra tutte le esistenze destinate ad incrociarsi lungo le vie del ghetto e sulle rive della Moldava, quelle di Rodolfo II e Mordechai Meisl sono le più significative. Il primo, imperatore tormentato e scialacquatore, incapace di mantenere le casse reali ma assai profondo e appassionato d’arte, iracondo ma segretamente tormentato da pene d’amore e sensi di colpa; il secondo, ebreo di umili origini ma destinato alla ricchezza, generoso ma pur sempre ebreo e quindi segnato.

  “Di notte sotto il ponte di pietra” è un libro corale, meravigliosamente intrecciato,  magico; dove la magia non si manifesta in roboanti apparizioni sovrannaturali ma piuttosto cola lentamente nella vita dei personaggi, scardinandone idee e abitudini fino a che è per il lettore diventa impossibile dire se ciò che sta leggendo è passato sul piano del fantastico oppure no e quando -e se- lo capisce, ormai è già tutto accaduto e ne rimane spiazzato.

  Questo libro è entrato di diritto nel novero dei miei preferiti e sono felice che così sia stato e sono altrettanto felice di aver iniziato a conoscere questo incredibile autore che certamente approfondirò, probabilmente con la lettura de “Il marchese di Bolibar“.

Vi consiglio il libro? Di più. Penso che vi fareste un torto a non leggerlo.

Voto:

6/5

AMOUR FOU

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#Tunuè: L’uomo montagna, di Séverine Gauthier e Amélie Fléchais

Se volete provare un po’ di sane emozioni, allora questa graphic novel fa al caso vostro. Perché pur essendo stata pensata per un pubblico giovane è un lavoro che può toccare molte corde anche in un adulto.

La storia è quella di un bimbo che vuole aiutare il nonno a compiere un ultimo viaggio insieme a lui; ma il nonno è troppo stanco e le montagne che sono cresciute sulle sue spalle sono troppo pesanti. Così il bambino decide di andare a trovare il vento più forte di tutti, un vento tanto forte che potrebbe riuscire a sollevare suo nonno. Si incammina quindi per il suo primo viaggio da solo…

Questa dolcissima novel è, come si suol dire, breve ma intensa. Così intensa che mi ha quasi fatta piangere -quasi, perché i cuori di pietra come me non si smentiscono mai. Tuttavia un po’ di magone c’era-.

Il tema fondamentale sono senza dubbio le radici: la nostra patria, la nostra famiglia, il nostro passato, la nostra esperienza. Tutto quello che ci ancora, ci tiene in piedi e ci permette di essere quello che siamo. Il tenerissimo bambino lo imparerà strada facendo, anche grazie all’aiuto di alcuni -altrettanto teneri- personaggi -un albero, dei sassi (un po’ scemi ma indicibilmente carini), gli stambecchi e il vento- che gli insegneranno qualcosa di importante sull’esperienza, sull’identità e sul rispetto verso l’altro: perché possiamo anche non capire quello che è diverso da noi ma non per questo dobbiamo ritenerlo minaccioso o cercare di cambiarlo.

Il bambino si incammina coraggiosamente per un lungo viaggio, non senza ostacoli, carico dei migliori intenti e tuttavia l’ultimo insegnamento che riceverà sarà il più doloroso e allo stesso tempo, forse, il più importante: quelli che sono venuti prima di noi prima o poi se ne andranno, ma ciò che ci lasceranno, la loro eredità, potrà essere la nostra casa. Noi però abbiamo il compito di farcela da soli e per apprezzare ciò che ci è stato lasciato, il luogo dove possiamo tornare, dobbiamo vivere tante cose, viaggiare.

Deliziose le metafore del viaggio come esperienza che segna e crea e delle montagne come segno tangibile di esperienza compiuta -che infatti cominceranno a spuntare sulla testa del bambino mano a mano che il viaggio prosegue-.

Parlando di estetica, le tavole di questa novel sono incredibilmente belle. I tratti sono dolci, i personaggi hanno un design miyazakiano e i contenuti sono di facile comprensione anche senza leggere le vignette. Considerando il fatto che questa novel è primariamente indirizzata ai bambini, il fatto che sia facilmente comprensibile prima di tutto visivamente la rende ancora più interessante.

Ve la consiglio? Assolutamente sì. Ha tutti i requisiti per diventare un fumetto del cuore.


Voto:
5/5

MI HA QUASI COMMOSSA.

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Lion, la strada verso casa | Recensione con spoiler

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The Millionaire (o Slumdog Millionaire, come da titolo originale) ce l’aveva già mostrata: caotica, crudele, povera ma anche misteriosa, spirituale. Sto parlando dell’India.

Se in The Millionaire il piccolo protagonista viveva negli slums di Mumbai, quello di Lion viene da Ganesh Talay, un piccolo villaggio sperduto in una pietraia, a 1600 kilometri da Calcutta.

fffLa prima volta che Saroo ci viene mostrato è immerso in uno sciame di farfalle gialle. Ha cinque anni e di lì a poco, per una serie di sfortunati eventi salirà su un treno che lo porterà a Calcutta.

Ma a Calcutta non parlano la sua lingua (in India si parlano decine di dialetti diversi che sono a tutti gli effetti lingue, quindi un Tamil non capirà il Punjabi e via dicendo) e nessuno ha intenzione di aiutarlo. Dopotutto, non è nient’altro che uno dei moltissimi bambini che vivono soli per la strada (a questo tema, i bambini di strada, sono riservate due delle scene più terribili dell’intero film. Nodo in gola e rabbia nei confronti dell’umanità assicurati).

Dopo essere scampato ad un destino terribile per almeno un paio di volte, Saroo rientra nel imagessistema. Viene portato all’orfanotrofio e per sua fortuna viene adottato da una coppia australiana (composta da Nicole Kidman, meravigliosa come sempre, e David Wenham, cioè Faramir).

La seconda parte del film vede quindi Saroo cresciuto, realizzato, felice. Tuttavia il passato riaffiora e sgomita per riconquistare ciò che gli spetta. Ecco allora che Saroo inizia a cercare quel paesino di cui conserva ancora pochi sbiaditi ricordi, ma l’India è grande e lui sa solo che il treno l’ha portato da casa a Calcutta.

Che lui troverà il villaggio è cosa certa, lo dice anche il titolo originale dell’opera: A long way home. La cosa importante è solo in parte il risultato, ovvero la casa ritrovata; come sempre, infatti, conta più la ricerca. Saroo è costretto a fare i conti con una parte di sé che è rimasta sopita per vent’anni ma che è ancora in lui e che in qualche modo lo definisce. Ha delle questioni in sospeso, deve sapere chi era, deve vedere.

Molto belle le riprese aeree che scorrono veloci, seguendo il cursore del computer, fondendosi con la terra virtuale di Google Earth e con i ricordi del protagonista che scorrono allo stesso ritmo. Da allo spettatore l’idea di essere qualcosa di simile a un essere superiore, un dio tecnologico che vede tutto e viaggia ovunque.

Al tema della ricerca, geografica e interiore, si intreccia il tema della genitorialità e dell’adozione. La coppia che ha adottato Saroo e poi suo fratello Mantosh (che però a differenza del protagonista ha subito traumi così profondi da segnarlo per sempre, nonostante la vita sicura che gli è stata consegnata) poteva avere figli propri ma ha deciso di adottare due bambini che avevano bisogno di una famiglia. Sentire queste parole mi ha scaldato il cuore, perché mi trovano indubbiamente d’accordo.

In un mondo che ancora considera la genitorialità “biologica” come quella vera e legittima, e tutte le altre come surrogati, come scelte secondarie, ruote di scorta da utilizzare solo in caso non si possa intraprendere la via principale, mostrare come invece l’adozione possa essere una scelta non solo legittima ma anche un atto di ammirevole coraggio può contribuire, anche solo un pochino, a cambiare le cose.

Molti bambini là fuori hanno bisogno di una casa, di qualcuno che dia loro una famiglia e io sono dell’idea che un genitore sia più che altro la persona che ti cresce. Che un bambino abbia il nostro patrimonio genetico o meno, poco importa. Una persona è fatta solo in parte dei geni ereditati dai genitori, la maggior parte del lavoro lo fa l’ambiente in cui un individuo cresce e l’educazione che riceve.

Difficile credere che il legame di sangue sia davvero più forte degli altri, che possegga un potere mistico, spirituale. Pensiamo al figlio di genitori violenti o negligenti. Davvero siamo disposti a credere che quel bambino, una volta cresciuto, considererà più valevole il legame di sangue che lo lega alla madre tossica che non si curava della sua sopravvivenza o a al padre che abusava di lui piuttosto che quello con la famiglia che gli ha dato una casa e delle cure e una vita normale? Se la risposta è sì, avete dei seri problemi.

Ma torniamo al film.

Non posso dire che sia un film perfetto, questo no. Ha le sue pecche, debolezze varie sparse qui e lì, ma il cast è molto, molto bravo e la storia è una di quelle che vale la pena raccontare e vedere.

14affa3b00000514-4151160-homeward_bound_the_book_saroo_wrote_about_his_extraordinary_jour-a-125_1485287440160Quindi in ultima analisi “Lion” è un film che merita il vostro tempo. Un film su cosa fa di noi quello che siamo, su cosa sia la famiglia e un po’, diciamo, sul destino. Saroo infatti ha vissuto sulla sua pelle quello che in letteratura viene chiamato “il viaggio dell’eroe”. Come Ulisse, ci ha messo molto tempo per tornare a casa, ma alla fine lo ha fatto da vincitore.

Quante possibilità ha questa pellicola agli Oscar di quest’anno? Non lo so. È stato candidato per un sacco di cose a un sacco di premi, ma nello specifico gareggerà per:

  • Miglior film: potenziale scheggia impazzita che scombina le carte in tavola.
  • Miglior attore non protagonista a Dev Patel: questa non l’ho proprio capita, ma forse l’hanno candidato in questo modo per dargli più possibilità di vittoria, come Alicia Vikander l’anno scorso. È stato molto bravo, ha qualche possibilità.
  • Miglior attrice non protagonista a Nicole Kidman: divina as always, ma le concorrenti sono agguerritissssssime.
  • Miglior sceneggiatura non originale a Luke Davies: altra categoria super agguerrita, ma secondo me qualche possibilità ce l’ha.
  • Miglior fotografia a Greig Fraser: no, mi spiace, ma questo se lo porta a casa quasi di sicuro La La Land.
  • Miglior colonna sonora a Dustin O’Halloran e Hauschka: vedi sopra.

Lettori occasionali, voi l’avete visto questo film? Se sì, vi è piaciuto? Ha qualche possibilità di vincere un Oscar?

Raccontatemi, sono curiosa.

Alla prossima,

G.

Nel dubbio, vi linko anche una bella review di Federica Frezza: https://www.youtube.com/watch?v=jUi9ylRkelM&t=325s

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Una mamma per amica: di nuovo insieme

index  Dopo dieci anni le Gilmore Girls sono tornate tra noi, dimostrando che il tempo passa e che il format che ci ha fatti innamorare dieci anni fa ora semplicemente non funziona più.

Rory ha ormai trentadue anni e torna a Stars Hollow per andare a trovare Lorelai e sua nonna Emily. La prima scena ha una potentissima carica nostalgica. “Mi manca il fiato. Da quanto tempo non lo facevamo?” chiede Rory dopo un rapidissimo scambio di battute con la madre. “Sembrano anni!” risponde Lorelai, e migliaia di spettatori sospirano. Per quanto mi riguarda questa brevissima scena rappresenta il primo e unico picco positivo della serie, poi il tono scende inesorabilmente fino a raschiare il fondo durante le scene del musical (di cui ho saltato tutta la seconda parte).

Si nota quanto poco mi sia piaciuto questo revival?

Prima di darvi il mio parere (so che lo aspettate frementi, ma tranquilli, vi accontenterò) voglio elencare quelli che secondo me sono state le Gioie di questi quattro episodi e quelli che ritengo degli “epic fail”, per dirla nel linguaggio dell’Internet.

LE #GIOIE:

1) Rivedere tutti I vecchi personaggi.

2) Sentire Lorelai e Rory scambiarsi battute alla velocità della luce.

dean-jess-logan-nuovi-episodi

In che team siete?

3) Rivedere Dean, Jess e Logan, che indipendentemente da quanto sia nutrito il loro fandom sono sempre belli e sono un po’ I fidanzati di tutti noi.

4) Paris Geller (che a da quanto ne so, siccome ha i capelli corti e porta pantaloni e giacche invece che vestitini, in America è diventata un’icona lesbica). 1455546896_gilmore_girls_set

EPIC FAIL:

1) La mancanza della leggendaria sigla.

2) La colonna sonora.

3) Il tristissimo invecchiamento di molti personaggi, prima tra tutti la stessa Lorelai. Intendiamoci, non proprio tutti tutti. I tre ragazzi di Rory sono sensibilmente migliorati nel tempo. Persino Dean, che tra I tre era il più insipido, compare con addosso un’aura molto Supernatural. Emily Gilmore sembra aver dormito nel ghiaccio per dieci anni. Quando la rivediamo è identica a come l’avevamo lasciata. Forse è appena più magra. Per il resto, sembra aver stretto un patto col diavolo. Lane non mi stupisce affatto perché da buona asiatica non invecchierà di un giorno fino al compimento dei sessant’anni. Gli altri sono generalmente più grassi, più brutti, più tirati. Il marito di Lane versa in uno stato pietoso e inguardabile, Luke è imbolsito, Lorelai è ingrassata e tirata, Rory stessa non è più l’elfetta che ricordavamo. Sia chiaro, non posso prendermela col tempo che passa. Dico solo che vederli in quello stato mi ha fatto davvero tristezza, perché è stato come veder cadere un mito: avrebbero dovuto rimanere così com’erano, belli e buoni, congelati nel tempo come l’infanzia.

4) Rory. Non che l’abbia mai amata particolarmente ma quella ragazza è andata peggiorando nel tempo, una discesa inesorabile verso il fondo della decenza. Tradisce, tradisce con un uomo che tradisce la fidanzata e quell’uomo è Logan. Tratta il fidanzato cornuto come uno straccio. Si comporta come l’egoista viziata che è. Si aspetta che il lavoro dei suoi sogni le cada addosso soltanto perché lei è lei. Ha bisogno che sia Jess a dirle cosa fare, perché altrimenti non ne sarebbe venuta fuori. Come se ciò non bastasse, si aspetta anche che Lorelai la appoggi a prescindere nel suo intento di scrivere un libro che metterà alla berlina tutta la sua vita. Per qualche motivo Rory, che sono passata dall’ammirare a trovare indisponente già all’epoca della serie originale, si è trasformata in un personaggio patetico. Che fosse fondamentalmente una piccola snob lo si era capito e chi non l’ha capito e/o non lo accetta lo fa per proteggere l’immagine patinata della ragazza studiosa e appassionata di libri e musica con cui probabilmente si era identificato; tuttavia, vederla indulgere e sprofondare così tanto nel suo lato lamentoso ed egoista mi ha fatto storcere il naso. Anche perché ho la sensazione che I coniugi Sherman-Palladino non vedano affatto la questione così come la vedo io. Sembra che la creatrice della serie abbia un debole per Rory e questo la porta a giustificare le sue scelte, a spacciarle per confuse, romantiche, ma non funziona. Capisco il meccanismo che si cela dietro a questo pensiero. C’è sempre un personaggio preferito, una creatura immaginaria a cui ci siamo affezionati e di cui tendiamo a giustificare le mosse in modo più morbido di quanto non faremmo con altri suoi colleghi. Probabilmente, nella volontà degli sceneggiatori, Rory doveva essere l’incarnazione del trentenne precario medio di questi ultimi tristi tempi, doveva dimostrare che anche I bravi a volte falliscono e doveva forse risultare nuovamente il personaggio in cui le ragazze ormai cresciute si sarebbero riviste. Invece non è così perché Rory non è un trentenne precario. Rory ha agganci che gli procurano colloqui di altissimo livello, ha persone che la vorrebbero in redazione e che lei si permette non solo di rifiutare ma di schifare addirittura. Quindi non c’è niente che riesca a farmi sentire in relazione con lei. Per di più, la filosofia del “quello che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas”, non si addice affatto a una come Rory Gilmore, in nessun modo cerchino di spacciarcela. Infatti, quando si trova a Stars Hollow non fa che chiamare Logan ogni volta che si sente inscura. Logan è la sua ancora di salvezza. Logan, non Jess. Logan, perché Logan è quello che lei vuole, quello che nonostante tutto le si addice di più e anche quello che si merita. Mentre Jess, per dirlo alla Batman, è quello di cui avrebbe bisogno.

5)La trama inesistente. Perché diciamocelo, I personaggi non vanno da nessuna parte. Girano intorno a loro stessi senza evolvere e le scelte che fanno per tentare di smuovere le acque sono al meglio inutili e al peggio patetiche. Anche gli espedienti narrativi non sono né originali né divertenti, certi sono addirittura OC, come si dice nell’Internet, ovvero “out of characters”, non coerenti con il personaggio. In parole povere: più colpi di scena, meno musical. Grazie.

6)La noia. Io mi sono annoiata un sacco. Novanta minuti a episodio sono troppi, soprattutto se non supportati da una trama degna di questo nome.

Come avrete intuito, questo revival mi ha delusa parecchio.

Il tempo a disposizione lo avevano e potevano sfruttarlo molto meglio di così. I fan aspettavano questo revival per assistere a una degna conclusione delle vite dei personaggi. Volevano una CHIUSURA soddisfacente, bella o brutta che fosse, per poi archiviare definitivamente I vecchi amici di Stars Hollow. Invece si sono visti pronunciare le ultime famose quattro parole che Amy Sherman-Palladino aveva pensato sin da subito come conclusione per la serie. Non ve le scriverò. Dico solo che la sola idea che quelle parole potessero concludere la serie originale mi inquieta ma dico anche che inserirle adesso, con Rory così adulta (sebbene continui a comportarsi come una dodicenne capricciosa), le svuota di significato e d’impatto. Uno le sente, scrolla le spalle e dice “vabbé, che sarà mai?”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Endnotes