La randagia, di Valeria Montaldi

Nel 1494, la giovane erborista Britta da Johannes viene accusata di stregoneria. Ha avvelenato il figlio del signore del luogo, dicono, e per questo dev’essere messa al rogo. Nel presente, Barbara Pallavicini, una ricercatrice storica, durante una ricerca nel castello dove fu tenuta prigioniera Britta, si imbatte nel cadavere di una ragazza appassionata di occulto…

L’invidia e la gelosia sono sempre state cattive consigliere ma in certi periodi della storia umana si sono trasformate in armi mortali. Durante l’epoca dei processi per stregoneria, per esempio.

Britta è la figlia di un erbario (ovvero, un farmacista) che prima di morire in un incendio le ha insegnato il mestiere. Allontanata dalla comunità (com’è che lei si trovava fuori casa al momento della tragedia?) vive in una casetta nel bosco insieme al suo lupo, Argo. Ma la gente non ha smesso di andare da lei a chiedere rimedi, né ha smesso di incontrarla il figlio maggiore della casa nobile del luogo. Com’è intuibile, l’abilità di Britta le attira l’invidia della levatrice, Mariona, che al contrario non è così efficace nel proprio lavoro. Le voci sobillate da quest’ultima si uniscono presto all’accusa mossa dal nobile Adard stesso: Britta ha prima indotto in tentazione suo figlio Giovanni per poi avvelenarlo, quando questi è tornato ferito dalla guerra. Un’accusa grave quanto infondata, ovviamente. Questo però non interesse alle alte sfere della chiesa. Britta è bella, libera, intelligente, quindi è pericolosa, quindi è una strega, quindi va eliminata.

Sei secoli dopo, nella stessa cittadina valdostana, ci sono un’altra ragazza creduta una strega, un altro omicidio, un’altra morte. Questa volta, protagonista è Barbara, una ricercatrice che sta seguendo le tracce di Britta e che, alla ricerca di una iscrizione lasciata dalla giovane erborista secoli prima, si imbatte nel cadavere di una ragazza del luogo, una solitaria appassionata di occulto. L’omicidio, come spesso accade, scoperchierà il vaso di Pandora che contiene tutte le nefandezze nascoste sotto il tappeto del tranquillo paese.

Per quanto mi riguarda, i fili che legano insieme le due vicende sono la verità da una parte e dall’altra l’invidia. La verità, nel caso dell’omicidio e del processo, una verità che sarebbe a portata di mano ma viene fraintesa, sporcata, sviata dalla mala interpretazione, dal pregiudizio e dalla superstizione; dall’altra l’invidia, come movente sempre verde, sempre valido. L’invidia tra amici, colleghi, parenti. Quel sentimento che può corrodere e guastare qualunque rapporto.

Una certa morale manzoniana aleggia su tutta la vicenda, sia nella parte passata sia in quella presente, e tuttavia le indagini, parallele al processo per stregoneria, si seguono con piacere. E’ il ritmo serrato a spingere il lettore a chiedersi “e poi?” e a non mollare il libro e anche se alcuni risvolti di trama risultano palesemente inseriti per posticipare la risoluzione del caso (o forse, sono io che ho letto troppi, troppi gialli e non mi stupisco più di nulla?), il lettore arriva alla fine soddisfatto.

Se la prosa dell’autrice fosse stata più ricca, più descrittiva, un racconto piacevole sarebbe potuto diventare un racconto ottimo. Conosciamo a malapena la fisionomia dei personaggi e gli ambienti sono descritti in modo approssimato, per spennellate rapide e grezze. Se la cava meglio con il contesto storico, accurato, pertinente anche se sempre accennato, lasciato in superficie, e con la psicologia. Le motivazioni dei vari personaggi sono abbastanza esplorate e questi sono sufficientemente caratterizzati per distinguerli bene uno dall’altro e per parteggiare per loro a seconda dei casi.

Tra tutti, spicca Britta: presenza costante del romanzo, ponte che lega due epoche, creatura fascinosa e forse, dopotutto, davvero una strega.


Ed ecco le pagelle!

  • VOTO AL ROMANZO:

3,5 2000px-White_Stars_1 su 5: Stregato.

  • VOTO ALLA RISOLVIBILITA’ DEL CASO:

4 detectiveprofile su 5: A posteriori, sembrava così facile…


LO CONSIGLIO A:

  • Chi vuole una buona lettura di intrattenimento, non troppo impegnativa;
  • Chi ama le streghe e/o il medioevo;
  • Chi ama i thriller storici.
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Ninfee nere, di Michel Bussi

Avete presente quelle volte in cui inizi un libro credendo di trovarci dentro una certa cosa e invece arrivi alla fine che hai letto tutt’altro e questo altro ti ha conquistato, molto più di quanto avrebbe potuto fare il contenuto che ti eri aspettato? Ecco. A me è successo esattamente questo. Ma andiamo con ordine.


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La trama:

A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo.
L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.


Cosa ne penso:

Come dicevo, questo libro mi ha stregata.

Stregata. Termine usato non a caso perché una delle narratrici, forse la più importante, è la vecchia e acida signora che vive nel mulino della strega, una costruzione ormai cadente che si affaccia sui famigerati giardini di Monet, quelli dello stagno delle Ninfee.

La vecchia donna osserva dall’alto della sua torre, guarda agitarsi sotto di lei, davanti a lei, i cittadini del piccolo borgo invaso dai turisti. Distaccata, invisibile, la donna si muove lungo le strade del paese e osserva e commenta acida i goffi tentativi della polizia di risolvere il crimine che da il via alla narrazione: Jérôme Morval, ricco e fedifrago, viene trovato morto sulle rive del fiumiciattolo Epte, che costeggia Giverny e alimenta il celeberrimo laghetto di ninfee. Il quadro ricorda incredibilmente un altro fatto di cronaca, accaduto nel 1937, e che aveva avuto come protagonista un ragazzino.

La polizia procede nelle indagini, scava nelle vite, solleva la sabbia sedimentata sul fondo e con essa speranze, ricordi, paure. Insieme alla vecchia del mulino incontriamo Stéphanie, la bella maestra del paese, con gli occhi color malva e il sogno di trovare l’amore vero e scappare da quel piccolo paese, quella prigione dorata e insopportabile. E poi c’è Fanette, la bambina dallo spiccato talento di pittrice che non ha mai conosciuto suo padre e che vorrebbe tanto mettere a frutto il suo talento.

Ninfee nere è un giallo, sì, ma la componente “gialla” della narrazione fa quasi da semplice contorno, o forse da supporto, alle storie intrecciate di queste tre donne insieme a tutti i personaggi che ruotano loro intorno: i piccoli compagni di classe di Fanette, l’affascinante ispettore Sérénac, l’integerrimo Sylvio Bénavides, il placido Jacques Dupain, e il cane Neptune che scorazza per il paese cucendo insieme le tre trame come un ago che entra ed esce dal tessuto. Quello che ci viene offerto è un affresco di sogni infranti. Sono le Ninfee nere, leggendario quadro di Monet che si dice lui abbia dipinto poco prima della sua morte utilizzando toni cupi e tormentati.

C’è del Bovarismo, in questo libro, e c’è dello psico-thriller. Ci sono ipocrisia e desiderio di mantere la facciata intatta e c’è una specie di maledizione, una sorta di determinismo geografico, una cronica incapacità di andarsene. Il vero criminale, in tutta la storia, è il paese, Giverny; è il suo microcosmo appiccocoso, infido come una palude, come sabbie mobili. Nessuno ne può uscire senza perdere qualcosa.

C’è anche una disamina impietosa dei sentimenti. L’amore vince su tutto, si dice. Quello onesto, buono, che permette a entrambi gli innamorati di dare il meglio di sé. Quell’amore che lascia liberi, di viaggiare, di seguire le proprie inclinazioni, di essere e dare il meglio. Ma forse non è così. Forse l’amore egoista è quello più tenace e forte, quello che mette l’oggetto d’amore in una gabbia e lo soffoca, lo trattiene, finché non ha più la forza di ribellarsi, di chiedere di essere liberato, e così si lascia andare, diventa docile.

Ci sono le occasioni mancate e il dolore che lasciano dietro di sé. Ma non le occasioni futili, quelle che nella vita trovi a manciate. No. Le occasioni vere, quelle che potrebbero cambiare tutto.

Ci sono tante cose in questo libro. Tante cose oltre alla semplice vicenda criminosa. Tanti personaggi cesellati e profondi. Tante riflessioni da fare. E c’è un artificio narrativo impeccabile, una macchina inesorabile e perfetta di cui avevo soltanto subodorato l’esistenza. La bellezza dell’intreccio non sta nello scoprire chi sia l’assassino ma nella rivelazione della realtà.


A chi lo consiglio:

A chiunque. Sul serio. A chiunque. Perché è un romanzo bellissimo, che può appassionare anche chi di solito non legge gialli. E in particolar modo, lo suggerirei alle ragazze e alle signore che pensano di desiderare un uomo che sia geloso di loro.


Voto alla risolvibilità del caso:

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Difficile.

Voto in generale:

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E fu sera e fu mattina, di Daniela Rindi

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Di solito vi parlo di romanzi ma questa volta vi parlo di un racconto lungo che mi è stato gentilmente inviato dalla casa editrice Intermezzi.

Marta e Irene sono madre e figlia. Non vivono in una situazione idilliaca ma nemmeno particolarmente disagiata. L’unico vero disagio è dentro di loro. Un giorno, la piccola Irene sembra essersi ammalata di varicella e Marta sa che dovrà tenerla a casa per qualche giorno. E’ un po’ un problema, perché questo significa che anche lei dovrà stare a casa dal lavoro, ma pazienza. Tuttavia, dopo una strana nottata, Marta sembra non volersi svegliare. Irene decide quindi che dovrà solo aspettare che si svegli da sola…

Se un buon romanzo ti consuma un po’ alla volta, un racconto breve ben scritto ti scotta. E’ quello lo scopo. Ti colpisce, ti lascia senza parole (o con un sorriso ebete, se l’argomento è positivo, o con un grosso punto di domanda, se si tratta di mistero, e via dicendo) e in genere il commento finale è qualcosa del tipo: << Nuooooooo! >>

Almeno, a me è successo così.

“E fu sera e fu mattina” è un racconto claustrofobico, incalzante, terribile. Durante la lettura una parte del tuo cervello sa a cosa sta andando incontro, coglie gli indizi, ma l’altra non ci crede, non l’ascolta e costruisce altre interpretazioni. La vicenda è da un lato semplice, quasi banale, dall’altra terrificante e metafora (o almeno io l’ho vista così) della solitudine, fisica, morale, esistenziale, che può ancora esistere in una società come la nostra e che anzi, a volte viene maggiormente accentuata divenendo una prigione da cui è difficile uscire e di cui in realtà nessuno si accorge. Forse nemmeno chi ci vive dentro.

La scrittura è rapida, adeguata al ritmo del romanzo. Non si sofferma troppo sui particolari ma fornisce abbastanza dettagli (o indizi) perché il quadro in cui tutto si svolge ci sia perfettamente chiaro. Anzi, quando l’attenzione viene posta sui particolari, forse anche i più insignificanti, è probabile che sia stato fatto di proposito.

Il racconto è breve, quindi non posso parlarne oltre senza rischiare di cadere nello spoiler. Lo consiglio a tutti coloro che amano le atmosfere piene d’ansia, in puro stile thriller, con spruzzate di horror e fantasmi infantili.

Il mio voto:

5 stelle

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#ScrittoDaMe: Il gabbiano

Che mi piace scrivere forse ve l’ho già detto (scritto) in articoli precedenti, ma ovviamente non vi ho mai fatto leggere nulla di mio. Così ho pensato: perché non provare? Le cose belle succedono quando esci dalla comfort zone, giusto? Preso un bel respiro ho quindi deciso che in questo penultimo giorno dell’anno voglio tentare la sorte e tentare pure voi, lettori occasionali, proponendovi questo racconto breve.

Buona lettura 🙂

P.s.: Se mi lascerete un commento alla fine, il vostro 2016 sarà più bello e fortunato. Sìsì. blinkblinkblink


 

«Confessami, confessami sant’uomo!»
Ed egli si segnò la fronte pia.
«Subito dimmi, te lo ingiungo, dimmi
Che razza d’uomo tu sia.»

Erano le undici e mezzo di una fredda serata di marzo. Il tempo prometteva di volgere presto in tempesta e solo sporadiche raffiche di vento rompevano la pesante quiete. La mole del castelletto dei conti Giusti, in cima ad una bassa collina, si stagliava contro il cielo plumbeo. Una sola delle decine di finestre era illuminata. Al terzo piano, nel salotto privato del conte, era in corso una riunione a lungo attesa tra vecchi amici d’infaniza. L’adolescenza e poi gli studi e i viaggi e i matrimoni e gli affari li avevano divisi, ma ora si erano ritrovati.
« Spade ! » esclamò Angelo, gettando le sue carte sul tavolo da gioco.
Un mormorio d’insoddisfazione percorse gli altri tre giocatori.
« Pare che io abbia vinto di nuovo » commentò l’uomo, spegnendo la propria sigaretta e accendendone un’altra. « Qualcuno vuole perdere per l’ennesima volta ? »
« Io getto la spugna » mormorò Riccardo. Teneva una mano premuta sulla fronte mentre l’altra stringeva il quarto bicchiere di whisky vuoto. Non era mai stato un gran bevitore e in quel momento la testa gli pulsava terribilmente.
« Spugna ? Mi fa venire in mente un modo di dire sul troppo bere » intervenne il conte, versando con naturalezza il liquore nel proprio bicchiere.
« Oh, finitela. Non ho mai bevuto molto e questo è il risultato » si schernì Riccardo. Ad ogni parola le sue meningi sembravano sul punto di scoppiare.
« Credo che tua moglie beva più di te » osservò Giacomo mentre riordinava le carte sparse sul tavolo.
« Non berrebbe così tanto se avesse appresso un marito invece che una seconda figlia » disse una voce proveniente da un’imponente poltrona sistemata davanti al camino.
« È tutta colpa del tuo whisky se sto così male. Risparmiami l’ironia, Sam » si lagnò Riccardo, alzandosi. Barcollando si avvicinò alla seconda poltrona, accanto a quella dov’era seduto Sam, e vi si sedette con attenzione, cercando di muovere la testa il meno possibile.
« Ora, vi prego, lasciatemi in pace » disse, poi appoggiò la testa sulla mano destra e chiuse gli occhi, deciso a farsi passare la sbronza.
« Sam, gioca tu con noi ! C’è bisogno del quarto » esclamò Angelo, ansioso di poter dimostrare la propria superiorità come giocatore e come baro.
Sam aveva giocato soltanto la prima mano, poi si era ritirato insieme ad un libro scovato tra l’enorme vastità di titoli in possesso del conte.
« Non credo lo farò » rispose Sam, con quel suo accento inglese che gli derivava dai primi anni di vita trascorsi in Inghilterra e che dopo trent’anni non lo aveva ancora abbandonato.
« Che noia. Tu e la tua ossessione per la lettura » sbottò il conte. « Cos’hai scelto, questa volta ? »

« E un buon vento del sud spirò da poppa;
E l’Albatro ci seguiva,
E ogni giorno per cibo o per diletto,
Al richiamo dei marinai veniva!

Tra la foschia sull’albero o le sartie,
Venne per nove sere, e si posava;
Tra le cortine candide di nebbia

 Il chiarore lunare rifulgeva. »

« Ah, quella cosa sul gabbiano » esclamò annoiato il conte.
« Un albatro » lo corresse Giacomo.
« È uguale. »
« Non esattamente. Un albatro è molto più grande e ha abitudini diverse. Per esempio, è monogamo. Ed è la femmina a scegliere il maschio. »
« Dimenticavo che sei naturalista » sbottò il conte appoggiandosi allo schienale della propria sedia con aria ancora più annoiata. « E anche prolisso. »
« E tu il solito caprone ignorante » sbottò Giacomo, offeso.
« Ma ricco e bello » rispose il conte servendosi l’ennesimo bicchiere di whisky. La bottiglia terminò.

« “Che Dio ti scampi vecchio marinaio
Dai demoni che tanto t’hanno afflitto!
Perché tal sguardo?” “Con mia la balestra
Quell’ albatro ho trafitto.”
»

La voce di Sam era pacata, ma qualcosa nel suo tono costrinse gli altri a zittirsi e ad ascoltarlo.
« Quante storie per un gabbiano » ridacchiò il conte. Le sue parole vennero sottolineate dalla luminosa apparizione di un lampo e dal rombo di tuono che ne seguì.
« Un albatro » lo corresse Giacomo.
« Quello che sia » sbottò il conte.
« È che il gabbiano era una sorta di ospite e i marinai pensavano che portasse bene, che con esso venisse il vento. Non è così ? » domandò Angelo.
« Sei un letterato ! » esclamò il conte.
« A volte io leggo » rispose Angelo, con una punta di acidità nella voce da basso.
« La storia di questo gabbiano ucciso me ne fa venire in mente una che ho sentito tempo fa… » iniziò il conte, ignorando la battuta dell’amico. Un secondo tuono riecheggiò nella notte. L’uomo sorrise, si accese un sigaro e iniziò a raccontare con studiata calma : « Dunque : ero in una qualche regione a nord della Francia, per lavoro. Mi trovo in un piccolo paese, sovrastato da un castello. Non come questo, molto più grande. Stava su una collina, svettante, a picco su una scarpata. Ne ero affascinato e chiesi chi vi abitasse un tempo e i paesani mi dissero che non era una bella storia, quella dei proprietari. Io la volli sapere comunque e così mi raccontarono che il maniero era stato abitato fino ad appena un decennio prima. Una sera, il proprietario aveva fatto riunire tutta la sua famiglia per una cena imponente. Erano arrivati cugini, zii, mogli e mariti di parenti morti, ragazzi e raggini. Gente che non si incontrava da anni. Avevano mangiato e bevuto tutti insieme e poi, uno dopo l’altro, erano caduti morti. Uccisi. »
« Tutta la famiglia…sterminata ? » domandò Giacomo. Angelo invece borbottò senza riuscire a mettere dello spirito nelle parole : « Ma guarda ! Anche noi siamo stati invitati a cena da te dopo tanti anni… »
« Fu eliminata anche la servitù » aggiunse il conte, quasi con soddisfazione.
« Ma per quale motivo ? »
« Nessuno lo sa » disse il conte. « Ma qualcuno sospetta che il proprietario del castello volesse distruggere un segreto. »

« Ed io avevo fatto qualcosa di non bello,
E che avrebbe portato molto male:
Dissero che trafissi quell’uccello
Che faceva soffiare il vento australe.
“Empio” dissero “uccidere l’uccello
Che faceva soffiare il vento australe.”
»

La voce di Sam serpeggiò tra loro portando con sé quelle parole di colpa.
« Smettila con quell’uccello ! » ruggì il conte.
« Si tratta solo della morte di un gabbiano » ridacchiò Sam. « Ti infastidisce ? »
« Sì » sbottò il conte. « Infastidisce tutti, anche te Riccardo, non è così ? »
Riccardo non rispose.
Il conte lo chiamò per un paio di volte, poi intimò a Sam di svegliarlo. « Si deve essere addormentato a causa dell’alcol » disse, ridacchiando sotto i folti baffi.
« Allora lasciamolo dormire » rispose Sam.
« No ! Lui non si può addormentare così. Ho aspettato quasi vent’anni per rivedervi, di tempo per dormire ne avrete in abbondanza quando sarete morti. »
« Hai una fissazione… » mormorò Angelo, ma nessuno lo udì.
Sam si sporse verso l’alta poltrona, dove Riccardo stava immobile. Gli toccò la mano che reggeva la testa e questa scivolò di lato. Riccardo non si svegliò.
Sam lo chiamò più volte, lo schiaffeggiò, lo scosse, ma non sortì alcun effetto.
« Maledizione. Cosa succede ? Sta male ? » esclamò il conte, dirigendosi verso la poltrona. Spinse via Sam e riprese a scuotere l’amico.
« Manda a chiamare un medico ! » disse Giacomo.
« Non si può, il telefono è rotto da questa mattina ! » rispose il conte.
« Credo sia morto » constatò Sam, la voce pacata.
« Vado a chiamare qualcuno » Angelo si diresse velocemente verso la porta del salotto, ma il conte lo fermò prima. Non c’era nessuno in casa. La servitù aveva il giorno libero e il maggiordomo, l’unico che quella sera avrebbe dovuto essere presente, era invece ricoverato in ospedale da un paio di giorni.
Angelo fu improvvisamente paralizzato da un sentimento oscuro, che lo assalì alle spalle come un nemico codardo. Qualcosa, nella sua mente, si svegliò. Un ricordo lontano, una macchia nera che aveva dimenticato, era tornato a farsi vivo.
Di colpo si voltò verso gli amici, lo sguardo mutato in una maschera di collera . « Che cosa pensavi di fare ? » esclamò alla volta del conte.
Questi alzò lo sguardo dal cadavere di Riccardo e lo fissò sull’amico.
« Che cosa stai dicendo, Angelo ? Ci sono stupefacenti dentro quelle tue sigarette ? »
« Non prenderti gioco di me ! » urlò Angelo. La collera lo faceva fremere dalla testa ai piedi. Si sentiva come cieco e sordo, mentre ogni fibra del suo corpo era in tensione. Non avrebbe fatto la fine di Riccardo. Non lo meritava. L’idea non era stata sua. Lui aveva solo partecipato.
« Cosa ti prende ? » intervenne Giacomo.
« Non hai capito ? » ruggì Angelo in risposta.
« Io…non… » Giacomo stava in piedi accanto al tavolo da gioco, spostando lo sguardo da Angelo al conte senza capire. Qualcosa, nella sua mente, trillava come impazzita, ma lui non la stava a sentire.
« Te ne sei forse dimenticato ? Pensavo di averlo fatto anche io, ma tutte le sue stupide storielle sulle cene e i sui segreti hanno fatto il loro dovere. »
A quel punto, Giacomo parve congelarsi. Voltò la testa verso il conte con un movimento meccanico, le iridi vacue come se dietro non ci fosse più nulla. Come se Giacomo si fosse perso in un lontano passato che lo aveva risucchiato nel suo vortice.
Il conte ridacchiò nervosamente. « State scherzando ? » esclamò.
« Tu vuoi ucciderci » mormorò Giacomo. La sua voce era lontana, come la sua mente.
« Come vi viene in mente ? »
« Vuoi farci fuori perché non possiamo mai parlarne con nessuno, non è vero ? » La voce di Angelo trasudava rabbia. Il volto era rosso, i tratti distorti. Stringeva le mani così forte da impiantarsi le unghie nella pelle.
Il conte guardava i due uomini con occhi smarriti.
« Era nel whisky ! Non è così ? Hai avvelenato tutti noi ! » Angelo gridava così che ad un tratto gli mancò la voce. La tempesta ormai scoppiata faceva da controcanto alle sue parole di collera. Un lampo fu seguito da un tono. La luce del lampadario tremolò.
« Ma non credere che ce ne andremo da soli! » esclamò l’uomo. Un attimo dopo, Angelo era saltato addosso al conte, il quale, preso alla sprovvista, cadde e sbatté la testa contro il bracciolo della poltrona dove Sam stava ancora seduto. Sangue prese a ruscellargli lungo la fronte, tra le folte sopracciglia. Angelo, che era alto e molto forte, lo afferrò l’uomo, lo sollevò e lo sbatté con forza verso il tavolo da gioco. Di nuovo il conte sbattè la testa. Il sangue gli impiastricciò i capelli scuri, scendendo sulle orecchie e sul collo. Angelo gli prese la testa tra le mani, ma quella, resa viscida, gli scivolò tra le dita. Così il conte riuscì a liberarsi dalla presa dell’amico e ad arrivare al caminetto prima che lui lo raggiungesse. Con un movimento fluido, da bravo schermidore, estrasse un ferro dalla rastrelliera accanto al caminetto, lo librò nell’aria e lo agitò davanti a sé.
« Ma cosa ti succede ? Sei impazzito ? » urlò. L’attizzatoio sfiorò l’orecchio di Angelo, il quale, con cieca determinazione, continuava ad attaccare l’uomo che aveva chiamato amico fino a qualche minuto prima. Il conte arretrò cercando di allontanarsi dall’uomo, fendendo l’aria davanti a sé come se volesse scacciare degli insetti; aveva la vista e la mente annebbiate per via dei colpi ricevuti alla testa. Angelo cercò di immobilizzargli il braccio, ma lui si sottrasse dalla presa e lo colpì con l’attizzatoio all’altezza dell’orecchio. Angelo urlò e barcollò. Il conte, alla vista di quella dimostrazione di vulnerabilità, parve rilassarsi per un attimo, ma in quell’attimo  Angelo si rialzò, più furioso che mai, e si gettò addosso all’amico cercando di stringergli le mani intorno al collo. I due uomini si scontrarono, lottarono per qualche eterno secondo, poi Angelo, che dei due era il più grande e forte, venne scosso da un singulto. Si bloccò, sembrò dire qualcosa, poi crollò addosso al conte e questi, oramai tristemente debole, perse l’equilibrio e cadde, battendo la nuca contro il piede intagliato dello scrittoio che stava accanto alla finestra. Rimase fermo, gli occhi sbarrati, la bocca aperta in una sorta di espressione sorpresa, come se non si aspettasse di poter finire in quel modo. Il corpo di Angelo, invece, scivolò di lato rivelando un coltellino a scatto impiantato dritto nel cuore. L’arma era appartenuta al fratello maggiore del conte, morto da tempo, e lui la portava sempre in tasca. Non era mai servito a nulla, fino a quella sera.
Altri fulmini, altri rombi di tuono. La luce saltò, come se la tempesta volesse fare dell’ironia.
Giacomo era ancora in piedi dove si trovava all’inizio della collutazione. Non aveva spostato lo sguardo di un solo centimetro. Prima fissava il conte, ora i suoi occhi fissavano nel buio il punto in cui si trovava Sam.
« Anche lui aveva bevuto il whisky » mormorò d’un tratto, la voce ridotta ad un monotono sussurro.
« Sì » rispose Sam.
« Lo hai portato tu il whisky » continuò Giacomo. La sua voce senza emozione si librava nell’aria piena dell’odore del sangue del tutto simile ad un alito di aria gelida insinuatosi tra i vetri istoriati della finestra.
« Sì. »
« Non c’era nessun veleno » constatò Giacomo.
« C’era solo per Riccardo » spiegò Sam.
« E per gli altri ? »
« La colpa è un veleno sufficientemente potente. Non lascia alcuna traccia e per farlo agire basta solo dire le parole giuste. Altre volte basta stare in silenzio al momento giusto » rispose Sam.
« E cosa dirai a me ? » chiese Giacomo. Un tremito si era impossessato della sua mano destra e non accennava ad acquietarsi.
« Tu sei un naturalista, quindi ti parlerò in termini che tu possa comprendere : la femmina aveva scelto il maschio, ma gli altri dello stormo non erano d’accordo. Così hanno deciso di prendersi quello che volevano. Poi hanno ucciso la femmina e mentito all’albatro che era stato scelto. »
« Ed io avevo fatto qualcosa di non bello, e che avrebbe portato molto male » mormorò Giacomo. « Però alla fine della ballata, Dio perdona il marinaio. »
« Io sono l’albatro, non Dio » disse Sam.
« Ma io non c’entro… » sibilò Giacomo. Si sentiva sul punto di piangere, ma le lacrime non venivano.
« Tu non c’entri ? » ripeté Sam, la cui voce usciva dal buio come da un incubo.
« Io non ho fatto niente » continuò Giacomo. « Io guardavo soltanto. »
« Capisco » rispose Sam. « Dopotutto, tu sei una persona curiosa, e studi gli animali. Avrai trovato sicuramente interessante il comportamento di quei tre giovani esemplari. Un evento raro, un colpo di fortuna, una manifestazione straordinaria in cui era impensabile interferire. »
Nel buio, Giacomo strinse tra le dita l’orlo della giacca cercando di placare il tremore che ora aveva colpito anche la sua mano sinistra. Brividi freddi gli scorrevano lungo la schiena, ma lui non riusciva nemmeno a percepirli. La sua mente era troppo lontana, immersa in un orrendo ricordo pieno di urla e richieste di pietà e sangue e risa. Urla umanissime e risa simili a latrati di cane.
Sam si mosse, ma Giacomo se ne accorse solo quando gli fu a pochi centimetri di distanza.
Qualcosa di duro spingeva contro il suo petto. Giacomo abbassò lo sguardo. Un lampo squarciò il cielo e i suoi occhi incontrarono il minaccioso profilo di una pistola.
« Ti prego » sussurrò, ma fu più una sorta di spasimo involontario che una vera invocazione di pietà. « Ho soltanto… »
« Lo so. Lo so molto bene. E ti perdono » lo interruppe Sam, afferrando la mano inerme di Giacomo. Poi la sollevò e la avvolse attorno al calcio della pistola. Infine, puntò l’arma contro di sé.
« Che situazione incresciosa » proseguì Sam. Giacomo non smetteva di tremare e la canna della pistola ballava contro il suo petto.
« Ti sto regalando la possibilità di uccidermi, e non mi dispiacerebbe che tu lo facessi. Mi avete privato della felicità molto tempo fa, coprendo la sua scomparsa con un’orrenda bugia. Da quel momento, la mia vita è stata intrisa di ombre. Ora però ho avuto la mia vendetta. Tu puoi liberarmi completamente, puoi darmi la felicità, la pace eterna. Puoi salvarmi ! » continuò Sam, afferrando la canna dell’arma con una mano per tenerla ben ferma e posando l’altra sulla spalla di Giacomo. « Quindi, cosa farai ora, mio pavido amico ? Mi salverai ? » domandò.
Il silenzio che cadde dopo quelle parole parve vibrare insieme al cuore di Giacomo, che fremeva come le ali di insetto intrappolato.
Il fiato caldo di Sam sfiorò il suo orecchio. Un altro lampo illuminò l’uomo piegato verso di lui.
« Oppure starai a guardare ? »
Quelle parole caddero dentro Giacomo come dentro un pozzo profondo. Scivolarono nell’oscurità per un tempo che parve infinito ; poi, quando toccarono il fondo, qualcosa si mosse. Giacomo si ricompose e la sua presa intorno al calcio della pistola si fece più salda. Alzò il mento, con fare deciso.
« No » esclamò. « Qui dentro è buio, non potrei vedere niente. »
In un attimo, sollevò la pistola, aprì la bocca e ci infilò dentro la canna e fece fuoco.
Una pioggia di sangue e materia cerebrale inondò il pavimento. Il corpo di Giacomo si accasciò a terra. Un lampo illuminò la macabra riunione.
In piedi in mezzo ai cadaveri dei suoi amici, Sam osservò il proprio operato con gelida amarezza, ma anche con una nuova sensazione di pace che sfiorava quasi la soddisfazione.
« Hai visto, Giacomo ? » disse rivolto all’uomo appena morto. « A volte basta solo dire le parole giuste. Altre volte basta stare in silenzio al momento giusto. »
Scavalcò i corpi e si accostò alla finestra. La pioggia sferzava i vetri a nido d’ape. I cieli oscuri lampeggiarono ancora, un tuono profondo rombò a breve distanza. E poi il silenzio.


Et voilà. The end.

Spero vi abbia intrattenuti! A presto,

G.


Les Revenants, la serie

Cosa succederebbe se i morti tornassero in vita e si presentassero a sconvolgere le vite dei vivi? Sembra la premessa a qualunque film sugli zombie, ma con Les Revenants ci troviamo di fronte a qualcosa di più sottile, di più complicato.

Perchè siamo abituati a pensare questo tipo di vicende in termini di catastrofe globale, di pandemia, di estinzione della razza umana attuata tramite un morbo che rende le sue vittime dei cadaveri ambulanti senza ragione. Degli zombie, appunto.

Ma se gli zombie non fossero mostruosi e stupidi, e neppure feroci? Se si ripresentassero con naturalezza nel luogo in cui hanno sempre abitato, dalle persone che hanno amato mentre erano vivi, come se non fossero mai morti e completamente ignari di quanto è loro accaduto, fisicamente congelati nel tempo e perfettamente integri?

Ed è qui che Les Revenants gioca la sua carta migliore. Quella che tradizionalmente viene dipinta come il primo passo verso l’estizione della specie, qui viene vista da tutt’altro punto di vista: quello di chi si vede ripiombare in casa un passato che aveva messo da parte o superato con difficoltà. Perché, sebbene sia difficile, quando qualcuno muore la vita va avanti senza di lui e poco a poco si assesta su un nuovo equilibrio, per precario che possa essere. Ma se d’un tratto la persona che se ne è andata ritorna, tutti gli sforzi per dimenticarla si rivelano inutili, l’equilibrio viene nuovamente sconvolto e in un attimo quella cosa che abbiamo desiderato così ardentemente -il ritorno dei nostri cari- non sembra più così allettante.

E’ questo quello che accade in una piccola cittadina sulle rive di un lago, in Francia. D’un tratto, i morti iniziano a tornare. Così si ricongiungono Camille e Léna, due gemelle, ma Camille è morta quattro anni prima in un tragico incidente stradale dove hanno perso la vita anche tutti i suoi compagni di classe; torna Simon, il ragazzo della bella Adéle, morto nel giorno del loro matrimonio lasciandola disperata e fragile; torna Serge, il fratello del gestore dell’unico pub della città, che nasconde un sanguinoso segreto; e torna Victor, un bambino dagli occhi sgranati che segue Julie ovunque ma non dice mai una parola.

I morti tornano, ma non sono loro il problema, bensì i vivi che si vedono costretti a mettersi in discussione. Davanti a questi ritorni crollano bugie, meccanismi di difesa, gioie, dolori, rancori. Tutto deve assestarsi ancora una volta, almeno fino a che gli abitanti della cittadina, poco a poco, iniziano a rendersi conto che nonostante quelle persone non sembrino cadaveri decomposti né dei mostri sanguinari, sono comunque morti. Non c’è spazio per loro, non più. Sono in qualche modo sbagliati.

Nel frattempo, l’acqua del lago si abbassa sempre di più e all’improvviso la cittadina si trova isolata mentre un’orda di nuovi morti si avvicina, reclamando quelli che ormai ci siamo abituati a conoscere e a non temere, nonostante venga più volte sottolineato come abbiano continuamente fame, una fame sempre più incalzante.

Les Revenants è una serie geniale, che con mezzi minimi riesce a produrre effetti incredibili, colpendo lo spettatore profondamente. Non c’è splatter, non c’è orrore, ma c’è molta psicologia, sottile e gelida tensione e tanta, tanta voglia di scoprire cosa succederà poi. I personaggi sono cesellati, le loro interazioni meravigliose, credibili, incalzanti. Gli scivoloni pochi se non inesistenti.

Finalmente il 28 settembre, dopo 3 anni, Canal + (il maggiore canale televisivo francese) e Sky trasmetteranno la seconda stagione, che riprende 6 mesi dopo gli eventi della prima. Il 27 è il mio compleanno e considero questa uscita una specie di regalo. Probabilmente seguirò puntata per puntata, pubblicando recensioni di conseguenza.

Vi consiglio di guardare questa serie? Assolutamente sì. Guardatela, perché è elegante, bella, diversa. Non guardate la versione americana, ma quella francese, che ha un gusto tutto europeo e questo, per una volta, credo sia un enorme punto a favore, perchè questo ci permette di evitare il classico tono epico e sensazionalistico delle produzioni americane per giocare tutto sulla dimensione umana, minore e inquietante della vicenda.


Les Revenants, il romanzo

Il romanzo UFFICIALE della serie TV rivelazione
1° e 2° stagione in onda su Sky Atlantic HD

‘Mi ha fatto venire gli incubi’ 
Stephen King

‘So riconoscere un meccanismo narrativo efficace, 
e questo era di gran lunga il più efficace 
che mi fosse mai stato proposto nella mia carriera di sceneggiatore.’ 
Emmanuel Carrère

Da oggi (22/09) in libreria

Seth PATRICK
LES REVENANTS

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pp 448
€ 19,50 cartaceo – € 8,99 ebook

In un paesino francese tra le montagne, la diga che circonda le case ha, inspiegabilmente, cominciato a cedere. E mentre l’acqua sale in modo quasi impercettibile, Camille, morta in un incidente stradale con l’autobus della scuola quattro anni prima, torna a casa. Non è invecchiata di un solo giorno, ha fame, molto sonno, e pensa di essere di ritorno da una gita scolastica. Lo stesso accade a Simon, morto il giorno del suo matrimonio, che torna da Adèle e la trova sposata a un altro. E poi c’è il piccolo Victor, comparso dal nulla, che non sa dove andare e segue una ragazza per strada, perché gli ricorda la fatina delle favole. Les Revenants – Quando ritornano è la storia di Camille, di Simon, di Victor e di molti altri, ma è anche la storia dei vivi, di un’intera comunità che deve fare i conti con la sorpresa e la gioia di rivedere i propri cari, ma anche con la paura che qualcosa di ultraterreno, di terribile, si stia impossessando delle loro vite. Una grandissima invenzione narrativa, che ha funzionato nella serie tv rivelazione degli ultimi anni, e ancor più funziona in questo romanzo ispirato alla serie, una narrazione avvincente che mescola thriller, mystery, suspense, dramma e affronta il tema della morte in modo assolutamente inedito.

…………

A breve scriverò un articolo sulla serie tv di cui sopra. Mi è piaciuta così tanto che desidero leggere anche il libro. Voi cosa ne dite?


“I racconti dei Vedovi Neri” di Isaac Asimov

9660611

“I racconti dei Vedovi Neri” è una raccolta di brevi racconti scritti da Isaac Asimov a partire dal 1971 e pubblicata nel 1974. Contiene i primi racconti che hanno come protagonisti i Vedovi Neri : un club composto da sei signori, tutti di buone doti intellettive, amanti dei misteri e delle chiacchiere.

Il club, che si riunisce una volta al mese, è assolutamente e inequivocabilmente precluso alle donne, le quali non possono nemmeno essere invitate come ospiti, in quanto il Regolamento del club prevede che ogni ospite diventi socio onorario del suddetto circolo -e sicomme le donne non possono essere socie…-. Sicché, le signore devono girare alla larga.

I componenti del circolo sono tutti esponenti di differenti campi del sapere: abbiamo un matematico con velleità poetiche, uno scrittore conoscitore della bibbia, un artista, un funzionario governativo esperto di codici, un chimico e un avvocato che si occupa di brevetti. Il settimo membro è il cameriere; il mitico, efficientissimo, silenziosissimo, abilissimo e acutissimo Henry.

 

In quanto alle trame dei racconti, cito Wikipedia:

 

I racconti seguono sempre la stessa convenzione: i sei membri del club ed un ospite si riuniscono a cena, serviti dall’incomparabile cameriere Henry Jackson, anche lui membro onorario dei Vedovi Neri. Durante la cena l’ospite propone sempre un mistero che i membri del club provano a risolvere.

 

Ho tagliato l’ultima riga perché altrimenti capireste tutto e subito e io voglio riservarmi lo spoiler per la fine di questo articolo.

 

I casi che Asimov vuol far risolvere ai suoi Vedovi Neri non sono i classici gialli con morto; i nostri amici non devono arrovellarsi sulle malvagie azioni di un assassino seriale o sull’efferato delitto di una giovane pulzella innocente. No. Abbiamo piuttosto casi minori, privi del macabro fascino dei crimini più efferati. Parliamo di furto, menzogne, nonni che nascondono eredità, vecchi amici che lasciano indizi su dove trovare il loro piccolo tesoro da qualche migliaio di dollari, camerieri spioni e miss minacciate. Qualche volta la soluzione si basa su un gioco di parole (che in italiano è un po’ più difficile cogliere) o su un piccolissimo dettaglio o su qualche non detto che al lettore, come anche ai Vedovi Neri, di solito sfugge. Trovo che ad un appassionato di gialli questi racconti non possano che piacere. Si tratta infatti di un apoteosi del piccolo mistero su cui si arrovellano menti normali, non geni della deduzione. La rassegnazione dimostrata dai nostri poveri signorotti nel momento in cui sembrano arrivare ad un punto morto nella discussione del caso, ricorda la rassegnazione dello studente di fronte ad un problema di matematica troppo difficile. Di conseguenza ne risulta una simpatica empatia che fa pensare al lettore “Accidenti, anche io rimarrei impantanato in quel modo. Che nervi!”. Infatti, quando leggiamo i casi di Sherlock Holmes, di Poirot, di Miss Marple o di qualunque altro famoso detective, sappiamo già che questi riusciranno a risolvere il caso e non dobbiamo far altro che divertirci a tentare di risolverlo prima di loro. Invece in questo caso rimaniamo piacevolmente impantanati insieme ai Vedovi e la cosa mi piace.

 ORA ARRIVANO GLI SPOILER:

Ora, Asimov non poteva lasciare i suoi racconti senza una soluzione. Ed ecco che arriva lui, il magnifico, l’onniscente, l’onnipresente Henry. Il cameriere dei Vedovi Neri è una figura indispensabile: infatti, sarà lui a risolvere praticamente ogni caso.

A questo proposito, mi sento in dovere di protestare contro molte delle recensioni che ho letto in Anobii.

Parecchi utenti lamentavano il fatto che ogni volta, in ogni racconto, sia Henry a svelare l’arcano. Si, questo è vero: è sempre Henry che alla fine suggerisce la via lungo la quale avviarsi per giungere alla conclusione esatta, se non direttamente la soluzione stessa.

Questo però avviene per un motivo ben preciso che molti lettori sembrano avere snobbato (cosa che mi fa credere di aver letto recensioni di individui dalla mente un pochino chiusa). Il fatto è questo: quando l’ospite dei Vedovi Neri propone il caso, questi possono rivolgergli delle domande allo scopo di arrivare alla soluzione del mistero. Una volta collezionate delle informazioni, i membri del circolo si lanciano nella produzione delle più disparate ipotesi per tentare di giungere ad una soluzione. Tali ipotesi si rivelano spesso intriganti, degne di essere messe in scena all’interno di un giallo vero e proprio, ma nel caso preso in considerazione si rivelano tutte troppo complicate e lontane dalla realtà. Dietro le quinte, Henry ascolta e raccoglie informazioni, osserva i commensali e le loro reazioni, osserva l’ospite e ne coglie le contraddizioni, e alla fine, tenendo conto dei piccoli elementi snobbati da tutti gli altri, propone una semplice e lineare soluzione, di solito esatta.

Questo a molti lettori dà fastidio, non ne capiscono il perché e lo tacciano come un noioso espediente. Può essere noioso, certo, ma solo finché non capisci il meccanismo che ci sta dietro, e questo è Henry a suggerirlo: lui risolve i casi GRAZIE ai Vedovi Neri e alle loro astruse supposizioni. Ovvero, Henry non fa altro che attuare nella propria (brillante, diciamocelo) mente un processo di esclusione. Da un quadro generale elide le possibilità dipinte dai membri del club e una volta terminato il lavoro gli rimane in mano la soluzione più semplice (e di solito esatta), che si limita ad esporre. In pratica, Henry si dimostra si molto brillante ma il suo è un ruolo che si compenetra con quello dei suoi amici e “datori di lavoro”. È un po’ come Poirot e Hastings: Poirot ringrazia spesso il suo amico Hastings di aiutarlo a risolvere i casi più intricati in quanto, avendo una mente “eccezionalmente normale”, vede sempre le cose “come il colpevole vuole che le si veda” e ciò aiuta Poirot a capire il vero scopo delle azioni del malvivente e smascherarlo. La mente brillante ha pur sempre bisogno di qualcuno che l’aiuti ad escludere tutti gli scenari “sbagliati”.

Insomma, tra Henry e i Vedovi Neri c’è una simbiosi. È una squadra. Per questo motivo, il lettore dovrebbe accettare il meccanismo e non criticarlo. Dopotutto, ci stupiamo forse che sia sempre Sherlock, e mai Watson, a risolvere i casi?

FINE SPOILER.

In conclusione, ho amato questa raccolta di racconti e sono fermamente decisa a leggere altro della serie dei Vedovi Neri, nonché l’Asimov più celebre, ovvero quello fantascientifico -sebbene io non vada matta di fantascienza-.

Due chicche:

-Asimov si auto-cita all’interno di un racconto. La cosa mi ha fatto molto ridere.

-Il primo dei casi, è anche il mio preferito. Se li avete letti, fatemi sapere qual è il vosto 😉

 G.


"I racconti dei Vedovi Neri" di Isaac Asimov

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“I racconti dei Vedovi Neri” è una raccolta di brevi racconti scritti da Isaac Asimov a partire dal 1971 e pubblicata nel 1974. Contiene i primi racconti che hanno come protagonisti i Vedovi Neri : un club composto da sei signori, tutti di buone doti intellettive, amanti dei misteri e delle chiacchiere.

Il club, che si riunisce una volta al mese, è assolutamente e inequivocabilmente precluso alle donne, le quali non possono nemmeno essere invitate come ospiti, in quanto il Regolamento del club prevede che ogni ospite diventi socio onorario del suddetto circolo -e sicomme le donne non possono essere socie…-. Sicché, le signore devono girare alla larga.

I componenti del circolo sono tutti esponenti di differenti campi del sapere: abbiamo un matematico con velleità poetiche, uno scrittore conoscitore della bibbia, un artista, un funzionario governativo esperto di codici, un chimico e un avvocato che si occupa di brevetti. Il settimo membro è il cameriere; il mitico, efficientissimo, silenziosissimo, abilissimo e acutissimo Henry.

 

In quanto alle trame dei racconti, cito Wikipedia:

 

I racconti seguono sempre la stessa convenzione: i sei membri del club ed un ospite si riuniscono a cena, serviti dall’incomparabile cameriere Henry Jackson, anche lui membro onorario dei Vedovi Neri. Durante la cena l’ospite propone sempre un mistero che i membri del club provano a risolvere.

 

Ho tagliato l’ultima riga perché altrimenti capireste tutto e subito e io voglio riservarmi lo spoiler per la fine di questo articolo.

 

I casi che Asimov vuol far risolvere ai suoi Vedovi Neri non sono i classici gialli con morto; i nostri amici non devono arrovellarsi sulle malvagie azioni di un assassino seriale o sull’efferato delitto di una giovane pulzella innocente. No. Abbiamo piuttosto casi minori, privi del macabro fascino dei crimini più efferati. Parliamo di furto, menzogne, nonni che nascondono eredità, vecchi amici che lasciano indizi su dove trovare il loro piccolo tesoro da qualche migliaio di dollari, camerieri spioni e miss minacciate. Qualche volta la soluzione si basa su un gioco di parole (che in italiano è un po’ più difficile cogliere) o su un piccolissimo dettaglio o su qualche non detto che al lettore, come anche ai Vedovi Neri, di solito sfugge. Trovo che ad un appassionato di gialli questi racconti non possano che piacere. Si tratta infatti di un apoteosi del piccolo mistero su cui si arrovellano menti normali, non geni della deduzione. La rassegnazione dimostrata dai nostri poveri signorotti nel momento in cui sembrano arrivare ad un punto morto nella discussione del caso, ricorda la rassegnazione dello studente di fronte ad un problema di matematica troppo difficile. Di conseguenza ne risulta una simpatica empatia che fa pensare al lettore “Accidenti, anche io rimarrei impantanato in quel modo. Che nervi!”. Infatti, quando leggiamo i casi di Sherlock Holmes, di Poirot, di Miss Marple o di qualunque altro famoso detective, sappiamo già che questi riusciranno a risolvere il caso e non dobbiamo far altro che divertirci a tentare di risolverlo prima di loro. Invece in questo caso rimaniamo piacevolmente impantanati insieme ai Vedovi e la cosa mi piace.

 ORA ARRIVANO GLI SPOILER:

Ora, Asimov non poteva lasciare i suoi racconti senza una soluzione. Ed ecco che arriva lui, il magnifico, l’onniscente, l’onnipresente Henry. Il cameriere dei Vedovi Neri è una figura indispensabile: infatti, sarà lui a risolvere praticamente ogni caso.

A questo proposito, mi sento in dovere di protestare contro molte delle recensioni che ho letto in Anobii.

Parecchi utenti lamentavano il fatto che ogni volta, in ogni racconto, sia Henry a svelare l’arcano. Si, questo è vero: è sempre Henry che alla fine suggerisce la via lungo la quale avviarsi per giungere alla conclusione esatta, se non direttamente la soluzione stessa.

Questo però avviene per un motivo ben preciso che molti lettori sembrano avere snobbato (cosa che mi fa credere di aver letto recensioni di individui dalla mente un pochino chiusa). Il fatto è questo: quando l’ospite dei Vedovi Neri propone il caso, questi possono rivolgergli delle domande allo scopo di arrivare alla soluzione del mistero. Una volta collezionate delle informazioni, i membri del circolo si lanciano nella produzione delle più disparate ipotesi per tentare di giungere ad una soluzione. Tali ipotesi si rivelano spesso intriganti, degne di essere messe in scena all’interno di un giallo vero e proprio, ma nel caso preso in considerazione si rivelano tutte troppo complicate e lontane dalla realtà. Dietro le quinte, Henry ascolta e raccoglie informazioni, osserva i commensali e le loro reazioni, osserva l’ospite e ne coglie le contraddizioni, e alla fine, tenendo conto dei piccoli elementi snobbati da tutti gli altri, propone una semplice e lineare soluzione, di solito esatta.

Questo a molti lettori dà fastidio, non ne capiscono il perché e lo tacciano come un noioso espediente. Può essere noioso, certo, ma solo finché non capisci il meccanismo che ci sta dietro, e questo è Henry a suggerirlo: lui risolve i casi GRAZIE ai Vedovi Neri e alle loro astruse supposizioni. Ovvero, Henry non fa altro che attuare nella propria (brillante, diciamocelo) mente un processo di esclusione. Da un quadro generale elide le possibilità dipinte dai membri del club e una volta terminato il lavoro gli rimane in mano la soluzione più semplice (e di solito esatta), che si limita ad esporre. In pratica, Henry si dimostra si molto brillante ma il suo è un ruolo che si compenetra con quello dei suoi amici e “datori di lavoro”. È un po’ come Poirot e Hastings: Poirot ringrazia spesso il suo amico Hastings di aiutarlo a risolvere i casi più intricati in quanto, avendo una mente “eccezionalmente normale”, vede sempre le cose “come il colpevole vuole che le si veda” e ciò aiuta Poirot a capire il vero scopo delle azioni del malvivente e smascherarlo. La mente brillante ha pur sempre bisogno di qualcuno che l’aiuti ad escludere tutti gli scenari “sbagliati”.

Insomma, tra Henry e i Vedovi Neri c’è una simbiosi. È una squadra. Per questo motivo, il lettore dovrebbe accettare il meccanismo e non criticarlo. Dopotutto, ci stupiamo forse che sia sempre Sherlock, e mai Watson, a risolvere i casi?

FINE SPOILER.

In conclusione, ho amato questa raccolta di racconti e sono fermamente decisa a leggere altro della serie dei Vedovi Neri, nonché l’Asimov più celebre, ovvero quello fantascientifico -sebbene io non vada matta di fantascienza-.

Due chicche:

-Asimov si auto-cita all’interno di un racconto. La cosa mi ha fatto molto ridere.

-Il primo dei casi, è anche il mio preferito. Se li avete letti, fatemi sapere qual è il vosto 😉

 G.