L’albero delle bugie, di Frances Hardinge

Edito: Mondadori

Pagine: 415

Prezzo: 11, 50 euro

Link: http://amzn.to/2xSTDYE

 

Fin da quando era piccola Faith ha imparato a nascondere dietro le buone maniere la sua intelligenza acuta e ardente: nell’Inghilterra vittoriana questo è ciò che devono fare le brave signorine. Figlia del reverendo Sunderly, esperto studioso di fossili, Faith deve fingere di non essere attratta dai misteri della scienza, di non avere fame di conoscenza, di non sognare la libertà. Tutto cambia dopo la morte del padre: frugando tra oggetti e documenti misteriosi, Faith scopre l’esistenza di un albero incredibile, che si nutre di bugie per dar vita a frutti magici capaci di rivelare segreti. È proprio grazie al potere oscuro di questo albero che Faith fa esplodere il coraggio e la rabbia covati per anni, alla ricerca della verità e del suo posto nel mondo.

Partiamo da un presupposto: non credo sia corretto dare in pasto ai ragazzi, per il semplice motivo che sono -appunto- ragazzi, romanzi scontati e sempliciotti, dalla prosa piatta e banale e popolati di protagonisti insipidi e tristemente privi di sfumature. Per fortuna, questo libro non lo fa.

Al contrario, con una prosa lineare ma ricca e ben costruita, Frances Hardinge racconta una storia di crescita dalle tinte oscure, in cui una protagonista all’apparenza mite e anonima cova nell’animo l’aspirazione di seguire le orme paterne e diventare una naturalista e una scienziata.

Il suo sogno però sembra irrealizzabile, perché diventare naturalista e sceinziata, partecipare a scavi archeologici, viaggiare per il mondo sono tutte cose precluse alle donne nell’Inghilterra di fine Ottocento.

Così l’intelligenza e la curiosità di Faith vengono costantemente ignorate e messa da parte, quasi fossero attributi disdicevoli di cui lei dovrebbe vergognarsi, e ogni suo tentativo di timida affermazione è messo tristemente in ombra dalla presenza del fratellino, ancora ingenuo e per nulla brillante… ma maschio.

Quindi non importa che Faith sia più abile e che mostri un’attitudine alla scienza che il piccolo Howard non possiede: lei è una donna e in quanto tale nient’altro che un peso economico che non darà mai lustro alla famiglia e per questo ciò che ci si aspetta da lei non sono genio e intraprendenza ma mite e devota accondiscendenza.

Almeno, questo è ciò che sbraita il Reverendo Sunderly, padre della protagonista, quando lei afferma e difende la propria intelligenza e il proprio diritto a seguire la sua passione.

Ma io sono intelligente.

È questa rivelazione riguardo al proprio ruolo nel mondo più che la subito successiva morte del padre a segnare la svolta nella narrazione e a dividere nettamente a metà il romanzo.

Nella prima parte, l’atmosfera è tesa, nervosa, asfittica. Faith è un fascio di rabbia repressa, speranza, impotenza. È un’adolescente ancora costretta nei propri abiti da bambina, relegata in un angolo. Una presenza dimenticabile che sente su di sé tutto il peso della propria trascurabilità.

Nella seconda parte, invece, Faith diventa un fantasma vendicativo. Per nutrire e studiare lo strano e inquietante esemplare botanico nascosto dal padre e causa probabile della sua morte, Faith indaga su quello che ritiene un caso di omicidio, mente, manipola, sfrutta, scappa di casa la notte, prende il mare da sola, sfida le proprie paure e i limiti imposti dalla società su di lei e si spinge sempre più avanti fino a mettersi in pericolo.

Ma sono quest’avventura, la sua determinazione, i suoi inganni e le sue manipolazioni, che permettono a Faith può dare prova della propria forza e arguzia, delle proprie capacità, intraprendendo un percorso che la porterà ad uscire da quei vestiti da bambina e da quella devozione all’idea paterna, specchio delle rigide norme sociali.

Voglio essere un cattivo esempio.

Ho davvero apprezzato questo romanzo e due dei motivi sono la costruzione del personaggio di Faith e la coerenza dell’autrice nel narrarlo.

Quante volte un personaggio viene descritto come geniale o malvagio o coraggioso ma si rivela poi un goffo piagnucolone arrogante spesso senza alcun motivo valido per fare quello che fa? Faith invece compie un’evoluzione possibile, rilascia un potenziale che era già dentro di lei e che si manifesta in un’accesa caparbietà e nello sfruttare le proprie risorse piuttosto che in immensi poteri cosmici o in exploit di violenza. E nonostante tutto, nonostante la propria evoluzione, Faith rimane comunque sé stessa.

Anche i personaggi di contorno sono apprezzabili. Tratteggiati con meno attenzione di Faith ma comunque interessanti, apprezzabili (a parte Jeanne, Jeanne doveva morire male) e abbastanza approfonditi da poter legare con loro e capire le loro motivazioni. Un fattore questo che rende il romanzo molto godibile e sostiene il ritmo più disteso della prima parte, creando un solido contesto.

“L’albero delle bugie” è dunque un racconto sulle conseguenze disastrose della disonestà e delle menzogne e sulla loro pericolosità e sulla loro natura contagiosa. “Dai loro una bugia in cui siano disposti a credere”, è questa la regola per nutrire l’albero. Seguendola, nutrendo la gente di bugie -gente prontissima a bersele!- Faith, e suo padre prima di lei, mettono in circolo e vengono schiacciati dal peso dell’entità da loro creata e cresciuta a dismisura, proprio come l’albero che se ne nutre.

Ma è anche un racconto di formazione e di presa di coscienza. Bisogna avere il coraggio di essere ciò che si è, non si può ignorare la propria natura, perché ignorare le proprie passioni provoca più danni che benefici.


Voto:

4,5 2000px-White_Stars_1 su 5: Intrigante


Lo consiglio a:

  • Chi vuole leggere un libro ad alto coefficiente girl power;
  • Agli adolescenti in generale, fascia 13-18 anni;
  • A chi ama i racconti ottocenteschi, con ville a picco sull’oceano e paesani ostili;
  • A chi ama i racconti misteriosi;
  • A tutti, perché sarà un libro per ragazzi ma lo possono leggere anche gli adulti.

 

 

 

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L’ultima sera di Hattie Hoffman, di Mindy Mejia

Una ragazza viene trovata morta in un granaio. Si tratta di Hattie Hoffman, studentessa brillante e aspirante attrice. Qualcuno l’ha pugnalata e le ha deturpato il volto. Lo sceriffo Del indaga sul caso, svelando poco alla volta cosa è accaduto nel corso dell’ultima sera in cui Hattie era ancora in vita ma per farlo dovrà portare alla luce qualcosa che nessuno avrebbe mai sospettato…

 

 

Hattie Hoffman è un’adolescente di campagna che sogna la città. Ha un talento per la recitazione e vuole metterlo a frutto a New York, dove sogna di trasferirsi appena terminata la scuola nonostante la disapprovazione dei suoi, che in ogni caso l’adorano. Nel frattempo, si annoia nel suo paesino di provincia, passa il suo tempo a lavorare come commessa e partecipa alle piccole produzione teatrali delle vicine cittadine.

Quello di Hattie però non è semplice talento né quella di diventare un’attrice è una semplice aspirazione. La recitazione è parte di lei, è penetrata così profondamente che la vera Hattie non viene mai alla luce, perennemente coperta dalle sue maschere. La sua personalità è qualcosa che oscilla e si adatta a chiunque lei si trovi di fronte. Hattie riesce a capire cosa gli altri vogliono da lei e a metterlo in scena, con lo scopo ultimo di riuscire ad ottenere tutto quello che vuole. Approvazione per lo più, amore, ammirazione.

Io ti osservo, sai? Al mattino presto confabuli con Portia, assecondi le sue idee ridicole, le propini una stronzata dopo l’altra. All’ora di pranzo ti lasci mettere le mani addosso da Tommy, arrossisci e ridi come una sciocchina. Non c’è un solo insegnante di cui non cerchi di accattivarti le simpatie, e ognuno di loro è convinto che sceglierai una facoltà legata alla sua materia. Ma la cosa incredibile è che niente di tutto questo ti disturba. Tu dici di recitare e basta, ma è come se ti sbriciolassi in mille pezzi, e appena scopro un nuovo frammento di te, svanisci di nuovo nel nulla, ti trasformi in qualcun altro, in un’intera folla di qualcun altri, e io resto lì a domandarmi se esista veramente una Hattie Hoffman.

Tra ricercare l’approvazione altrui e la manipolazione il passo è breve e Hattie lo compie di slancio, con tutta la sicurezza di una ragazzina che si crede un’adulta e guarda al futuro (che è un futuro prossimo per lo più o quasi immediato, mentre il futuro-futuro le appare come una nebbia rosea di successi e cose bellissime) con la spavalda inconsapevolezza degli adolescenti. Senza pensarci due volte, con una facilità e una freddezza che sfiorano la sociopatia, Hattie diventa la principessa della scuola, la bimba del suo papà, l’amica perfetta, la ragazza ideale di un muscoloso giocatore di football e la femme fatale.

Anche il professor Lund non resiste al fascino di questa ragazza così diversa dai suoi compagni. Lui è un giovane insegnante che si è appena trasferito dalla città alla campagna per seguire la moglie, la quale vuole accudire la coriacea madre malata. Cittadino nel cuore, vegetariano, amante dei libri, a Peter la campagna, per quanto vasta, sta molto stretta. Lui sogna ancora la città, le abitudini che aveva prima di trasferirsi, il teatro, il cinema, i locali…

È la frustrazione che lo fa approdare su Hattie, che come lui sogna di andarsene da quel posto troppo piccolo per lei, troppo poco speciale. In pure stile Henry Quebert, Hattie finisce per diventare l’incarnazione di quello che Peter vuole e che non ha più: la vitalità, la vita cittadina, le attenzioni, l’ammirazione, il sesso, l’entusiasmo, ma soprattutto la spensieratezza.

Perché Peter Lund in fin dei conti è un pusillanime, spaventato dalle responsabilità, oppresso da quella che credere essere una vita pessima, incapace di adattarsi ma allo stesso modo incapace di essere abbastanza risoluto da staccarsi da ciò che è venuto ad odiare. È un esserino così poco volitivo che nonostante sia un adulto che consapevolmente intreccia un rapporto con un’allieva, che tradisce la moglie ed mente alla polizia, è difficile provare qualcos’altro nei suoi confronti se non pietà. Quella pietà che si riserva agli inetti.

Nonostante la sua scarsa fibra morale, Peter riesce comunque a sentirsi in colpa per la propria debolezza e la colpa è decisamente l’elemento cardine della vicenda insieme a ciò che la scatena: il desiderio. O almeno è questa la spiegazione che fornisce Lund stesso (agli altri ma anche a sé stesso) prima della messa in scena di Macbeth, recita in cui Hattie è la stella, Lady Macbeth, “quella che fa scorrere il sangue”.

Si instaura quindi un parallelismo tra la vicenda di Macbeth e quella che vede implicati Hattie e il professor Lund. Hattie è la manipolatrice che tira le fila, che porta le persone a fare cose che in condizioni normali non farebbero. Gli altri sono solo delle pedine, più o meno inermi, da muovere per ottenere ciò che vuole.

L’aspetto migliore di questo romanzo è sicuramente l’ampio spazio dedicato all’introspezione dei personaggi. Tre punti di vista si alternano in uno spietato conto alla rovescia e tengono ancorata l’attenzione del lettore, scoprendo indizi poco alla volta, ricollegando fatti accaduti in modo sottile e intelligente e soprattutto scavando nelle motivazioni dei personaggi.

Ma i narratori si rivelano decisamente inaffidabili. Hattie restituisce il punto di vista di un’adolescente intelligente e scaltra ma necessariamente mancante in esperienza. È risoluta ma troppo fiduciosa e troppo superficiale, affetta da una sorta di complesso di superiorità che le fa credere di essere migliore di tutti gli altri, che nessuno sia alla sua altezza. Che le fa credere di amare e di poter amare solo Peter Lund e che lui, in virtù di questo privilegio, dovrebbe abbandonare tutto.

Peter è un uomo debole e incapace di affrontare la realtà. Ha suscitato in me diverse riflessioni sul cosa lo abbia spinto a credere di essere innamorato (non attratto, proprio innamorato) della ragazza ma ho supposto che si fosse convinto di esserlo in modo tale da avere la coscienza assolta, oppure che lo fosse in quanto desideroso di avere ciò che gli mancava e che lei in qualche modo incarnava.

Infine, lo sceriffo Del, un’interpunzione di razionalità tra i due deliranti punti di vista dei due veri protagonisti della vicenda. Del è un uomo tutto d’un pezzo, che conosceva Hattie da quando era bambina ed è molto amico di suo padre. Vuole scoprire la verità ma non esclude che Hattie potesse avere dei segreti né la assolve né assolve Lund. Del è la voce della ragione, che pur provando tristezza e compassione per la morte della ragazza vuole prima di tutto risolvere il caso. Anche se in effetti si può dire che sia il destino a risolvere tutto, la divina provvidenza.

Anche il lettore, come Del, è spinto a non assolvere le colpe laddove presenti, ma a provare comunque compassione per questi individui che, in qualche modo, consapevolmente o meno, si sono uccisi a vicenda.

In conclusione, ho apprezzato molto questo romanzo che mi ha intrattenuta e mi ha dato anche molto da pensare. Non credevo avrei trovato una così ben gestita introspezione e dei personaggi così bel cesellati nonostante rispondano in parte a degli stereotipi. La  considero la prova che in mano a qualcuno di capace, anche i clichés possono risultare interessanti.

La vicenda “gialla” ha degli alti e bassi, dei ritardi inspiegabili, ma allo stesso tempo mantiene per tutto il tempo una dimensione umana che me l’ha fatta apprezzare. “Non è come nei film” dice il medico legale, “possono passare mesi prima che analizzino il tuo campione.” In realtà, non importa tanto chi abbia ucciso Hattie deturpandole il volto, ma perché. E così le indagini non sono una frenetica corsa contro il tempo ma una lenta presa di coscienza.


Pagelle:

Voto al romanzo:2000px-White_Stars_1 su 5 – Stella nascente

Voto al caso: 2000px-White_Stars_1 su 5 – Alla fine era proprio come pensavo…


Lo consiglio a:

  • Chi ama la narrazione suddivisa in punti di vista;
  • Chi ama le vicende criminose con una buona dose di introspezione psicologica;
  • Chi vuole diventare un’attrice;
  • Chi ha una giovane amante;
  • Chi è sociopatico.

Avevate già letto questo libro? Vi ho incuriositi? Fatemelo sapere con un commento.

Un bacio in fronte,

G.


The Coffee Book Tag

Salve a tutti, miei adorati lettori,

oggi vi propongo un tag ispirato al caffè che ho visto nel canale di Arianna Bonardi, una ragazza che io seguo dall’alba dei tempi e con cui condivido in buona parte i gusti letterari. Andate e seguite, cliccando qui.

Ma perché l’idea di fare questo tag mi è subito piaciuta? Perché sono dipendente dal caffè. Del tipo che mi scofano una moka da sei intera la mattina. Da sola. E quel che è peggio è che non mi basta neppure, perché dopo pranzo ho di nuovo sonno. Credo di aver bisogno di aiuto. Nel frattempo che io medito sui miei peccati, voi beccatevi il tag e magari, alla fine, fatemi sapere cosa ne pensate, della mia dipendenza, ma anche dei libri suggeriti.

1) Caffè Nero: Un libro difficile da digerire

3539806Se volete farvi strappare il cuoricino e farvelo ridurre in pezzettini piccoli piccoli, allora dovete proprio leggere “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness e Siobhan Dowd. Vi lascio la mia recensione qui. Facevo la dura, all’epoca, ma in realtà stavo piangendo tutte le mie lacrime. E io non piango facilmente.

 

 

 

 

 

Un altro mattoncino, a mio parere, è “Espiazione”, di Ian Mc Ewan. La rivelazione finale mi ha ucciso dentro e credo che non perdonerò mai Ian per quello che mi ha fatto.

 

 

 

 

 

 

 

2) Caffè macchiato: Un libro super famoso ma che hai apprezzato

Mi è subito venuto in mente “Le otto montagne”, di Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2017. Un bellissimo racconto di amicizia e natura e scoperta di sé stessi. E poi io sono una persona da montagna. Preferisco la quiete e l’imponenza dei monti al caldo affollamento delle spiagge.

 

 

 

 

 

3) Cioccolata calda: Il tuo libro preferito da bambino

Pensavate che vi avrei citato Harry Potter? E invece no. Ho altri titoli che mi sono rimasti nel cuoricino e di parecchio antecedenti al fenomeno potteriano.

Lavinia.jpgIl primo che mi viene in mente è “L’incredibile storia di Lavinia”, di Bianca Pitzorno. Una povera ragazzina, una piccola fiammiferaia sola tra le vide di una Milano ghiacciata, riceve da una fata un regalo molto speciale: un anello magico che le permette di trasformare ciò che desidera in… no, non ve lo dico, leggetelo! Una storia di simpatica vendetta nei confronti dell’indifferenza e della prepotenza, ma anche sui guai che il potere può provocare.

 

 

 

 

Sempre da piccolissima adorai “Gli sporcelli” di Roald Dahl, che penso non abbia bisogno di presentazione alcuna.

 

 

 

 

 

 

 

Un altro titolo che ricordo con enorme affetto è “Tostissimo!” di Domenica Luciani. Un libro che da ragazzina mi piacque moltissimo perché divertente e intelligente e anche per via del suo messaggio di rivalsa.

 

 

 

 

 

 

Il quarto titolo appartiene alla leggendaria collana del Battello a vapore e lo lessi alla soglia dell’adolescenza e si tratta de “All’ombra del pappagallo nero”, di Alan Temperley. Un giovane rigattiere di nome Silas trova sulla spiaggia una sirena. Qualcuno la vuole rapire, lui invece la vuole curare e difendere. Ricordo che lessi questo romanzo mentre ero in campeggio in spiaggia e che fu in parte colpa sua se mi sono innamorata delle storie marinaresche.

 

 

 

 

4) Espresso doppio: Un libro che ti ha tenuta incollata alle pagine

E qui, vi cito “Omicidio a Road Hill House” di Kate Summerscale. Questo saggio romanzato giaceva nella mia libreria da un bel po’ di tempo quando per caso mi imbattei proprio nel canale di Arianna (la ragazza da cui ho “copiato” questo tag) che ne parlava in termini affascinanti. Così, decisi di dedicarmici e ovviamente mi ci sono appassionata. Si tratta della cronaca, come già detto romanzata, di un famosissimo omicidio avvenuto in epoca vittoriana, ovvero quello del piccolo Seville Kent. L’ispettore inviato da Scotland Yard, Jack Whicher, utilizzò metodi di indagine innovativi. La sua figura e il suo metodo, ripresi dai grandi scrittori del tempo (Wilkie Collins, Charles Dickens, Arthur Conan Doyle…) ispireranno e confluiranno nelle grandi figure dei detective di fine Ottocento. Sì, anche in Sherlock.

 

Nel dubbio, vi lascio il video di Arianna che spiega certamente meglio di me.

 

 

5) Latte macchiato: Un libro lungo e pesante

Forse non mi crederete, ma Murakami non mi va giù. “Ma come? Sei laureata in giapponese e non ti piace Murakami?”. Eh già, la vita a volte è strana e paxxerella!11!. In ogni caso, non tutti i Murakami per me sono mattoni indigeribili. Quello che ho fatto fatica a finire è stato “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, che credo sia il preferito del mio ragazzo, che ora mi odierà. Scusa Jack. #SorryNotSorry #Yolo

Leggendo, avevo la netta impressione che Murakami non avesse la minima idea di dove andare a parare con la storia. Di questo autore preferisco di gran lunga “After Dark”. Ma i gusto so’ gusti.

 

 

6) Starbucks: Un libro che vedi ovunque

Facile: “L’amica geniale”, di Elena Ferrante. L’ho letto? No. Ho intenzione di farlo? Dio, no!

 

 

 

 

 

 

 

 

7) Caffetteria Hipster: Un autore sconosciuto

E qui è facile: me medesima! Non perderò mai l’occasione di spammarvi il mio libro. “Il blocco dello scrittore”. Anzi, sapete cosa? Vi link la review che ne fece Sara Cantoni tempo fa. Andate circa al minuto 18 e ci sono io 😀

 

 

 

 

 

 

 

Ma se volete che scelga uno scrittore più serio di me, che sono comunque serissima, vi cito un mio con-regionale di cui sento parlare meno di quanto meriterebbe: Matteo Strukul, autore de “I cavalieri del nord”, “La giostra dei fiori spezzati”, “La ballata di Mila” e al momento in libreria con la serie “I Medici”.

 

 

 

 

 

8) Decaffeinato: Un libro da cui ti aspettavi di più

“Tredici”, di Jay Asher. Il libro ha tante buone intenzioni ma è decisamente rivolto a un target giovane. Il linguaggio semplicissimo, la struttura narrativa, i personaggi appena abbozzati, non mi hanno fatto provare ciò che mi aspettavo. Il personaggio di Clay poi, è insulso.

 

 

 

 

 

 

9) La miscela perfetta: Il libro che ha tutti gli elementi che ti piacciono

Io sono un’anima antica e mi piacciono i classici inglesi vittoriani. “Il ritratto di Dorian Gray” è il mio libro preferito ma amo moltissimo anche Dracula, Frankenstein e tutti i loro cugini. Amo Dickens e Wilkie Collins e tutto ciò che riguarda antiche dimore e case desolate. Insomma, sono come Catherine di Northanger Abbey. Questo spiega perché ADORI quel romanzo.

 

 

 

 

 

 

Bene, ho finito. Spero di avervi dato qualche spunto di lettura e ovviamente mi piacerebbe sapere se avete letto qualcuno di questi titoli e se me ne consigliate qualcun altro!

 Ovviamente, consideratevi tutti taggati ma in particolare passo la patata bollente a:

http://www.erigibbi.it/

https://theimbranationgirl.wordpress.com/

https://giuliaeffe.com/

Un bacio in fronte a tutti e un buffetto affettuoso,

G.


#ICinque: Libri che fanno ridere (in senso buono)

Salve a tutti, lettori occasionali (e non, perché anche i lettori affezionati hanno diritto ad essere salutati -rima not intended).

Inauguro oggi una nuova rubrica (a ridaje!): I Cinque. Ad ogni puntata vi consiglierò cinque libri riguardanti un certo tema. Oggi partiamo con i libri che fanno ridere (in senso buono), ma  faccio affidamento su di voi per le prossime cinquine. Suggeritemi un tema e io mi scervellerò per esaudire la richiesta.

Ora pronti?

Partenza?

Via.


Elianto

Stefano Benni

Feltrinelli

Pagine: 320

Prezzo: 9 euro

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Riusciranno i nostri intrepidi eroi a superare tutte le prove e trovare l’elisir che guarisca il giovane Elianto e gli faccia salvare la contea? Se si fugge di notte da Villa Bacilla sulle ali di una diavolessa sexy, sorvolando Tristalia, assieme a tre equipaggi che si spostano contemporaneamente, può accadere di visitare gli otto mondi alterei della mappa nootica. Capita così di conoscere la terra primordiale di Ermete Trismegisto, Protoplas; i mari incantati di Capitan Guepière a Posidon; i cinquanta casinò e i locali notturni di Bludus; Mnemonia con i suoi fuochi fatui e l’insidia dell’embambolia; Medium con le sue giornate di Beneficenza Ben-evidente. E poi è possibile incontrare Siperquater e Triperott a Neikos, o gli angeli cannibali nel deserto freddo di Yamserius. L’importante è fare a tempo a guarire il giovane Elianto, affetto dal Morbo Dolce, perché possa liberare le contee dal dominio del Grande Chiodo. C’è speranza di riuscire, assieme ai protagonisti (oltre a Elianto, Fido PassPass, Fuku Occhio di Tigre, Tigre Triste), a districarsi tra mille prove e attraversare gli infiniti mondi creati dalla fantasia di Stefano Benni?

Come nella maggior parte degli scritti di Benni, in Elianto convivono un’avventura rocambolesca e esilarante e una realtà inquietante. Io l’ho adorato, è il mio romanzo preferito di questo autore.


Dente per dente

Francesco Muzzopappa

Fazi Editore

Pagine: 218

Prezzo: 15 euro

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Se Roma ha la GNAM (Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Bologna il MAMBO (Museo d’Arte Moderna BOIogna) e a Napoli c’è il MADRE (Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina), a Varese hanno pensato bene di inaugurare il MU.CO (MUseo d’arte COn-temporanea). Qui, a detta dei critici, sono esposte le peggiori opere dei più grandi artisti contemporanei. Tra le altre, un orribile Warhol, un Dall terrificante, due drammatici Magritte e un Duchamp inguardabile. Leonardo ci lavora da tre anni. È un’assunzione obbligatoria: ha perso due dita in un incidente e insieme alle dita anche i sogni. Ha solo una grande certezza: si chiama Andrea, una ragazza molto cattolica, osservante e praticante, che rispetta alla lettera i dieci comandamenti, non dice parolacce e, soprattutto, non fa sesso. Non fa sesso con lui, però, perché Leonardo, sul punto di farle la sua proposta di matrimonio a sorpresa, la scopre a letto con un altro. Da quel momento, la sua vita va in pezzi. Alla disperazione più nera, tuttavia, segue la vendetta. Leonardo decide di rifarsi su Andrea e sui suoi preziosi comandamenti. Li infrange tutti, sistematicamente, uno dopo l’altro.

Iniziato e finito in poche ore. La scrittura è diretta, rapida ed essenziale e proprio per questo estremamente coinvolgente. Si arriva alla fine con le lacrime agli occhi senza nemmeno essersene accorti. Super consigliato.


Zia Mame

Patrick Dennis

Adelphi

Pagine: 380

Prezzo: 12 euro

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Immaginate di essere un ragazzino di undici anni nell’America degli anni Venti. Immaginate che vostro padre vi dica che, in caso di sua morte, vi capiterà la peggiore delle disgrazie possibili, essere affidati a una zia che non conoscete. Immaginate che vostro padre – quel ricco, freddo bacchettone poco dopo effettivamente muoia, nella sauna del suo club. Immaginate di venire spediti a New York, di suonare all’indirizzo che la vostra balia ha con sé, e di trovarvi di fronte una gran dama leggermente equivoca, e soprattutto giapponese. Ancora, immaginate che la gran dama vi dica “Ma Patrick, caro, sono tua zia Mame!”, e di scoprire così che il vostro tutore è una donna che cambia scene e costumi della sua vita a seconda delle mode, che regolarmente anticipa. A quel punto avete solo due scelte, o fuggire in cerca di tutori più accettabili, o affidarvi al personaggio più eccentrico, vitale e indimenticabile e attraversare insieme a lei l’America dei tre decenni successivi in un foxtrot ilare e turbinoso di feste, amori, avventure, colpi di fortuna, cadute in disgrazia che non dà respiro – o dà solo il tempo, alla fine di ogni capitolo, di saltare virtualmente al collo di zia Mame e ringraziarla per il divertimento.

Le disavventure di Patrick e di sua Zia Mame sono oramai parte del mio corazon. Mame può sembrare una ricca, svampita moglie trofeo il cui unico merito è quello di aver ereditato molti soldi. Invece, si tratta di una donna fortissima che senza mai farsi abbattere dalle sfighe della vita si adatta e riesce a risollevarsi. Io l’ho amato dalla prima all’ultima riga e ho riso altrettanto di gusto.


A volte ritorno

John Niven

Einaudi

Pagine: 392

Prezzo: 12,50 euro

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Dopo una settimana di vacanza che sarebbero cinque secoli di tempo terrestre, Dio torna in ufficio, ancora col cappello di paglia e la camicia a quadri. Era andato in vacanza, a pescare,in pieno Rinascimento, quando i terrestri scoprivano un continente alla settimana, e sembrava andasse tutto a gonfie vele. Al suo ritorno però, il quadro che gli fanno i suoi ha del catastrofico: il pianeta ridotto a un immondezzaio, genocidi come se piovesse, preti che molestano i bambini… Dio non è solo ultradepresso. Anche molto arrabbiato. L’unica soluzione, pensa, è rispedire sulla Terra quello strafatto di suo figlio. Sei sicuro sia una buona idea? – gli chiede Gesú. – Non ti ricordi cosa è successo l’altra volta? – Ma Dio è irremovibile.

Questo libro riesce nella non facile impresa di essere allo stesso tempo dissacrante e, paradossalmente, piuttosto rispettoso. Già questo dovrebbe bastare. Poi, se non bastasse, Dio e tutti quelli che mandano avanti il paradiso sono esilaranti. Giuro. Geniale anche l’ascensore che collega paradiso e inferno. Insomma, dategli una possibilità ma soprattutto: fate i bravi.


L’amore è eterno finché non risponde

Ester Viola

Einaudi

Pagine: 218

Prezzo: 17 euro

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Olivia ha trentadue anni e di mestiere fa divorziare le persone. La sciagura sentimentale è il suo pane quotidiano, tanto che divide i clienti in due categorie: i Lascianti e i Lasciati. Accomodanti e solitamente muniti di un amore nuovo di zecca i primi, agguerriti i secondi (hanno già perso nel matrimonio, non hanno nessuna intenzione di perdere nel divorzio). Anche Olivia è stata lasciata, ma siccome Dario continua a mandarle messaggi su WhatsApp è sicura che tornerà da lei, manca pochissimo. Del resto, “lasciarsi non è mai quando ci si lascia: è una cosa che succede quando non puoi più negare che il tuo ex si è innamorato di un’altra”. E oggi per scoprire che all’improvviso lui non è più “disponibile”, basta sbirciare su Facebook comodamente da casa, in pigiama, versando lacrime sul sushi ordinato a domicilio. Ester Viola racconta l’universo dei sentimenti in modo vivo e contemporaneo, perché da Jane Austen al Nick Hornby di Alta fedeltà l’amore è sempre la stessa cosa, ma adesso una notifica può cambiarti la giornata.

Un racconto comico al femminile, che un po’ come “Dente per dente” di cui sopra, si affida ad una prosa diretta, rapida, piena di ironia. Un racconto sull’amore ai tempi di WhatsApp che vi farà ridere di gusto.


E voi, lettori, siete d’accordo con questa selezione? Avete letto qualcuno di questi libri? Fatemi sapere e alla prossima ❤

XoXo

G.


Penelope Poirot fa la cosa giusta, di Becky Sharp

Per una patita di gialli che si è letta una bella fetta della produzione di Agatha Christie, farsi sfuggire un libro che ha per protagonista la nipote (di zio o di nonno non si sa) del celebre investigatore belga era praticamente impossibile.


penelope-poirot_webPenelope Poirot fa la cosa giusta

Becky Sharp (aka Silvia Arzola)

Marcos Y Marcos

17 €

Trama:

Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot sprizza talenti: la vocazione per risolvere misteri, la propensione a vivere artisticamente, il palato fine e la penna feroce di una critica gastronomica perfetta.
La passione, si sa, quando arde divora, e Penelope Poirot è provata nello spirito quanto ammorbidita nel corpo; stile Botticelli, dice lei, stile krapfen, pensa e non dice Velma Hamilton, la sua nuova, perplessa segretaria.
È il momento di cambiare, di partire: c’è una clinica salutistica, nelle colline del Chianti, che promette di depurare corpo e mente.
Ha un bel sapore gotico, avvolta così dai rampicanti, stemperato dalla luce dorata che occhieggia dalle persiane.
A cena il cibo è mesto, ma il bellissimo giardiniere sa come fartelo dimenticare. La donna alta e misteriosa scatena rivalità, odio e simpatia; la famosa scrittrice il desiderio insopprimibile di rubarle il marito.
Penelope non rinuncia al tacco dodici e alla volpe bianca neppure quando trascina Velma ad abbandonare ogni principio in osteria, e basta una pasticca alla violetta per coprire un altro vizio clandestino.
Poi, nelle sedute libido-dinamiche, scavano tutti insieme buche immaginarie per disseppellire i segreti. Operazione non priva di rischi: certi segreti, allo scoperto, esplodono.
C’è odore di gelo nell’aria di novembre, e il delitto, quando accade, è sulla neve bianca.
Neve che cade imperterrita sull’assassino, sulle prossime prede, sulla nuova trappola.
Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot non ci casca.
In certi casi, solo lei sa qual è la cosa giusta.


Cosa ne penso:

Penelope Poirot fa la cosa giusta è un giallo di stampo “classico”, à la Agatha Christie, con una manciata di personaggi che si ritrovano in un luogo isolato, alle prese con una morte misteriosa, e questo già di per sé è una buona cosa. Almeno per me.

In più (e questa è la parte migliore) su questo giallo è stata spruzzata un’abbondante dose di Zia Mame, e così la vicenda criminosa passa un po’ in secondo piano, mentre emergono le personalità, le debolezze e le stranezze dei personaggi.

Su tutti spicca ovviamente lei, la Penelope del titolo: eccentrica, ostentatamente elegante, sempre sui tacchi seppur traballante in mezzo alla neve, piena di autostima, assolutamente convinta che per dire di essere un’artista basti vivere come un’artista, certa di essere una critica culinaria sopraffina nonché di avere ereditato le “celluline grigie” del suo celebre parente.

Ad accompagnarla c’è Velma Hamilton, italo inglese, dicotomia ambulante, zitella di professione (“così tipica!” dice Penelope appena la vede. Invece io ho pensato”ecco la versione più giovane di Miss Marple”) che nella sua zitellaggine è piuttosto girl power (o un marito o un lavoro, si dice a un certo punto, e decide per il lavoro). Velma fa da contraltare alla personalità debordante di Penelope e tramite il suo sguardo più pacato – o semplicemente nuovo all’ambiente lussuoso della Spa e alla fauna di ricchi che la abita e quindi più obiettivo, ma in fondo chi lo sa- il lettore riesce a cogliere l’aura di inconsistenza, ipocrisia e di ridicolezza che ricopre gli ospiti della grande villa dove lei e Penelope alloggiano.

Ma c’è anche dell’altro. Ci sono scrittori senza talento che vivono solo d’immagine, donne disoneste, segreti provenienti dal passato, pregiudizi, rancori, invidie, gelosie. Una commedia umana desolante, ma pur sempre una commedia.

Su tutto, c’è lo stile dell’autrice, ricco e vivace, proprio come piace a me: un’ottima commistione di humor e prosa sapiente.


Il mio voto:

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A chi lo consiglio:

Ovviamente a tutti gli amanti dei romanzi di Agatha Christie, a chi ha amato Zia Mame, a chi ama i romanzi intrisi di humor, inglese o meno inglese.

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Sette minuti dopo la mezzanotte, di Patrick Ness e Siobhan Dowd

Un libro per bambini, dicevano. Un libro consigliato a partire dai 12 anni. Beh… no. Questo libro è così bello e allo stesso tempo straziante, profondo e fondamentale, che dovrebbero leggerlo persone di tutte le età. Definirlo un “libro per bambini” sarebbe riduttivo, con tutto il rispetto per i libri per bambini.


3539806Trama:

Conor ha 13 anni. Ogni notte, sette minuti dopo mezzanotte, un mostro va a fargli visita. Nel confine sottile tra sogno e fantasia, un immenso albero di tasso prende forma e gli racconta delle storie magiche e inquietanti allo stesso tempo. È un mostro speciale, diverso da quelli che si incontrano negli incubi. È un essere antico e selvaggio che vuole aiutarlo a suo modo: ad affrontare la malattia terminale di sua mamma, a convivere con la propria solitudine, a capire la complessità dell’animo umano.


Cosa ne penso:

Penso che questo libro riesca magicamente nell’impresa di parlare con semplicità e delicatezza, ma allo stesso tempo con la dovuta profondità, di argomenti sensibili e dolorosi che in un libro per adulti sarebbero stati trattati in termini di cupo catastrofismo.

Intendiamoci, anche qui si piange, ma è tutta un’altra cosa. Qui rimane una speranza, una sottile sensazione di vitalità, la consapevolezza che continuerà ad esserci vita anche dopo la tragedia. E Conor, il ragazzin protagonista della vicenda, arriva a questa consapevolezza grazie all’aiuto di un mostro-tasso che ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, lo raggiunge e gli parla. Il mostro è venuto a raccontare al ragazzo delle storie, storie che Conor all’inizio non capisce, non finiscono mai bene.

Sono favole grige in cui i protagonisti compiono atti malvagi a fin di bene e chi sembra cattivo forse non lo è veramente. Sono favole che insegnano a Conor le sfumature della realtà e la verità di ciò che sta sotto la superficie. Ma soprattutto, gli insegnano a perdonare sé stesso.

Conor è infatti tormentato da un incubo terribile, che ricompare quasi ogni notte e che lo atterrisce così tanto da non riuscire neppure a parlarne. Lo tormenta e sconvolge al punto da cominciare a filtrare persino nella sua vita da sveglio, già di per sé non troppo rosea. Infatti, tra la malattia della madre, i bulli a scuola, il litigio con la sua unica amica, la commiserazione degli insegnanti, l’atipica nonna e il padre che si è risposato in America, Conor si sente insopportabilmente solo e, cosa peggiore, invisibile.

Invisibile e arrabbiato.

Poco alla volta, messo di fronte alla dura realtà e con l’aiuto del mostro, Conor arriverà a vincere la rabbia che cova dentro per motivi che crede stiano fuori da lui e invece si trovano dentro, nel suo cuore, nel suo incubo. Sono cose che non vuole nemmeno nominare, che cerca continuamente di adossare agli altri o di seppellire, ma in realtà l’unico modo di mettere a tacere quei mostri è guardarli in faccia e accettarli.

Ma come ho già scritto, la storia è profusa da un’insospettabile vena di positività. “Sai una cosa?” dice la nonna a Conor. “Io e te ce la faremo.” Ed è così che si sente il lettore, a fine lettura. Distrutto, ma consapevole di potercela fare.


Il mio voto:

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Fantastico.


A chi lo consiglio:

A tutti, grandi e piccoli. Nonostante la storia sia fondamentalmente triste, è allo stesso tempo scritta in modo eccellente e priva di tutta la pesante disillusione di un libro rivolto a un pubblico adulto. E’ una storia che con uno stile diretto, personaggi ben tratteggiati e molta saggezza, insegna qualcosa.

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Ninfee nere, di Michel Bussi

Avete presente quelle volte in cui inizi un libro credendo di trovarci dentro una certa cosa e invece arrivi alla fine che hai letto tutt’altro e questo altro ti ha conquistato, molto più di quanto avrebbe potuto fare il contenuto che ti eri aspettato? Ecco. A me è successo esattamente questo. Ma andiamo con ordine.


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La trama:

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo.
L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.


Cosa ne penso:

Come dicevo, questo libro mi ha stregata.

Stregata. Termine usato non a caso perché una delle narratrici, forse la più importante, è la vecchia e acida signora che vive nel mulino della strega, una costruzione ormai cadente che si affaccia sui famigerati giardini di Monet, quelli dello stagno delle Ninfee.

La vecchia donna osserva dall’alto della sua torre, guarda agitarsi sotto di lei, davanti a lei, i cittadini del piccolo borgo invaso dai turisti. Distaccata, invisibile, la donna si muove lungo le strade del paese e osserva e commenta acida i goffi tentativi della polizia di risolvere il crimine che da il via alla narrazione: Jérôme Morval, ricco e fedifrago, viene trovato morto sulle rive del fiumiciattolo Epte, che costeggia Giverny e alimenta il celeberrimo laghetto di ninfee. Il quadro ricorda incredibilmente un altro fatto di cronaca, accaduto nel 1937, e che aveva avuto come protagonista un ragazzino.

La polizia procede nelle indagini, scava nelle vite, solleva la sabbia sedimentata sul fondo e con essa speranze, ricordi, paure. Insieme alla vecchia del mulino incontriamo Stéphanie, la bella maestra del paese, con gli occhi color malva e il sogno di trovare l’amore vero e scappare da quel piccolo paese, quella prigione dorata e insopportabile. E poi c’è Fanette, la bambina dallo spiccato talento di pittrice che non ha mai conosciuto suo padre e che vorrebbe tanto mettere a frutto il suo talento.

Ninfee nere è un giallo, sì, ma la componente “gialla” della narrazione fa quasi da semplice contorno, o forse da supporto, alle storie intrecciate di queste tre donne insieme a tutti i personaggi che ruotano loro intorno: i piccoli compagni di classe di Fanette, l’affascinante ispettore Sérénac, l’integerrimo Sylvio Bénavides, il placido Jacques Dupain, e il cane Neptune che scorazza per il paese cucendo insieme le tre trame come un ago che entra ed esce dal tessuto. Quello che ci viene offerto è un affresco di sogni infranti. Sono le Ninfee nere, leggendario quadro di Monet che si dice lui abbia dipinto poco prima della sua morte utilizzando toni cupi e tormentati.

C’è del Bovarismo, in questo libro, e c’è dello psico-thriller. Ci sono ipocrisia e desiderio di mantere la facciata intatta e c’è una specie di maledizione, una sorta di determinismo geografico, una cronica incapacità di andarsene. Il vero criminale, in tutta la storia, è il paese, Giverny; è il suo microcosmo appiccocoso, infido come una palude, come sabbie mobili. Nessuno ne può uscire senza perdere qualcosa.

C’è anche una disamina impietosa dei sentimenti. L’amore vince su tutto, si dice. Quello onesto, buono, che permette a entrambi gli innamorati di dare il meglio di sé. Quell’amore che lascia liberi, di viaggiare, di seguire le proprie inclinazioni, di essere e dare il meglio. Ma forse non è così. Forse l’amore egoista è quello più tenace e forte, quello che mette l’oggetto d’amore in una gabbia e lo soffoca, lo trattiene, finché non ha più la forza di ribellarsi, di chiedere di essere liberato, e così si lascia andare, diventa docile.

Ci sono le occasioni mancate e il dolore che lasciano dietro di sé. Ma non le occasioni futili, quelle che nella vita trovi a manciate. No. Le occasioni vere, quelle che potrebbero cambiare tutto.

Ci sono tante cose in questo libro. Tante cose oltre alla semplice vicenda criminosa. Tanti personaggi cesellati e profondi. Tante riflessioni da fare. E c’è un artificio narrativo impeccabile, una macchina inesorabile e perfetta di cui avevo soltanto subodorato l’esistenza. La bellezza dell’intreccio non sta nello scoprire chi sia l’assassino ma nella rivelazione della realtà.


A chi lo consiglio:

A chiunque. Sul serio. A chiunque. Perché è un romanzo bellissimo, che può appassionare anche chi di solito non legge gialli. E in particolar modo, lo suggerirei alle ragazze e alle signore che pensano di desiderare un uomo che sia geloso di loro.


Voto alla risolvibilità del caso:

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Difficile.

Voto in generale:

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Link per comprare il libro su Amazon –> Ninfee Nere


Il blocco dello scrittore. Ovvero: il mio primo romanzo

Ebbene sì, qualche volta (poche volte) i sogni si avverano. Questa è una di quelle volte.

Insomma gente, lettori occasionali che avete ormai superato il centinaio (un centinaio di volte grazie a ciascuno di voi!), ho pubblicato un libro. Un libro vero. Un libro di carta. Con le pagine. Le cose scritte dentro. Una copertina (bellissima!). Con il mio nome scritto sopra.

Ecco la copertina:

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Non è bellissima??? *^*

Ed ecco la sinossi:

Miranda è una giovane studentessa, frequenta l’università ed è da sempre appassionata di scrittura. Le sue ambizioni sono grandi: diventare una stella della letteratura e lasciare ai posteri il suo capolavoro immortale. Convinta di serbare dentro di sé la sacra fiamma dell’arte, nel quotidiano si trova invece a fare i conti con una realtà a dir poco frustrante: il blocco dello scrittore. Un portatile aperto, una pagina bianca, un cursore lampeggiante e nulla più.
Un giorno improvvisamente, dopo aver incontrato dei misteriosi venditori di libri e aver ricevuto in regalo un inquietante segnalibro, nella vita di Miranda ricompaiono i personaggi da lei inventati anni prima, creature che popolavano i suoi racconti mai finiti e abbandonati nelle pagine ingiallite di vecchi quaderni. Saranno loro, il Principe Lucertola, la Banshee, i Mastini, i Kappa e tanti altri, ad accompagnare la ragazza in un viaggio avventuroso, magico e liberatorio, nelle ombre del proprio cuore.

Ed ecco i link dove, attualmente, potete comprarlo (eh? eh? Comprarlo, capito? blinkblinkblink… >>”):

Sito della casa editrice

IBS

Ma siccome a breve sarà disponibile anche alla vendita fisica in libreria, potreste anche andare nella vostra libreria di fiducia e farvelo ordinare lì (sempre se vi incuriosisce, ecco ^^”).

Se per caso qualcuno di voi (proprietario di blog o instagrammaro o twittaro) dovesse scoprirsi interessato e avesse voglia di leggerlo e recensirlo, può contattarmi!

E… ecco, questo è tutto. Probabilmente a breve organizzerò un paio di presentazioni nella mia zona (pffff, non ci credo nemmeno io XD)

Sciau a tutti 😉

 


Neve, di Maxence Fermine

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Neve è un racconto magico e delicato, come l’elemento da cui prende il nome.

Siamo in Giappone e seguiamo il percorso del giovane Yuko (Yuki, in giapponese, significa neve) che desidera diventare un poeta di haiku. Per farlo dovrà però capire a fondo la sua arte e per riuscirci diventerà l’allievo di un grande maestro, Soseki, che gli svelerà i segreti della sua perfezione e, allo stesso tempo, la storia del suo amore per una donna chiamata Neve.

Non do mai molto credito ai racconti ambientati in Giappone scritti dagli occidentali. Il Giappone è un paese che ci è completamente alieno. Le persone vivono immerse in una realtà che non è la nostra, in abitudini, idee, schemi di comportamento, di vita, di pensiero, che non sono i nostri. Quindi non do fiducia agli occidentali che cercano di imitarne lo spirito.

Fermine però ci riesce abbastanza bene.

Il racconto è poetico, delicato, sottile. Ogni parola è necessaria, come in un haiku. La storia è ciclica, si ripete e si compie nel giro di poche pagine (il racconto è davvero molto breve), lasciando un segno nel lettore al pari di opere molto più lunghe e complesse.

Sono rimasta incredibilmente stupita e ammaliata da questo racconto poetico sulla poesia e su cosa sia la poesia: danza, calligrafia, musica, canto. Funambolia.

E sono rimasta affascinata dalla storia di un amore mai veramente perso e ritrovato nel più incredibile dei modi.

Per questo motivo, il mio voto è: Star-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-icon


Gli occhi neri di Susan, di Julia Heaberlin

pjl2cqiTessa Cartwright, sedici anni, viene ritrovata in un campo del Texas, sepolta da un mucchio di ossa, priva di memoria. La ragazza è sopravvissuta per miracolo a uno spietato serial killer che ha ucciso tutte le altre sue giovani vittime per poi lasciarle in una fossa comune su cui crescono delle margherite gialle. Grazie alla testimonianza di Tessa, però, il presunto colpevole finisce nel braccio della morte. A quasi vent’anni di distanza da quella terrificante esperienza, Tessa è diventata un’artista e una mamma single. Una fredda mattina di febbraio nota nel suo giardino, proprio davanti alla finestra della camera da letto, una margherita gialla, che sembra piantata di recente. Sconvolta da ciò che evoca quel fiore, Tessa si chiede come sia possibile che il suo torturatore, ancora in carcere in attesa di essere giustiziato, possa averle lasciato un indizio così esplicito. E se avesse fatto condannare un innocente? L’unico modo per scoprirlo è scavare nei suoi dolorosi ricordi e arrivare finalmente a mettere a fuoco le uniche immagini, nascoste per tanti anni nelle pieghe della memoria, che potranno riportare a galla la verità…

Tessa è una protagonista di rara sopportabilità e pragmatismo in un panorama dominato da personaggi femminili sentimentalmente confusi, incapaci e petulanti. Una giovane madre che è riuscita in qualche modo a superare il traumatico evento che ha segnato il suo passato, si è rifatta una vita e se la cava piuttosto bene. Ha una figlia, Charlie, un’adolescente perfettamente normale, senza problemi di alcun tipo e piacevolmente sveglia.

Già questo basterebbe.

Aggiungiamo poi un impianto narrativo piuttosto solido, costruito senza fretta, scoprendo gli indizi un po’ alla volta mentre si dipanano due piani narrativi paralleli: il presente, dove Tessa decide di riaprire finalmente il caso che la riguarda per cercare di dare giustizia sia alle ragazze che uccise dallo stesso uomo che aveva tentato di fare fuori anche lei sia a colui che da diciassette anni si trova dietro le sbarre per un crimine che (forse) non ha commesso sia a sé stessa; e il passato, in cui Tessie cerca di rimettere insieme la propria vita che sembra essere rimasta sul fondo della fossa in cui è stata gettata e in cui è quasi morta. Lo fa grazie ai numerosi incontri con lo psicologo, ai suoi disegni e alla cara amica Lydia, sempre pronta ad aiutarla, sempre presente per lei.

La vicenda scorre prendendosi il tempo di indagare i pensieri di Tessa, si domanda il perché delle cose e rimane coerente con l’indole della protagonista da inizio a fine. Ma non solo. I dettagli tecnici sono trattati con intelligenza e inseriti in modo adeguato, così che il lettore percepisce una forte sensazione di realismo ed è spronato a concedere fiducia all’autore e a lasciarsi guidare fino alla fine.

Gli occhi neri di Susan è infatti un romanzo che tiene i piedi per terra. I personaggi sono reali e “per lo più buoni”, esattamente come nella vita reale. Le loro reazioni, i loro pensieri, le loro sensazioni non hanno nulla di folle o tremendamente oscuro. La polizia scientifica non produce miracolosamente il responso per qualsiasi cosa, tutt’altro. I giudici e gli avvocati non sono infallibili e a volte sono mossi dalla curiosità e dal pregiudizio esattamente come le persone qualunque.

In sostanza, questo thriller mi ha piacevolmente stupita. L’ho trovato qualitativamete superiore a molti altri suoi colleghi, thriller moderni spesso incentrati su particolari “gore” e su segreti oscuri e torbidi, esattamente quegli elementi che attirano maggiormente l’attenzione del pubblico durante le inchieste sui vari delitti di cui sentiamo tanto parlare in televisione. Su cosa si concentrano? Sulla triste fine della vittima e la giusta punizione che spetta al colpevole o su tutto quello che ci gira intorno, sui segreti, le zone d’ombra, le abitudini discutibili, gli inciampi, le contaddizioni? Diciamolo, siamo affetti da curiosità morbosa per tutto ciò che è brutto. Forse perché ci fa sentire insieme meno soli nella bruttura e allo stesso tempo superiori, perché non ci consideriamo altrettanto sordidi.

Ma sto divagando, torniamo al romanzo.

Nonostante i grossi punti a favore di cui sopra, la narazione presenta comunque dei difetti, anche se decisamente minori e dovuti, a mio parere, alla scelta di narrare la vicenda in prima persona. E’ un espediente interessante per poter affondare nella mente del protagonista ma esclude inevitabilmente tutti gli altri (con alcune doverose eccezioni) da un’analisi più approfondita, con il risultato che personaggi potenzialmente interessanti o addirittura fondamentali rimangono figure galleggianti sullo sfondo. In sostanza, sappiamo di loro solo quanto ci racconta Tessa. Il finale, in particolar modo, mi ha lasciata perplessa. Non per quello che ci svela ma per il fatto che scorre molto in fretta, troppo rispetto a tutto ciò che l’ha preceduto. Dopo trecento pagine interessanti e ben costruite, impostate come un conto alla rovescia, ad un certo punto sembra che il tempo inizi  correre più velocemente e gli eventi si trasformino di conseguenza divenendo più superficiali.

Tuttavia, Gli occhi neri di Susan riesce a sopravvivere alle proprie debolezze e rimane una lettura davvero buona, un thriller che mi ha piacevolmente intrattenuta e che ho divorato velocemente perché desideravo davvero scoprire come andasse a finire (e scoprire se la mia idea su chi fosse il colpevole fosse esatta. Spoiler: lo era).

Voglio aggiungere un altro piccolo dettaglio, per me molto importante. Il racconto è costellato di citazioni letterarie e artistiche. Dalle favole alla poesia a Edgar Allan Poe a una lunga serie di altri romanzi, classi della letteratura inglese o americana, ma mai scontati né inflazionati. Chi legge Jane Austen è la figlia adolescente della protagonista, in perfetto accordo coi programmi scolastici di tutto l’occidente; un fatto che io vedo come la conferma che le scrittrici di YA nella loro vita hanno letto solamente i romanzi “obbligatori”, quelli imposti dai professori di liceo. Sia chiaro, in Orgoglio e pregiudizio non c’è nulla di male, ma andiamo, esiste anche altro.

In conclusione, consiglio questa romanzo a tutti coloro che siano alla ricerca di un thriller dai toni più riflessivi, che gioca sulle emozioni e debolezze umane piuttosto che sull’ansia, sul torbido e su una trama al cardiopalma. Quello che ho provato io, a lettura terminata, è la sensazione che le brutture della vita, i fatti terribili che possono accadere, siano una spiacevole e sfortunata eccezione alla regola generale che le persone sono tutte più o meno buone. E che la persecuzione, i presagi, i demoni e i mostri, molte volte vivono soltanto nella nostra testa, dove attecchiscono come erbacce infestanti o come le tenaci margherite gialle chiamate “Susan dagli occhi neri”.

Il mio voto  è:

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