L’albero delle bugie, di Frances Hardinge

Edito: Mondadori

Pagine: 415

Prezzo: 11, 50 euro

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Fin da quando era piccola Faith ha imparato a nascondere dietro le buone maniere la sua intelligenza acuta e ardente: nell’Inghilterra vittoriana questo è ciò che devono fare le brave signorine. Figlia del reverendo Sunderly, esperto studioso di fossili, Faith deve fingere di non essere attratta dai misteri della scienza, di non avere fame di conoscenza, di non sognare la libertà. Tutto cambia dopo la morte del padre: frugando tra oggetti e documenti misteriosi, Faith scopre l’esistenza di un albero incredibile, che si nutre di bugie per dar vita a frutti magici capaci di rivelare segreti. È proprio grazie al potere oscuro di questo albero che Faith fa esplodere il coraggio e la rabbia covati per anni, alla ricerca della verità e del suo posto nel mondo.

Partiamo da un presupposto: non credo sia corretto dare in pasto ai ragazzi, per il semplice motivo che sono -appunto- ragazzi, romanzi scontati e sempliciotti, dalla prosa piatta e banale e popolati di protagonisti insipidi e tristemente privi di sfumature. Per fortuna, questo libro non lo fa.

Al contrario, con una prosa lineare ma ricca e ben costruita, Frances Hardinge racconta una storia di crescita dalle tinte oscure, in cui una protagonista all’apparenza mite e anonima cova nell’animo l’aspirazione di seguire le orme paterne e diventare una naturalista e una scienziata.

Il suo sogno però sembra irrealizzabile, perché diventare naturalista e sceinziata, partecipare a scavi archeologici, viaggiare per il mondo sono tutte cose precluse alle donne nell’Inghilterra di fine Ottocento.

Così l’intelligenza e la curiosità di Faith vengono costantemente ignorate e messa da parte, quasi fossero attributi disdicevoli di cui lei dovrebbe vergognarsi, e ogni suo tentativo di timida affermazione è messo tristemente in ombra dalla presenza del fratellino, ancora ingenuo e per nulla brillante… ma maschio.

Quindi non importa che Faith sia più abile e che mostri un’attitudine alla scienza che il piccolo Howard non possiede: lei è una donna e in quanto tale nient’altro che un peso economico che non darà mai lustro alla famiglia e per questo ciò che ci si aspetta da lei non sono genio e intraprendenza ma mite e devota accondiscendenza.

Almeno, questo è ciò che sbraita il Reverendo Sunderly, padre della protagonista, quando lei afferma e difende la propria intelligenza e il proprio diritto a seguire la sua passione.

Ma io sono intelligente.

È questa rivelazione riguardo al proprio ruolo nel mondo più che la subito successiva morte del padre a segnare la svolta nella narrazione e a dividere nettamente a metà il romanzo.

Nella prima parte, l’atmosfera è tesa, nervosa, asfittica. Faith è un fascio di rabbia repressa, speranza, impotenza. È un’adolescente ancora costretta nei propri abiti da bambina, relegata in un angolo. Una presenza dimenticabile che sente su di sé tutto il peso della propria trascurabilità.

Nella seconda parte, invece, Faith diventa un fantasma vendicativo. Per nutrire e studiare lo strano e inquietante esemplare botanico nascosto dal padre e causa probabile della sua morte, Faith indaga su quello che ritiene un caso di omicidio, mente, manipola, sfrutta, scappa di casa la notte, prende il mare da sola, sfida le proprie paure e i limiti imposti dalla società su di lei e si spinge sempre più avanti fino a mettersi in pericolo.

Ma sono quest’avventura, la sua determinazione, i suoi inganni e le sue manipolazioni, che permettono a Faith può dare prova della propria forza e arguzia, delle proprie capacità, intraprendendo un percorso che la porterà ad uscire da quei vestiti da bambina e da quella devozione all’idea paterna, specchio delle rigide norme sociali.

Voglio essere un cattivo esempio.

Ho davvero apprezzato questo romanzo e due dei motivi sono la costruzione del personaggio di Faith e la coerenza dell’autrice nel narrarlo.

Quante volte un personaggio viene descritto come geniale o malvagio o coraggioso ma si rivela poi un goffo piagnucolone arrogante spesso senza alcun motivo valido per fare quello che fa? Faith invece compie un’evoluzione possibile, rilascia un potenziale che era già dentro di lei e che si manifesta in un’accesa caparbietà e nello sfruttare le proprie risorse piuttosto che in immensi poteri cosmici o in exploit di violenza. E nonostante tutto, nonostante la propria evoluzione, Faith rimane comunque sé stessa.

Anche i personaggi di contorno sono apprezzabili. Tratteggiati con meno attenzione di Faith ma comunque interessanti, apprezzabili (a parte Jeanne, Jeanne doveva morire male) e abbastanza approfonditi da poter legare con loro e capire le loro motivazioni. Un fattore questo che rende il romanzo molto godibile e sostiene il ritmo più disteso della prima parte, creando un solido contesto.

“L’albero delle bugie” è dunque un racconto sulle conseguenze disastrose della disonestà e delle menzogne e sulla loro pericolosità e sulla loro natura contagiosa. “Dai loro una bugia in cui siano disposti a credere”, è questa la regola per nutrire l’albero. Seguendola, nutrendo la gente di bugie -gente prontissima a bersele!- Faith, e suo padre prima di lei, mettono in circolo e vengono schiacciati dal peso dell’entità da loro creata e cresciuta a dismisura, proprio come l’albero che se ne nutre.

Ma è anche un racconto di formazione e di presa di coscienza. Bisogna avere il coraggio di essere ciò che si è, non si può ignorare la propria natura, perché ignorare le proprie passioni provoca più danni che benefici.


Voto:

4,5 2000px-White_Stars_1 su 5: Intrigante


Lo consiglio a:

  • Chi vuole leggere un libro ad alto coefficiente girl power;
  • Agli adolescenti in generale, fascia 13-18 anni;
  • A chi ama i racconti ottocenteschi, con ville a picco sull’oceano e paesani ostili;
  • A chi ama i racconti misteriosi;
  • A tutti, perché sarà un libro per ragazzi ma lo possono leggere anche gli adulti.

 

 

 

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#TiConsiglioUnaSerie: Taboo

TabooBelli de zia (che sarei io),

in questa calda estate bollente non sapete bene a quale serie dedicare la vostra serata? Vi siete già sciroppati tutto il catalogo Netflix e Amazon Prime e ora vi sentite orfani e senza uno scopo nella vita? Bene, sono qui per offrirvi una via di salvezza. A meno che, ovviamente, quello che vi sto per raccontare non lo conosciate già. In tal caso, dedicatevi a un libro e non rompete gli zebedei. (Guardacaso ne consiglio molti, di libri, in questo blog.)

Dunque, dicevamo: TABOO, una miniserie in otto puntate sfornata da una collaborazione tra BBC e l’americana FX, prodotta a livello esecutivo da nientemeno che Ridley Scott e ideata da Steven Knight (a cui dobbiamo, deo gratia, anche Peaky Blinders) e Tom Hardy. Sì. Quel Tom Hardy. L’attore. Il bonazzo. Che, non pago, fa anche il protagonista (nonché fulcro assoluto di tutta la narrazione). Come se non bastasse, in mezzo alla produzione c’è anche il padre di Tom. Tutto in famiglia, proprio.

E in effetti, la famiglia è un elemento piuttosto fondamentale di Taboo. Ma di cosa parla, in soldoni, sta cosa?, mi starete chiedendo. E io, che mi sto squagliando per il caldo, vi sparo la trama. Tiè:

Nel 1814 l’avventuriero James Keziah Delaney torna a Londra dopo aver passato molti anni in Africa. Dopo i funerali del padre, morto in oscure circostanze, James eredita l’intero patrimonio assieme alla baia di Nootka, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, un territorio la cui posizione strategica conferirebbe la possibilità di commerciare con l’oriente attraverso il Pacifico. Ben presto dovrà fare i conti con i suoi demoni ed il misterioso passato del padre, fronteggiando la potente Compagnia britannica delle Indie Orientali e la corona inglese, entrambe decise ad ottenere il possesso di Nootka tramite qualunque mezzo.

Insomma, ci sono tutta una serie di sottotrame che si intrecciano tra loro. C’è la storia di Tom Hardy che torna dagli inferi, cappottone, cilindro, capello rasato, sguardo selvaggio. Tutti lo credevano morto, ma in realtà lui ha passato gli ultimi dieci anni a imparare a fare lo stregone in giro per l’Africa. C’è la storia di Nootka, uno straccetto di terra grande da qui a lì ma strategicamente fondamentale, perché è una baia e perché si trova proprio nel mezzo tra i territori Statunitensi e quelli ancora in mano all’Inghilterra. C’è la storia della Compagnia delle Indie, cattivona come sempre, a cui quel territorio serve proprio e che mette in difficoltà il buon James (sì, cioè, Tom Hardy, che nella serie si chiama James Delaney, un nome che, pronunciato con l’accento inglese, diventa poesia pura), e poi c’è di nuovo la storia di lui che è sempre un passo avanti e ammazza e pianifica e sfrutta e inganna tutti come un Lord Ditocorto o un Tyrion Lannister prima che si mettesse al soldo della Danana.

Nonostante sia il protagonista, e quindi protetto da tutte le leggi che di solito proteggono i protagonisti, James è comunque un deciso anti-eroe. Anzi, quanto di più lontano da un eroe ci possa essere prima che questo diventi a tutti gli effetti un villain. È un uomo solitario, scontroso, lunatico, violento, freddo e calcolatore. Ha una sua dose di moralità certo ma ha anche le sue priorità, il suo piano, delle cose che vuole e farà tutto ciò che deve per prendersele. E poi è scaltro. Per tutta la durata della serie assistiamo al gioco che si instaura tra lui e la Compagnia e se anche la serie ci porta a tifare per James proprio in virtù della sua intelligenza, a ben pensarci si tratta di una lotta tra belve quasi alla pari. Eccezionali ma pur sempre, in qualche modo, due entità malvagie.

Gli altri personaggi che popolano la narrazione possono solo fare da contorno. Ognuno di loro corrisponde più o meno a una pedina, un elemento di cui James dispone a piacimento e senza che loro si rendano conto di nulla. Così la sorella, interpretata da Oona Chaplin, così il suo servo, così tutti gli altri.

L’ambientazione è certo un altro dei punti forti della serie. Londra è come sempre sporca, scura, fumosa. Casa di Delaney e il fascino decadente dei Docks fanno subito Dickens. Atmosfere da Jack lo squartatore, dunque, e mistero, molto. Perché James è tormentato dai fantasmi. I suoi, interiori, ma forse anche in senso letterale. Quello di sua madre, ad esempio, che continua ad apparirgli in sogno, e quelli degli schiavi prigionieri della nave il cui naufragio, si pensava, avesse ucciso anche lui…

Allora, vi ho incuriositi? Eh? Eh? Beh, se sì, ottimo e se no, peggio per voi, non saprete mai cosa vi perdete. Nonostante le mie scarse capacità persuasive la serie merita davvero e non lo dico solo io ma l’Internet e anche i critici competenti, non come me.

Dunque se deciderete di guardare Taboo e vi piacerà ricordatevi della zia G. e magari lasciate una stellina U.U

O almeno, lasciatela a Tom ignudo e tatuato. Tiè:

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XoXo

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p style=”text-align:justify;”>G.


Flavia De Luce e il delitto nel campo dei cetrioli, di Alan Bradley

 

Flavia de Luce, undici anni, esperta di veleni dalla lingua lunga, trova nell’orto di casa un uomo morente che le esala in faccia un’ultima parola, “Vale!”, prima di spirare definitivamente. Il problema è che Flavia aveva visto litigare quell’uomo con suo padre solo poche ore prima…

 

Questo è la scintilla che mette in moto un ingranaggio bene orchestrato, di stampo classico: ambientato in un contesto minore, in stile Miss Marple, con piccoli indizi disseminati lungo il percorso e una buona dose di intuizione (e fantasia, e fortuna a volte) a collegarli. Nonostante la giovane età, Flavia riesce a mettere insieme le tessere del puzzle e ad arrivare alla verità, se non prima, almeno in modo più efficace rispetto alla polizia.

Ma chi è Flavia De Luce? Nella serie creata da Alan Bradley a partire dal 2009 e attualmente pubblicata da Sellerio, i De Luce sono degli ormai ex-ricchi che tuttavia continuano a vivere nella vecchia magione di famiglia, Backshaw, nei pressi del paesino di Bishop Lacey. Il padre, colonnello, filatelico, malinconico, è una presenza silenziosa ma tutt’altro che marginale. Per quanto non parli molto né si sappia molto di lui, il suo personaggio è al cuore della vicenda e una parte fondamentale nella vita delle sue tre figlie.

Ophelia e Daphne sono le sorelle maggiori di Flavia. La prima, bellissima e portata per la musica, la seconda un topo di biblioteca con il sogno di diventare scrittrice. Personaggi comici e tendenzialmente sgradevoli, le sorelle di Flavia rimangono sempre marginali rispetto al campo visivo del racconto, tutto concentrato sulla protagonista, i suoi rimuginii e i suoi esperimenti. Le loro incursioni nella trama avvengono principalmente per mettere in atto qualche ingegnoso dispetto o come oggetto delle battute al vetriolo della ragazzina.

I dispetti, comunque, non se li risparmia nemmeno la nostra protagonista. Con la sua passione per la chimica e i veleni, Flavia è un’inesauribile fonte di idee e risorse, a volte spese per il bene della giustizia, a volte per tornaconto personale.

Questo è in effetti uno degli elementi che mi è piaciuto di più. Flavia sarà pure geniale ma resta pur sempre una ragazzina. Quella che a tratti può sembrare una vena di crudeltà (pensa molto spesso a vendicarsi e a volte ci riesce pure) o di puro egoismo, può facilmente spiegarsi col fatto di non essere che una bambina, ancora immatura, cresciuta per altro quasi in solitaria e senza una vera e propria guida. Spesso, in effetti, Flavia fa presente come nessuno piangerebbe la sua scomparsa e se questo può essere letto come un exploit da Drama Queen, è anche specchio della solitudine da lei provata.

Per altro, ritengo che Flavia sia un personaggio decisamente “girl power”: fa quello che le piace fare e questa cosa (ovvero, la chimica) è qualcosa di tradizionalmente associato ai maschi (“toh, una ragazza, ma pensa!” esclama più di qualcuno di fronte alle sue doti e alla sua intraprendenza), ha le sue idee, dice quello che pensa, fa domande, non ha paura di perseguire quello che ritiene sia giusto e non si fa mettere i piedi in testa né influenzare da quello che gli altri si aspetterebbero da lei (cosa che fanno invece, in parte, le due sorelle).

Una bella costruzione dunque. Ma il caso? Il caso era certamente ben congegnato. Ho riscontrato un paio di elementi scricchiolanti, rivelazioni rimandate solo per il puro intento di allungare la trama, ma ho riscontrato anche una forte vibe sherlockiana e questo non può che essere un bene. La vicenda criminosa, per quanto non si evinca minimamente dal titolo, ruota attorno ad un furto di francobolli rari e a un crimine sepolto nel passato che torna a galla.


Dunque, che voto do al primo caso di Flavia de Luce?

2000px-White_Stars_1 su 5: Bambino geniale

Voto alla risolvibilità del caso:

3 detectiveprofilesu 5: Vale!


Fatemi sapere se conoscevate questa serie e se sì, cosa ne pensate ❤

XoXo

G.


Di notte sotto il ponte di pietra, di Leo Perutz

  Ci troviamo a Praga, più o meno durante il regno di Rodolfo II, alla fine del XVI secolo. Molti destini si intrecciano per le strette vie della città: quello dell’imperatore, della sua amante Esther e del marito di lei, l’ebreo Mordechai Meisl, a cui tutto riesce così bene che “quando la città ha un anno nero lui ce l’ha bianco come il latte”; e poi quelle dei personaggi che ruotano loro intorno, ladruncoli, poveracci, pescatori, servitori di palazzo, pittori, giovani ufficiali, alchimisti o all’occorrenza Johannes Kepler, da noi noto come Keplero.

  Leo Perutz è stato contemporaneo di Kafka e molto apprezzato da scrittori di spessore, come Fleming o Borges, sta venendo riscoperto da qualche anno a questa parte. Esponente di quello che può essere definito romanzo storico-fantastico, Leo Perutz mescola nei suoi romanzi un’accurata ricostruzione storica e il vivido folklore locale. La prosa è asciutta, scorrevolissima, totalmente priva di retorica e manierismi e nonostante ciò, come solo un bravo scrittore riesce a fare -dopo un lungo e accurato lavoro di rifinitura-, le atmosfere sono delineate in modo perfetto e profondamente suggestivo.

  In “Di notte sotto il ponte di pietra” ogni storia aggiunge una pennellata a quello che in realtà è un grande affresco, come se un unico soggetto venisse esplorato da molte prospettive, diverse nello spazio e nel tempo, così che possa sembrare che ognuna si riferisca a qualcosa di diverso quando invece parlano tutte della stessa cosa.

  Ma di che cosa, allora?, chiederete voi. Di Praga. Perché questo è un affresco della città. E del destino, che ruota e si mangia all’infinito la coda, come la struttura del romanzo, che si completa in modo circolare quando ad ogni tassello capisci qualcosa di più fino a riuscire ad allacciare l’ultimo racconto al primo.

  E tra tutte le esistenze destinate ad incrociarsi lungo le vie del ghetto e sulle rive della Moldava, quelle di Rodolfo II e Mordechai Meisl sono le più significative. Il primo, imperatore tormentato e scialacquatore, incapace di mantenere le casse reali ma assai profondo e appassionato d’arte, iracondo ma segretamente tormentato da pene d’amore e sensi di colpa; il secondo, ebreo di umili origini ma destinato alla ricchezza, generoso ma pur sempre ebreo e quindi segnato.

  “Di notte sotto il ponte di pietra” è un libro corale, meravigliosamente intrecciato,  magico; dove la magia non si manifesta in roboanti apparizioni sovrannaturali ma piuttosto cola lentamente nella vita dei personaggi, scardinandone idee e abitudini fino a che è per il lettore diventa impossibile dire se ciò che sta leggendo è passato sul piano del fantastico oppure no e quando -e se- lo capisce, ormai è già tutto accaduto e ne rimane spiazzato.

  Questo libro è entrato di diritto nel novero dei miei preferiti e sono felice che così sia stato e sono altrettanto felice di aver iniziato a conoscere questo incredibile autore che certamente approfondirò, probabilmente con la lettura de “Il marchese di Bolibar“.

Vi consiglio il libro? Di più. Penso che vi fareste un torto a non leggerlo.

Voto:

6/5

AMOUR FOU

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Lion, la strada verso casa | Recensione con spoiler

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The Millionaire (o Slumdog Millionaire, come da titolo originale) ce l’aveva già mostrata: caotica, crudele, povera ma anche misteriosa, spirituale. Sto parlando dell’India.

Se in The Millionaire il piccolo protagonista viveva negli slums di Mumbai, quello di Lion viene da Ganesh Talay, un piccolo villaggio sperduto in una pietraia, a 1600 kilometri da Calcutta.

fffLa prima volta che Saroo ci viene mostrato è immerso in uno sciame di farfalle gialle. Ha cinque anni e di lì a poco, per una serie di sfortunati eventi salirà su un treno che lo porterà a Calcutta.

Ma a Calcutta non parlano la sua lingua (in India si parlano decine di dialetti diversi che sono a tutti gli effetti lingue, quindi un Tamil non capirà il Punjabi e via dicendo) e nessuno ha intenzione di aiutarlo. Dopotutto, non è nient’altro che uno dei moltissimi bambini che vivono soli per la strada (a questo tema, i bambini di strada, sono riservate due delle scene più terribili dell’intero film. Nodo in gola e rabbia nei confronti dell’umanità assicurati).

Dopo essere scampato ad un destino terribile per almeno un paio di volte, Saroo rientra nel imagessistema. Viene portato all’orfanotrofio e per sua fortuna viene adottato da una coppia australiana (composta da Nicole Kidman, meravigliosa come sempre, e David Wenham, cioè Faramir).

La seconda parte del film vede quindi Saroo cresciuto, realizzato, felice. Tuttavia il passato riaffiora e sgomita per riconquistare ciò che gli spetta. Ecco allora che Saroo inizia a cercare quel paesino di cui conserva ancora pochi sbiaditi ricordi, ma l’India è grande e lui sa solo che il treno l’ha portato da casa a Calcutta.

Che lui troverà il villaggio è cosa certa, lo dice anche il titolo originale dell’opera: A long way home. La cosa importante è solo in parte il risultato, ovvero la casa ritrovata; come sempre, infatti, conta più la ricerca. Saroo è costretto a fare i conti con una parte di sé che è rimasta sopita per vent’anni ma che è ancora in lui e che in qualche modo lo definisce. Ha delle questioni in sospeso, deve sapere chi era, deve vedere.

Molto belle le riprese aeree che scorrono veloci, seguendo il cursore del computer, fondendosi con la terra virtuale di Google Earth e con i ricordi del protagonista che scorrono allo stesso ritmo. Da allo spettatore l’idea di essere qualcosa di simile a un essere superiore, un dio tecnologico che vede tutto e viaggia ovunque.

Al tema della ricerca, geografica e interiore, si intreccia il tema della genitorialità e dell’adozione. La coppia che ha adottato Saroo e poi suo fratello Mantosh (che però a differenza del protagonista ha subito traumi così profondi da segnarlo per sempre, nonostante la vita sicura che gli è stata consegnata) poteva avere figli propri ma ha deciso di adottare due bambini che avevano bisogno di una famiglia. Sentire queste parole mi ha scaldato il cuore, perché mi trovano indubbiamente d’accordo.

In un mondo che ancora considera la genitorialità “biologica” come quella vera e legittima, e tutte le altre come surrogati, come scelte secondarie, ruote di scorta da utilizzare solo in caso non si possa intraprendere la via principale, mostrare come invece l’adozione possa essere una scelta non solo legittima ma anche un atto di ammirevole coraggio può contribuire, anche solo un pochino, a cambiare le cose.

Molti bambini là fuori hanno bisogno di una casa, di qualcuno che dia loro una famiglia e io sono dell’idea che un genitore sia più che altro la persona che ti cresce. Che un bambino abbia il nostro patrimonio genetico o meno, poco importa. Una persona è fatta solo in parte dei geni ereditati dai genitori, la maggior parte del lavoro lo fa l’ambiente in cui un individuo cresce e l’educazione che riceve.

Difficile credere che il legame di sangue sia davvero più forte degli altri, che possegga un potere mistico, spirituale. Pensiamo al figlio di genitori violenti o negligenti. Davvero siamo disposti a credere che quel bambino, una volta cresciuto, considererà più valevole il legame di sangue che lo lega alla madre tossica che non si curava della sua sopravvivenza o a al padre che abusava di lui piuttosto che quello con la famiglia che gli ha dato una casa e delle cure e una vita normale? Se la risposta è sì, avete dei seri problemi.

Ma torniamo al film.

Non posso dire che sia un film perfetto, questo no. Ha le sue pecche, debolezze varie sparse qui e lì, ma il cast è molto, molto bravo e la storia è una di quelle che vale la pena raccontare e vedere.

14affa3b00000514-4151160-homeward_bound_the_book_saroo_wrote_about_his_extraordinary_jour-a-125_1485287440160Quindi in ultima analisi “Lion” è un film che merita il vostro tempo. Un film su cosa fa di noi quello che siamo, su cosa sia la famiglia e un po’, diciamo, sul destino. Saroo infatti ha vissuto sulla sua pelle quello che in letteratura viene chiamato “il viaggio dell’eroe”. Come Ulisse, ci ha messo molto tempo per tornare a casa, ma alla fine lo ha fatto da vincitore.

Quante possibilità ha questa pellicola agli Oscar di quest’anno? Non lo so. È stato candidato per un sacco di cose a un sacco di premi, ma nello specifico gareggerà per:

  • Miglior film: potenziale scheggia impazzita che scombina le carte in tavola.
  • Miglior attore non protagonista a Dev Patel: questa non l’ho proprio capita, ma forse l’hanno candidato in questo modo per dargli più possibilità di vittoria, come Alicia Vikander l’anno scorso. È stato molto bravo, ha qualche possibilità.
  • Miglior attrice non protagonista a Nicole Kidman: divina as always, ma le concorrenti sono agguerritissssssime.
  • Miglior sceneggiatura non originale a Luke Davies: altra categoria super agguerrita, ma secondo me qualche possibilità ce l’ha.
  • Miglior fotografia a Greig Fraser: no, mi spiace, ma questo se lo porta a casa quasi di sicuro La La Land.
  • Miglior colonna sonora a Dustin O’Halloran e Hauschka: vedi sopra.

Lettori occasionali, voi l’avete visto questo film? Se sì, vi è piaciuto? Ha qualche possibilità di vincere un Oscar?

Raccontatemi, sono curiosa.

Alla prossima,

G.

Nel dubbio, vi linko anche una bella review di Federica Frezza: https://www.youtube.com/watch?v=jUi9ylRkelM&t=325s

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Una mamma per amica: di nuovo insieme

index  Dopo dieci anni le Gilmore Girls sono tornate tra noi, dimostrando che il tempo passa e che il format che ci ha fatti innamorare dieci anni fa ora semplicemente non funziona più.

Rory ha ormai trentadue anni e torna a Stars Hollow per andare a trovare Lorelai e sua nonna Emily. La prima scena ha una potentissima carica nostalgica. “Mi manca il fiato. Da quanto tempo non lo facevamo?” chiede Rory dopo un rapidissimo scambio di battute con la madre. “Sembrano anni!” risponde Lorelai, e migliaia di spettatori sospirano. Per quanto mi riguarda questa brevissima scena rappresenta il primo e unico picco positivo della serie, poi il tono scende inesorabilmente fino a raschiare il fondo durante le scene del musical (di cui ho saltato tutta la seconda parte).

Si nota quanto poco mi sia piaciuto questo revival?

Prima di darvi il mio parere (so che lo aspettate frementi, ma tranquilli, vi accontenterò) voglio elencare quelli che secondo me sono state le Gioie di questi quattro episodi e quelli che ritengo degli “epic fail”, per dirla nel linguaggio dell’Internet.

LE #GIOIE:

1) Rivedere tutti I vecchi personaggi.

2) Sentire Lorelai e Rory scambiarsi battute alla velocità della luce.

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In che team siete?

3) Rivedere Dean, Jess e Logan, che indipendentemente da quanto sia nutrito il loro fandom sono sempre belli e sono un po’ I fidanzati di tutti noi.

4) Paris Geller (che a da quanto ne so, siccome ha i capelli corti e porta pantaloni e giacche invece che vestitini, in America è diventata un’icona lesbica). 1455546896_gilmore_girls_set

EPIC FAIL:

1) La mancanza della leggendaria sigla.

2) La colonna sonora.

3) Il tristissimo invecchiamento di molti personaggi, prima tra tutti la stessa Lorelai. Intendiamoci, non proprio tutti tutti. I tre ragazzi di Rory sono sensibilmente migliorati nel tempo. Persino Dean, che tra I tre era il più insipido, compare con addosso un’aura molto Supernatural. Emily Gilmore sembra aver dormito nel ghiaccio per dieci anni. Quando la rivediamo è identica a come l’avevamo lasciata. Forse è appena più magra. Per il resto, sembra aver stretto un patto col diavolo. Lane non mi stupisce affatto perché da buona asiatica non invecchierà di un giorno fino al compimento dei sessant’anni. Gli altri sono generalmente più grassi, più brutti, più tirati. Il marito di Lane versa in uno stato pietoso e inguardabile, Luke è imbolsito, Lorelai è ingrassata e tirata, Rory stessa non è più l’elfetta che ricordavamo. Sia chiaro, non posso prendermela col tempo che passa. Dico solo che vederli in quello stato mi ha fatto davvero tristezza, perché è stato come veder cadere un mito: avrebbero dovuto rimanere così com’erano, belli e buoni, congelati nel tempo come l’infanzia.

4) Rory. Non che l’abbia mai amata particolarmente ma quella ragazza è andata peggiorando nel tempo, una discesa inesorabile verso il fondo della decenza. Tradisce, tradisce con un uomo che tradisce la fidanzata e quell’uomo è Logan. Tratta il fidanzato cornuto come uno straccio. Si comporta come l’egoista viziata che è. Si aspetta che il lavoro dei suoi sogni le cada addosso soltanto perché lei è lei. Ha bisogno che sia Jess a dirle cosa fare, perché altrimenti non ne sarebbe venuta fuori. Come se ciò non bastasse, si aspetta anche che Lorelai la appoggi a prescindere nel suo intento di scrivere un libro che metterà alla berlina tutta la sua vita. Per qualche motivo Rory, che sono passata dall’ammirare a trovare indisponente già all’epoca della serie originale, si è trasformata in un personaggio patetico. Che fosse fondamentalmente una piccola snob lo si era capito e chi non l’ha capito e/o non lo accetta lo fa per proteggere l’immagine patinata della ragazza studiosa e appassionata di libri e musica con cui probabilmente si era identificato; tuttavia, vederla indulgere e sprofondare così tanto nel suo lato lamentoso ed egoista mi ha fatto storcere il naso. Anche perché ho la sensazione che I coniugi Sherman-Palladino non vedano affatto la questione così come la vedo io. Sembra che la creatrice della serie abbia un debole per Rory e questo la porta a giustificare le sue scelte, a spacciarle per confuse, romantiche, ma non funziona. Capisco il meccanismo che si cela dietro a questo pensiero. C’è sempre un personaggio preferito, una creatura immaginaria a cui ci siamo affezionati e di cui tendiamo a giustificare le mosse in modo più morbido di quanto non faremmo con altri suoi colleghi. Probabilmente, nella volontà degli sceneggiatori, Rory doveva essere l’incarnazione del trentenne precario medio di questi ultimi tristi tempi, doveva dimostrare che anche I bravi a volte falliscono e doveva forse risultare nuovamente il personaggio in cui le ragazze ormai cresciute si sarebbero riviste. Invece non è così perché Rory non è un trentenne precario. Rory ha agganci che gli procurano colloqui di altissimo livello, ha persone che la vorrebbero in redazione e che lei si permette non solo di rifiutare ma di schifare addirittura. Quindi non c’è niente che riesca a farmi sentire in relazione con lei. Per di più, la filosofia del “quello che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas”, non si addice affatto a una come Rory Gilmore, in nessun modo cerchino di spacciarcela. Infatti, quando si trova a Stars Hollow non fa che chiamare Logan ogni volta che si sente inscura. Logan è la sua ancora di salvezza. Logan, non Jess. Logan, perché Logan è quello che lei vuole, quello che nonostante tutto le si addice di più e anche quello che si merita. Mentre Jess, per dirlo alla Batman, è quello di cui avrebbe bisogno.

5)La trama inesistente. Perché diciamocelo, I personaggi non vanno da nessuna parte. Girano intorno a loro stessi senza evolvere e le scelte che fanno per tentare di smuovere le acque sono al meglio inutili e al peggio patetiche. Anche gli espedienti narrativi non sono né originali né divertenti, certi sono addirittura OC, come si dice nell’Internet, ovvero “out of characters”, non coerenti con il personaggio. In parole povere: più colpi di scena, meno musical. Grazie.

6)La noia. Io mi sono annoiata un sacco. Novanta minuti a episodio sono troppi, soprattutto se non supportati da una trama degna di questo nome.

Come avrete intuito, questo revival mi ha delusa parecchio.

Il tempo a disposizione lo avevano e potevano sfruttarlo molto meglio di così. I fan aspettavano questo revival per assistere a una degna conclusione delle vite dei personaggi. Volevano una CHIUSURA soddisfacente, bella o brutta che fosse, per poi archiviare definitivamente I vecchi amici di Stars Hollow. Invece si sono visti pronunciare le ultime famose quattro parole che Amy Sherman-Palladino aveva pensato sin da subito come conclusione per la serie. Non ve le scriverò. Dico solo che la sola idea che quelle parole potessero concludere la serie originale mi inquieta ma dico anche che inserirle adesso, con Rory così adulta (sebbene continui a comportarsi come una dodicenne capricciosa), le svuota di significato e d’impatto. Uno le sente, scrolla le spalle e dice “vabbé, che sarà mai?”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Endnotes


#InLibreria!: Fazi, Sperling&Kupfer, DeA, Bookme

unnamed (5)Jesse Armstrong
AMORE, SESSO E ALTRE QUESTIONI DI POLITICA ESTERA

Fazi Editore

Nick Hornby incontra Emir Kusturica a metà anni Novanta: il risultato è questa intelligente e surreale commedia ambientata nella ex Jugoslavia, ai tempi della guerra dei Balcani, che in patria ha riscosso grande successo di critica e pubblico, con oltre 150.000 copie vendute nel giro di qualche mese.
Siamo in Inghilterra, nel 1994. Un gruppo di giovani di diversa estrazione sociale si ritrovano quasi per caso su un furgone Ford Transit, carico di belle idee, aiuti umanitari e una commedia scritta a metà per promuovere la pace nella zona di guerra che attraversa i Balcani. Tra veri attacchi di artiglieria, menzogne, sequestri di persona e naturalmente amore sesso e un po’ di droga, le cose non andranno esattamente come avevano pianificato.
Jesse Armstrong è tra gli autori di serie tv più apprezzati del momento. Ha vinto il Premio Bafta per la miglior commedia con la sitcom The Peep Show, è stato candidato all’Oscar per In the Loop, è uno degli autori della serieVeep per HBO e, tra le altre cose, ha curato i testi di The Thick of It, trasmissione di satira politica della BBC.

Link per comprare il libro su Amazon –> Amore sesso e altre questioni di politica estera


unnamed (6)Maria Silvia Avanzato
ANEMONE AL BUIO

Fazi Editore

Una delle voci più originali del panorama italiano ritorna con un romanzo sensoriale, labirintico, spaesante e indissolubilmente legato a una delle domande fondamentali della nostra vita: “di chi posso fidarmi?”.
Gloria si risveglia dopo un incidente stradale e non vede più nulla. I suoi occhi non rimandano alcuna immagine, e anche la testa funziona male. Ha problemi di memoria e non riesce a distinguere i sogni dalla realtà. Confusa e in preda a quelle che sembrano allucinazioni, vive una lenta convalescenza nella casa di sempre, assistita dall’amica d’infanzia Licia. Ma qualcosa non torna. Man mano che i ricordi iniziano a riaffiorare, restituendole frammenti perduti, anche gli occhi riacquistano gradualmente la vista, ma lei preferisce non farne parola con nessuno, nemmeno col fidanzato, in cerca solo della verità. All’insaputa di tutti, vedrà finalmente la realtà che la circonda e scoprirà una verità sconvolgente: un complotto minuziosamente costruito attorno alla sua infermità dai risvolti inquietanti.

Link per comprare il libro su Amazon –> Anemone al buio


unnamed (8)Elizabeth Jane Howard
CONFUSIONE
La saga dei Cazalet – Vol. 3

(da settembre)

Il terzo capitolo dell’avvincente saga familiare che sta appassionando migliaia di lettori. Dopo Gli anni della leggerezza e Il tempo dell’attesa, Confusione riprende le vicende dei Cazalet dal marzo del 1943, a circa un anno dal punto in cui si erano interrotte sul finale del secondo volume. Archiviata ormai da tempo la leggerezza dei primi anni e terminata finalmente anche la lunga attesa che ne è seguita, assistiamo finalmente all’ingresso nel mondo delle giovani Cazalet. La fine della guerra, ormai prossima, sta per aprire le porte a un mondo nuovo, più moderno e con inedite libertà, soprattutto per le donne. E infatti Louise, Clary, Polly e Nora si avvieranno su strade disparate, tutte sospese tra la vecchia morale vittoriana del sacrificio e un costume nuovo, più libero, in cui le donne lavorano e vivono a testa alta, senza troppe complicazioni, la loro vita amorosa e sessuale.
Link per comprare il libro in Amazon –> Confusione

unnamed (7)Kevin Wilson

LA FAMIGLIA FANG

Fazi Editore

In occasione dell’uscita del film con Nicole Kidman e Jason Bateman come protagonisti, ritorna in libreria la geniale e caustica commedia di Kevin Wilson.
La famiglia Fang racconta con ferocia e ironia le vicende di una coppia di famosi performer, Caleb e Camille, e dei loro due figli. Una riflessione amara sul ruolo dell’artista, sul prezzo che si è disposti a pagare per l’arte, sulle ossessioni e l’egoismo di chi sceglie di fare di se stesso un’opera d’arte. Narrata dalle voci irresistibili e dissacranti dei figli ormai adulti (il Bambino A. e il Bambino B. nelle performance così come nella vita di tutti giorni) la storia di questa famiglia eccentrica e sui generis ha subito conquistato i favori della critica e del pubblico: paragonato alla comicità grottesca dei Tenenbaum, segnalato tra i migliori libri dell’anno dal New York Times e dalPublishers Weekly, e adesso portato sul grande schermo.
Link per comprare il libro in Amazon –> La famiglia Fang

Il club delle seconde occasioniunnamed (4)

Dana Reinhardt 

DeA

30 agosto

Cosa c’è di peggio che essere lasciati dalla ragazza che si ama disperatamente? Niente. River Dean ne è convinto. Penny l’ha mollato, senza una parola, in un pomeriggio di primavera dall’altra parte di Los Angeles. River si mette in cammino verso casa, deciso ad autocommiserarsi per il resto dei suoi giorni. Finché l’insegna di un gruppo di supporto richiama la sua attenzione ‘Il club delle seconde occasioni’. E una seconda occasione è proprio ciò che la vita può riservare in un momento così.

Apprezzato da autori come Markus Zusak, Emily Lockhart e Mattew Quick, Il club delle seconde occasioni è un romanzo che vi farà ridere, piangere, riflettere sugli attimi fuggenti della vita e sul desiderio di una proprioa seconda occasione.
Link per comprare il libro in Amazon –> Il club delle seconde occasioni

unnamed (3)Come sposare un milionario

Curtis Sittenfeld

Bookme

Una straordinaria rilettura di uno dei classici più amati della letteratura, Orgoglio e pregiudizio, in chiave moderna e irresistibilmente magnetica. Nato dalla penna di una delle autrici più interessanti d’America, Come sposare un milionario è la storia delle sorelle Bennett e di come si possa sopravvivere a un ciclone chiamato amore.

Link per comprare il libro in Amazon –> Come sposare un milionario


laregoladelquadro_300X__exactLa regola del quadro

di Jung- Myung Lee

Sperling & Kupfer

Euro  19,50

Kim Hongdo rappresenta la vita semplice e sana delle persone comuni, Sin Yunbok rivela invece gli aspetti segreti dell’esistenza delle donne in modo affascinante e dettagliato. I dipinti di questi due artisti, così diversi ma molto simili quanto a protagonisti, suscitano indescrivibile curiosità, e da oltre due secoli ci si interroga sul perché i due pittori abbiano ritratto gli stessi soggetti, apposto gli stessi titoli ma realizzato le opere in maniera differente.  Non era solo il loro stile pittorico a essere diverso, ma anche le loro vite erano agli antipodi; Kim Hongdo era diventato famoso attraverso il proprio impegno presso la Reale Accademia di Pittura (impegno che contemplò anche un’indagine su un doppio omicidio, che ritroviamo in questo romanzo), mentre le dicerie secondo le quali Sin Yunbok era stato «cacciato via dall’Accademia perché aveva dipinto soggetti considerati poco eleganti» furono confutate.  Ma allora che fine ha fatto Sin Yunbok? Chi era, veramente? Come può essere stato completamente inghiottito dalla storia un uomo che nella sua epoca è stato il pittore di corte di maggior successo?

Questo romanzo è forse una delle tante risposte possibili.

Link per comprare il libro in Amazon –> La regola del quadro


DEFALCO_300X__exactNon è colpa mia

di Roberta De Falco

Sperling & Kupfer

Euro  17,90

Dopo aver risolto brillantemente quattro casi, il commissario Ettore Benussi della Mobile di Trieste deve sottoporsi a un intervento di bypass coronarico per cui è costretto a cedere le indagini ai suoi due giovani ispettori Elettra Morin e Valerio Gargiulo.  Saranno due i casi di cui si occuperanno: il primo riguarderà una giovane donna ucraina, Julija Rostova, aggredita selvaggiamente e poi sparita dall’ospedale dove era stata ricoverata; e il secondo vedrà coinvolta un’anziana donna americana, Annabel Alexander, trovata sgozzata in un parco cittadino.  Due casi apparentemente lontani tra loro che spingono i due ispettori, legati sentimentalmente da un rapporto non sempre facile, a indagare a tutto campo per cercare di risolvere i misteri che s’infittiscono ogni giorno di più. Più si addentrano nelle indagini, più le cose si complicano, i colpi di scena si susseguono, scompigliando  continuamente le carte in mano agli ispettori, fino ad arrivare a un finale  inaspettato  che collegherà in modo sorprendente e del tutto imprevisto i due casi tra loro.

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#InLibreria!: Fazi, Sperling&Kupfer, DeA, Bookme

unnamed (5)Jesse Armstrong
AMORE, SESSO E ALTRE QUESTIONI DI POLITICA ESTERA

Fazi Editore

Nick Hornby incontra Emir Kusturica a metà anni Novanta: il risultato è questa intelligente e surreale commedia ambientata nella ex Jugoslavia, ai tempi della guerra dei Balcani, che in patria ha riscosso grande successo di critica e pubblico, con oltre 150.000 copie vendute nel giro di qualche mese.
Siamo in Inghilterra, nel 1994. Un gruppo di giovani di diversa estrazione sociale si ritrovano quasi per caso su un furgone Ford Transit, carico di belle idee, aiuti umanitari e una commedia scritta a metà per promuovere la pace nella zona di guerra che attraversa i Balcani. Tra veri attacchi di artiglieria, menzogne, sequestri di persona e naturalmente amore sesso e un po’ di droga, le cose non andranno esattamente come avevano pianificato.
Jesse Armstrong è tra gli autori di serie tv più apprezzati del momento. Ha vinto il Premio Bafta per la miglior commedia con la sitcom The Peep Show, è stato candidato all’Oscar per In the Loop, è uno degli autori della serieVeep per HBO e, tra le altre cose, ha curato i testi di The Thick of It, trasmissione di satira politica della BBC.

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ANEMONE AL BUIO

Fazi Editore

Una delle voci più originali del panorama italiano ritorna con un romanzo sensoriale, labirintico, spaesante e indissolubilmente legato a una delle domande fondamentali della nostra vita: “di chi posso fidarmi?”.
Gloria si risveglia dopo un incidente stradale e non vede più nulla. I suoi occhi non rimandano alcuna immagine, e anche la testa funziona male. Ha problemi di memoria e non riesce a distinguere i sogni dalla realtà. Confusa e in preda a quelle che sembrano allucinazioni, vive una lenta convalescenza nella casa di sempre, assistita dall’amica d’infanzia Licia. Ma qualcosa non torna. Man mano che i ricordi iniziano a riaffiorare, restituendole frammenti perduti, anche gli occhi riacquistano gradualmente la vista, ma lei preferisce non farne parola con nessuno, nemmeno col fidanzato, in cerca solo della verità. All’insaputa di tutti, vedrà finalmente la realtà che la circonda e scoprirà una verità sconvolgente: un complotto minuziosamente costruito attorno alla sua infermità dai risvolti inquietanti.

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CONFUSIONE
La saga dei Cazalet – Vol. 3

(da settembre)

Il terzo capitolo dell’avvincente saga familiare che sta appassionando migliaia di lettori. Dopo Gli anni della leggerezza e Il tempo dell’attesa, Confusione riprende le vicende dei Cazalet dal marzo del 1943, a circa un anno dal punto in cui si erano interrotte sul finale del secondo volume. Archiviata ormai da tempo la leggerezza dei primi anni e terminata finalmente anche la lunga attesa che ne è seguita, assistiamo finalmente all’ingresso nel mondo delle giovani Cazalet. La fine della guerra, ormai prossima, sta per aprire le porte a un mondo nuovo, più moderno e con inedite libertà, soprattutto per le donne. E infatti Louise, Clary, Polly e Nora si avvieranno su strade disparate, tutte sospese tra la vecchia morale vittoriana del sacrificio e un costume nuovo, più libero, in cui le donne lavorano e vivono a testa alta, senza troppe complicazioni, la loro vita amorosa e sessuale.
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LA FAMIGLIA FANG

Fazi Editore

In occasione dell’uscita del film con Nicole Kidman e Jason Bateman come protagonisti, ritorna in libreria la geniale e caustica commedia di Kevin Wilson.
La famiglia Fang racconta con ferocia e ironia le vicende di una coppia di famosi performer, Caleb e Camille, e dei loro due figli. Una riflessione amara sul ruolo dell’artista, sul prezzo che si è disposti a pagare per l’arte, sulle ossessioni e l’egoismo di chi sceglie di fare di se stesso un’opera d’arte. Narrata dalle voci irresistibili e dissacranti dei figli ormai adulti (il Bambino A. e il Bambino B. nelle performance così come nella vita di tutti giorni) la storia di questa famiglia eccentrica e sui generis ha subito conquistato i favori della critica e del pubblico: paragonato alla comicità grottesca dei Tenenbaum, segnalato tra i migliori libri dell’anno dal New York Times e dalPublishers Weekly, e adesso portato sul grande schermo.
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di Jung- Myung Lee

Sperling & Kupfer

Euro  19,50

Kim Hongdo rappresenta la vita semplice e sana delle persone comuni, Sin Yunbok rivela invece gli aspetti segreti dell’esistenza delle donne in modo affascinante e dettagliato. I dipinti di questi due artisti, così diversi ma molto simili quanto a protagonisti, suscitano indescrivibile curiosità, e da oltre due secoli ci si interroga sul perché i due pittori abbiano ritratto gli stessi soggetti, apposto gli stessi titoli ma realizzato le opere in maniera differente.  Non era solo il loro stile pittorico a essere diverso, ma anche le loro vite erano agli antipodi; Kim Hongdo era diventato famoso attraverso il proprio impegno presso la Reale Accademia di Pittura (impegno che contemplò anche un’indagine su un doppio omicidio, che ritroviamo in questo romanzo), mentre le dicerie secondo le quali Sin Yunbok era stato «cacciato via dall’Accademia perché aveva dipinto soggetti considerati poco eleganti» furono confutate.  Ma allora che fine ha fatto Sin Yunbok? Chi era, veramente? Come può essere stato completamente inghiottito dalla storia un uomo che nella sua epoca è stato il pittore di corte di maggior successo?

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di Roberta De Falco

Sperling & Kupfer

Euro  17,90

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Penelope Poirot fa la cosa giusta, di Becky Sharp

Per una patita di gialli che si è letta una bella fetta della produzione di Agatha Christie, farsi sfuggire un libro che ha per protagonista la nipote (di zio o di nonno non si sa) del celebre investigatore belga era praticamente impossibile.


penelope-poirot_webPenelope Poirot fa la cosa giusta

Becky Sharp (aka Silvia Arzola)

Marcos Y Marcos

17 €

Trama:

Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot sprizza talenti: la vocazione per risolvere misteri, la propensione a vivere artisticamente, il palato fine e la penna feroce di una critica gastronomica perfetta.
La passione, si sa, quando arde divora, e Penelope Poirot è provata nello spirito quanto ammorbidita nel corpo; stile Botticelli, dice lei, stile krapfen, pensa e non dice Velma Hamilton, la sua nuova, perplessa segretaria.
È il momento di cambiare, di partire: c’è una clinica salutistica, nelle colline del Chianti, che promette di depurare corpo e mente.
Ha un bel sapore gotico, avvolta così dai rampicanti, stemperato dalla luce dorata che occhieggia dalle persiane.
A cena il cibo è mesto, ma il bellissimo giardiniere sa come fartelo dimenticare. La donna alta e misteriosa scatena rivalità, odio e simpatia; la famosa scrittrice il desiderio insopprimibile di rubarle il marito.
Penelope non rinuncia al tacco dodici e alla volpe bianca neppure quando trascina Velma ad abbandonare ogni principio in osteria, e basta una pasticca alla violetta per coprire un altro vizio clandestino.
Poi, nelle sedute libido-dinamiche, scavano tutti insieme buche immaginarie per disseppellire i segreti. Operazione non priva di rischi: certi segreti, allo scoperto, esplodono.
C’è odore di gelo nell’aria di novembre, e il delitto, quando accade, è sulla neve bianca.
Neve che cade imperterrita sull’assassino, sulle prossime prede, sulla nuova trappola.
Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot non ci casca.
In certi casi, solo lei sa qual è la cosa giusta.


Cosa ne penso:

Penelope Poirot fa la cosa giusta è un giallo di stampo “classico”, à la Agatha Christie, con una manciata di personaggi che si ritrovano in un luogo isolato, alle prese con una morte misteriosa, e questo già di per sé è una buona cosa. Almeno per me.

In più (e questa è la parte migliore) su questo giallo è stata spruzzata un’abbondante dose di Zia Mame, e così la vicenda criminosa passa un po’ in secondo piano, mentre emergono le personalità, le debolezze e le stranezze dei personaggi.

Su tutti spicca ovviamente lei, la Penelope del titolo: eccentrica, ostentatamente elegante, sempre sui tacchi seppur traballante in mezzo alla neve, piena di autostima, assolutamente convinta che per dire di essere un’artista basti vivere come un’artista, certa di essere una critica culinaria sopraffina nonché di avere ereditato le “celluline grigie” del suo celebre parente.

Ad accompagnarla c’è Velma Hamilton, italo inglese, dicotomia ambulante, zitella di professione (“così tipica!” dice Penelope appena la vede. Invece io ho pensato”ecco la versione più giovane di Miss Marple”) che nella sua zitellaggine è piuttosto girl power (o un marito o un lavoro, si dice a un certo punto, e decide per il lavoro). Velma fa da contraltare alla personalità debordante di Penelope e tramite il suo sguardo più pacato – o semplicemente nuovo all’ambiente lussuoso della Spa e alla fauna di ricchi che la abita e quindi più obiettivo, ma in fondo chi lo sa- il lettore riesce a cogliere l’aura di inconsistenza, ipocrisia e di ridicolezza che ricopre gli ospiti della grande villa dove lei e Penelope alloggiano.

Ma c’è anche dell’altro. Ci sono scrittori senza talento che vivono solo d’immagine, donne disoneste, segreti provenienti dal passato, pregiudizi, rancori, invidie, gelosie. Una commedia umana desolante, ma pur sempre una commedia.

Su tutto, c’è lo stile dell’autrice, ricco e vivace, proprio come piace a me: un’ottima commistione di humor e prosa sapiente.


Il mio voto:

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A chi lo consiglio:

Ovviamente a tutti gli amanti dei romanzi di Agatha Christie, a chi ha amato Zia Mame, a chi ama i romanzi intrisi di humor, inglese o meno inglese.

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