Sette minuti dopo la mezzanotte, di Patrick Ness e Siobhan Dowd

Un libro per bambini, dicevano. Un libro consigliato a partire dai 12 anni. Beh… no. Questo libro è così bello e allo stesso tempo straziante, profondo e fondamentale, che dovrebbero leggerlo persone di tutte le età. Definirlo un “libro per bambini” sarebbe riduttivo, con tutto il rispetto per i libri per bambini.


3539806Trama:

Conor ha 13 anni. Ogni notte, sette minuti dopo mezzanotte, un mostro va a fargli visita. Nel confine sottile tra sogno e fantasia, un immenso albero di tasso prende forma e gli racconta delle storie magiche e inquietanti allo stesso tempo. È un mostro speciale, diverso da quelli che si incontrano negli incubi. È un essere antico e selvaggio che vuole aiutarlo a suo modo: ad affrontare la malattia terminale di sua mamma, a convivere con la propria solitudine, a capire la complessità dell’animo umano.


Cosa ne penso:

Penso che questo libro riesca magicamente nell’impresa di parlare con semplicità e delicatezza, ma allo stesso tempo con la dovuta profondità, di argomenti sensibili e dolorosi che in un libro per adulti sarebbero stati trattati in termini di cupo catastrofismo.

Intendiamoci, anche qui si piange, ma è tutta un’altra cosa. Qui rimane una speranza, una sottile sensazione di vitalità, la consapevolezza che continuerà ad esserci vita anche dopo la tragedia. E Conor, il ragazzin protagonista della vicenda, arriva a questa consapevolezza grazie all’aiuto di un mostro-tasso che ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, lo raggiunge e gli parla. Il mostro è venuto a raccontare al ragazzo delle storie, storie che Conor all’inizio non capisce, non finiscono mai bene.

Sono favole grige in cui i protagonisti compiono atti malvagi a fin di bene e chi sembra cattivo forse non lo è veramente. Sono favole che insegnano a Conor le sfumature della realtà e la verità di ciò che sta sotto la superficie. Ma soprattutto, gli insegnano a perdonare sé stesso.

Conor è infatti tormentato da un incubo terribile, che ricompare quasi ogni notte e che lo atterrisce così tanto da non riuscire neppure a parlarne. Lo tormenta e sconvolge al punto da cominciare a filtrare persino nella sua vita da sveglio, già di per sé non troppo rosea. Infatti, tra la malattia della madre, i bulli a scuola, il litigio con la sua unica amica, la commiserazione degli insegnanti, l’atipica nonna e il padre che si è risposato in America, Conor si sente insopportabilmente solo e, cosa peggiore, invisibile.

Invisibile e arrabbiato.

Poco alla volta, messo di fronte alla dura realtà e con l’aiuto del mostro, Conor arriverà a vincere la rabbia che cova dentro per motivi che crede stiano fuori da lui e invece si trovano dentro, nel suo cuore, nel suo incubo. Sono cose che non vuole nemmeno nominare, che cerca continuamente di adossare agli altri o di seppellire, ma in realtà l’unico modo di mettere a tacere quei mostri è guardarli in faccia e accettarli.

Ma come ho già scritto, la storia è profusa da un’insospettabile vena di positività. “Sai una cosa?” dice la nonna a Conor. “Io e te ce la faremo.” Ed è così che si sente il lettore, a fine lettura. Distrutto, ma consapevole di potercela fare.


Il mio voto:

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Fantastico.


A chi lo consiglio:

A tutti, grandi e piccoli. Nonostante la storia sia fondamentalmente triste, è allo stesso tempo scritta in modo eccellente e priva di tutta la pesante disillusione di un libro rivolto a un pubblico adulto. E’ una storia che con uno stile diretto, personaggi ben tratteggiati e molta saggezza, insegna qualcosa.

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Ninfee nere, di Michel Bussi

Avete presente quelle volte in cui inizi un libro credendo di trovarci dentro una certa cosa e invece arrivi alla fine che hai letto tutt’altro e questo altro ti ha conquistato, molto più di quanto avrebbe potuto fare il contenuto che ti eri aspettato? Ecco. A me è successo esattamente questo. Ma andiamo con ordine.


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La trama:

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo.
L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.


Cosa ne penso:

Come dicevo, questo libro mi ha stregata.

Stregata. Termine usato non a caso perché una delle narratrici, forse la più importante, è la vecchia e acida signora che vive nel mulino della strega, una costruzione ormai cadente che si affaccia sui famigerati giardini di Monet, quelli dello stagno delle Ninfee.

La vecchia donna osserva dall’alto della sua torre, guarda agitarsi sotto di lei, davanti a lei, i cittadini del piccolo borgo invaso dai turisti. Distaccata, invisibile, la donna si muove lungo le strade del paese e osserva e commenta acida i goffi tentativi della polizia di risolvere il crimine che da il via alla narrazione: Jérôme Morval, ricco e fedifrago, viene trovato morto sulle rive del fiumiciattolo Epte, che costeggia Giverny e alimenta il celeberrimo laghetto di ninfee. Il quadro ricorda incredibilmente un altro fatto di cronaca, accaduto nel 1937, e che aveva avuto come protagonista un ragazzino.

La polizia procede nelle indagini, scava nelle vite, solleva la sabbia sedimentata sul fondo e con essa speranze, ricordi, paure. Insieme alla vecchia del mulino incontriamo Stéphanie, la bella maestra del paese, con gli occhi color malva e il sogno di trovare l’amore vero e scappare da quel piccolo paese, quella prigione dorata e insopportabile. E poi c’è Fanette, la bambina dallo spiccato talento di pittrice che non ha mai conosciuto suo padre e che vorrebbe tanto mettere a frutto il suo talento.

Ninfee nere è un giallo, sì, ma la componente “gialla” della narrazione fa quasi da semplice contorno, o forse da supporto, alle storie intrecciate di queste tre donne insieme a tutti i personaggi che ruotano loro intorno: i piccoli compagni di classe di Fanette, l’affascinante ispettore Sérénac, l’integerrimo Sylvio Bénavides, il placido Jacques Dupain, e il cane Neptune che scorazza per il paese cucendo insieme le tre trame come un ago che entra ed esce dal tessuto. Quello che ci viene offerto è un affresco di sogni infranti. Sono le Ninfee nere, leggendario quadro di Monet che si dice lui abbia dipinto poco prima della sua morte utilizzando toni cupi e tormentati.

C’è del Bovarismo, in questo libro, e c’è dello psico-thriller. Ci sono ipocrisia e desiderio di mantere la facciata intatta e c’è una specie di maledizione, una sorta di determinismo geografico, una cronica incapacità di andarsene. Il vero criminale, in tutta la storia, è il paese, Giverny; è il suo microcosmo appiccocoso, infido come una palude, come sabbie mobili. Nessuno ne può uscire senza perdere qualcosa.

C’è anche una disamina impietosa dei sentimenti. L’amore vince su tutto, si dice. Quello onesto, buono, che permette a entrambi gli innamorati di dare il meglio di sé. Quell’amore che lascia liberi, di viaggiare, di seguire le proprie inclinazioni, di essere e dare il meglio. Ma forse non è così. Forse l’amore egoista è quello più tenace e forte, quello che mette l’oggetto d’amore in una gabbia e lo soffoca, lo trattiene, finché non ha più la forza di ribellarsi, di chiedere di essere liberato, e così si lascia andare, diventa docile.

Ci sono le occasioni mancate e il dolore che lasciano dietro di sé. Ma non le occasioni futili, quelle che nella vita trovi a manciate. No. Le occasioni vere, quelle che potrebbero cambiare tutto.

Ci sono tante cose in questo libro. Tante cose oltre alla semplice vicenda criminosa. Tanti personaggi cesellati e profondi. Tante riflessioni da fare. E c’è un artificio narrativo impeccabile, una macchina inesorabile e perfetta di cui avevo soltanto subodorato l’esistenza. La bellezza dell’intreccio non sta nello scoprire chi sia l’assassino ma nella rivelazione della realtà.


A chi lo consiglio:

A chiunque. Sul serio. A chiunque. Perché è un romanzo bellissimo, che può appassionare anche chi di solito non legge gialli. E in particolar modo, lo suggerirei alle ragazze e alle signore che pensano di desiderare un uomo che sia geloso di loro.


Voto alla risolvibilità del caso:

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Difficile.

Voto in generale:

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Il blocco dello scrittore. Ovvero: il mio primo romanzo

Ebbene sì, qualche volta (poche volte) i sogni si avverano. Questa è una di quelle volte.

Insomma gente, lettori occasionali che avete ormai superato il centinaio (un centinaio di volte grazie a ciascuno di voi!), ho pubblicato un libro. Un libro vero. Un libro di carta. Con le pagine. Le cose scritte dentro. Una copertina (bellissima!). Con il mio nome scritto sopra.

Ecco la copertina:

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Non è bellissima??? *^*

Ed ecco la sinossi:

Miranda è una giovane studentessa, frequenta l’università ed è da sempre appassionata di scrittura. Le sue ambizioni sono grandi: diventare una stella della letteratura e lasciare ai posteri il suo capolavoro immortale. Convinta di serbare dentro di sé la sacra fiamma dell’arte, nel quotidiano si trova invece a fare i conti con una realtà a dir poco frustrante: il blocco dello scrittore. Un portatile aperto, una pagina bianca, un cursore lampeggiante e nulla più.
Un giorno improvvisamente, dopo aver incontrato dei misteriosi venditori di libri e aver ricevuto in regalo un inquietante segnalibro, nella vita di Miranda ricompaiono i personaggi da lei inventati anni prima, creature che popolavano i suoi racconti mai finiti e abbandonati nelle pagine ingiallite di vecchi quaderni. Saranno loro, il Principe Lucertola, la Banshee, i Mastini, i Kappa e tanti altri, ad accompagnare la ragazza in un viaggio avventuroso, magico e liberatorio, nelle ombre del proprio cuore.

Ed ecco i link dove, attualmente, potete comprarlo (eh? eh? Comprarlo, capito? blinkblinkblink… >>”):

Sito della casa editrice

IBS

Ma siccome a breve sarà disponibile anche alla vendita fisica in libreria, potreste anche andare nella vostra libreria di fiducia e farvelo ordinare lì (sempre se vi incuriosisce, ecco ^^”).

Se per caso qualcuno di voi (proprietario di blog o instagrammaro o twittaro) dovesse scoprirsi interessato e avesse voglia di leggerlo e recensirlo, può contattarmi!

E… ecco, questo è tutto. Probabilmente a breve organizzerò un paio di presentazioni nella mia zona (pffff, non ci credo nemmeno io XD)

Sciau a tutti 😉

 


Neve, di Maxence Fermine

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Neve è un racconto magico e delicato, come l’elemento da cui prende il nome.

Siamo in Giappone e seguiamo il percorso del giovane Yuko (Yuki, in giapponese, significa neve) che desidera diventare un poeta di haiku. Per farlo dovrà però capire a fondo la sua arte e per riuscirci diventerà l’allievo di un grande maestro, Soseki, che gli svelerà i segreti della sua perfezione e, allo stesso tempo, la storia del suo amore per una donna chiamata Neve.

Non do mai molto credito ai racconti ambientati in Giappone scritti dagli occidentali. Il Giappone è un paese che ci è completamente alieno. Le persone vivono immerse in una realtà che non è la nostra, in abitudini, idee, schemi di comportamento, di vita, di pensiero, che non sono i nostri. Quindi non do fiducia agli occidentali che cercano di imitarne lo spirito.

Fermine però ci riesce abbastanza bene.

Il racconto è poetico, delicato, sottile. Ogni parola è necessaria, come in un haiku. La storia è ciclica, si ripete e si compie nel giro di poche pagine (il racconto è davvero molto breve), lasciando un segno nel lettore al pari di opere molto più lunghe e complesse.

Sono rimasta incredibilmente stupita e ammaliata da questo racconto poetico sulla poesia e su cosa sia la poesia: danza, calligrafia, musica, canto. Funambolia.

E sono rimasta affascinata dalla storia di un amore mai veramente perso e ritrovato nel più incredibile dei modi.

Per questo motivo, il mio voto è: Star-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-icon


“Il cavaliere dei sette regni” di G.R.R Martin

 

il cavaliere dei sette regni

“Il cavaliere dei sette regni “ è un’avventura che si svolge novant’anni prima delle vicende narrate nella pluripremiata saga de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, e si inoltra nelle vicissitudini che hanno segnato la storia della Casa Targaryen. I primi signori dei Sette Regni sono ancora al potere, nonostante la famiglia sia lacerata dai conflitti tra il re che siede sul Trono, comandato a bacchetta dal Primo Cavaliere-negromante Bloodraven, e i suoi fratelli. Dunk, un ragazzotto semplice con sogni di gloria, si autoproclama cavaliere e, accompagnato da uno scudiero rasato e dall’identità misteriosa, viene coinvolto suo malgrado nelle vicende dei grandi. Riuscirà ad uscirne senza esserne schiacciato?

Il pezzo forte del romanzo è senza dubbio l’ambientazione, che del resto si appoggia ad un lavoro decennale e apprezzato in tutto il mondo. Chi ama “Il Trono di Spade” non può non lasciarsi coinvolgere nelle vicende di Dunk, anche solo perché il protagonista attraversa Dorne, ricorda la sua infanzia ad Approdo del Re, incontra antenati dei Lannister e dei Targaryen sul campo da torneo. E’ come un ritorno a casa, insomma. Ci si muove in un mondo che è ormai familiare, e si riesce a cogliere, nelle vicende passate, agganci a ciò che sta avvenendo nella Westeros de “La Danza dei draghi”. La storia e i personaggi sono ben allineati con lo stile fantasy di Martin, anche se qui il buon Zio si mostra clemente verso le sue creature e consente loro di arrivare a vedere la fine della vicenda. Quasi a tutti, ovviamente, ma mi fermo qui, anche perché secondo me “IlCcavaliere dei Sette Regni” sarà il primo volume di un’ulteriore saga.
Benchè l’avvenimento principale si sia effettivamente concluso, la storia non sa di “finito”; alcuni interrogativi rimangono aperti, personaggi come Lord Bloodraven compaiono solo in un breve cameo ( e conoscendo Martin, di sicuro non li spreca in questo modo). Un sogno in particolare rimane inavverato.
I personaggi femminili trovano sicuramente meno spazio in una storia di cavalieri erranti, congiure e riscatti, ma l’autore riesce comunque a infilare una donna di spessore, la Vedova Rossa (che mi ricorda leggermente la principessa Merida di “Brave-Ribelle”, perdonate la blasfemia).

L’arma vincente del libro è, per certi versi, anche il suo difetto. Il contesto troppo dipendente dall’Opera Magna, unito alla brevità del romanzo (meno di 350 pagine nell’edizione italiana), lo rendono più difficilmente apprezzabile da parte di chi non ha mai sentito parlare del Trono di Spade e dei Sette Regni. Senza tutto ciò che ci sta dietro (anche se, essendo un prequel, dovrebbe essere questa l’introduzione), il libro diventa semplicemente una storiella di cavalieri, piacevole ma non eccezionale, infarcita di nomi simili (Daemon e Aemon e Aegon – da impazzire) e di simboli astrusi. Io ho letto e riletto le Cronache, e ancora mi confondo!

Lo consiglio? A chi ha letto le Cronache, sì. Sarà una piacevole immersione nel mondo di Martin, una boccata d’ossigeno prima di ritornare in apnea fino all’uscita di “The Winds of Winter”. Sperando che non decida di seguire il nuovo ordine cronologico iniziato con “Il Cavaliere dei Sette Regni” e pubblicarlo tra novant’anni.

E.

 


"Il cavaliere dei sette regni" di G.R.R Martin

 

il cavaliere dei sette regni

“Il cavaliere dei sette regni “ è un’avventura che si svolge novant’anni prima delle vicende narrate nella pluripremiata saga de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, e si inoltra nelle vicissitudini che hanno segnato la storia della Casa Targaryen. I primi signori dei Sette Regni sono ancora al potere, nonostante la famiglia sia lacerata dai conflitti tra il re che siede sul Trono, comandato a bacchetta dal Primo Cavaliere-negromante Bloodraven, e i suoi fratelli. Dunk, un ragazzotto semplice con sogni di gloria, si autoproclama cavaliere e, accompagnato da uno scudiero rasato e dall’identità misteriosa, viene coinvolto suo malgrado nelle vicende dei grandi. Riuscirà ad uscirne senza esserne schiacciato?

Il pezzo forte del romanzo è senza dubbio l’ambientazione, che del resto si appoggia ad un lavoro decennale e apprezzato in tutto il mondo. Chi ama “Il Trono di Spade” non può non lasciarsi coinvolgere nelle vicende di Dunk, anche solo perché il protagonista attraversa Dorne, ricorda la sua infanzia ad Approdo del Re, incontra antenati dei Lannister e dei Targaryen sul campo da torneo. E’ come un ritorno a casa, insomma. Ci si muove in un mondo che è ormai familiare, e si riesce a cogliere, nelle vicende passate, agganci a ciò che sta avvenendo nella Westeros de “La Danza dei draghi”. La storia e i personaggi sono ben allineati con lo stile fantasy di Martin, anche se qui il buon Zio si mostra clemente verso le sue creature e consente loro di arrivare a vedere la fine della vicenda. Quasi a tutti, ovviamente, ma mi fermo qui, anche perché secondo me “IlCcavaliere dei Sette Regni” sarà il primo volume di un’ulteriore saga.
Benchè l’avvenimento principale si sia effettivamente concluso, la storia non sa di “finito”; alcuni interrogativi rimangono aperti, personaggi come Lord Bloodraven compaiono solo in un breve cameo ( e conoscendo Martin, di sicuro non li spreca in questo modo). Un sogno in particolare rimane inavverato.
I personaggi femminili trovano sicuramente meno spazio in una storia di cavalieri erranti, congiure e riscatti, ma l’autore riesce comunque a infilare una donna di spessore, la Vedova Rossa (che mi ricorda leggermente la principessa Merida di “Brave-Ribelle”, perdonate la blasfemia).

L’arma vincente del libro è, per certi versi, anche il suo difetto. Il contesto troppo dipendente dall’Opera Magna, unito alla brevità del romanzo (meno di 350 pagine nell’edizione italiana), lo rendono più difficilmente apprezzabile da parte di chi non ha mai sentito parlare del Trono di Spade e dei Sette Regni. Senza tutto ciò che ci sta dietro (anche se, essendo un prequel, dovrebbe essere questa l’introduzione), il libro diventa semplicemente una storiella di cavalieri, piacevole ma non eccezionale, infarcita di nomi simili (Daemon e Aemon e Aegon – da impazzire) e di simboli astrusi. Io ho letto e riletto le Cronache, e ancora mi confondo!

Lo consiglio? A chi ha letto le Cronache, sì. Sarà una piacevole immersione nel mondo di Martin, una boccata d’ossigeno prima di ritornare in apnea fino all’uscita di “The Winds of Winter”. Sperando che non decida di seguire il nuovo ordine cronologico iniziato con “Il Cavaliere dei Sette Regni” e pubblicarlo tra novant’anni.

E.

 


"I racconti dei Vedovi Neri" di Isaac Asimov

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“I racconti dei Vedovi Neri” è una raccolta di brevi racconti scritti da Isaac Asimov a partire dal 1971 e pubblicata nel 1974. Contiene i primi racconti che hanno come protagonisti i Vedovi Neri : un club composto da sei signori, tutti di buone doti intellettive, amanti dei misteri e delle chiacchiere.

Il club, che si riunisce una volta al mese, è assolutamente e inequivocabilmente precluso alle donne, le quali non possono nemmeno essere invitate come ospiti, in quanto il Regolamento del club prevede che ogni ospite diventi socio onorario del suddetto circolo -e sicomme le donne non possono essere socie…-. Sicché, le signore devono girare alla larga.

I componenti del circolo sono tutti esponenti di differenti campi del sapere: abbiamo un matematico con velleità poetiche, uno scrittore conoscitore della bibbia, un artista, un funzionario governativo esperto di codici, un chimico e un avvocato che si occupa di brevetti. Il settimo membro è il cameriere; il mitico, efficientissimo, silenziosissimo, abilissimo e acutissimo Henry.

 

In quanto alle trame dei racconti, cito Wikipedia:

 

I racconti seguono sempre la stessa convenzione: i sei membri del club ed un ospite si riuniscono a cena, serviti dall’incomparabile cameriere Henry Jackson, anche lui membro onorario dei Vedovi Neri. Durante la cena l’ospite propone sempre un mistero che i membri del club provano a risolvere.

 

Ho tagliato l’ultima riga perché altrimenti capireste tutto e subito e io voglio riservarmi lo spoiler per la fine di questo articolo.

 

I casi che Asimov vuol far risolvere ai suoi Vedovi Neri non sono i classici gialli con morto; i nostri amici non devono arrovellarsi sulle malvagie azioni di un assassino seriale o sull’efferato delitto di una giovane pulzella innocente. No. Abbiamo piuttosto casi minori, privi del macabro fascino dei crimini più efferati. Parliamo di furto, menzogne, nonni che nascondono eredità, vecchi amici che lasciano indizi su dove trovare il loro piccolo tesoro da qualche migliaio di dollari, camerieri spioni e miss minacciate. Qualche volta la soluzione si basa su un gioco di parole (che in italiano è un po’ più difficile cogliere) o su un piccolissimo dettaglio o su qualche non detto che al lettore, come anche ai Vedovi Neri, di solito sfugge. Trovo che ad un appassionato di gialli questi racconti non possano che piacere. Si tratta infatti di un apoteosi del piccolo mistero su cui si arrovellano menti normali, non geni della deduzione. La rassegnazione dimostrata dai nostri poveri signorotti nel momento in cui sembrano arrivare ad un punto morto nella discussione del caso, ricorda la rassegnazione dello studente di fronte ad un problema di matematica troppo difficile. Di conseguenza ne risulta una simpatica empatia che fa pensare al lettore “Accidenti, anche io rimarrei impantanato in quel modo. Che nervi!”. Infatti, quando leggiamo i casi di Sherlock Holmes, di Poirot, di Miss Marple o di qualunque altro famoso detective, sappiamo già che questi riusciranno a risolvere il caso e non dobbiamo far altro che divertirci a tentare di risolverlo prima di loro. Invece in questo caso rimaniamo piacevolmente impantanati insieme ai Vedovi e la cosa mi piace.

 ORA ARRIVANO GLI SPOILER:

Ora, Asimov non poteva lasciare i suoi racconti senza una soluzione. Ed ecco che arriva lui, il magnifico, l’onniscente, l’onnipresente Henry. Il cameriere dei Vedovi Neri è una figura indispensabile: infatti, sarà lui a risolvere praticamente ogni caso.

A questo proposito, mi sento in dovere di protestare contro molte delle recensioni che ho letto in Anobii.

Parecchi utenti lamentavano il fatto che ogni volta, in ogni racconto, sia Henry a svelare l’arcano. Si, questo è vero: è sempre Henry che alla fine suggerisce la via lungo la quale avviarsi per giungere alla conclusione esatta, se non direttamente la soluzione stessa.

Questo però avviene per un motivo ben preciso che molti lettori sembrano avere snobbato (cosa che mi fa credere di aver letto recensioni di individui dalla mente un pochino chiusa). Il fatto è questo: quando l’ospite dei Vedovi Neri propone il caso, questi possono rivolgergli delle domande allo scopo di arrivare alla soluzione del mistero. Una volta collezionate delle informazioni, i membri del circolo si lanciano nella produzione delle più disparate ipotesi per tentare di giungere ad una soluzione. Tali ipotesi si rivelano spesso intriganti, degne di essere messe in scena all’interno di un giallo vero e proprio, ma nel caso preso in considerazione si rivelano tutte troppo complicate e lontane dalla realtà. Dietro le quinte, Henry ascolta e raccoglie informazioni, osserva i commensali e le loro reazioni, osserva l’ospite e ne coglie le contraddizioni, e alla fine, tenendo conto dei piccoli elementi snobbati da tutti gli altri, propone una semplice e lineare soluzione, di solito esatta.

Questo a molti lettori dà fastidio, non ne capiscono il perché e lo tacciano come un noioso espediente. Può essere noioso, certo, ma solo finché non capisci il meccanismo che ci sta dietro, e questo è Henry a suggerirlo: lui risolve i casi GRAZIE ai Vedovi Neri e alle loro astruse supposizioni. Ovvero, Henry non fa altro che attuare nella propria (brillante, diciamocelo) mente un processo di esclusione. Da un quadro generale elide le possibilità dipinte dai membri del club e una volta terminato il lavoro gli rimane in mano la soluzione più semplice (e di solito esatta), che si limita ad esporre. In pratica, Henry si dimostra si molto brillante ma il suo è un ruolo che si compenetra con quello dei suoi amici e “datori di lavoro”. È un po’ come Poirot e Hastings: Poirot ringrazia spesso il suo amico Hastings di aiutarlo a risolvere i casi più intricati in quanto, avendo una mente “eccezionalmente normale”, vede sempre le cose “come il colpevole vuole che le si veda” e ciò aiuta Poirot a capire il vero scopo delle azioni del malvivente e smascherarlo. La mente brillante ha pur sempre bisogno di qualcuno che l’aiuti ad escludere tutti gli scenari “sbagliati”.

Insomma, tra Henry e i Vedovi Neri c’è una simbiosi. È una squadra. Per questo motivo, il lettore dovrebbe accettare il meccanismo e non criticarlo. Dopotutto, ci stupiamo forse che sia sempre Sherlock, e mai Watson, a risolvere i casi?

FINE SPOILER.

In conclusione, ho amato questa raccolta di racconti e sono fermamente decisa a leggere altro della serie dei Vedovi Neri, nonché l’Asimov più celebre, ovvero quello fantascientifico -sebbene io non vada matta di fantascienza-.

Due chicche:

-Asimov si auto-cita all’interno di un racconto. La cosa mi ha fatto molto ridere.

-Il primo dei casi, è anche il mio preferito. Se li avete letti, fatemi sapere qual è il vosto 😉

 G.


“I racconti dei Vedovi Neri” di Isaac Asimov

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“I racconti dei Vedovi Neri” è una raccolta di brevi racconti scritti da Isaac Asimov a partire dal 1971 e pubblicata nel 1974. Contiene i primi racconti che hanno come protagonisti i Vedovi Neri : un club composto da sei signori, tutti di buone doti intellettive, amanti dei misteri e delle chiacchiere.

Il club, che si riunisce una volta al mese, è assolutamente e inequivocabilmente precluso alle donne, le quali non possono nemmeno essere invitate come ospiti, in quanto il Regolamento del club prevede che ogni ospite diventi socio onorario del suddetto circolo -e sicomme le donne non possono essere socie…-. Sicché, le signore devono girare alla larga.

I componenti del circolo sono tutti esponenti di differenti campi del sapere: abbiamo un matematico con velleità poetiche, uno scrittore conoscitore della bibbia, un artista, un funzionario governativo esperto di codici, un chimico e un avvocato che si occupa di brevetti. Il settimo membro è il cameriere; il mitico, efficientissimo, silenziosissimo, abilissimo e acutissimo Henry.

 

In quanto alle trame dei racconti, cito Wikipedia:

 

I racconti seguono sempre la stessa convenzione: i sei membri del club ed un ospite si riuniscono a cena, serviti dall’incomparabile cameriere Henry Jackson, anche lui membro onorario dei Vedovi Neri. Durante la cena l’ospite propone sempre un mistero che i membri del club provano a risolvere.

 

Ho tagliato l’ultima riga perché altrimenti capireste tutto e subito e io voglio riservarmi lo spoiler per la fine di questo articolo.

 

I casi che Asimov vuol far risolvere ai suoi Vedovi Neri non sono i classici gialli con morto; i nostri amici non devono arrovellarsi sulle malvagie azioni di un assassino seriale o sull’efferato delitto di una giovane pulzella innocente. No. Abbiamo piuttosto casi minori, privi del macabro fascino dei crimini più efferati. Parliamo di furto, menzogne, nonni che nascondono eredità, vecchi amici che lasciano indizi su dove trovare il loro piccolo tesoro da qualche migliaio di dollari, camerieri spioni e miss minacciate. Qualche volta la soluzione si basa su un gioco di parole (che in italiano è un po’ più difficile cogliere) o su un piccolissimo dettaglio o su qualche non detto che al lettore, come anche ai Vedovi Neri, di solito sfugge. Trovo che ad un appassionato di gialli questi racconti non possano che piacere. Si tratta infatti di un apoteosi del piccolo mistero su cui si arrovellano menti normali, non geni della deduzione. La rassegnazione dimostrata dai nostri poveri signorotti nel momento in cui sembrano arrivare ad un punto morto nella discussione del caso, ricorda la rassegnazione dello studente di fronte ad un problema di matematica troppo difficile. Di conseguenza ne risulta una simpatica empatia che fa pensare al lettore “Accidenti, anche io rimarrei impantanato in quel modo. Che nervi!”. Infatti, quando leggiamo i casi di Sherlock Holmes, di Poirot, di Miss Marple o di qualunque altro famoso detective, sappiamo già che questi riusciranno a risolvere il caso e non dobbiamo far altro che divertirci a tentare di risolverlo prima di loro. Invece in questo caso rimaniamo piacevolmente impantanati insieme ai Vedovi e la cosa mi piace.

 ORA ARRIVANO GLI SPOILER:

Ora, Asimov non poteva lasciare i suoi racconti senza una soluzione. Ed ecco che arriva lui, il magnifico, l’onniscente, l’onnipresente Henry. Il cameriere dei Vedovi Neri è una figura indispensabile: infatti, sarà lui a risolvere praticamente ogni caso.

A questo proposito, mi sento in dovere di protestare contro molte delle recensioni che ho letto in Anobii.

Parecchi utenti lamentavano il fatto che ogni volta, in ogni racconto, sia Henry a svelare l’arcano. Si, questo è vero: è sempre Henry che alla fine suggerisce la via lungo la quale avviarsi per giungere alla conclusione esatta, se non direttamente la soluzione stessa.

Questo però avviene per un motivo ben preciso che molti lettori sembrano avere snobbato (cosa che mi fa credere di aver letto recensioni di individui dalla mente un pochino chiusa). Il fatto è questo: quando l’ospite dei Vedovi Neri propone il caso, questi possono rivolgergli delle domande allo scopo di arrivare alla soluzione del mistero. Una volta collezionate delle informazioni, i membri del circolo si lanciano nella produzione delle più disparate ipotesi per tentare di giungere ad una soluzione. Tali ipotesi si rivelano spesso intriganti, degne di essere messe in scena all’interno di un giallo vero e proprio, ma nel caso preso in considerazione si rivelano tutte troppo complicate e lontane dalla realtà. Dietro le quinte, Henry ascolta e raccoglie informazioni, osserva i commensali e le loro reazioni, osserva l’ospite e ne coglie le contraddizioni, e alla fine, tenendo conto dei piccoli elementi snobbati da tutti gli altri, propone una semplice e lineare soluzione, di solito esatta.

Questo a molti lettori dà fastidio, non ne capiscono il perché e lo tacciano come un noioso espediente. Può essere noioso, certo, ma solo finché non capisci il meccanismo che ci sta dietro, e questo è Henry a suggerirlo: lui risolve i casi GRAZIE ai Vedovi Neri e alle loro astruse supposizioni. Ovvero, Henry non fa altro che attuare nella propria (brillante, diciamocelo) mente un processo di esclusione. Da un quadro generale elide le possibilità dipinte dai membri del club e una volta terminato il lavoro gli rimane in mano la soluzione più semplice (e di solito esatta), che si limita ad esporre. In pratica, Henry si dimostra si molto brillante ma il suo è un ruolo che si compenetra con quello dei suoi amici e “datori di lavoro”. È un po’ come Poirot e Hastings: Poirot ringrazia spesso il suo amico Hastings di aiutarlo a risolvere i casi più intricati in quanto, avendo una mente “eccezionalmente normale”, vede sempre le cose “come il colpevole vuole che le si veda” e ciò aiuta Poirot a capire il vero scopo delle azioni del malvivente e smascherarlo. La mente brillante ha pur sempre bisogno di qualcuno che l’aiuti ad escludere tutti gli scenari “sbagliati”.

Insomma, tra Henry e i Vedovi Neri c’è una simbiosi. È una squadra. Per questo motivo, il lettore dovrebbe accettare il meccanismo e non criticarlo. Dopotutto, ci stupiamo forse che sia sempre Sherlock, e mai Watson, a risolvere i casi?

FINE SPOILER.

In conclusione, ho amato questa raccolta di racconti e sono fermamente decisa a leggere altro della serie dei Vedovi Neri, nonché l’Asimov più celebre, ovvero quello fantascientifico -sebbene io non vada matta di fantascienza-.

Due chicche:

-Asimov si auto-cita all’interno di un racconto. La cosa mi ha fatto molto ridere.

-Il primo dei casi, è anche il mio preferito. Se li avete letti, fatemi sapere qual è il vosto 😉

 G.


"Il libro segreto del signore oscuro" di Paul Dale

download (1)Ecco la seconda recensione della mia collega! Enjoy!

Mi sono sempre chiesta: “e se in un romanzo fantasy, per una volta, vincesse il cattivo?”. Se ci avete pensato anche voi (e perché no, in fondo? A volte ci si stufa dell’Eroe, diciamocelo), allora questo libro è una lettura assolutamente consigliata.
Morden, un ragazzo decisamente fuori dal comune, frequenta l’Accademia per Giovani Birrai, e sfoga le sue velleità di dominio sugli altri studenti della scuola, intimoriti da lui e dalla sua banda di scagnozzi. Un giorno, il ragazzo viene avvicinato da un Orco che dice di chiamarsi Dentaccio; la creatura gli consegna un libro, scritto dal Male in persona, che gli insegnerà come diventare il più temibile Signore Oscuro che il mondo abbia mai conosciuto. Morden si pone a capo degli Orchi, fino a quel momento costretti a vivere in condizioni di schiavitù e di miseria, e si mette in marcia verso la fortezza del suo predecessore, Zoon l’Oltraggiato. Il suo obiettivo: conquistare il mondo, grazie anche alla sua capacità di trasformarsi in drago a proprio piacimento.
Nel frattempo, un misterioso esercito capitanato da una donna-drago si muove per contrastare il nascente Signore Oscuro, e in uno sperduto villaggio, un giovane fabbro trova una spada che sembra essere assetata del sangue dei malvagi…

Questo romanzo mescola fantasy e parodia in un modo irresistibile e coinvolgente. Si è tanto detto che il genere fantasy è stato sfruttato troppo, che le storie sono ormai trite e ritrite, che è stato scritto tutto. L’autore, Paul Dale, prende tutti gli stereotipi del genere e li sbeffeggia con intelligente e delicata ironia, ne fa un libro comico in cui niente va come dovrebbe.
La maggior parte della vicenda è narrata dal punto di vista del Signore Oscuro, anzi sarebbe meglio dire il futuro Signore del Male; già, perché Morden ha appena iniziato la sua ascesa al potere, e come gli ricordano il Libro e Dentaccio, ha ancora molto da imparare. I capitoli narrativi sono inframezzati da spezzoni del Manuale per Signori Oscuri, che Morden legge appena può. I consigli sono molto semplici, spiegati per bene, per evitare un altro fallimento come quello di un certo Signore Oscuro, davvero promettente, che mise tutto il suo potere in un anello, e poi fu così sciocco da perderlo. (Questo è solo uno dei tanti riferimenti ai “grandi classici” del fantasy che Dale, pur prendendo in giro, sembra ammirare profondamente). Se i clichè nell’aspetto e nel cerimoniale ci sono tutti (veste nera, come si conviene ad un vero cattivo, monologhi imperiosi, saccheggi), Morden non ha ancora l’animo Oscuro a sufficienza, e si accorgerà presto che dominare il mondo non è una faccenda per tutti.

Anche gli altri personaggi non sono da meno: un Eroe sanguinario e un po’ confuso sulle sue priorità, una spietata dragonessa, un Cancelliere amante della buona cucina, nonché la donna contesa tra l’Eroe e il Signore Oscuro, la popolana Griselda.
Griselda è uno dei personaggi migliori del romanzo, non solo perché stravolge completamente i canoni del fantasy (esteticamente e non), ma perché è una donna vera, che non ha paura di sporcarsi le mani, che non cade in deliquio davanti all’Eroe (anzi, lo lascia pure!). Griselda insulta, sbraita, picchia un Morden che, pur essendo il più temibile Signore Oscuro, non è in grado di difendersi da quella furia. E anche se una storia d’amore è inevitabile, Dale la tratta in un modo divertente e fuori dagli schemi. Niente smancerie, insomma: al massimo una sberla.

Il punto di forza di questo romanzo è proprio l’inaspettato, divertente stravolgimento degli eventi : il cattivo diventa l’eroe di una tragicommedia che ci spinge a dire che forse, non è stato ancora scritto proprio tutto.

E.


“Il libro segreto del signore oscuro” di Paul Dale

download (1)Ecco la seconda recensione della mia collega! Enjoy!

Mi sono sempre chiesta: “e se in un romanzo fantasy, per una volta, vincesse il cattivo?”. Se ci avete pensato anche voi (e perché no, in fondo? A volte ci si stufa dell’Eroe, diciamocelo), allora questo libro è una lettura assolutamente consigliata.
Morden, un ragazzo decisamente fuori dal comune, frequenta l’Accademia per Giovani Birrai, e sfoga le sue velleità di dominio sugli altri studenti della scuola, intimoriti da lui e dalla sua banda di scagnozzi. Un giorno, il ragazzo viene avvicinato da un Orco che dice di chiamarsi Dentaccio; la creatura gli consegna un libro, scritto dal Male in persona, che gli insegnerà come diventare il più temibile Signore Oscuro che il mondo abbia mai conosciuto. Morden si pone a capo degli Orchi, fino a quel momento costretti a vivere in condizioni di schiavitù e di miseria, e si mette in marcia verso la fortezza del suo predecessore, Zoon l’Oltraggiato. Il suo obiettivo: conquistare il mondo, grazie anche alla sua capacità di trasformarsi in drago a proprio piacimento.
Nel frattempo, un misterioso esercito capitanato da una donna-drago si muove per contrastare il nascente Signore Oscuro, e in uno sperduto villaggio, un giovane fabbro trova una spada che sembra essere assetata del sangue dei malvagi…

Questo romanzo mescola fantasy e parodia in un modo irresistibile e coinvolgente. Si è tanto detto che il genere fantasy è stato sfruttato troppo, che le storie sono ormai trite e ritrite, che è stato scritto tutto. L’autore, Paul Dale, prende tutti gli stereotipi del genere e li sbeffeggia con intelligente e delicata ironia, ne fa un libro comico in cui niente va come dovrebbe.
La maggior parte della vicenda è narrata dal punto di vista del Signore Oscuro, anzi sarebbe meglio dire il futuro Signore del Male; già, perché Morden ha appena iniziato la sua ascesa al potere, e come gli ricordano il Libro e Dentaccio, ha ancora molto da imparare. I capitoli narrativi sono inframezzati da spezzoni del Manuale per Signori Oscuri, che Morden legge appena può. I consigli sono molto semplici, spiegati per bene, per evitare un altro fallimento come quello di un certo Signore Oscuro, davvero promettente, che mise tutto il suo potere in un anello, e poi fu così sciocco da perderlo. (Questo è solo uno dei tanti riferimenti ai “grandi classici” del fantasy che Dale, pur prendendo in giro, sembra ammirare profondamente). Se i clichè nell’aspetto e nel cerimoniale ci sono tutti (veste nera, come si conviene ad un vero cattivo, monologhi imperiosi, saccheggi), Morden non ha ancora l’animo Oscuro a sufficienza, e si accorgerà presto che dominare il mondo non è una faccenda per tutti.

Anche gli altri personaggi non sono da meno: un Eroe sanguinario e un po’ confuso sulle sue priorità, una spietata dragonessa, un Cancelliere amante della buona cucina, nonché la donna contesa tra l’Eroe e il Signore Oscuro, la popolana Griselda.
Griselda è uno dei personaggi migliori del romanzo, non solo perché stravolge completamente i canoni del fantasy (esteticamente e non), ma perché è una donna vera, che non ha paura di sporcarsi le mani, che non cade in deliquio davanti all’Eroe (anzi, lo lascia pure!). Griselda insulta, sbraita, picchia un Morden che, pur essendo il più temibile Signore Oscuro, non è in grado di difendersi da quella furia. E anche se una storia d’amore è inevitabile, Dale la tratta in un modo divertente e fuori dagli schemi. Niente smancerie, insomma: al massimo una sberla.

Il punto di forza di questo romanzo è proprio l’inaspettato, divertente stravolgimento degli eventi : il cattivo diventa l’eroe di una tragicommedia che ci spinge a dire che forse, non è stato ancora scritto proprio tutto.

E.