Flavia De Luce e il delitto nel campo dei cetrioli, di Alan Bradley

 

Flavia de Luce, undici anni, esperta di veleni dalla lingua lunga, trova nell’orto di casa un uomo morente che le esala in faccia un’ultima parola, “Vale!”, prima di spirare definitivamente. Il problema è che Flavia aveva visto litigare quell’uomo con suo padre solo poche ore prima…

 

Questo è la scintilla che mette in moto un ingranaggio bene orchestrato, di stampo classico: ambientato in un contesto minore, in stile Miss Marple, con piccoli indizi disseminati lungo il percorso e una buona dose di intuizione (e fantasia, e fortuna a volte) a collegarli. Nonostante la giovane età, Flavia riesce a mettere insieme le tessere del puzzle e ad arrivare alla verità, se non prima, almeno in modo più efficace rispetto alla polizia.

Ma chi è Flavia De Luce? Nella serie creata da Alan Bradley a partire dal 2009 e attualmente pubblicata da Sellerio, i De Luce sono degli ormai ex-ricchi che tuttavia continuano a vivere nella vecchia magione di famiglia, Backshaw, nei pressi del paesino di Bishop Lacey. Il padre, colonnello, filatelico, malinconico, è una presenza silenziosa ma tutt’altro che marginale. Per quanto non parli molto né si sappia molto di lui, il suo personaggio è al cuore della vicenda e una parte fondamentale nella vita delle sue tre figlie.

Ophelia e Daphne sono le sorelle maggiori di Flavia. La prima, bellissima e portata per la musica, la seconda un topo di biblioteca con il sogno di diventare scrittrice. Personaggi comici e tendenzialmente sgradevoli, le sorelle di Flavia rimangono sempre marginali rispetto al campo visivo del racconto, tutto concentrato sulla protagonista, i suoi rimuginii e i suoi esperimenti. Le loro incursioni nella trama avvengono principalmente per mettere in atto qualche ingegnoso dispetto o come oggetto delle battute al vetriolo della ragazzina.

I dispetti, comunque, non se li risparmia nemmeno la nostra protagonista. Con la sua passione per la chimica e i veleni, Flavia è un’inesauribile fonte di idee e risorse, a volte spese per il bene della giustizia, a volte per tornaconto personale.

Questo è in effetti uno degli elementi che mi è piaciuto di più. Flavia sarà pure geniale ma resta pur sempre una ragazzina. Quella che a tratti può sembrare una vena di crudeltà (pensa molto spesso a vendicarsi e a volte ci riesce pure) o di puro egoismo, può facilmente spiegarsi col fatto di non essere che una bambina, ancora immatura, cresciuta per altro quasi in solitaria e senza una vera e propria guida. Spesso, in effetti, Flavia fa presente come nessuno piangerebbe la sua scomparsa e se questo può essere letto come un exploit da Drama Queen, è anche specchio della solitudine da lei provata.

Per altro, ritengo che Flavia sia un personaggio decisamente “girl power”: fa quello che le piace fare e questa cosa (ovvero, la chimica) è qualcosa di tradizionalmente associato ai maschi (“toh, una ragazza, ma pensa!” esclama più di qualcuno di fronte alle sue doti e alla sua intraprendenza), ha le sue idee, dice quello che pensa, fa domande, non ha paura di perseguire quello che ritiene sia giusto e non si fa mettere i piedi in testa né influenzare da quello che gli altri si aspetterebbero da lei (cosa che fanno invece, in parte, le due sorelle).

Una bella costruzione dunque. Ma il caso? Il caso era certamente ben congegnato. Ho riscontrato un paio di elementi scricchiolanti, rivelazioni rimandate solo per il puro intento di allungare la trama, ma ho riscontrato anche una forte vibe sherlockiana e questo non può che essere un bene. La vicenda criminosa, per quanto non si evinca minimamente dal titolo, ruota attorno ad un furto di francobolli rari e a un crimine sepolto nel passato che torna a galla.


Dunque, che voto do al primo caso di Flavia de Luce?

2000px-White_Stars_1 su 5: Bambino geniale

Voto alla risolvibilità del caso:

3 detectiveprofilesu 5: Vale!


Fatemi sapere se conoscevate questa serie e se sì, cosa ne pensate ❤

XoXo

G.

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Nimona, di Noelle Stevenson

nimonaSpammato in ogni dove, osannato, idolatrato. Questo è Nimona, la pluripremiata graphic novel di Noelle Stevenson, edita in Italia da Bao Publishing. Finalmente ci ho messo sopra le grinfie anche io e ho capito il motivo di tutta questa agitazione.

 

Nimona è semplicemente fantastico!

 

Ma andiamo con ordine. Qui sotto vi riporto la quarta di copertina:

Nimona è una ragazzina ce vuole diventare l’assistente del cattivo più cattivo del regno, Lord Ballister Cuorenero. Ma forse il suo capo non è poi così cattivo. E forse Nimona non è una semplice ragazzina.

Ambientato in un universo medieval-steampunk, la graphic novel segue le vicende della strana coppia formata da Ballister Cuorenero, il supercriminale del regno, e Nimona, una esuberante ragazzina che possiede la straordinaria capacità di mutare forma in pochi istanti. Così Ballister, il solitario scienziato un po’ troppo buono e onesto per essere il cattivo, stringe finalmente amicizia con qualcuno e quel qualcuno lo spinge a esprimere il proprio potenziale di genio del crimine in una esilarante girandola di gag. Tuttavia, su Nimona aleggia un segreto…

La grande nemesi del dinamio duo è il cosiddetto Ente, una sorta di corporazione addetta alla sicurezza del regno, che sforna paladini senza macchia e senza paura come Sir Ambrosius Lombidoro, il rivale (nonché ex migliore amico, nonché svariate altre cose) di Ballister, garante della legge, sopraffino eseguitore di ordini che si troverà di fronte ad una scelta un po’ troppo grossa.

Poco a poco, in una successione mozzafiato di attacchi, sabotaggi e piani malvagi, i ruoli dei protagonisti, all’inizio ben definiti, inizieranno a confondersi e ribaltarsi e nello stesso tempo le carte verranno scoperte e i segreti rivelati.

Ci sono tante cose in questo fumetto: un pochino di amore, un sacco di amicizia, la bellezza delle piccole cose, solitudine, dolore, vendetta, paura…

Ma c’è una domanda “ricorrente”, si fa per dire, che mi sembra di aver individuato e questa domanda è: che cosa fa di una persona una persona malvagia?

La propria natura? Oppure la radice della malvagità è da ricercarsi in cause esterne, nelle esperienze vissute? Può essere addirittura scatenata da un semplice malinteso? Oppure può essere che la società ha bisogno di un cattivo e pertanto ne elegge uno, che questi lo voglia oppure no?

La risposta della novel della Stevenson è che la malvagità ha molteplici cause e che la malvagità stessa spesso è solo un lato della medaglia. Quello che nuoce a te può salvare me e via dicendo. Non esiste una divisione netta e lo dimostra Nimona stessa, nel finale che non spoilero.

Per concludere, ritengo Nimona un’opera geniale, piena di cuore ironia, intelligenza, leggerezza e naturalezza. Insomma, la narrazione non è mai forzata, nemmeno un pochino. Leggendo sembra quasi che l’autrice abbia scritto (e disegnato) tutto di getto, in un unico flusso ininterrotto, e questo accade solo quando un’opera è di qualità!

Se non si fosse evinto da ciò di cui sopra, lo consiglio a everybody.

Vi lascio con il mio voto, che per l’occasione sarà espresso in squali:

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E fu sera e fu mattina, di Daniela Rindi

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Di solito vi parlo di romanzi ma questa volta vi parlo di un racconto lungo che mi è stato gentilmente inviato dalla casa editrice Intermezzi.

Marta e Irene sono madre e figlia. Non vivono in una situazione idilliaca ma nemmeno particolarmente disagiata. L’unico vero disagio è dentro di loro. Un giorno, la piccola Irene sembra essersi ammalata di varicella e Marta sa che dovrà tenerla a casa per qualche giorno. E’ un po’ un problema, perché questo significa che anche lei dovrà stare a casa dal lavoro, ma pazienza. Tuttavia, dopo una strana nottata, Marta sembra non volersi svegliare. Irene decide quindi che dovrà solo aspettare che si svegli da sola…

Se un buon romanzo ti consuma un po’ alla volta, un racconto breve ben scritto ti scotta. E’ quello lo scopo. Ti colpisce, ti lascia senza parole (o con un sorriso ebete, se l’argomento è positivo, o con un grosso punto di domanda, se si tratta di mistero, e via dicendo) e in genere il commento finale è qualcosa del tipo: << Nuooooooo! >>

Almeno, a me è successo così.

“E fu sera e fu mattina” è un racconto claustrofobico, incalzante, terribile. Durante la lettura una parte del tuo cervello sa a cosa sta andando incontro, coglie gli indizi, ma l’altra non ci crede, non l’ascolta e costruisce altre interpretazioni. La vicenda è da un lato semplice, quasi banale, dall’altra terrificante e metafora (o almeno io l’ho vista così) della solitudine, fisica, morale, esistenziale, che può ancora esistere in una società come la nostra e che anzi, a volte viene maggiormente accentuata divenendo una prigione da cui è difficile uscire e di cui in realtà nessuno si accorge. Forse nemmeno chi ci vive dentro.

La scrittura è rapida, adeguata al ritmo del romanzo. Non si sofferma troppo sui particolari ma fornisce abbastanza dettagli (o indizi) perché il quadro in cui tutto si svolge ci sia perfettamente chiaro. Anzi, quando l’attenzione viene posta sui particolari, forse anche i più insignificanti, è probabile che sia stato fatto di proposito.

Il racconto è breve, quindi non posso parlarne oltre senza rischiare di cadere nello spoiler. Lo consiglio a tutti coloro che amano le atmosfere piene d’ansia, in puro stile thriller, con spruzzate di horror e fantasmi infantili.

Il mio voto:

5 stelle

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