#ICinque: Libri che fanno ridere (in senso buono)

Salve a tutti, lettori occasionali (e non, perché anche i lettori affezionati hanno diritto ad essere salutati -rima not intended).

Inauguro oggi una nuova rubrica (a ridaje!): I Cinque. Ad ogni puntata vi consiglierò cinque libri riguardanti un certo tema. Oggi partiamo con i libri che fanno ridere (in senso buono), ma  faccio affidamento su di voi per le prossime cinquine. Suggeritemi un tema e io mi scervellerò per esaudire la richiesta.

Ora pronti?

Partenza?

Via.


Elianto

Stefano Benni

Feltrinelli

Pagine: 320

Prezzo: 9 euro

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Riusciranno i nostri intrepidi eroi a superare tutte le prove e trovare l’elisir che guarisca il giovane Elianto e gli faccia salvare la contea? Se si fugge di notte da Villa Bacilla sulle ali di una diavolessa sexy, sorvolando Tristalia, assieme a tre equipaggi che si spostano contemporaneamente, può accadere di visitare gli otto mondi alterei della mappa nootica. Capita così di conoscere la terra primordiale di Ermete Trismegisto, Protoplas; i mari incantati di Capitan Guepière a Posidon; i cinquanta casinò e i locali notturni di Bludus; Mnemonia con i suoi fuochi fatui e l’insidia dell’embambolia; Medium con le sue giornate di Beneficenza Ben-evidente. E poi è possibile incontrare Siperquater e Triperott a Neikos, o gli angeli cannibali nel deserto freddo di Yamserius. L’importante è fare a tempo a guarire il giovane Elianto, affetto dal Morbo Dolce, perché possa liberare le contee dal dominio del Grande Chiodo. C’è speranza di riuscire, assieme ai protagonisti (oltre a Elianto, Fido PassPass, Fuku Occhio di Tigre, Tigre Triste), a districarsi tra mille prove e attraversare gli infiniti mondi creati dalla fantasia di Stefano Benni?

Come nella maggior parte degli scritti di Benni, in Elianto convivono un’avventura rocambolesca e esilarante e una realtà inquietante. Io l’ho adorato, è il mio romanzo preferito di questo autore.


Dente per dente

Francesco Muzzopappa

Fazi Editore

Pagine: 218

Prezzo: 15 euro

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Se Roma ha la GNAM (Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Bologna il MAMBO (Museo d’Arte Moderna BOIogna) e a Napoli c’è il MADRE (Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina), a Varese hanno pensato bene di inaugurare il MU.CO (MUseo d’arte COn-temporanea). Qui, a detta dei critici, sono esposte le peggiori opere dei più grandi artisti contemporanei. Tra le altre, un orribile Warhol, un Dall terrificante, due drammatici Magritte e un Duchamp inguardabile. Leonardo ci lavora da tre anni. È un’assunzione obbligatoria: ha perso due dita in un incidente e insieme alle dita anche i sogni. Ha solo una grande certezza: si chiama Andrea, una ragazza molto cattolica, osservante e praticante, che rispetta alla lettera i dieci comandamenti, non dice parolacce e, soprattutto, non fa sesso. Non fa sesso con lui, però, perché Leonardo, sul punto di farle la sua proposta di matrimonio a sorpresa, la scopre a letto con un altro. Da quel momento, la sua vita va in pezzi. Alla disperazione più nera, tuttavia, segue la vendetta. Leonardo decide di rifarsi su Andrea e sui suoi preziosi comandamenti. Li infrange tutti, sistematicamente, uno dopo l’altro.

Iniziato e finito in poche ore. La scrittura è diretta, rapida ed essenziale e proprio per questo estremamente coinvolgente. Si arriva alla fine con le lacrime agli occhi senza nemmeno essersene accorti. Super consigliato.


Zia Mame

Patrick Dennis

Adelphi

Pagine: 380

Prezzo: 12 euro

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Immaginate di essere un ragazzino di undici anni nell’America degli anni Venti. Immaginate che vostro padre vi dica che, in caso di sua morte, vi capiterà la peggiore delle disgrazie possibili, essere affidati a una zia che non conoscete. Immaginate che vostro padre – quel ricco, freddo bacchettone poco dopo effettivamente muoia, nella sauna del suo club. Immaginate di venire spediti a New York, di suonare all’indirizzo che la vostra balia ha con sé, e di trovarvi di fronte una gran dama leggermente equivoca, e soprattutto giapponese. Ancora, immaginate che la gran dama vi dica “Ma Patrick, caro, sono tua zia Mame!”, e di scoprire così che il vostro tutore è una donna che cambia scene e costumi della sua vita a seconda delle mode, che regolarmente anticipa. A quel punto avete solo due scelte, o fuggire in cerca di tutori più accettabili, o affidarvi al personaggio più eccentrico, vitale e indimenticabile e attraversare insieme a lei l’America dei tre decenni successivi in un foxtrot ilare e turbinoso di feste, amori, avventure, colpi di fortuna, cadute in disgrazia che non dà respiro – o dà solo il tempo, alla fine di ogni capitolo, di saltare virtualmente al collo di zia Mame e ringraziarla per il divertimento.

Le disavventure di Patrick e di sua Zia Mame sono oramai parte del mio corazon. Mame può sembrare una ricca, svampita moglie trofeo il cui unico merito è quello di aver ereditato molti soldi. Invece, si tratta di una donna fortissima che senza mai farsi abbattere dalle sfighe della vita si adatta e riesce a risollevarsi. Io l’ho amato dalla prima all’ultima riga e ho riso altrettanto di gusto.


A volte ritorno

John Niven

Einaudi

Pagine: 392

Prezzo: 12,50 euro

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Dopo una settimana di vacanza che sarebbero cinque secoli di tempo terrestre, Dio torna in ufficio, ancora col cappello di paglia e la camicia a quadri. Era andato in vacanza, a pescare,in pieno Rinascimento, quando i terrestri scoprivano un continente alla settimana, e sembrava andasse tutto a gonfie vele. Al suo ritorno però, il quadro che gli fanno i suoi ha del catastrofico: il pianeta ridotto a un immondezzaio, genocidi come se piovesse, preti che molestano i bambini… Dio non è solo ultradepresso. Anche molto arrabbiato. L’unica soluzione, pensa, è rispedire sulla Terra quello strafatto di suo figlio. Sei sicuro sia una buona idea? – gli chiede Gesú. – Non ti ricordi cosa è successo l’altra volta? – Ma Dio è irremovibile.

Questo libro riesce nella non facile impresa di essere allo stesso tempo dissacrante e, paradossalmente, piuttosto rispettoso. Già questo dovrebbe bastare. Poi, se non bastasse, Dio e tutti quelli che mandano avanti il paradiso sono esilaranti. Giuro. Geniale anche l’ascensore che collega paradiso e inferno. Insomma, dategli una possibilità ma soprattutto: fate i bravi.


L’amore è eterno finché non risponde

Ester Viola

Einaudi

Pagine: 218

Prezzo: 17 euro

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Olivia ha trentadue anni e di mestiere fa divorziare le persone. La sciagura sentimentale è il suo pane quotidiano, tanto che divide i clienti in due categorie: i Lascianti e i Lasciati. Accomodanti e solitamente muniti di un amore nuovo di zecca i primi, agguerriti i secondi (hanno già perso nel matrimonio, non hanno nessuna intenzione di perdere nel divorzio). Anche Olivia è stata lasciata, ma siccome Dario continua a mandarle messaggi su WhatsApp è sicura che tornerà da lei, manca pochissimo. Del resto, “lasciarsi non è mai quando ci si lascia: è una cosa che succede quando non puoi più negare che il tuo ex si è innamorato di un’altra”. E oggi per scoprire che all’improvviso lui non è più “disponibile”, basta sbirciare su Facebook comodamente da casa, in pigiama, versando lacrime sul sushi ordinato a domicilio. Ester Viola racconta l’universo dei sentimenti in modo vivo e contemporaneo, perché da Jane Austen al Nick Hornby di Alta fedeltà l’amore è sempre la stessa cosa, ma adesso una notifica può cambiarti la giornata.

Un racconto comico al femminile, che un po’ come “Dente per dente” di cui sopra, si affida ad una prosa diretta, rapida, piena di ironia. Un racconto sull’amore ai tempi di WhatsApp che vi farà ridere di gusto.


E voi, lettori, siete d’accordo con questa selezione? Avete letto qualcuno di questi libri? Fatemi sapere e alla prossima ❤

XoXo

G.

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Penelope Poirot fa la cosa giusta, di Becky Sharp

Per una patita di gialli che si è letta una bella fetta della produzione di Agatha Christie, farsi sfuggire un libro che ha per protagonista la nipote (di zio o di nonno non si sa) del celebre investigatore belga era praticamente impossibile.


penelope-poirot_webPenelope Poirot fa la cosa giusta

Becky Sharp (aka Silvia Arzola)

Marcos Y Marcos

17 €

Trama:

Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot sprizza talenti: la vocazione per risolvere misteri, la propensione a vivere artisticamente, il palato fine e la penna feroce di una critica gastronomica perfetta.
La passione, si sa, quando arde divora, e Penelope Poirot è provata nello spirito quanto ammorbidita nel corpo; stile Botticelli, dice lei, stile krapfen, pensa e non dice Velma Hamilton, la sua nuova, perplessa segretaria.
È il momento di cambiare, di partire: c’è una clinica salutistica, nelle colline del Chianti, che promette di depurare corpo e mente.
Ha un bel sapore gotico, avvolta così dai rampicanti, stemperato dalla luce dorata che occhieggia dalle persiane.
A cena il cibo è mesto, ma il bellissimo giardiniere sa come fartelo dimenticare. La donna alta e misteriosa scatena rivalità, odio e simpatia; la famosa scrittrice il desiderio insopprimibile di rubarle il marito.
Penelope non rinuncia al tacco dodici e alla volpe bianca neppure quando trascina Velma ad abbandonare ogni principio in osteria, e basta una pasticca alla violetta per coprire un altro vizio clandestino.
Poi, nelle sedute libido-dinamiche, scavano tutti insieme buche immaginarie per disseppellire i segreti. Operazione non priva di rischi: certi segreti, allo scoperto, esplodono.
C’è odore di gelo nell’aria di novembre, e il delitto, quando accade, è sulla neve bianca.
Neve che cade imperterrita sull’assassino, sulle prossime prede, sulla nuova trappola.
Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot non ci casca.
In certi casi, solo lei sa qual è la cosa giusta.


Cosa ne penso:

Penelope Poirot fa la cosa giusta è un giallo di stampo “classico”, à la Agatha Christie, con una manciata di personaggi che si ritrovano in un luogo isolato, alle prese con una morte misteriosa, e questo già di per sé è una buona cosa. Almeno per me.

In più (e questa è la parte migliore) su questo giallo è stata spruzzata un’abbondante dose di Zia Mame, e così la vicenda criminosa passa un po’ in secondo piano, mentre emergono le personalità, le debolezze e le stranezze dei personaggi.

Su tutti spicca ovviamente lei, la Penelope del titolo: eccentrica, ostentatamente elegante, sempre sui tacchi seppur traballante in mezzo alla neve, piena di autostima, assolutamente convinta che per dire di essere un’artista basti vivere come un’artista, certa di essere una critica culinaria sopraffina nonché di avere ereditato le “celluline grigie” del suo celebre parente.

Ad accompagnarla c’è Velma Hamilton, italo inglese, dicotomia ambulante, zitella di professione (“così tipica!” dice Penelope appena la vede. Invece io ho pensato”ecco la versione più giovane di Miss Marple”) che nella sua zitellaggine è piuttosto girl power (o un marito o un lavoro, si dice a un certo punto, e decide per il lavoro). Velma fa da contraltare alla personalità debordante di Penelope e tramite il suo sguardo più pacato – o semplicemente nuovo all’ambiente lussuoso della Spa e alla fauna di ricchi che la abita e quindi più obiettivo, ma in fondo chi lo sa- il lettore riesce a cogliere l’aura di inconsistenza, ipocrisia e di ridicolezza che ricopre gli ospiti della grande villa dove lei e Penelope alloggiano.

Ma c’è anche dell’altro. Ci sono scrittori senza talento che vivono solo d’immagine, donne disoneste, segreti provenienti dal passato, pregiudizi, rancori, invidie, gelosie. Una commedia umana desolante, ma pur sempre una commedia.

Su tutto, c’è lo stile dell’autrice, ricco e vivace, proprio come piace a me: un’ottima commistione di humor e prosa sapiente.


Il mio voto:

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A chi lo consiglio:

Ovviamente a tutti gli amanti dei romanzi di Agatha Christie, a chi ha amato Zia Mame, a chi ama i romanzi intrisi di humor, inglese o meno inglese.

Salva Cliccate su questo Link per essere indirizzati alla pagina Amazon del libro –> Penelope Poirot fa la cosa giusta


Sette minuti dopo la mezzanotte, di Patrick Ness e Siobhan Dowd

Un libro per bambini, dicevano. Un libro consigliato a partire dai 12 anni. Beh… no. Questo libro è così bello e allo stesso tempo straziante, profondo e fondamentale, che dovrebbero leggerlo persone di tutte le età. Definirlo un “libro per bambini” sarebbe riduttivo, con tutto il rispetto per i libri per bambini.


3539806Trama:

Conor ha 13 anni. Ogni notte, sette minuti dopo mezzanotte, un mostro va a fargli visita. Nel confine sottile tra sogno e fantasia, un immenso albero di tasso prende forma e gli racconta delle storie magiche e inquietanti allo stesso tempo. È un mostro speciale, diverso da quelli che si incontrano negli incubi. È un essere antico e selvaggio che vuole aiutarlo a suo modo: ad affrontare la malattia terminale di sua mamma, a convivere con la propria solitudine, a capire la complessità dell’animo umano.


Cosa ne penso:

Penso che questo libro riesca magicamente nell’impresa di parlare con semplicità e delicatezza, ma allo stesso tempo con la dovuta profondità, di argomenti sensibili e dolorosi che in un libro per adulti sarebbero stati trattati in termini di cupo catastrofismo.

Intendiamoci, anche qui si piange, ma è tutta un’altra cosa. Qui rimane una speranza, una sottile sensazione di vitalità, la consapevolezza che continuerà ad esserci vita anche dopo la tragedia. E Conor, il ragazzin protagonista della vicenda, arriva a questa consapevolezza grazie all’aiuto di un mostro-tasso che ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, lo raggiunge e gli parla. Il mostro è venuto a raccontare al ragazzo delle storie, storie che Conor all’inizio non capisce, non finiscono mai bene.

Sono favole grige in cui i protagonisti compiono atti malvagi a fin di bene e chi sembra cattivo forse non lo è veramente. Sono favole che insegnano a Conor le sfumature della realtà e la verità di ciò che sta sotto la superficie. Ma soprattutto, gli insegnano a perdonare sé stesso.

Conor è infatti tormentato da un incubo terribile, che ricompare quasi ogni notte e che lo atterrisce così tanto da non riuscire neppure a parlarne. Lo tormenta e sconvolge al punto da cominciare a filtrare persino nella sua vita da sveglio, già di per sé non troppo rosea. Infatti, tra la malattia della madre, i bulli a scuola, il litigio con la sua unica amica, la commiserazione degli insegnanti, l’atipica nonna e il padre che si è risposato in America, Conor si sente insopportabilmente solo e, cosa peggiore, invisibile.

Invisibile e arrabbiato.

Poco alla volta, messo di fronte alla dura realtà e con l’aiuto del mostro, Conor arriverà a vincere la rabbia che cova dentro per motivi che crede stiano fuori da lui e invece si trovano dentro, nel suo cuore, nel suo incubo. Sono cose che non vuole nemmeno nominare, che cerca continuamente di adossare agli altri o di seppellire, ma in realtà l’unico modo di mettere a tacere quei mostri è guardarli in faccia e accettarli.

Ma come ho già scritto, la storia è profusa da un’insospettabile vena di positività. “Sai una cosa?” dice la nonna a Conor. “Io e te ce la faremo.” Ed è così che si sente il lettore, a fine lettura. Distrutto, ma consapevole di potercela fare.


Il mio voto:

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Fantastico.


A chi lo consiglio:

A tutti, grandi e piccoli. Nonostante la storia sia fondamentalmente triste, è allo stesso tempo scritta in modo eccellente e priva di tutta la pesante disillusione di un libro rivolto a un pubblico adulto. E’ una storia che con uno stile diretto, personaggi ben tratteggiati e molta saggezza, insegna qualcosa.

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Ninfee nere, di Michel Bussi

Avete presente quelle volte in cui inizi un libro credendo di trovarci dentro una certa cosa e invece arrivi alla fine che hai letto tutt’altro e questo altro ti ha conquistato, molto più di quanto avrebbe potuto fare il contenuto che ti eri aspettato? Ecco. A me è successo esattamente questo. Ma andiamo con ordine.


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La trama:

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo.
L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.


Cosa ne penso:

Come dicevo, questo libro mi ha stregata.

Stregata. Termine usato non a caso perché una delle narratrici, forse la più importante, è la vecchia e acida signora che vive nel mulino della strega, una costruzione ormai cadente che si affaccia sui famigerati giardini di Monet, quelli dello stagno delle Ninfee.

La vecchia donna osserva dall’alto della sua torre, guarda agitarsi sotto di lei, davanti a lei, i cittadini del piccolo borgo invaso dai turisti. Distaccata, invisibile, la donna si muove lungo le strade del paese e osserva e commenta acida i goffi tentativi della polizia di risolvere il crimine che da il via alla narrazione: Jérôme Morval, ricco e fedifrago, viene trovato morto sulle rive del fiumiciattolo Epte, che costeggia Giverny e alimenta il celeberrimo laghetto di ninfee. Il quadro ricorda incredibilmente un altro fatto di cronaca, accaduto nel 1937, e che aveva avuto come protagonista un ragazzino.

La polizia procede nelle indagini, scava nelle vite, solleva la sabbia sedimentata sul fondo e con essa speranze, ricordi, paure. Insieme alla vecchia del mulino incontriamo Stéphanie, la bella maestra del paese, con gli occhi color malva e il sogno di trovare l’amore vero e scappare da quel piccolo paese, quella prigione dorata e insopportabile. E poi c’è Fanette, la bambina dallo spiccato talento di pittrice che non ha mai conosciuto suo padre e che vorrebbe tanto mettere a frutto il suo talento.

Ninfee nere è un giallo, sì, ma la componente “gialla” della narrazione fa quasi da semplice contorno, o forse da supporto, alle storie intrecciate di queste tre donne insieme a tutti i personaggi che ruotano loro intorno: i piccoli compagni di classe di Fanette, l’affascinante ispettore Sérénac, l’integerrimo Sylvio Bénavides, il placido Jacques Dupain, e il cane Neptune che scorazza per il paese cucendo insieme le tre trame come un ago che entra ed esce dal tessuto. Quello che ci viene offerto è un affresco di sogni infranti. Sono le Ninfee nere, leggendario quadro di Monet che si dice lui abbia dipinto poco prima della sua morte utilizzando toni cupi e tormentati.

C’è del Bovarismo, in questo libro, e c’è dello psico-thriller. Ci sono ipocrisia e desiderio di mantere la facciata intatta e c’è una specie di maledizione, una sorta di determinismo geografico, una cronica incapacità di andarsene. Il vero criminale, in tutta la storia, è il paese, Giverny; è il suo microcosmo appiccocoso, infido come una palude, come sabbie mobili. Nessuno ne può uscire senza perdere qualcosa.

C’è anche una disamina impietosa dei sentimenti. L’amore vince su tutto, si dice. Quello onesto, buono, che permette a entrambi gli innamorati di dare il meglio di sé. Quell’amore che lascia liberi, di viaggiare, di seguire le proprie inclinazioni, di essere e dare il meglio. Ma forse non è così. Forse l’amore egoista è quello più tenace e forte, quello che mette l’oggetto d’amore in una gabbia e lo soffoca, lo trattiene, finché non ha più la forza di ribellarsi, di chiedere di essere liberato, e così si lascia andare, diventa docile.

Ci sono le occasioni mancate e il dolore che lasciano dietro di sé. Ma non le occasioni futili, quelle che nella vita trovi a manciate. No. Le occasioni vere, quelle che potrebbero cambiare tutto.

Ci sono tante cose in questo libro. Tante cose oltre alla semplice vicenda criminosa. Tanti personaggi cesellati e profondi. Tante riflessioni da fare. E c’è un artificio narrativo impeccabile, una macchina inesorabile e perfetta di cui avevo soltanto subodorato l’esistenza. La bellezza dell’intreccio non sta nello scoprire chi sia l’assassino ma nella rivelazione della realtà.


A chi lo consiglio:

A chiunque. Sul serio. A chiunque. Perché è un romanzo bellissimo, che può appassionare anche chi di solito non legge gialli. E in particolar modo, lo suggerirei alle ragazze e alle signore che pensano di desiderare un uomo che sia geloso di loro.


Voto alla risolvibilità del caso:

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Difficile.

Voto in generale:

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Link per comprare il libro su Amazon –> Ninfee Nere


Il blocco dello scrittore. Ovvero: il mio primo romanzo

Ebbene sì, qualche volta (poche volte) i sogni si avverano. Questa è una di quelle volte.

Insomma gente, lettori occasionali che avete ormai superato il centinaio (un centinaio di volte grazie a ciascuno di voi!), ho pubblicato un libro. Un libro vero. Un libro di carta. Con le pagine. Le cose scritte dentro. Una copertina (bellissima!). Con il mio nome scritto sopra.

Ecco la copertina:

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Non è bellissima??? *^*

Ed ecco la sinossi:

Miranda è una giovane studentessa, frequenta l’università ed è da sempre appassionata di scrittura. Le sue ambizioni sono grandi: diventare una stella della letteratura e lasciare ai posteri il suo capolavoro immortale. Convinta di serbare dentro di sé la sacra fiamma dell’arte, nel quotidiano si trova invece a fare i conti con una realtà a dir poco frustrante: il blocco dello scrittore. Un portatile aperto, una pagina bianca, un cursore lampeggiante e nulla più.
Un giorno improvvisamente, dopo aver incontrato dei misteriosi venditori di libri e aver ricevuto in regalo un inquietante segnalibro, nella vita di Miranda ricompaiono i personaggi da lei inventati anni prima, creature che popolavano i suoi racconti mai finiti e abbandonati nelle pagine ingiallite di vecchi quaderni. Saranno loro, il Principe Lucertola, la Banshee, i Mastini, i Kappa e tanti altri, ad accompagnare la ragazza in un viaggio avventuroso, magico e liberatorio, nelle ombre del proprio cuore.

Ed ecco i link dove, attualmente, potete comprarlo (eh? eh? Comprarlo, capito? blinkblinkblink… >>”):

Sito della casa editrice

IBS

Ma siccome a breve sarà disponibile anche alla vendita fisica in libreria, potreste anche andare nella vostra libreria di fiducia e farvelo ordinare lì (sempre se vi incuriosisce, ecco ^^”).

Se per caso qualcuno di voi (proprietario di blog o instagrammaro o twittaro) dovesse scoprirsi interessato e avesse voglia di leggerlo e recensirlo, può contattarmi!

E… ecco, questo è tutto. Probabilmente a breve organizzerò un paio di presentazioni nella mia zona (pffff, non ci credo nemmeno io XD)

Sciau a tutti 😉

 


Neve, di Maxence Fermine

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Neve è un racconto magico e delicato, come l’elemento da cui prende il nome.

Siamo in Giappone e seguiamo il percorso del giovane Yuko (Yuki, in giapponese, significa neve) che desidera diventare un poeta di haiku. Per farlo dovrà però capire a fondo la sua arte e per riuscirci diventerà l’allievo di un grande maestro, Soseki, che gli svelerà i segreti della sua perfezione e, allo stesso tempo, la storia del suo amore per una donna chiamata Neve.

Non do mai molto credito ai racconti ambientati in Giappone scritti dagli occidentali. Il Giappone è un paese che ci è completamente alieno. Le persone vivono immerse in una realtà che non è la nostra, in abitudini, idee, schemi di comportamento, di vita, di pensiero, che non sono i nostri. Quindi non do fiducia agli occidentali che cercano di imitarne lo spirito.

Fermine però ci riesce abbastanza bene.

Il racconto è poetico, delicato, sottile. Ogni parola è necessaria, come in un haiku. La storia è ciclica, si ripete e si compie nel giro di poche pagine (il racconto è davvero molto breve), lasciando un segno nel lettore al pari di opere molto più lunghe e complesse.

Sono rimasta incredibilmente stupita e ammaliata da questo racconto poetico sulla poesia e su cosa sia la poesia: danza, calligrafia, musica, canto. Funambolia.

E sono rimasta affascinata dalla storia di un amore mai veramente perso e ritrovato nel più incredibile dei modi.

Per questo motivo, il mio voto è: Star-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-iconStar-empty-icon


Gli occhi neri di Susan, di Julia Heaberlin

pjl2cqiTessa Cartwright, sedici anni, viene ritrovata in un campo del Texas, sepolta da un mucchio di ossa, priva di memoria. La ragazza è sopravvissuta per miracolo a uno spietato serial killer che ha ucciso tutte le altre sue giovani vittime per poi lasciarle in una fossa comune su cui crescono delle margherite gialle. Grazie alla testimonianza di Tessa, però, il presunto colpevole finisce nel braccio della morte. A quasi vent’anni di distanza da quella terrificante esperienza, Tessa è diventata un’artista e una mamma single. Una fredda mattina di febbraio nota nel suo giardino, proprio davanti alla finestra della camera da letto, una margherita gialla, che sembra piantata di recente. Sconvolta da ciò che evoca quel fiore, Tessa si chiede come sia possibile che il suo torturatore, ancora in carcere in attesa di essere giustiziato, possa averle lasciato un indizio così esplicito. E se avesse fatto condannare un innocente? L’unico modo per scoprirlo è scavare nei suoi dolorosi ricordi e arrivare finalmente a mettere a fuoco le uniche immagini, nascoste per tanti anni nelle pieghe della memoria, che potranno riportare a galla la verità…

Tessa è una protagonista di rara sopportabilità e pragmatismo in un panorama dominato da personaggi femminili sentimentalmente confusi, incapaci e petulanti. Una giovane madre che è riuscita in qualche modo a superare il traumatico evento che ha segnato il suo passato, si è rifatta una vita e se la cava piuttosto bene. Ha una figlia, Charlie, un’adolescente perfettamente normale, senza problemi di alcun tipo e piacevolmente sveglia.

Già questo basterebbe.

Aggiungiamo poi un impianto narrativo piuttosto solido, costruito senza fretta, scoprendo gli indizi un po’ alla volta mentre si dipanano due piani narrativi paralleli: il presente, dove Tessa decide di riaprire finalmente il caso che la riguarda per cercare di dare giustizia sia alle ragazze che uccise dallo stesso uomo che aveva tentato di fare fuori anche lei sia a colui che da diciassette anni si trova dietro le sbarre per un crimine che (forse) non ha commesso sia a sé stessa; e il passato, in cui Tessie cerca di rimettere insieme la propria vita che sembra essere rimasta sul fondo della fossa in cui è stata gettata e in cui è quasi morta. Lo fa grazie ai numerosi incontri con lo psicologo, ai suoi disegni e alla cara amica Lydia, sempre pronta ad aiutarla, sempre presente per lei.

La vicenda scorre prendendosi il tempo di indagare i pensieri di Tessa, si domanda il perché delle cose e rimane coerente con l’indole della protagonista da inizio a fine. Ma non solo. I dettagli tecnici sono trattati con intelligenza e inseriti in modo adeguato, così che il lettore percepisce una forte sensazione di realismo ed è spronato a concedere fiducia all’autore e a lasciarsi guidare fino alla fine.

Gli occhi neri di Susan è infatti un romanzo che tiene i piedi per terra. I personaggi sono reali e “per lo più buoni”, esattamente come nella vita reale. Le loro reazioni, i loro pensieri, le loro sensazioni non hanno nulla di folle o tremendamente oscuro. La polizia scientifica non produce miracolosamente il responso per qualsiasi cosa, tutt’altro. I giudici e gli avvocati non sono infallibili e a volte sono mossi dalla curiosità e dal pregiudizio esattamente come le persone qualunque.

In sostanza, questo thriller mi ha piacevolmente stupita. L’ho trovato qualitativamete superiore a molti altri suoi colleghi, thriller moderni spesso incentrati su particolari “gore” e su segreti oscuri e torbidi, esattamente quegli elementi che attirano maggiormente l’attenzione del pubblico durante le inchieste sui vari delitti di cui sentiamo tanto parlare in televisione. Su cosa si concentrano? Sulla triste fine della vittima e la giusta punizione che spetta al colpevole o su tutto quello che ci gira intorno, sui segreti, le zone d’ombra, le abitudini discutibili, gli inciampi, le contaddizioni? Diciamolo, siamo affetti da curiosità morbosa per tutto ciò che è brutto. Forse perché ci fa sentire insieme meno soli nella bruttura e allo stesso tempo superiori, perché non ci consideriamo altrettanto sordidi.

Ma sto divagando, torniamo al romanzo.

Nonostante i grossi punti a favore di cui sopra, la narazione presenta comunque dei difetti, anche se decisamente minori e dovuti, a mio parere, alla scelta di narrare la vicenda in prima persona. E’ un espediente interessante per poter affondare nella mente del protagonista ma esclude inevitabilmente tutti gli altri (con alcune doverose eccezioni) da un’analisi più approfondita, con il risultato che personaggi potenzialmente interessanti o addirittura fondamentali rimangono figure galleggianti sullo sfondo. In sostanza, sappiamo di loro solo quanto ci racconta Tessa. Il finale, in particolar modo, mi ha lasciata perplessa. Non per quello che ci svela ma per il fatto che scorre molto in fretta, troppo rispetto a tutto ciò che l’ha preceduto. Dopo trecento pagine interessanti e ben costruite, impostate come un conto alla rovescia, ad un certo punto sembra che il tempo inizi  correre più velocemente e gli eventi si trasformino di conseguenza divenendo più superficiali.

Tuttavia, Gli occhi neri di Susan riesce a sopravvivere alle proprie debolezze e rimane una lettura davvero buona, un thriller che mi ha piacevolmente intrattenuta e che ho divorato velocemente perché desideravo davvero scoprire come andasse a finire (e scoprire se la mia idea su chi fosse il colpevole fosse esatta. Spoiler: lo era).

Voglio aggiungere un altro piccolo dettaglio, per me molto importante. Il racconto è costellato di citazioni letterarie e artistiche. Dalle favole alla poesia a Edgar Allan Poe a una lunga serie di altri romanzi, classi della letteratura inglese o americana, ma mai scontati né inflazionati. Chi legge Jane Austen è la figlia adolescente della protagonista, in perfetto accordo coi programmi scolastici di tutto l’occidente; un fatto che io vedo come la conferma che le scrittrici di YA nella loro vita hanno letto solamente i romanzi “obbligatori”, quelli imposti dai professori di liceo. Sia chiaro, in Orgoglio e pregiudizio non c’è nulla di male, ma andiamo, esiste anche altro.

In conclusione, consiglio questa romanzo a tutti coloro che siano alla ricerca di un thriller dai toni più riflessivi, che gioca sulle emozioni e debolezze umane piuttosto che sull’ansia, sul torbido e su una trama al cardiopalma. Quello che ho provato io, a lettura terminata, è la sensazione che le brutture della vita, i fatti terribili che possono accadere, siano una spiacevole e sfortunata eccezione alla regola generale che le persone sono tutte più o meno buone. E che la persecuzione, i presagi, i demoni e i mostri, molte volte vivono soltanto nella nostra testa, dove attecchiscono come erbacce infestanti o come le tenaci margherite gialle chiamate “Susan dagli occhi neri”.

Il mio voto  è:

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Disney: Inside Out

Riley è una bambina di undici anni che vive in Minnesota. Gioca a hockey, ha degli amici, due genitori amorevoli e una vita felice. Ma qualcosa sta per cambiare, perchè Raley e la sua famiglia si trasferiscono a San Francisco (lo stessa città -più o meno- di Big Hero Six) e qualcosa dentro di lei inizia a cambiare. E ciò a cui noi assisteremo sarà una doppia storia: quello che dall’esterno va a influire all’interno della protagonista e viceversa, le reazioni interne che influenzeranno l’esterno.
Dentro Riley, infatti, si trovano quelle che nel film sono le emozioni cardine: gioia, tristezza, paura, disgusto e rabbia. Ognuna di esse ha un ruolo ben preciso, una funzione da svolgere, un motivo di esistere, tranne Tristezza: lei non si capisce bene a cosa serva, considerando che ogni volta che prende il sopravvento Riley sta male, piange e si dispera. Tuttavia la vera protagonista è Gioia, l’emozione dominante di Riley, che coordina il team che risiede nel quartier generale e risulta palesemente preponderante tra i ricordi della bambina.

Ed è quando la leadership di Gioia comincia a vacillare che ci accorgiamo che qualcosa non va. Il trasferimento mette Riley in crisi, la strappa via dal mondo dell’infanzia dove tutto era semplice, tutto andava bene, e la spinge a crescere. E crescere significa demolire e ricostruire. Ma la demolizione può essere traumatica.

Ma come sviluppare una storia di questo tipo? Come portare sullo schermo le emozioni, i loro capovolgimenti? Mettendole in difficoltà, così come lo è Riley. Tristezza, infatti, comincia a comportarsi in modo strano e combina un guaio trasformando uno dei ricordi base della bambina (quei preziosissimi ricordi che hanno plasmato la sua personalità) e rendendolo un ricordo triste anzichè felice, com’era sempre stato. Nel tentativo di rimediare, Gioia e Tristezza si ritrovano nel labirintico deposito dei ricordi nella memoria a lungo termine. Da lì dovranno tornare al quartier generale e durante il loro viaggio incontreranno personaggi memorabili e attraverseranno luoghi fantastici, ideati in modo semplicemente geniale. Il loro viaggio di ritorno seguirà passo per passo i cambiamenti che avvengono dentro Riley, momentaneamente “comandata” soltanto da Rabbia, Paura e Disgusto. Alla fine, Tristezza troverà il suo compito, la sua funzione, così come Riley inizierà a provare emozioni più complesse, segno della crescita avvenuta in lei.

Inside Out è un film bellissimo. Uno dei più belli che io abbia mai visto, e ve lo dice una che ha visto tutti i film animati prodotti dalla Disney (conosco a memoria le battute dei Classici!) e Disney-Pixar (senza contare quelli di altra provenienza). Non che questo mi qualifichi come critica cinematografica o mi dia qualche tipo di autorevolezza, ma se non altro è impossibile dire che io non abbia materiale di paragone.

E’ bellissimo sotto il punto di vista visivo: il mondo reale, dove i colori sono più spenti, contrasta con il fantastico mondo all’interno della testa di Riley, dove i colori sono vivi e accesi. Le emozioni sono animate spledidamente, tutte ispirate a una forma geometrica e un colore precisi, con i capelli simili a nastri e ricoperti da quella che sembra una morbida pelliccia. Gioia in particolare sembra sia stata particolarmente complessa da realizzare, perchè risplende di luce propria e gli animatori hanno lavorato perchè questa luce non solo emanasse da lei ma ne seguisse i movimenti e risultasse quasi “morbida”. Le cinque emozioni sono ovviamente dentro ognuno dei personaggi “reali” che incontriamo, come i genitori di Riley o i suoi compagni di scuola, e le scene in cui entriamo all’interno delle loro teste sono semplicemente esilaranti.

E’ bellissimo sotto il punto di vista del messaggio che vuole mandare: crescere può essere duro, crescere può voler dire dimenticare parti di noi stessi che non ci servono più, la tristezza fa parte della vita e non possiamo evitarla, fuggirla o cercare di ignorarla. La tristezza è legittima e necessaria a far risplendere ancora di più la gioia, perchè non sono forse le due facce di una stessa medaglia? E dalla tristezza non può forse nascere la soluzione a molti problemi?

E’ bellissimo sotto il punto di vista della sceneggiatura e della “trasposizione”: chiunque abbia pensato a trasformare concetti complicati come quelli che riguardano il funzionamento della nostra mente in una serie di sequenze esilaranti e geniali merita un Oscar, subito, così, sulla fiducia. Così come è notevole la semplicità e l’efficacia con cui viene dipinta la vicenda “esterna” che coinvolge Riley.

Questo film parla allo spettatore in modo profondo e non crederò mai che si tratti di un film per bambini, perchè i concetti che espone e come li espone -tipo, non so, il funzionamento della memoria, la complessità delle emozioni, la depressione, la disperazione, tanto per citarne alcuni- sono assolutamente incomprensibili dai tredici anni in giù. Prova ne sono i bambini che erano in sala il giorno in cui io sono andata al cinema: si annoiavano! E annoiandosi disturbavano tutti gli altri spettatori in sala, ma questa è un’altra storia. In ogni caso, Inside Out è un film complesso, che permette una lettura su più livelli e può tranquillamente soddisfare un adulto come un ragazzino.

Mi è piaciuto così tanto che credo mi procurerò il Dvd quando uscirà (e la tazza di Disgusto, ma anche questa è un’altra storia).

Personalmente, durante la visione mi sono commossa svariate volte e non sono un tipo di ragazza che si scioglie in lacrime ad ogni manifestazione di sentimenti. Mi sono ritrovata a ripensare alla me bambina, a domandarmi quali parti di me avessi archiviato e perché. Ma ho anche riso un sacco.

E voi? Avete visto il film? Cosa ne pensate? Fatemelo sapere!

A presto 🙂


Il richiamo del cuculo, di Robert Galbraith (aka J.K.Rowling)

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Edito da: Sellerio

Londra. È notte fonda quando Lula Landry, leggendaria e capricciosa top model, precipita dal balcone del suo lussuoso attico a Mayfair sul marciapiede innevato. La polizia archivia il caso come suicidio, ma il fratello della modella non può crederci. Decide di affidarsi a un investigatore privato e un caso del destino lo conduce all’ufficio di Cormoran Strike. Veterano della guerra in Afghanistan, dove ha perso una gamba, Strike riesce a malapena a guadagnarsi da vivere come detective. Per lui, scaricato dalla fidanzata e senza più un tetto, questo nuovo caso significa sopravvivenza, qualche debito in meno, la mente occupata. Ci si butta a capofitto, ma indizio dopo indizio, la verità si svela a caro prezzo in tutta la sua terribile portata e lo trascina sempre più a fondo nel mondo scintillante e spietato della vittima, sempre più vicino al pericolo che l’ha schiacciata. Un page turner tra le cui pagine è facile perdersi, tenuti per mano da personaggi che si stagliano con nettezza. Ed è ancora più facile abbandonarsi al fascino ammaliante di Londra, che dal chiasso di Soho, al lusso di Mayfair, ai gremiti pub dell’East End, si rivela protagonista assoluta, ipnotica e ricca di seduzioni. Robert Galbraith è uno pseudonimo di J.K. Rowling, autrice della serie di Harry Potter e de “Il seggio vacante”.

Verso questo libro provo sentimenti contrastanti. Da una parte, ho apprezzato i personaggi, l’intreccio e lo stile narrativo, dall’altra ho avuto la netta e costante sensazione che mancasse qualcosa. Mi sono chiesta cosa fosse, questo “qualcosa” e mi sono risposta che è il coraggio. Già, secondo me questo giallo è poco osato.

Mi spiego: quando un lettore sceglie di dedicare il proprio tempo a un libro giallo, di solito vuole essere intrattenuto da indagini complicate e inaspettati rovesciamenti di trama che ruotano intorno a crimini sordidi. Ecco, qui manca proprio il crimine sordido.

Ma andiamo con ordine:

Lo stile narrativo adottato dalla Rowling (per chi ancora non ne fosse a conoscenza, sappiate che Robert Galbright è uno pseudonimo) è dettagliato ed esaustivo, cosa che apprezzo molto nei romanzi. Non sono una lettrice esigente che pretende di avere capitoli interi di descrizione di una città a volo d’uccello, ma se il personaggio si muove tra le strade di Londra, io voglio che lo scrittore mi faccia se non altro intuire l’atmosfera. La Rowling lo fa. Descrive e suggerisce bene ma, se devo trovare un difetto, descrive e suggerisce come una donna. È davvero un difetto? Non esattamente. È solo che si nota. Si sofferma su dettagli che un uomo non noterebbe, mette in bocca al suo detective opinioni che forse un uomo come lui non avrebbe, quando descrive un nuovo personaggio lo fa come se ad analizzarlo fosse una donna: i capelli, la pelle, la bruttezza o la bellezza, il loro stile. Non dico che tutto questo sia sbagliato,  dico solo che siccome il detective in questione è un uomo, probabilmente la narrazione, almeno quando si ripropone di seguire i suoi pensieri da vicino, avrebbe dovuto assumere un altro tono.

Però bisogna anche dire che, poiché il panorama letterario è dominato dagli uomini, è probabile che il mio metro di paragone sia tristemente contaminato.

Passiamo ai personaggi. Come in Harry Potter, la Rowling è molto brava a cesellare i tratti della personalità, a suggerire storie sotto i gesti comuni, ma certe volte, soprattutto quando si tratta dei personaggi secondari che compariranno poche volte, si adagia un po’ nello stereotipo. Di conseguenza, il personaggio non è più tale ma solo una macchietta. Certo, la gente che incontriamo per strada tutti i giorni è ben lungi dal distaccarsi decisamente da questo o quello stereotipo, ma quando si scrive è importante cercare di dipingere personalità sfaccettate, dare ad ogni personaggio un suo modo di parlare, di pensare. Invece, durante questo romanzo la Rowling ha utilizzato più che altro un generale e diffuso uso delle imprecazioni e una sequela di personaggi standard: la frivola commessa, la truccatrice, lo stilista omosessuale, la modella superificiale, la ragazza di colore povera e sciatta.Tuttavia, il personaggio di Cormoran Strike, della segretaria Robin e alcuni altri riescono a risollevare il tutto.

Passiamo ora all’intreccio, la parte più importante in un giallo. Siamo di fronte alla morte di una bellissima modella. La ragazza è caduta giù dal balcone del suo appartamento e il suo caso è stato etichettato come suicidio, tanto più che la poveretta era instabile e problematica. Ma suo fratello adottivo non ci crede e ingaggia Cormoran Strike per indagare. L’indagine comincia e procede un po’ lenta fino agli ultimi capitoli, dove tutto si risolve in puro stile telefilmico (ovvero, con il detective che scopre le carte e il colpevole che reagisce di conseguenza). Tuttavia, è piacevole seguire Strike mentre cerca di addentrarsi nel mondo di reticenza in cui vive l’alta borghesia londinese. Un mondo annegato nell’ipocrisia, nel perbenismo e nella ricerca spasmodica del potere e del mantenimento di una buona reputazione. Pieno perbenismo vittoriano. Strike però procede, si lavora i borghesotti ai fianchi e alla fine giunge alla verità che, purtroppo, io avevo già intuito. Rimane comunque un buon giallo classico, di quelli che seguì con piacere, che ti conducono passo dopo passo verso la soluzione (in questo caso non troppo difficile). Ho comunque trovato alcuni passaggi e soluzioni un pochino forzate e trovo che si potessero tagliare di netto svariati riempitivi sparsi qui e lì.

A questo punto, ci ricolleghiamo a quanto ho scritto all’inizio dell’articolo: il giallo manca di coraggio. Il movente è insipido e la Rowling non insisté sul punto che avrebbe potuto dare tutto un altro tenore alla trama, aggiungendo vagonate di interessantezza: la psiche provata del colpevole.
Tutto rimane troppo luminoso. Ma forse sono solo io che amo il mistero duro e puro.

Ecco, questa è la mia piccola, misera opinione. Il genere giallo/mistery/noire è forse il mio preferito e darò certamente una possibilità anche

G.


Mad Max: Fury road

Ed eccoci qui riuniti, lettori occasionali (o anche abitudinari, visto che qui i followers sono un pochettino aumentati), per una nuova puntata di #ticonsigliounfilm.

Non mi sono fatta molto viva ultimamente, ma ragà, è estate per tutti, e io ho avuto esami fino a luglio per poi riprendere a studiare nella prima settimana di agosto.

Ora però ho deciso che piuttosto che fallire miseramente un esame, oppure portarmelo a casa con 18, preferisco tentarto e ridarlo nella prossima sessione. Sicché, mi sento meno in colpa a spendere questo quarto d’ora scrivendo le mie impressioni su un film visto di recente e che mi ha colpita.

Mad Max: Fury Road

Non sono una che ama i film costruiti sulla pura e semplice azione, né tanto meno le pellicole che ruotano attorno ai veicoli a motore. Qui, ci troviamo di fronte a due ore di inseguimenti su quattro ruote in mezzo a un deserto, condite con scene d’azione ed esplosioni. La premessa non era buona e invece… non mi sono annoiata un solo secondo. NEANCHE-UN-SECONDO.

Mad Max è uno dei film più belli che abbia visto in questi ultimi anni. Reboot di una fortunata serie di film degli anni ’70, ne riprende le atmosfere distopiche e desolate, i veicoli modificati e eccessivi e il protagonista, Max, che in questa versione è iterpretato da Tom Hardy. La trama è molto semplice: Immortan Joe, un perfido dittatore, ha il controllo dell’acqua in un mondo avvelenato e morente, ha un esercito di “figli della guerra” malati e invasati, ha uno stuolo di donne in carne che munge come mucche e ha 5 bellissime e sanissime mogli da cui vuole un figlio altrettanto sano. E poi c’è Furiosa (Charlize Theron), una guerriera, la migliore, che decide di aiutare le 5 mogli a fuggire. Questo è l’evento scatenante delle 2 ore di inseguimenti, durante i quali vediamo i personaggi fare di tutto per riconquistare la propria libertà: Furiosa, che cerca una redenzione, le 5 mogli di Joe che non vogliono essere trattate come oggetti, Max che è stato catturato e utilizzato come “sacca di sangue” portatile ed infine Nux, un figlio della guerra alla ricerca di una morte eroica.

Mad Max è stato definito un film femminista. Lo è? Forse sì, in quell’accezione di femminismo intelligente e non sguaiata. Perché dico ciò? Perché Furiosa si rivela essere la vera protagonista del film. Fa tutto lei: guida, spara (molto meglio di Max), risolve i casini. Max fa la sua parte, aiuta, ma Furiosa gli ruba la scena, letteralmente. O meglio, ci sembra che sia così perché (cosa a cui non siamo abituati) per una sacrosantissima volta ci è permesso di godere di una protagonista femminile cazzuta che non è messa lì a fare da spalla sexy al protagonista, ma che si pone sullo stesso identico livello del protagonista. Non c’è bisogno di fare di lei un perno di attrazione sessuale e neppure c’è bisogno che si innamori del protagonista o che si faccia salvare da lui. No, no, no. Dimenticatevi tutto ciò. Ciò che vedrete sarà una donna che se la sa cavare da sola e che addirittura si rivela decisiva per la risoluzione della storia. (E per inciso, l’unico “amore” che vedrete sarà secondario e quasi infantile nell’espressione, anche se ho notato in giro forse un paio di riferimenti alla sfera sessuale. Ma niente di smaccato).

A parte ciò, questo film ha anche il pregio di essere girato quasi tutto dal vivo, senza utilizzo della CGI. Questo significa che i combattimenti, gli inseguimenti e tutto quello che li accompagna, sono stati girati con stunt. Il fatto che queste cose si possono ancora fare dovrebbe far risvegliare qualcosa nelle coscienze dei registi.

Piccolo bonus:
I personaggi di Nux e delle mogli. Il primo è un bizzarro connubio di follia e infantilità (esiste questa parola o l’ho inventato io?), cosciente di essere in fin di vita e alla ricerca della gloria nella morte eroica, come tutti i suoi fratelli. Il suo personaggio rappresenta l’estremismo e il fanatismo, senza abbellimenti e retorica. Le cinque mogli sono il personaggio che, dopo Furiosa, mi ha stupito di più. Le considero un personaggio unico, ma in realtà sono tutte e cinque ben caratterizzate, diverse tra loro e riconoscibili. Ma la cosa più sovversiva è un’altra: nonostante siano le più indifese (e in più incinte) tra tutti i personaggi, le ragazze sono ATTIVE. Cioé fanno delle cose, aiutano Furiosa e Max a combattere i cattivi, non si limitano (come accade di solito per questo genere di figura) a farsi scarrozzare e salvare. Si salvano prima di tutto da sole.
E io mi chiedo: è troppo avere più protagoniste di questo genere? Più ragazze toste e tuttavia gentili, piacevoli, simpatiche, e non per Forza super guerriere, arroganti e antipatiche a cui va sempre tutto bene? Penso non sia impossibile. Staremo a vedere.

Intanto, questo film se la cava benissimo e lo consiglio a chiunque, maschi e femmine, amanti dei motori e non, tutti.